Il Gazzettino 21/12/2004

PASSIONI & SOLITUDINI 
IL SILENZIO DEI FIGLI 
di ALESSANDRA GRAZIOTTIN 

"Non mi ero accorto di nulla". Quante volte un padre o una madre dicono questa frase, addolorati, sgomenti o annichiliti da quello che il figlio, o la figlia, ha compiuto: furti, rapine, assassini, violenze e perfino infanticidi, dopo una gravidanza passata "senza che nessuno si accorgesse di nulla".
Esiste dunque un muro invisibile che separa i genitori dai figli: dalla percezione di quello che sentono, che progettano, che fanno o non fanno. Da quello che sono realmente, dietro la faccia qualunque. È un muro mortifero, perché sono incalcolabili i danni conseguenti a questa "perdita di contatto" con la vita reale, interiore e sociale, dei figli. Danni personali e danni fatti agli altri. Danni psichici, per la distorsione del processo di crescita, per la perdita di opportunità di sviluppo personale, culturale e professionale. Danni esistenziali, perché quando un ragazzo compie reati gravi è comunque segnato per sempre, anche in questa società maldestramente perdonista. Danni agli altri, perché furti, violenze e omicidi segnano per sempre, e spesso irreparabilmente, la vita di chi sventatamente ha incrociato questi ragazzi che erano stati "persi di vista", nella sostanza della responsabilità educativa, dai genitori, innanzitutto, e dalla scuola poi.
Come accorgersi, dunque, che un figlio "cova qualcosa", che sta prendendo una brutta strada, o che comunque non è più in armonia con se stesso e può quindi essere preda di seduzioni maligne e delinquenziali? Non occorre essere fini psicologi per capirlo: i segnali più importanti sono semplici e quotidiani.

Innanzitutto, attenzione agli sbalzi di umore. Sì, l'adolescenza è periodo che tipicamente conosce euforie e depressioni. Tuttavia, quando l'irritabilità è costante, quando l'aggressività domina le interazioni con i familiari e gli altri adulti un primo campanello d'allarme deve scattare.

Attenzione al linguaggio. Quando la comunicazione dominante è il turpiloquio, due sono le conseguenze. Cade in proporzione il contenuto utile di quello che viene detto: di fatto, non c'è comunicazione. Non solo, ma la brutalità del linguaggio esprime anche la povertà del pensiero. È un'altra spia di un progressivo ottundimento psichico. Il ragazzo che ha il turpiloquio come bandiera non sa più ascoltare le proprie inquietudini e le proprie insoddisfazioni, né dar loro una via d'uscita che non sia lo scarico violento della rabbia o l'uso "analgesico" di alcool e droghe.

Attenzione all'andamento scolastico: la difesa a oltranza dei diritti dei figli nei confronti degli insegnanti è un altro degli sport nazionali più nefasti. La disciplina, anche a scuola, richiede il rispetto di alcune regole fondamentali. E il rispetto dell'insegnante, da parte degli adolescenti, parte dal rispetto che a questa figura professionale viene dato in famiglia.

Attenzione alle compagnie che il ragazzo o la ragazza frequentano: il "dimmi con chi vai e ti dirò di sei" è una verità psichica universale. Le "cattive compagnie" non appartengono al libro Cuore né all'Ottocento. Sono uno dei rischi concreti oggi più sottovalutati.

Attenzione agli orari di rientro: non è normale, né sano, che durante la settimana un ragazzo rientri a qualsiasi ora della notte, "perché tutti lo fanno". Il rientrare tardi come abitudine, è un altro semaforo rosso: sul fronte biologico, innanzitutto. La carenza cronica di sonno aumenta l'irritabilità e l'aggressività, l'ansia e le fluttuazioni dell'umore. Riduce drasticamente la capacità di concentrazione e di apprendimento, influendo quindi sul profitto scolastico o professionale. Aumenta il rischio di incidenti alla guida, anche di motorini. In più, proprio per questa aumentata vulnerabilità neuropsichica, aumenta il rischio di ricorso a droghe eccitanti, per non sentire la stanchezza o la fatica, e all'alcool. E, non ultimo, l'abitudine alla notte indica un maggior rischio di frequentazioni non proprio cristalline. La disciplina del sonno -e il rispetto di un adeguato riposo notturno- è un altro degli aspetti dell'educazione a torto smarriti.

Infine, attenzione a far rispettare almeno un tempo di incontro al giorno, per tutta la famiglia. Con un pasto, la cena, in cui ci si trovi tutti attorno alla tavola. Rigorosamente a video spento. Ascoltando il silenzio, a volte plumbeo, che altrimenti viene coperto dall'inutile cicaleccio della TV. Ascoltando il disagio, il malessere, l'inquietudine. Osservando gli occhi fissi sul piatto, che non incontrano mai quelli degli altri. O la fuga in un'altra stanza, "perché ho già mangiato", dopo l'ormai abituale incursione sul frigo, ognuno quando gli pare, perché ormai il tempo del ritrovarsi è perduto.

I segnali ci sono, eccome. Sta a noi non far finta di nulla, paghi del tran-tran, finché una telefonata non ci dice in un secondo in quale tragedia si è ficcato nostro figlio.

Alessandra Graziottin