Testimonianza ricevuta e letta all'incontro formativo del 21/11/2005 a Vicenza

 

E' stata la mia estate più bella, avevo 25 anni, la più allegra, la più spensierata, sicuramente la più fuori: tutti i fine settimana in discoteca, domenica sempre al mare, fuori tutte le sere, con l'unica preoccupazione di come e dove andare a divertirmi…eppure ogni giorno che passava mi faceva sentire un vuoto che io cercavo di riempire con ancora più uscite, ma più uscivo più sentivo il vuoto e così via. Mi dovevo coricare assolutamente stanca, sfinita, altrimenti i miei incubi potevano tornare. Finchè un giorno leggendo il Giornale di Vicenza, ho trovato una lettera scritta dal presidente di sos infanzia che mi ha colpito, mi ha ferito e commosso allo stesso tempo. Una lettera senza mezzi termini, concetti chiari che escono dal vissuto ed entrano dritti al cuore. E in quel momento ho capito di non essere sola. Tutto quello che avevo in testa era stato scritto nero su bianco da qualcuno che nemmeno conoscevo e che per la prima volta nella mia vita sentivo in grado di aiutarmi. Nei mesi successivi sono entrata in contatto con l'associazione ho iniziato ad informarmi, ho letto, ho ascoltato chi prima e come me ha avuto la sfortuna di crescere troppo presto. Eppure ero convinta di aver già superato quasi tutto. Razionalmente, lo sapevo, non era stata colpa mia, scherziamo, come si fa a pensare che una bambina all'età di 5 anni abbia colpe….solo non capivo perché mia madre non avesse fatto nulla, sapendo, perché non mi avesse difeso. Né lei né mio padre. Non capivo perché se io ero la vittima, lui girava ancora per casa, perché io non riuscivo a guardarmi allo specchio, e se lo facevo o vedevo una mia foto chiudevo gli occhi digustata, perché io ero orribile, una cosa schifosa, e tutti quelli vicino a me non potevano non vederlo. O forse io ero così brava da nasconderlo a tutti, la mia maschera reggeva…ma allora non potevo permettere a nessuno di vedere chi c'era dietro….il male che mi avevano fatto… nascosto dentro di me. La mia testa passava continuamente da attimi di bontà nei miei confronti a momenti di odio totale, di disprezzo assoluto verso quella che ero. Mai una volta ho rivolto il disprezzo verso quelli che realmente lo meritavano. No, loro erano nel giusto, non avevano colpe, anzi, io ero così malata da pensare quelle cose di loro. Perfino di mio padre. Perfino di lui pensavo male. Ma non appena il suo nome usciva, scattava immediatamente nella mia testa la punizione per essere così bastarda verso di lui, un uomo buono, di sani principi, la punizione per quello che di così orribile potevo pensare. Nei miei diari segreti cercavo di dare sfogo al caos che avevo dentro, con il risultato di capire sempre meno e di odiarmi sempre di più. Non è stato semplice accettare di avere ancora bisogno di aiuto. Ormai ero grande, vivevo da sola, ero indipendente economicamente, eppure dentro ero ancora la bambina piccola, spaventata, ferita, tradita. Ho capito che dovevo prendermi cura di me. Ascoltarmi ha significato mettere in discussione tutto, ha significato far crollare le difese che avevo e ritrovarmi a tu per tu con il mio dolore. Guardarlo in faccia e dargli un nome. Ho dovuto accettare la verità (in realtà non credo di averlo ancora fatto completamente, ma il mio percorso sta continuando) ho ricordato rivivendoli, i momenti che già conoscevo, quelli con un'educatrice malata, con un cugino che mi ha usata per trovare risposta a domande che non aveva il coraggio di fare, ma soprattutto ho trovato la risposta a dei comportamenti che avevo sempre creduto normali ma che normali non erano. Non era normale che una bambina di 6 anni si chiudesse a chiave in camera quando sentiva il papà salire le scale e avvicinarsi alla sua cameretta, non era normale che a 20 anni in visita da parenti con lui non riuscissi a chiudere occhio tutta la notte, perché eravamo nella stessa stanza, nello stesso letto, e io sapevo che stava arrivando. Non era normale che il suo odore mi facesse schifo, che se per caso ci sfioravamo in corridoio io affrettavo i passi per allontanarmi.Un po' alla volta ho iniziato a ricordare, il sapore dei suoi baci, le sue mani, il suo respiro e quant'altro quel bastardo ha fatto con me. E a quel punto ho capito perché quando avevo quindici anni e ho affrontato mia madre chiedendole se era vero quello che ricordavo di mio cugino lei mi ha guardata e la prima cosa che ha detto è stata..'ah, quello'. A questo punto ho iniziato ad incazzarmi con il mondo, di nuovo, come già avevo fatto da adolescente, solo che allora non capivo la potenza della mia rabbia e la vivevo come un'ulteriore mia colpa. Provo pietà per mia madre, che ha sempre saputo tutto e non ha mai fatto nulla per aiutarmi, per difendermi. Ormai è vecchia ma si vede il peso dei sensi di colpa che si porta dentro. Quel peso l'ho portato io per quasi trent'anni, è giusto che se lo riprenda. Provo rancore verso di lei, perché anche se so che a modo suo lei mi ha voluto bene, il suo era un amore sterile, mai comunicato, mai condiviso; sarebbe stato sufficiente che qualche volta mi avesse detto che mi voleva bene, che qualche volta mi avesse abbracciato, e allora io avrei capito che valevo qualcosa. Provo disprezzo per mio padre, un uomo malato sicuramente, che vive in un mondo tutto suo, anche lui vecchio ormai, sempre in fuga, sempre attento a non far avvicinare nessuno. Se provi a guardarlo negli occhi…c'è il vuoto dietro. Vorrei ucciderti..per assurdo vorrei ucciderti perché non voglio che nessuno possa mai sapere..Sto capendo sempre di più il terribile legame che ci lega. Nessuno sa di te..ma almeno nessuno sa di me. Con mio cugino sono anni che non c'ho più a che fare. So che ora è sposato e ha una bambina piccola. Mi trovo spesso a pregare che non faccia anche a lei quello che ha fatto a me.Conosco persone che hanno avuto la forza e la grandezza di perdonare chi ha fatto loro del male. Dovrei dire che li ammiro, in realtà non mi sento ancora pronta. Si può arrivare al perdono dopo che si è odiato. Forse ho iniziato a perdonare mio cugino, ma non gli altri. Per anni mi sono sentita sbagliata, indesiderata, sporca, ho odiato il fatto di essere una donna, come se questa fosse un'altra mia colpa. Non potevo essere un maschio? Certe cose forse non mi sarebbero successe…Non riesco ancora a guardare una mia foto, se poi uno prova a scattarmene una ancora peggio, se mi si avvicina qualcuno che conosco da poco (uomo o donna non fa differenza) che mi dice o mi dimostra affetto o semplicemente è gentile con me mi chiedo cosa vuole, scappo, sapendo che ci sarà un conto da pagare. Però ho iniziato a volermi un po' di bene. Ho iniziato a difendermi, a dire di no. Prima non lo avrei mai fatto. Ero convinta che se io avessi mai detto no a qualcuno o questo mi avrebbe fatto male o mi avrebbe abbandonata, perché non servivo a niente se non a soddisfare chi era vicino a me in quel momento. Per la prima volta inizio a pensare di poter gestire la mia vita, di poterla indirizzare dove io voglio. Per la prima volta non mi sento un peso enorme sulle spalle. Averne parlato, essere riuscita a pronunciare la frase: si è stato anche mio padre, mi sta dando una seconda opportunità. Sana questa volta. Sicuramente ringrazierò sempre sos infanzia per quelle parole che hanno dato inizio alla mia salvezza ed il Giornale di Vicenza che l'ha pubblicata. Tuttavia rimane l'amarezza per tanti adulti "assenti" o che hanno abdicato alle loro responsabilità che a causa della loro indifferenza, impreparazione e insensibilità hanno contribuito a causarmi e a farmi del male, molto male.