Il Giornale di Vicenza 04/12/2003

«A 45 anni senza lavoro e con la famiglia a pezzi»

Io sono uno di quelli che oggi chiamano "baby-lavoratori" o "lavoratori-precoci". Ho iniziato a 14 anni a lavorare, non essendomi state offerte alternative. Allora, 30 anni fa, tutto sommato, non era una cosa tanto rara, anzi. Ma io, caparbio, accetto la sfida e mi butto a capofitto: studio di sera, per qualificarmi proprio nel mio lavoro. A 20 anni sono già socio di una minuscola azienda, una di quelle che hanno contribuito al miracolo del nord-est. Due soci e già dopo 4 anni abbiamo 5 dipendenti. Mi sposo, la mia ansia per far carriera non mi permette scelte da far approvare a mamma e papà: ho bisogno di una compagna, di una famiglia mia, di una vita da costruire assieme, assieme al mio lavoro. Un' offerta come consulente in un'azienda più grande è troppo allettante per lasciarmela sfuggire. A 25 anni sono già direttore aziendale. A 27 anni mi metto in proprio e per 10 anni tutto va a gonfie vele. Allora si fanno quelli impegni che qualsiasi bravo imprenditore riesce a fare in questo ricco nord - est, l'auto nuova, il capannone nuovo, l'abitazione nuova tutto con i mutui ovviamente. Ad un certo punto però ti accorgi che la tua fretta, tutte le tue corse, le tue 15 ore di lavoro al giorno, ti hanno distolto da tante cose che, solo ora, comprendi dovevano essere prioritarie: l'attenzione all'ascolto, ai figli, agli altri,e a te stesso. Così è capitato che un bel giorno ho scoperto che mia figlia è stata una vittima della pedofilia, di un parente, che mio figlio era in crisi esistenziale, e tanto per gradire, mi sono ammalato. Una malattia curabile ma inguaribile. Ho denunciato il pedofilo, come sempre ho fatto quello che ritenevo giusto fare. Così tutti i bravi parenti mi abbandonano (come ho saputo poi da questa associazione, succede quasi sempre). Ma questa, la denuncia (e seguente condanna del pedofilo), forse è l'unica cosa di cui vado fiero. Tanto per non tradire la malasorte, arriva pure la crisi economica, e così mi ritrovo pure senza soldi e pieno di debiti! Non è una questione marginale essere senza soldi, specie per chi era abituato a lauti guadagni, benefit, generosi rimborsi spese. Certo, è sicuramente più grave ciò che ha causato il mio lavoro agli altri, primo fra tutti la violenza subita da mia figlia, che non i danni economici. Ma, si sa, bisogna pur vivere: "tengo famiglia", cerco lavoro. Sono pronto anche a "rigenerarmi" come dicono ora i politici del lavoro. Non ho il tempo, né i soldi ora, per conseguire una laurea, tenendo conto che ho una famiglia cui dare da mangiare. Provate a dare uno sguardo alle offerte di lavoro: tutti chiedono un requisito che non si compra e non si ottiene con alcun sacrificio...."giovane". E per "giovane" intendono massimo trentenne, ed è già raro trovare chi si riferisce a questa "tarda" età. Ho trent'anni di esperienza, avevo responsabilità importanti, ho viaggiato in tutta Europa, ho requisiti professionali "sudati" in anni di estenuanti aggiornamenti, e mi ritrovo all'esame di selezionatori di lavori part-time, ragazzini arrogantelli formatosi al dogma 'young in, old out'. Ma sono ritenuto troppo vecchio per trovare nuovi posti di lavoro e sono troppo giovane per andare in pensione. Ho la sensazione di essere incompreso anche in famiglia, mi sento un ferro vecchio, come un pazzo bisognoso di aiuto psicologico. A sentire le intenzioni della nuova politica del pensionamento, dopo trent'anni di lavoro, ora a 45 anni di età dovrei lavorarne altri 20 per uscire da qualche "finestra". Mi sa che se va avanti così l'unica finestra da cui uscirò sarà quella della depressione! Sento che sto scoppiando, sono crollate tutte le mie certezze. Non ho più nulla a cui aggrapparmi. Anche quello che ritenevo sicuro, le mie capacità professionali, ora sono venute meno e con esse tutta la mia stabilità, fisica, psicologica, familiare, ed economica. Ma in che cosa ho sbagliato? Forse a pensare che dare una sicurezza economica alla mia famiglia fosse una cosa importante? Oppure ero troppo giovane, troppo ingenuo, ed ho cominciato troppo presto a lavorare? Ed ora, a 45 anni sono troppo vecchio per questa società! 

P.S.: ne faccia quello che vuole di questa lettera, ma ometta il mio nome se pensa di pubblicarla. Ho ancora quel poco di dignità, non per me ma per i miei figli, che non si sentano figli di un fallito. Mi sento un po' come quei vecchi nobili che facevano finta di avere soldi, vestiti bene, ma con le toppe ai calzini e le scarpe con le suole bucate: ma tanto, nessuno vedeva sotto le scarpe. Lettera firmata


Oggi si dice che l'adolescenza duri almeno fino ai trent'anni; per il mondo del lavoro dopo i trentacinque anni si è forse vecchi per proporsi come cavalli di razza destinati ad occupare le posizioni di maggior prestigio e ad arrivare primi al traguardo. Sono le contraddizioni di un'epoca in cui si tende a protrarre lo stato di dipendenza dei figli e si esaspera la visione dell'identità professionale in un'ottica fortemente efficientistica e concorrenziale. Quando l'etica nella gestione delle risorse umane si rifà alla convenienza, gli individui diventano mezzi da cui trarre il massimo vantaggio. La legge del mercato non ha torto perché deve rispondere ai criteri del profitto; è fallimentare il sistema se e quando svuota le persone della loro storia, se ad esse non riconosce un passato, se ad esse accorda un futuro a tempo, se comprime le fasi produttive per estorcere il massimo delle potenzialità. Poi…sotto un altro! Se si perde la visione sociale del lavoro che serve agli individui per diventare adulti, per mantenersi, per esprimersi, per mettere su famiglia, per garantire ai figli un percorso formativo, per farsi una casa, per non guardare al domani con angoscia, perché possa anche arrivare il tempo per occuparsi d'altro, se si perde un senso di umanità, gli individui diventano cifre incasellate in un bilancio. Se non si fa lo sforzo per mediare i due aspetti, ci troviamo di fronte a vicende tristi come quella del nostro lettore. Mi vengono le seguenti riflessioni: 

1. il sistema nord-est non riesce più a sostenersi con le primordiali forze endogene. Come sostengono i validi sociologi vicentini Ilvo Diamanti e Daniele Marini, esso ha bisogno di una rivisitazione. Affinché non sia una frenetica corsa a dodici ore al giorno, esso ha bisogno di reimpostarsi su principi aggiornati ed attuali. E' improbabile che continui ad essere fenomeno, sarebbe molto che diventasse sistema solido e duraturo. Molti, non solo il nostro lettore, tanti altri imprenditori di prima generazione, le loro mogli e i loro figli, hanno goduto di tanto benessere, ma hanno anche pagato il prezzo di povertà relazionali ed educative. 

2. Si è sempre frastornati quando le ragioni dei propri cambiamenti di vita arrivano dall'esterno; si rimane rintronati a lungo quando ci si accorge che non si è vigilato a sufficienza sui propri figli. In tali casi si può temere di avere sbagliato proprio tutto, come già ci ha detto Alessandra in una precedente testimonianza. E questo padre, com'è nel suo stile, si tuffa dentro tale vicenda per porre rimedio al danno perpetrato alla figlia. Ne è talmente risucchiato, perché credo sia poi un vortice, che non riesce più ad essere nel lavoro brillante ed efficace come prima. Spende un mare di soldi di legali per difendere la figlia ed avere giustizia, almeno quella, per non subire un altro danno. 

3. I parenti delle vittime. Ogni volta che riscontro l'abbandono che i parenti attuano nei confronti della famiglia che decide di parlare dell'abuso fuori dalle mura domestiche e poi denunciare, rimango inorridito. Mi chiedo: quali ragioni li fanno sentire in pace con le loro coscienze; quali argomentazioni li spingono a non solidarizzare con la bambina presunta abusata e stare invece dalla parte dell'abusante? E quando il presunto danno diventa, per valutazione di consulenti e per verdetto di un giudice, danno e quindi reato, cosa impedisce loro di porre rimedio all'atteggiamento inopportuno assunto in precedenza per andare a bussare alla porta di tale bambina ed esprimere, se non il proprio tardivo sconforto, almeno il proprio dispiacere? 

4. Dopo il danno, non ci deve essere la beffa. Meglio le toppe ai calzini, ma puliti interiormente. Sarebbe pericoloso ripercorrere la strada dell'affanno lavorativo; di certo il passaggio da imprenditore a dipendente di qualcuno non è facile, da mansioni di responsabilità ad un ruolo più operativo costringe a restringere l'ambito della propria iniziativa. Io credo che l'importante sia rientrare nel mondo del lavoro, semmai prestando attenzione alle caratteristiche dell'azienda. Se si è dentro c'è modo di mettersi in evidenza; se l'impresa offre spazi di crescita ci sarà il tempo per farsi apprezzare; le esperienze fatte non sono bruscolini Il tutto è di certo un ridimensionamento importante del proprio Sé professionale e sociale. Si è mai fermato a pensare al valore del suo gesto: denunciare? Sia orgoglioso di questo, ma dimostri di avere imparato che le cose che contano non sono i tanti soldi. Quanto basta per vivere e quel po' di sentimenti che fa sentire vivi le consentirà di sentirsi più vicino ai suoi cari e di non sentire arie strane di biasimo. Lino Cavedon Psicoterapeuta