Il Giornale di Vicenza 2/4/2003

Pedofilia. Il caso trattato nella Posta dello psicologo

«Una difesa che mira a rovesciare i ruoli»

Come associazione che opera per la promozione di una corretta cultura dell'infanzia e per il contrasto dell'abuso sui bambini desideriamo esprimere alcune considerazioni in merito alla lettera "Accusato di pedofilia e condannato senza prove" e alla relativa risposta dello Psicologo pubblicate in data 27 marzo 2003 . Ambedue risultano emblematiche: la "lettera" è emblematica della cultura sull'infanzia ancora prevalente nel mondo adulto, nonostante il progresso civile, culturale, scientifico e legislativo degli ultimi decenni; la "risposta" dello Psicologo della posizione di garantismo adultocentrico a rischio di collusione con gli adulti indagati perché imputati di abuso, posizione che spesso assumono anche esperti e operatori dei vari ruoli nei casi di abuso. La donna racconta nella lettera che un uomo innocente sarebbe stato condannato da due tribunali per abuso sessuale su una bambina a causa delle affermazioni menzognere di quest'ultima. Nella vicenda giudiziaria non sarebbero emerse "prove" dell'abuso, ma ci sarebbe stata solo la parola-accusa della bambina contro la parola-difesa dell'uomo. E la donna non ha dubbi: è lui che dice la verità ed è la bambina che mente. Partendo da questa ferrea convinzione: che la parola di una bambina non vale nulla contro quella di un adulto, convinzione dunque basata su nient'altro che su un pre-giudizio culturale, ma che secondo la scrivente è prova sufficiente dell'innocenza dell'uomo, la donna fa un racconto dei fatti assolutamente soggettivo, di chi non sa come si svolge un iter giudiziario in caso di abuso sessuale su un minore, né conosce i meccanismi giudiziari e le competenze e i ruoli dei vari professionisti che solitamente intervengono nel procedimento nelle varie fasi (in questo caso avrebbe operato solo una squadra di assistenti sociali tuttofare) e pur tuttavia esprime con sicumera giudizi e valutazioni su atti e fatti giudiziari di cui non può aver avuto diretta conoscenza, ma che interpreta alla luce della sua personale e aprioristica convinzione dell'innocenza del suo amico, tanto che conclude la lettera scrivendo: "?..Mi chiedo anche come possa vivere serena la bambina ormai ragazza con questo peso sulla coscienza. Come ha potuto tacere finora la verità, senza nessun rimorso e senza nessun accenno a rivedere le sue accuse? È un piccolo mostro?". In questa lettera colpisce anche che sia una donna a usare le classiche e storiche armi di difesa da sempre usate dagli uomini accusati di stupro o di aggressioni sessuali contro le loro vittime. Si tratta di una difesa che mira a rovesciare i ruoli: la colpevole dell'aggressione sessuale, se mai ha avuto luogo veramente, è la vittima perché è lei che ha mentito, è lei che ha sedotto, è lei l'esperta di sesso. Si tratta del vecchio e stantio stereotipo culturale sul bambino che gli adulti per secoli hanno utilizzato per poter impunemente "usare" l'infanzia e che molti adulti ancor oggi non si vergognano di rispolverare e di ripresentare quando fa comodo come arma di difesa nelle varie sedi, giudiziarie e non. Diventa più facile scagionare l'adulto sotto accusa se si riesce preliminarmente a screditare ogni bambino in quanto bambino, a presentarlo ancora come il perverso polimorfo di freudiana memoria, che sarebbe abituale fantasticatore di rapporti sessuali incestuosi, capace di indurre ineccepibili adulti a compiere pratiche sessuali più o meno perverse. Si tratta di stereotipo così desueto che solo in tali circostanze viene rispolverato, perché le scienze psicologiche tutte ormai convergono sulla concezione del bambino come persona con competenze emotive e cognitive, capace di memorizzare, di rievocare, di raccontare con coerenza e credibilità. È esemplare in proposito quanto scrive l'autrice della lettera "..Tutti hanno sottolineato e confermato quanto lei fosse bugiarda, abituata a fantasticare, e molto informata sulla sessualità (da poterlo insegnare anche agli adulti)". Il tentativo è sempre quello di trasformare in prove a discolpa dell'accusato comportamenti della bambina che, se corrispondono al vero, potrebbero proprio essere la conseguenza dell'abuso e del danno che ne è derivato. Tutta la letteratura internazionale specializzata riconosce infatti nell'erotizzazione dei rapporti sociali e nella sessualizzazione precoce uno degli indicatori più forti di avvenuto abuso dal momento che l'abuso sessuale fornisce al bambino stimoli inadeguati e dannosi che alterano il normale sviluppo sessuale e che producono grande confusione tra aspetti affettivi e aspetti propriamente sessuali, specie nei casi in cui l'abuso viene perpetrato con modalità seduttive anziché violente. Lo stereotipo del bambino riproposto nella lettera è quindi uno stereotipo oggi assolutamente inaccettabile perché lesivo della dignità e del rispetto che si deve all'Infanzia. È ora di smetterla con queste linee di difesa offensive e distruttive per i bambini, vere e proprie forme di violenza psicologica che si abbattono su soggetti già gravemente provati producendo effetti devastanti aggiuntivi.
Se la scrivente della lettera vuole lottare per un riconoscimento di innocenza del suo amico, lo faccia con mezzi leciti, previsti dalla legge, e non facendo leva sui sensi di colpa dell’ex-bambina e sulla sua squalifica a mezzo stampa.
Qual è infatti lo scopo della pubblicazione della lettera in questione, a distanza di anni dal fatto, dopo una condanna definitiva? Lo scopo sembrerebbe proprio quello di continuare a "perseguitare" la vittima dell'abuso per punirla ancora per il racconto di abuso a suo tempo reso, additandola dalle pagine di un giornale come "piccolo mostro" a lei stessa e a quanti l'hanno riconosciuta.
O forse la lettera mira a fare pressione su di lei per ottenere una ritrattazione, come sembrerebbe di capire dalle ultime righe? In ogni caso si tratta di una lettera che denota in chi l'ha scritta una posizione estremamente ambigua e scorretta. Assolutamente sconcertante ci appare anche la risposta dello psicologo che, di fronte ad un resoconto dei fatti che egli stesso rileva come non verificabile e di fronte ad una condanna definitiva inflitta da due tribunali dello Stato, dopo aver precisato che non ha nessuna conoscenza diretta della situazione, tuttavia dichiara di "prendere atto dell'ipotetica verità" affermata nella lettera e fa osservazioni critiche sul modo con cui avrebbero proceduto gli operatori nel corso della segnalazione e dell'indagine giudiziaria; inoltre, cosa ancor più grave, facendo sua la tesi dell'innocenza dell'accusato, si allea con la scrivente della lettera per lanciare anche lui indirettamente alla vittima il messaggio che deve dire la verità ("..Una bambina che, suo malgrado, avesse contribuito alla condanna ingiusta di un adulto, si porterebbe tale angoscia per tutta la vita. Mai verità sarebbe tanto salvatrice"). Davvero non possiamo esimerci dal pensare quanto sia difficile il percorso di un bambino per ottenere giustizia se, in uno stato di diritto, gli si rifà un processo sommario per insinuare nuovamente la sua malafede persino nelle pagine di un giornale!
Mai silenzio sarebbe stato tanto opportuno.
Associazione F.I.A.BA. di Vicenza

e-mail: afiaba@inwind.it

 


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