Io ne sono uscito dalla sindrome di Burn-out

Penso d'essere stato la figura classica del soggetto che soffre di burn-out e cioè quella di un uomo che si sentiva perfetto, otttimo padre di famiglia, una carriera professionale in rapida e costante ascesa, portato ad aiutare gli altri ad assistere le persone in difficoltà, che ha visto il suo futuro quasi come una missione, che lo ha caricato di ideali e di aspettative, ma che poi negli anni si è trovato di fronte ad un impegno diverso da quello che si aspettava, più difficile, più stancante, mal retribuito e valorizzato poco o niente rispetto alle energie che richiedeva. Spesso e per anni, ho dovuto combattere contro un sistema che non funziona, contro le resistenze al cambiamento, contro burocrazie ed ideologie, la scarsa considerazione da parte dell'opinione pubblica e delle Istituzioni. Si sono aggiunti negli anni altri problemi direttamente collegati ai cambiamenti sociali e culturali dell'ambiente in cui viviamo. Per quanto mi riguarda anche nell'ambito lavorativo sono incappato in fattori professionali tipici del sistema di lavoro attuale: precariato, costante necessità di aggiornamento, richieste sempre più eccessivamente difficili, il susseguirsi continuo di mutamenti con il conseguente passaggio al lavoro d'équipe, il mancato riconoscimento delle esperienze e competenze acquisite, l'avvento dell'era informatica. Ero consapevole di avere un problema e grazie a Dio non ho cercato soluzioni palliative come l'assunzione di sostanze, psicofarmaci, consumo eccessivo di caffè, sigarette, alcolici. Ma credo sia importante far conoscere ad altri questo problema poichè, essendo anche difficile individuarlo, questa mia testimonianza potrebbe aiutare qualcuno a capire di avere questo problema e quindi uscirne. Per questo ho deciso di scrivere. Circa sei anni fa sono entrato in un circolo vizioso di frustrazioni, ed ho cercato di porvi rimedio mettendo in atto strategie inadeguate, che lì per lì hanno allontanato il problema ma che non solo non mi hanno aiutato ad affrontarlo ma nel tempo lo hanno pure aggravato. Si trattava di strategie che inizialmente erano diversive (apatia) e che poi nel tempo sono sfociate in strategie di fuga, che mi hanno portato all'abbandono dell'attività professionale. Il primo segnale è stato una sorta di esaurimento emotivo, cioè lo svuotamento delle risorse emotive e personali. Su tutto prevaleva la stanchezza, la fatica e sintomi psicosomatici che si sono anche tramutati in vera e propria patologia in alcune forme. Alcune di queste si sono presentate anche in concomitanza a sindromi ansiose o depressive, ma non in forma grave. Dopo circa tre anni sono passato attraverso la depersonalizzazione, cioè mi sentivo inadeguato al mio compito, sia professionale che familare, ed assumevo atteggiamenti e sentimenti negativi, cinici. Mi valutavo in modo negativo anche sul lavoro, scarsa autostima, è venuto meno il desiderio di successo, ero frustrato per la mancata realizzazione delle mie aspettative, perché immaginavo che la mia soddisfazione dipendeva da agenti esterni, dalle istituzioni, dal mercato del lavoro che era cambiato, dai problemi familiari che erano dipesi da altri (nella mia infanzia ho anche subìto abusi sessuali) ecc.. Come ne sono uscito? Una grande forza di volontà, unita ad una grande umiltà nel riconoscere i miei limiti facendomi aiutare ma soprattutto una grande fede in Dio (riscoperta perchè sopita anche questa negli anni) che mi ha fatto riscoprire il valore della vita e di ogni singola persona. Anche nel volontariato ho trovato persone che mi sono state vicine, con i fatti e non solo a parole come lei Sig. Guerra e Sos Infanzia. La sua esperienza, la sua scelta di vita di stare dalla parte dei bambini, sono stati per me scuola di vita. Ho letto molto, ho cercato tutto ciò che trattasse di questo argomento ed ho capito che più studio, più leggo e più c'è da capire e conoscere. Vorrei solo trasmettere questo messaggio e capire cosa ne pensa anche lei, sicuramente più preparato di me in questo, sul fatto che non possiamo aspettarci certezze o risposte assolute a tutto: esiste l'imprevisto, esistono le sconfitte, esistono le paure, il dolore e la sofferenza. Ma il segreto credo sia nell'affrontare quotidianamente le sfide, superare le prove ed accettarne anche le sconfitte. Anzi, forse, si impara più dalle sconfitte che dalle vittorie. Probabilmente il significato della sofferenza, del dolore è proprio questo: essere capaci di attraversare le prove senza capitolare e uscirne più ricchi e più forti. Dare un senso al dolore, è questa la vera vittoria, è questo il vero successo: imparare sempre e comunque, dalle vittorie e dalle sconfitte, senza farsi mai travolgere da niente e da nessuno. Lei mi ha insegnato che niente e nessuno su questa terra è così importante da travolgere la nostra vita! Questa forza è in noi e possiamo ritrovarla nel silenzio di un cammino spirituale interiore o nella terapia di un bravo psicoterapeuta. La scelta del "Professionista", come saggiamente mi disse tempo fa, è solo una questione di convinzioni personali. Grazie di tutto.

Lettera firmata.

11/09/2005

Pubblicata nel GDV con risposta dello Psicoterapeuta Dott. Lino Cavedon