Il Gazzettino 12/12/2003

Psicologhe e assistenti sociali sotto accusa
(a. g.) Nove mesi di reclusione per omissione di atti d'ufficio omesso referto medico e omissione di denuncia di reato da parte di pubblici ufficiali. Sono le richieste del pubblico ministero Manuela Fasolato, formulate durante la requisitoria nel processo che vede sul banco degli imputati un'équipe di 5 persone, psicologi e assistenti sociali, accusati di non essere intervenuti in un caso di violenze e abusi sessuali subiti da una bambina di 9 anni da parte di alcuni familiari. I fatti risalgono al 2001, a quando una bambina viene data in affido a una nuova famiglia. Durante i colloqui con lo staff della Ulss 18 di Rovigo la ragazzina racconta di abusi sessuali cui veniva sottoposta da parte del padre del fratello della famiglia originaria. A rispondere delle accuse sono le psicologhe Marisa Menarello, Maria Cristina Berdusco, residenti a Rovigo, e Federica Cavarzere, residente a Verona. Inoltre anche le assistenti sociali Santina Panfilio, di Castelmassa e la rodigina Silvia Benetti. Secondo l'accusa il team non avrebbe denunciato il tutto all'autorità giudiziaria, cosa che poi ha fatto la madre affidataria. Secondo la difesa, invece, rappresentata dall'avvocato di Rovigo Ugo Chiarato, l'equipe aveva operato in quel modo perché aveva considerato inattendibili i racconti della bambina. Poi la posizione del padre della bimba era stata archiviata ed anche il fratello era stato assolto, una perizia aveva riconosciuto l'inattendibilità della bambina. Ma per il pm Fasolato questo riveste un'importanza secondaria, in quanto il problema è di principio, stabilire cioè se i servizi sociali possono sindacare autonomamente, avendo avuto notizia di un reato, l'attendibilità della notizia stessa. Secondo il pm, in pratica, gli psicologi, non avendo avvisato l'autorità giudiziaria hanno commesso un'omissione.