Il Giornale di Vicenza 20/11/2003

Alessandra e i progetti di vita «che hanno rischiato di rovinarmi» «Avevo puntato tutto sul lavoro Ma ora credo di aver sbagliato »

Ho letto e riletto la lettera di giovedì scorso (30 ottobre u.s.). Scrivo o non scrivo? Alla fine mi son detta: e perché no? Non tanto per me, ma per quella ragazza e per tante come lei e come me. Anch'io mi sono sentita così, tanto tempo fa. Sembra un'eternità, ma sono passati solo dieci anni da quando ho lasciato il lavoro per la famiglia. Liceo con il massimo dei voti, laurea con la lode, impiego ottimo. Subito dopo matrimonio, con un uomo eccezionale. Quindi le rispettive carriere, mia e di mio marito. Viaggi all'estero, per entrambi nei rispettivi lavori e quindi lontani l'una dall'altro. Per cinque anni ci ritrovavamo insieme magari per caso, in qualche hotel in Germania o in Inghilterra, piuttosto che a Bruxelles o Parigi. Poi però è arrivato il primo figlio, e quindi ho accettato di lavorare solo in Italia. Le responsabilità erano comunque gravose, ma anche dopo la secondogenita ho continuato a lavorare per altri quindici anni. Andava tutto nel migliore dei modi, una casa in città, vacanze esotiche, settimane bianche: sembravamo una famiglia felice, come quelle delle telenovelas. Fino a quando non ho capito di avere sbagliato tutto: avevo programmato tutto, con matematiche probabilità, avevo ipotecato il mio futuro e quello dei miei figli. Il calcolo delle probabilità e degli imprevisti però, non aveva tenuto conto delle variabili, costanti ed incostanti. A mie spese, ma soprattutto a spese dei miei figli, senza nessuna possibilità di riparazione avevo causato enormi danni, puntando su obiettivi che non comprendevano i valori fondamentali della vita: la famiglia, l'ascolto dei figli, la loro crescita. Quando mia figlia quindicenne mi confidò di essere stata abusata da un parente al quale noi la affidavamo, ho capito che avevo sbagliato tutto. Non solo per il senso di colpa, che con il tempo e con il supporto psicologico ho superato, ma in particolare perché ho compreso quanto idiota sia stato il mio progetto di vita: neanche fosse un piano aziendale, un conto economico, un bilancio da far quadrare a tutti i costi. Pensavo di avere calcolato tutto, come se la vita fosse un'azienda da dirigere. Probabilmente la mia smania di carriera, il mio arrivismo erano solo il tentativo di sommergere il mio disagio: disagio che poi ha distrutto anche la vita di mia figlia. Il criminale (perché di criminali si tratta, non di malati) in questione è stato denunciato e condannato, ed anche noi, condannati all'esilio da una parentela che ha salvaguardato solo i suoi interessi. Le possibilità non ci mancavano, e abbiamo mandato al diavolo tutti (se lo meritavano), compreso il lavoro, venduto la casa cambiando pure città. L'abuso in famiglia, quando scoperto, è come una bomba atomica: deflagra subito e poi c'è il follout, che può durare qualche anno o per il resto della tua vita. Per qualche anno se trovi familiari intelligenti (almeno questo e almeno ora!), che denunciano e ti permettono di superare il trauma, tutta la vita se trovi invece degli imbecilli che ti obbligano a portarti dentro questo macigno per tutta la vita, proprio come è successo a me. Non cerco giustificazioni per quello che non ho saputo prevenire a mia figlia, ma è una realtà: a sessanta anni non si può convivere ancora con questo ignobile ricordo e tutto a causa di genitori insensibili che non ho mai scusato in nome di una presunta ignoranza. Non è questione di cultura, ma di innata sensibilità. Ho conosciuto persone di estrazione culturale molto popolare che avevano un naturale senso dei valori umani e persone molto colte che viceversa sono peggio delle bestie. Inutile che spieghi a lei le dinamiche dell'abuso sessuale, considerando che collabora con un'associazione che ne sa molto in merito. E non voglio nemmeno con questa lettera dare consigli a chicchessia, poiché ognuno di noi è molto bravo a sbagliare da solo. Io ho letto molto in questi anni, ho consultato varie associazioni. Ho imparato molto con gli anni ed ancora molto devo capire. Non mi sento quindi maestra o esperta di niente, volevo solo invitare a riflettere, sui veri valori della vita, ma sopratutto sul fatto che avere un figlio oggi significa pensare ad una nuova vita che ha tutto il diritto di avere l'attenzione necessaria ai suoi bisogni vitali, che sono l'ascolto, l'attenzione, l'empatia, che non sempre, o forse proprio mai, si conciliano con carriere professionali esaltanti. Non intendo certo affermare che le carriere professionali precludono la genitorialità, ma solamente portare la mia esperienza, che sia da monito e magari serva a prevenzione di tanti possibili disagi dei nostri ragazzi, dall'abuso sessuale alla tossicodipendenza o all'alcolismo, dalla bulimia all'anoressia. Pericoli che sono sempre esistiti, che probabilmente non elimineremo mai, ma che, con le dovute attenzioni, forse riusciremo a prevenire. Io non ci sono riuscita, auguro a tutte le famiglie una sorte migliore. Alessandra

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Un trauma a livello psichico può produrre un danno grave. Anche se, per sopravvivere emotivamente, lo si rimuove, esso continua ad agire dentro di noi. Se si hanno genitori o parenti "imbecilli" o fragili e perbenisti, come è successo ad Alessandra figlia, ci si deve organizzare per essere sempre lontani dall'area di sofferenza e quindi si investe in un ambito neutro e rassicurante. Studio e lavoro sono gli ambiti della razionalità, della testa, non coinvolgono né il cuore né la pancia, i luoghi cioè dell'affettività e delle emozioni. Per anni Alessandra è stata donna di successo, stimata, invidiata. Il tarlo però c'era. Appagata dalla bella vita, dalle vacanze, dal benessere economico che aumentava. Il tarlo covava silente dentro. Innamorata di suo marito, grintosa ed affascinante. Finché è esplosa la bomba: l'abuso di sua figlia l'ha rimessa in drammatico contatto con il suo dolore-rabbia-angoscia avviluppato e soffocato in fondo al suo cuore. Poteva a sua volta essere genitore superficiale; grazie a Dio non lo è stata. Ha aiutato la figlia e, suo malgrado, ha dovuto occuparsi di quel Sé sofferente, quello vero ed autentico, per creargli spazio, per renderlo più vitale, bilanciandolo con quel falso Sé su cui tanto aveva investito. Sono parti di un Sé confuso, prima schegge impazzite ed indifferenti che si ignoravano tra loro che, ad un certo punto, possono suturarsi, perché di ferite pur sempre si tratta. Quanta strada ha dovuto fare Alessandra, quanti aerei ha dovuto prendere, quanto ha dovuto allontanarsi da Sé per potersi un giorno riavvicinare più grande, meno disperata alla piccola Alessandra rannicchiata e con gli occhi sbarrati. Quanto diversa è stata l'esperienza di sua figlia. Ha sentito che la mamma era in grado di comprendere e di accogliere la sua tragedia. L'ha sentita forte ed in grado di non esserne travolta. Era convinta che avrebbe lottato con il mondo intero senza paura. Così è stato assieme anche al papà. Lei ha così potuto riconciliarsi con la sua parte stordita, ha estirpato il suo doloroso segreto, ha ritrovato il suo corpo pulito ed ha lavato la sua anima da una vergogna provocata da altri. Una ragazza così può ancora credere in un uomo, gli si può avvicinare, può decidere di fidarsi e di affidarsi, gli può dare il suo amore e il suo corpo, può convincersi di meritare di essere amata e rispettata. Il suo corpo può vibrare ancora, può fare dei figli, essendo un po' più consapevole delle cose che contano per il progetto della propria vita. Non espelle da sé le emozioni di dolore, le conosce e le sa prendere con mani sicure. Ed è da parte di Alessandra un grande dono saper dare una cosa che non aveva ricevuto. Alessandra ci dice ancora: tocca ai genitori tutelare i figli. Ad essi spetta la responsabilità di vigilare sulla loro crescita, di scegliere le persone che di loro si occupano onestamente e con amore. Tocca a loro vegliare sui tremiti dei loro sguardi e sui fremiti delle loro anime. E nonostante questo, si può sbagliare; si è solo più in pace con la propria coscienza. Sensibilità o cultura? La cultura della sensibilità (ma chi la insegna?), avere piena consapevolezza che profanare il corpo di una bambina è devastare la sua anima. Non ascoltarla e non difenderla è altrettanto grave. Un grazie di cuore ad Alessandra per la sua testimonianza.

Lino Cavedon psicoterapeuta