La storia vera di un incesto (Donna Moderna)

A 4 anni il padre la violenta. A 11 la “cede” a un collega di lavoro. Da bambina Linda conosce solo dolore e abusi. Ma la sofferenza la rende forte. Oggi è una donna che può affrontare i ricordi. Lo fa in un libro drammatico. E in questa emozionante intervista

di Antonella Trentin
16/10/2003

La notizia è di quest’estate. Un gruppo di pedofili scoperto dai carabinieri aveva creato un’associazione molto particolare, il Fun club, cioè il club del divertimento. Organizzava incontri di lotta a sfondo sessuale tra bambini e poi li trasmetteva via Internet. Una delle piccole vittime, 9 anni, in quell’arena impietosa c’era stata portata dal padre, un tranquillo signore lombardo che riforniva di “carne fresca” il club. Il papà l’hanno messo in galera, ma è raro che finisca così. Perché la maggior parte dei pedofili può contare sul silenzio delle vittime. Ci vuole coraggio, spesso troppo coraggio, per denunciare un genitore che ti ha trasformato in oggetto di desiderio. Linda Oscura (questo il suo pseudonimo) il coraggio l’ha trovato e l’ha riversato in un libro, Come in un sogno cattivo, stampato da Edizioni Biografiche, una piccola casa editrice di Milano che pubblica storie vere.Linda è un’insegnante di 40 anni, vive in Lombardia con due figli e un marito. Ha impiegato una vita a mettere assieme i dolorosi frammenti del passato.
Come mai ha deciso di scrivere un libro?
«Avevo bisogno di uscire da un incubo. Scrivere serve a liberarsi, come consigliano due famose psicologhe inglesi che si occupano di pedofilia: Carolyn Ainscough e Kay Toon. Quando scrivi, la verità affiora tuo malgrado, come un lapsus. E poi, forse, volevo essere uno stimolo».

Uno stimolo per chi?
«Per gli ex bambini come me. Perché non abbiano più paura di guardare in faccia la violenza e finalmente se la lascino alle spalle. All’inizio non pensavo a un libro. Avevo messo giù una lunga lettera indirizzata alla mia psicanalista con cui avevo appena concluso sette anni di terapia. Una lettera di protesta».

Perché?
«In tanto tempo non era riuscita a far emergere la verità dentro di me. È stata lei per prima a sospettare che avessi subito violenza da bambina, ma poi l’ha messo in dubbio. Un tira e molla che ha avuto effetti devastanti».

Come mai?
«Noi ex bambini abusati non abbiamo certezza di ciò che proviamo e ricordiamo. Siamo i primi a dubitare di noi stessi perché quello che affiora alla mente è troppo spaventoso. Uno psicologo, uno psichiatra dovrebbero aiutarti ad avere fiducia nei tuoi sensi. Invece spesso ti dicono che i tuoi ricordi nascondono una pulsione, un desiderio sessuale inconscio verso un genitore. Scambiano un incesto con il complesso d’Edipo».

Lei quando ha cominciato a ricordare?
«Quando ho avuto i primi rapporti con mio marito. Al suo posto vedevo sempre un adulto senza volto. Un altro uomo».

Ha mai cercato di capire chi fosse?
«Ho tentato di sdrammatizzare. Mi dicevo che erano tutte fantasie. Sapevo che non era così, lo sapevo ma non potevo ammetterlo. Poi, però, da quell’immagine sfuocata sono emersi i tratti nitidi del viso di mio padre».

Cos’ha ricordato?
«All’inizio flash, immagini che passavano veloci, come in una lanterna magica. Poi situazioni sempre più precise. Mio padre che abusava di me a 4 anni. Mio padre che mi ha venduto oppure offerto, non so, a un collega di lavoro quando ero alle scuole elementari. Avevo soltanto 11 anni».

Un collega?
«Sì, un maestro. Anche papà era un maestro. Severo e impeccabile, almeno questa era la parte che recitava. Sono quasi certa di non essere stata l’unica sua vittima».

L’ha denunciato?
«Ho preferito cancellare. Immagino di essere stata sconvolta e confusa. Un bambino solo, indifeso, non ha strumenti per reagire. Si sente complice di qualcosa di sporco ma anche oggetto di un privilegio mostruoso».

Privilegio?
«Mio padre, in fondo, mi riservava delle attenzioni speciali, si interessava a me. Infatti dell’altro violentatore, il collega, ho trovato la forza di parlare».

A chi?
«L’ho detto ai miei genitori. Non sapevo che fosse stato mio padre a offrirmi al carnefice e mia madre non voleva ascoltarmi».

Sua madre non ha mai intuito niente?
«Lei era un’appendice di mio padre. Un’eterna bambina, egocentrica e irresponsabile. Qualche anno prima della sua morte, i miei fratelli mi hanno fatto coraggio e le ho confessato la verità».

Con quale risultato?
«Non mi ha creduta. Era l’ultima occasione che le offrivo per stabilire un rapporto autentico tra noi, ma lei l’ha calpestata».

Come vive un bambino abusato?
«È diverso dagli altri e non sa perché. Per sopravvivere spezzetta la sua personalità in ruoli diversi. Nel mio caso c’erano la Linda seduttiva, la Linda giudice, la Linda buona, quella cattiva. Ho tentato più volte il suicidio, senza capire le radici della mia sofferenza».

Com’è possibile?
«La confusione è un tratto tipico dei bambini abusati. Avevo dentro di me un tumore, un marchio misterioso di diversità, ma non sapevo vederlo. Mi dicevo: ho una casa, una famiglia, da mangiare e da vestire, e allora perché sono così infelice? Poi chiedevo perdono a Dio dei miei gesti assurdi. A 17 anni ho sofferto a lungo di depressione, ho perso molti chili, e i miei, ipocritamente, si sono anche preoccupati».

Come ne è uscita?
«Scappando. Sono andata a Milano a fare l’Università. Ma non ero uscita dall’incubo, avevo solo messo molti chilometri tra mio padre e me. Infatti, ho sposato quasi subito un uomo che riproponeva il modello familiare in cui ero cresciuta. Un uomo violento, geloso, incapace di vedersi com’era».

Un inferno.
«Sì. Quando l’ho ammesso ho cominciato a stare già meglio. Poi due bravi psicologi mi hanno aiutato».

In che modo?
«Mi hanno insegnato quanto fosse importante riconoscere i collegamenti tra il presente e il passato. Solo così, piano piano, sono riuscita a ricostruire quello che mi era successo».

Quali collegamenti?
«Faccio un esempio. Ieri pomeriggio mi sono accorta di tremare al rumore dei passi di uno sconosciuto sul pianerottolo di casa».

Può accadere.
«Di pomeriggio, a una donna di 40 anni? No, c’era qualcosa che non andava. Un tempo, però, avrei continuato a tremare senza chiedermi perché. Oggi mi fermo a riflettere. E riesco a trovare i collegamenti. I passi dello sconosciuto mi ricordavano i rumori che faceva mio padre quando arrivava a casa, dopo la scuola. Era il ritorno dell’orco. Fino a poco tempo fa, somatizzavo addirittura il terrore che provavo nei suoi confronti».

Si spieghi.
«Poteva accadermi in qualsiasi momento, senza preavviso. Piombavo in una sorta di stato catatonico, diventavo rigida, non riuscivo a muovermi, neppure per andare in bagno. Potevo restare così addirittura per un giorno intero».

Anche in questo c’è un collegamento col passato?
«Sì. Il mio psicologo mi ha spiegato che mi immobilizzavo per rendermi invisibile, come fa la preda per sfuggire al cacciatore. Probabilmente usavo lo stesso stratagemma da bambina. Purtroppo non mi ha salvata».


Si è mai chiesta cosa spingesse suo padre a comportarsi così? Era malato, era perverso?
«Ho letto montagne di libri per trovare una risposta. Non ho trovato caratteristiche comuni nei pedofili. Appartengono a qualsiasi ceto sociale, possono essere colti o ignoranti, duri o teneri. Mi sono convinta che sia soprattutto una questione di potere».

In che senso?
«Ci sono adulti che vogliono possedere per intero, anche fisicamente, un bambino. Sono casi limite, ma la violenza nei confronti dei piccoli è diffusa. Spesso i grandi li sfruttano per i propri scopi, per sentirsi importanti o autogratificarsi. La pedofilia è solo una delle tante forme di abuso».

Cosa si può fare per difendere i bambini?
«Informare, parlare. La cultura è tutto. Un pedofilo ne ha paura. Se sapesse che i vicini di casa, gli insegnanti, il medico di famiglia sono attenti a quel che accade ai piccoli, pronti a cogliere i loro turbamenti, sarebbe meno audace. Ora c’è molto più rispetto dei bambini in confronto al passato, bisogna continuare su questa strada. A mio padre era concesso frustare i suoi alunni, oggi per lo stesso motivo lo caccerebbero dalla scuola».