Chi è il pedofilo? Attraverso quali conoscenze i genitori possono proteggere i figli?

Scientificamente si definisce pedofilo chi abusa di bambini "prepuberi": praticamente fino a circa i 12 anni di età. Le violenze sui minori dopo tale età sono comunque gravi e devastanti, considerate penalmente come gravi reati e pesantemente sanzionate ma non sono "tecnicamente" definite ad opera di pedofili. Le patologie predatorie a danno dei bambini affondano le radici in un tessuto familiare "inadeguato", più che nell'emarginazione sociale. Le carenze delle funzioni genitoriali in termini di ascolto, di empatia, di integrazione alle vicende della crescita che fanno parte dell'emotività e della sessualità, hanno a che fare sia con chi è il pedofilo e come nasce, sia con chi è il bambino che gli finisce nelle grinfie. In termini più semplici significa che il pedofilo nasce da una miseria relazionale e, per una serie di ragioni complesse, ha bisogno di un "trionfo" su una situazione di impotenza, che è quella del bambino. E' l'incontro tra il predatore e la preda. L'impotenza relazionale del pedofilo trova riscatto nella fragilità e nella vulnerabilità del bambino. Vuol far sparire dalla sua testa il bambino impotente che lui era. Spesso il pedofilo è stato a sua volta un bambino vittimizzato, ma questo non significa che ogni bambino violato diventi a sua volta, da adulto, aggressore. Anzi, a volte proprio l'essere stati vittime durante l'infanzia, se rielaborato e superato il trauma, pone l'adulto in condizione di avere una particolare sensibilità ed attenzione verso problematiche sociali e tutela dei diritti umani e civili. La pedofilia fa parte dell'essere umano ed il pedofilo appartiene a qualsiasi ceto sociale. Salvo i rapimenti, il bambino rimane spesso sottomesso al pedofilo per un periodo lungo. La particolare condizione psicologica dei bambini vittimizzati li porta a volte ad essere prede di violenze anche da parte di più adulti e non di rado appartenenti alla stessa cerchia parentale. Nonostante ciò, la vittima, continua a vivere in una famiglia cui non chiede aiuto. Non si confida, non racconta perché manca la capacità di ascolto degli adulti che lo dovrebbero tutelare. Per tutelare i nostri figli dalle morbose attenzioni dei pedofili, dobbiamo insegnare loro a prestare attenzione, non ai "mostri", ma alle "attenzioni particolari" anche di persone conosciute. A tutte quelle forme di "interessamento" da parte di un adulto che mettono a disagio il bambino. Ricordo che percentuali che variano dall' 80 al 90% dei casi identificano l'abusante in un appartenente alla cerchia parentale o comunque a persona conosciuta dalla vittima (papà, zio, nonno, cugino, vicino di casa, insegnante, baby-sytter, allenatore, catechista, prete ecc.). Circa la metà degli abusanti conosciuti dalla vittima appartengono alla figura paterna. Il pedofilo, riesce a gestire la sua "perversione privata" grazie anche ad un "adattamento sociale" che lo rende difficilmente riconoscibile dalla collettività adulta e si mimetizza tra le persone che vogliono veramente bene ai bambini o che si occupano della loro educazione e tutela. La specificità del suo comportamento aberrante, è un "innamoramento" - per lo meno il pedofilo lo definisce e lo considera tale - per l'oggetto della sua malsana pulsione, i bambini. La maggior parte dei pedofili cerca di non maltrattare i bambini che riesce ad avvicinare, sia per l'attrazione che provano nei loro confronti, sopratutto perché cercano di evitare che essi possano parlare, lamentarsi o svelare il crimine. Per questo motivo, di fronte a tale pericolo, sono più a rischio i bambini che non sono amati e considerati, oltre che poco ascoltati. Non saranno adescati con le "caramelle dallo sconosciuto", ma da un individuo che persegue il suo abominevole progetto, presentandosi in modo rassicurante e soprattutto con atteggiamenti attrattivi di gentilezza e persuasione. La stessa violenza, quando riesce a metterla in atto, non avviene quasi mai con metodologie comunemente intese dall'immaginario collettivo adulto: la violenza sessuale che noi adulti immaginiamo non è rappresentata e messa in atto allo stesso modo negli episodi di pedofilia. Le tecniche e le modalità messe in atto dai pedofili nei confronti dei bambini tendono a plagiare e a carpire la complicità delle piccole vittime innocenti. Il pedofilo non è un debosciato, un vecchio bavoso con l'impermeabile. I pedofili sono persone che usano, sicuramente malevolmente, la loro acuta intelligenza per manipolare le vittime e usare una forma di attrazione, anche psicologica, per attirare le piccole vittime in una trappola fatta di abuso e violenza che a volte si perpetua per anni. Nella vittima si instaura così un senso di colpa e solo quando avrà l'età per delineare il confine tra bene e male riuscirà a comprendere che questo non è amore ma che è stata tradita. Sentirsi traditi, ingannati da un diabolico predatore è tanto più devastante quanto più stretto è il legame affettivo e di parentela. A volte la vittima anche in età adolescenziale comunque non riesce a liberare il suo dolore e a confidarsi poiché i sensi di colpa, la disistima di sé la fanno sentire cattiva e sporca. Le testimonianze giunte a questa associazione, le esperienze acquisite con il primo monitoraggio svolto da un'associazione di volontariato in Italia che ha visto coinvolti più di 1.000 studenti maggiorenni di Vicenza e provincia, ci consentono oggi di poter affermare che la stragrande maggioranza dei bambini vittime di abuso e violenza non ha mai trovato adulti in grado di proteggerli, di capirli, di ascoltarli e di aiutarli. Ne durante la fase della violenza patita e nemmeno dopo, per una rielaborazione del trauma e successivo sostegno e recupero del danno subito. Ciò che gli adulti fanno fatica a comprendere è la penosa ed intollerabile situazione di impotenza delle piccole vittime, la radicale perdita di controllo sulla violenza che si è abbattuta su di loro, la loro drastica perdita di capacità di comprensione ed il significato delle ragioni del trauma subito. E se è impensabile (incredibile-non credibile) l'abuso, per gli adulti, figuriamoci come possa essere elaborata, sostenuta ed aiutata la delicatissima fase post-traumatica delle vittime. Frasi del tipo: "sono piccoli, da grandi poi dimenticano", oppure quando da adolescenti riescono a scrollarsi di dosso la colpevolizzazione, le vittime si sentono dire "sono passati tanti anni…..cosa vuoi che serva ora denunciare" oppure "possibile che tu abbia subito per anni senza mai parlare...." o peggio ancora " capisco che possa accadere una volta ma più volte e poi....ad opera di più abusanti...", la dicono lunga sull'impreparazione e l'immaturità della maggior parte del mondo adulto. Il bambino però che vive in un contesto proteggente, fatto di empatia e di ascolto intelligente, correrà meno rischi di adescamento. L'ambiente familiare può, soddisfacendo il bisogno d'amore e di attenzione dei figli, far si che questi legittimi bisogni non diventino un'esca. Ma soprattutto deve cambiare il concetto di "pericolo" che, non è soltanto quello di "andare a scuola da solo, lo sconosciuto ecc.", ma presuppone un'attenzione costante affinchè i bambini abbiano sempre un adulto di riferimento, per qualsiasi loro necessità di ascolto. Non si debbono soddisfare solo bisogni nutrizionali o essenziali primari come il vestire, certamente sacrosanti, ma per prevenire forme di abuso e violenza all'infanzia ci si deve pre-occupare della nostra capacità di ascolto delle emozioni, dei sentimenti dei figli. Un test molto semplice, per comprendere fino a che punto il genitore è riuscito a trasmettere tale empatia consiste nel chiedersi: "se mio figlio avesse un problema, un bisogno, una necessità emotiva, ne parlerebbe con me?" Molto importante è quello che possiamo fare quotidianamente a partire dalla nascita del nostro bambino, riguardo alla prevenzione degli abusi infantili, così che i piccoli siano "protetti", in ogni senso, nella loro crescita psico-fisico-emotiva. La prima prevenzione è assumere socialmente, primi fra tutti i genitori, la consapevolezza della responsabilità verso questo grave problema. Non è una questione tecnicistica: non ci sono e mi auguro non ci saranno mai "manuali per diventare genitori". Il "mestiere del genitore" è fatto non certo di tecniche poichè non si estrinseca nella biologica capacità di "generare" ma si enuclea nella capacità alla "genitorialità". Individualmente, io per primo mi creda, facciamo fatica ad esprimerci affettuosamente con i figli, come sarebbe necessario. Ma, l'obiettivo più importante per un genitore è riuscire a trasmettere ascolto, fiducia, rispetto e amore ai propri figli, anche quello che ci è mancato o che non abbiamo mai avuto! E' necessario mettersi "dalla parte dei bambini", concetto molto ben spiegato dalla psicoterapeuta Dott.ssa Gabriella Cappellaro: 

- riconoscersi adulti in senso pieno e quindi doverosamente in grado di proteggere i bambini; 
- coltivare la convinzione che l'esperienza della relazione adulto/bambino é l'aspetto fondamentale per la crescita dei bambini. La relazionalità é lo specifico di ogni persona. Il bambino é fin dalla nascita socialmente competente, attrezzato per la relazione (dà subito delle risposte alle cure che la figura materna gli presta), bisognoso di relazione (reclama la presenza della figura materna, ne patisce l'assenza e la carenza) e dunque portatore di diritto alla relazione (ha diritto alla presenza della figura materna). Riflettendo allora sulla qualità della relazione che si instaura tra un bambino e l'adulto che si occupa di lui ci accorgiamo che: 
- é relazione assolutamente e irrevocabilmente "a due", nel senso che nessuno dei due può essere uno qualunque, perché é indispensabile un coinvolgimento emotivo reciproco tale che ciascuno dei due é necessario all'altro;
- é relazione intesa come luogo psicologico dove trova soddisfazione il bisogno di crescita del bambino, e deve trattarsi quindi di un luogo specifico e speciale, convenientemente attrezzato dal punto di vista psicologico;
- é relazione intesa come occasione necessaria della risorsa-maturità dell'adulto, e ci vuole quindi un adulto davvero maturo che sia capace di entrare in uno scambio continuo, in un processo di arricchimento costante. Il bambino ha bisogno di relazione, ma diventa fin da subito anche produttore di relazione; l'adulto offre la sua capacità relazionale, ma continua ad aver bisogno di alimentarla per nutrire la sua adultità. Per questi motivi si può davvero affermare che queste condizioni sono soddisfatte in un solo luogo, la famiglia, perché é l'unico luogo dove può trovarsi quella circolarità di affetti maturi e gratuiti che consente a una donna di essere una buona madre, disponibile alla relazione speciale "a due" con il bambino. Nel bambino il bisogno e la capacità di relazione si modulano attraverso due fondamentali movimenti emotivi: attaccamento e separazione per l'individuazione. Si tratta di concetti fondamentali nella cura del bambino e parallelamente di concetti che sono stati troppo spesso stravolti e manipolati. Indispensabile chiarirli. Infatti il rapporto adulto-bambino in grado di favorire il bambino non é qualsiasi attaccamento, ma deve trattarsi di un buon attaccamento, con un adulto capace di funzione materna o paterna, e la separazione che fa crescere é quella spinta all'intraprendenza individuale che ogni buona figura materna o paterna sa fornire al proprio bambino nei passaggi maturativi per portarlo a sempre maggiori livelli di autonomia. L'attaccamento positivo produce sicurezza, fiducia negli altri, senso positivo della vita; la separazione per l'individuazione produce senso del Sé, della propria identità. È importante fare molta attenzione a distinguere: tra buon attaccamento che fornisce al bambino una base sicura e attaccamento patologico dove la base offerta al bambino non é per niente una base sicura perché malata e motivo di sentimenti negativi per il bambino. È importante perché solo così si riesce poi a capire che non tutti i contesti sono adatti e/o sufficienti alla crescita del bambino, perché non tutti i genitori biologici sono in grado di produrre buon attaccamento, mentre il buon attaccamento é condizione indispensabile, linfa vitale alla crescita, e l'assenza, vicino al bambino, di un adulto disponibile ad un positivo attaccamento, é condizione di carenza estrema e traumatica che va immediatamente riparata. Per riflettere sulla relazione, pensiamo a quanto accade tra una madre e il suo bambino neonato: é evidente che il bambino ha assoluto bisogno della relazione con la madre, senza la quale non sopravviverebbe. Naturalmente per relazione si intende non solo tutte le cure materiali con cui la madre circonda il suo bambino, ma anche la sua tenerezza, la sua trepidazione, il suo desiderio di maternità, la sua capacità di identificarsi con il suo bambino. Il rapporto madre/bambino, assolutamente essenziale per la crescita del bambino, é il risultato di una serie di esperienze, ognuna delle quali deve contenere tre elementi: sensorio (il bambino percepisce), motorio (il bambino agisce), affettivo (il bambino si sente oggetto di un interesse speciale da parte della madre). Solo a queste condizioni le singole esperienze saranno internalizzate dal bambino e diventeranno parte della sua mente. I neonati cominciano a sperimentare il senso di un Sé emergente fin dalla nascita. Dunque, affinché le cure di allevamento abbiano effetto, la presenza della dimensione affettiva é determinante.

    Tra i suggerimenti utili mi sento anche di invitare i genitori a non lasciare mai i figli soli davanti alla tv ed in generale aiutarli a capire, mediare, introiettare e metabolizzare i messaggi dei mass-media. I messaggi veicolati, anche attraverso la pubblicità, non sempre sono educativi e a volte sono anzi potenzialmente pericolosi per il loro sviluppo emotivo e relazionale. Bisogna educare a discernere e a non accettare che i bambini vengano utilizzati, strumentalizzati, a volte mercificati, per reclamizzare prodotti in televisione. Questo per una serie di importanti motivi: innanzitutto per non esporli, non associarli ad un consumo, non fornire immagini di opportunità erotiche. Poi per evitare che, il volere "scimmiottare" l'adulto, li faccia entrare in esperienze pericolose, così lontane dal mondo infantile, che possono rappresentare grave interferenza nel momento evolutivo corrispondente alla "costruzione del sé". Inoltre i messaggi veicolati dai mass media ai bambini, tendono a mitizzare l'immaginario che a volte produce questo mezzo di diffusione ed i bambini possono identificarsi in alcuni modelli, senza contenuto e dannosi, riguardo ai loro veri bisogni emozionali. Si capisce che un buon genitore ha davanti a se una formazione continua ma sempre specifica nel suo unico ed originale rapporto con i propri figli. Se pensiamo a quanto ci è richiesto in termini di formazione per qualsiasi nostra professione o anche solo per la scuola dell'obbligo, oggi portata fino al diciottesimo anno di età, realizziamo anche che per fare il genitore nessuna formazione ci è mai stata imposta o proposta. La formazione continua del genitore: tutto sommato, è questa la scommessa da vincere per una nuova cultura per l'infanzia.

Vicenza 5 Maggio 2005

Associazione S.O.S. INFANZIA ONLUS VICENZA   Il presidente Graziano Guerra