Vent'anni fa ero una bambina gracile, quasi scheletrica, conseguenza dei problemi di salute che dalla nascita mi sono portata dietro fino ai 4 anni; non avendo quasi mai potuto giocare fino ad allora era normale che io considerassi l'asilo come la mia prima vera opportunità. Per giocare, per divertirmi e stare con gli altri bambini. Ma qui ho avuto la prima lezione importante: mai essere se stessi. Perché l'insegnante che avevo non voleva che noi fossimo bambini. Frequentavo una scuola privata in cui dovevamo essere già a 4 anni dei piccoli uomini. Vuol dire che non potevamo piangere per non essere puniti, non potevamo farci la pipì addosso pena la derisione davanti a tutta la classe o peggio, davanti a tutta la scuola. Così come ogni pietanza rifiutata era vista come un mero capriccio e come tale doveva essere punito, fino all'estremo. Nello stesso periodo ho subito le attenzioni " particolari" di un cugino, molto più grande di me. E qui è avvenuta la mia prima metamorfosi: da bambina esuberante vivace, piena di voglia di vivere mi sono trasformata in una specie di ameba, vegetavo letteralmente sulle panchine della scuola guardando gli altri bambini giocare….ma non riuscendo a capire come facessero, sentendomi esclusa dal loro mondo. La mia famiglia sapeva tutto. Ma preferì non intervenire: a scuola, perché ai loro occhi quella era un'educazione rigida, esagerata per gli altri , ma che nel mio caso serviva a temprarmi nel carattere, a farmi crescere più forte; con i parenti per non creare scandali, perché tanto non sarebbe successo niente…e perché comunque non era stata solo colpa di mio cugino. I miei non sono mai stati dei genitori presenti: mio padre sempre fuori casa per lavoro, mia madre sempre in giro per la famiglia d'origine, la sua famiglia, di cui evidentemente non facevo parte. All'inizio li cercavo, per un abbraccio per delle parole che non mi sono mai sentita dire, ma di cui avevo veramente bisogno del tipo " ti vogliamo bene". Poi crescendo, dalle scuole medie in poi ho iniziato a rifiutarli, come famiglia e come persone, non riuscivo a stare con loro mi davano semplicemente fastidio. Mi hanno sempre accusato di odiarli, di volerli veder morti, ma in realtà non era così…volevo solo che mi parlassero, sinceramente, che mi facessero capire se ero davvero importante per loro, e più questo non accadeva più aumentava la rabbia, la paura di essere qualcosa di sbagliato, qualcuno che non meritava il loro amore. Alle scuole medie sono iniziati i ricordi, molto confusi all'inizio, che mi hanno portato ad una crisi che in realtà non si è ancora conclusa. Ho iniziato a ricordare certi momenti, a chiedermi se fosse vero , se non era tutto frutto della mia mente malata. Volevo solo morire. Smetterla di provare e sentire quello che avevo dentro, perché non ci capivo assolutamente nulla. Ricordo ancora che in un tema in classe sul suicidio avevo scritto in maniera abbastanza velata, ma non tanto da non farlo capire, il mio punto di vista, il mio vedere la morte come l'unica soluzione per tirarsi fuori da una vita che non riuscivo a gestire e che sembrava schiacciarmi sempre di più. Mi ricordo anche che ero stata convocata dagli insegnanti, ma solo per sentirmi dire che queste " non erano cose da dire" , " non erano cose belle per una ragazza della mia età"…grazie tante, lo sapevo anch'io, ma non riuscivo a vedere altre soluzioni. E così ho capito di aver sbagliato, per essermi fidata di un' insegnante, per aver fatto vedere un po' di quello che c'era dentro di me, perché evidentemente non andava bene, era stata la conferma di quello che io credevo: ero io che non andavo. Perché se io fossi stata una bella persona la mia famiglia mi avrebbe voluto bene, non sarei stata vista anche dagli altri ragazzi come quella strana, e più di tutto non avrei avuto dentro quel groviglio di emozioni che a volte non mi faceva respirare, che mi faceva tanta paura, e che non riuscivo a controllare. Sono arrivata al liceo e qui i miei ricordi si sono fatti più concreti, se non altro c'erano delle immagini che tornavano fuori sempre, senza controllo, in ogni momento della giornata: durante le lezioni, di notte, mentre studiavo di pomeriggio. Ho avuto un periodo in cui non dormivo più di due ore, perché ogni volta che chiudevo gli occhi avevo l'impressione che il mio cervello volesse scappare fuori dalla mia testa, e continuavo a convincermi di essere malata, sbagliata, non normale. Ho iniziato a trasformarmi nella dark lady come poi sono stata soprannominata da tutti: quella per i fatti suoi, sempre in disparte, rigorosamente vestita di nero, sempre, con i capelli davanti al viso, trascurata nell'aspetto…quella che di sicuro si faceva qualcosa di strano. L'hanno pensato anche i miei, tant'è che mi hanno portato a fare degli esami per controllare che non prendessi qualche droga, poi saputo che ero pulita hanno concluso che era solo la mia crisi adolescenziale, che , visto com'ero io, non potevo essere come gli altri. Discorso chiuso. Nel frattempo quel mio cugino era in casa era diventato un adulto per bene, rispettabile, che tutti amavano, il cavaliere senza macchia…lo vedevo praticamente tutti i giorni….e ogni giorno mi odiavo sempre di più, mi vergognavo dei miei pensieri, delle mie accuse, ai miei occhi diventavo sempre più indegna di essere chiamata persona. Non riuscivo a capire se ero semplicemente pazza, se avevo qualche strana malattia mentale o se ero irrimediabilmente cattiva. Credo che tra l'ultimo anno alle scuole medie e i primi due al liceo ho definitivamente perso la speranza nel fatto che qualcuno mi potesse aiutare veramente, cercando di capire chi ero e perché facevo così: da lì si è fatta sempre più forte la certezza di non poter lasciar trapelare nulla, nessuno doveva vedere cosa avevo dentro, perché altrimenti avrei fatto schifo a loro almeno quanto ne facevo a me. In realtà non incolpo nessuno degli insegnanti per non aver capito. Semplicemente non li ha sfiorati minimamente il pensiero che potesse esserci qualcosa dietro: la mia famiglia, conosciuta da tutti, godeva del rispetto assoluto della comunità, portata ad esempio per l'impegno verso chi era in difficoltà, facevano sempre le cose giuste al momento giusto…erano al di sopra di ogni sospetto…normale che fosse più semplice pensare che io altro non ero che la classica figlia ribelle di una famiglia perbene. Ormai ne sono passati di anni da quei momenti. Ho messo in discussione tutto di me, tutto e il contrario di tutto. Da persona adulta ho cercato di affrontare alcuni di questi argomenti con la mia famiglia, anche alla luce di fatti accaduti al termine del periodo scolastico. Ma non è cambiato nulla, ogni volta, dopo ogni discussione mi chiedo perché continuo a sperare in un miracolo che so non avverrà mai, perché non riesco a rinunciare al mio sogno di ricostruire la mia famiglia, perché non riesco a togliermi di dosso certe paure, certe vergogne che sento profondamente limitanti per la mia vita. Ma quello che mi fa più incazzare è il rendermi conto che chi ha fatto del male continua la sua vita come se nulla fosse, sempre più stimato e benvoluto, e chi come me ha ricevuto il male, deve lottare per avere anche solo un giorno in pace con se stessa.

Silvia