ascolto e abuso foglio di stile

L’ascolto dell’abuso e l’abuso nell’ascolto.

Abuso sessuale sui minori: contesto clinico, giudiziario, sociale
a cura di Claudio Foti
Franco Angeli Editore, Milano, 2003
collana: Hansel e Gretel, dalla parte del bambino - direttore Claudio Foti, condirettore Claudio Bosetto


 

Introduzione. Per una teoria dell’ascolto dell’abuso

 

 

di Claudio Foti

pag.

9

 

 

 

 

 

 

Parte prima
Ascolto e mancato ascolto dell’abuso

 

 

 

 

 

L’ascolto dell’abuso e l’abuso nell’ascolto

di Claudio Foti

 

»

 

63

Cause psicologiche della violenza familiare

di Felicity de Zulueta

 

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95

L’abuso sessuale: caratteristiche del racconto di eventi traumatici

di Paola Di Blasio

 

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116

Rimozione non fa rima con prevenzione, né con protezione

di Nadia Bolognini, Claudio Foti

 

»

 

134

Adultocentrismo dell’istituzione e ascolto emotivo

di Sabrina Farci

 

»

 

152

Autotutela delle istituzioni e ascolto del bambino

di Marilena Dellavalle

 

»

 

160

 

 

 

 

 

 

Parte seconda

 

 

L’ascolto dell’abuso e l’intervento psicologico

 

 

 

 

 

Originalità e creatività del concetto di trauma nel pensiero e nell’opera di Sándor Ferençzi

di Franco Borgogno

  

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 173

 La ripetizione dell’abuso e dei maltrattamenti da una generazione all’altra

di Estela V. Welldon

  

»

  

192

Quando i bambini dicono bugie...

di Claudio Foti, Nadia Bolognini

 

»

 

208

Cosa succede a chi ascolta l’abuso?

di Alessandro Vassalli

 

»

 

227

 

 

 

 

 

 

Parte terza

 

 

L’ascolto dell’abuso e il contesto giudiziario

 

 

 

 

 

L’ascolto del minore nel processo penale. Il bambino abusato: vittima due volte?

di Piero Forno

  

»

 

 237

La diagnosi abusante. Le domande che non sono domande

di Guglielmo Gulotta, con la collaborazione di Ilaria Cutica

 

»

 

248

Ti chiedo di parlare ma faccio in modo che tu taccia. La “suggestione negativa” nei casi di presunto abuso sessuale

di Cristina Roccia, Gianni Guasto

 

 »

  

265

Intelligenza emotiva e suggestione nella valutazione psicologica del bambino

di Claudio Foti

 

 

»

 

 

281

Le resistenze istituzionali e giuridiche al riconoscimento dell’abuso

di Laura De Rui

 

»

 

299

L’audizione protetta: la preparazione, il sostegno e l’ascolto del piccolo testimone

di Claudio Foti, Danila Ghiano

  

»

  

305

 

 

 

 

 

 

Appendice

 

 

Ascolto dell’abuso e formazione

 

 

 

 

 

La formazione degli operatori per lo sviluppo delle competenze empatiche

di Claudio Foti

 

 »

  

327


 

Introduzione.
Per una teoria dell’ascolto dell’abuso

di Claudio Foti

 

  

1. Ascolto e identificazione empatica

 

«Io sono Anna, ho 12 anni e non sono stata ascoltata perché nessuno ha capito la mia voglia di spaccare tutto, la mia voglia di distruggere tutto e mi sento spaccata dentro, mi sento sporca e mi sento terribilmente sola».

«Io sono Francesco, ho 9 anni, mi costringono ad andare in un posto dove ci sono degli uomini, delle donne, dei grandi che fanno delle brutte cose, alcune volte viene anche mia sorella che è più è piccola; ho tanta paura, non ce la faccio a parlare con nessuno, vorrei tanto che qualcuno si accorgesse di me, vorrei tanto incontrare degli sguardi che potessero sentire quello che ho dentro, non ho nemmeno la forza di parlare, solo quella di piangere».

«Mi chiamo Carmela ho 16 anni e vivo in comunità, sono molto arrabbiata. Vivo in comunità perché mio padre ha abusato di me. Sono tanto arrabbiata e forse non capisco neanche tanto bene perché sono così arrabbiata, ce l’ho con tutti, ce l’ho con gli educatori, ce l’ho con tutto il mondo e sento che anche tutto il mondo, gli educatori, le persone che mi stanno vicino non mi sopportano proprio più, sono tanto arrabbiati con me, può darsi che abbiano anche ragione».

«Sono Federico, ho 9 anni. Non mi sento ascoltato perché non parlo, non capisco quello che succede, lo zio mi porta in soffitta, mi fa vedere i giornali pornografici… io non ho mai visto un pisello così grande, caldo, duro… io non capisco quello che succede, sento che qualcosa che… di sessuale… qualcosa che non va fatto, ma non capisco, non comprendo e così non parlo e però lo faccio con mio cuginetto più piccolo, ho imparato a fare così».

Non sono bambini o bambine a parlare, bensì, in un salone congressuale, gli psicologi del Centro Studi Hänsel e Gretel che hanno condotto i gruppi di lavoro del Convegno “Ascolto dell’abuso e abuso nell’ascolto”[1]. I conduttori sono schierati ad ala sul palco di fronte a cinquecento persone ancora presenti in sala nonostante sia l’una di domenica mattina: uno dietro l’altro, attraverso la tecnica psicodrammatica dell’inversione di ruolo, ciascuno sta cercando di dare voce ad un bambino, la cui problematica e la cui vicenda sono comparse all’interno del lavoro del loro gruppo.

È il momento conclusivo di un Convegno, i cui contributi teorici più rilevanti sono contenuti in questo volume. Compare inoltre in questo libro un resoconto dell’esperienza di gruppo emotivamente più coinvolgente e significativa che è stata vissuta nei ventitre gruppi di lavoro del convegno.

Si tratta di una fantasia guidata attraverso la quale i partecipanti hanno sperimentato la possibilità di sentire e mentalizzare in termini esperienziali e profondi, e non solo superficiali o intellettualistici, la posizione di un bambino preso dal conflitto tra il bisogno di parlare e la necessità difensiva di tacere. In questa esperienza di gruppo i partecipanti sono stati sollecitati a comprendere da vicino quali sono gli atteggiamenti, i comportamenti e le verbalizzazioni dell’ascoltatore che favoriscono la confidenza e quali invece risultano bloccanti e disturbanti rispetto al desiderio del bambino di aprirsi (cfr. C. Foti, La formazione degli operatori per lo sviluppo delle competenze empatiche).

«Io sono Carla e ho 8 anni. Non mi sono sentita ascoltata quando ho detto all’assistente sociale che non volevo stare a casa il sabato pomeriggio, non volevo stare a casa sola con papà; però io penso di non essere stata ascoltata perché non ho parlato abbastanza, non ho detto chiaramente, dovevo dire di più, è colpa mia e mi sento delusa e mi sento sola».

«Sono Anna, ho 15 anni, mio padre abusa di me da quando ero piccola, ora finalmente ce l’ho fatta a dirlo, ma la psicologa a cui l’ho detto si è spaventata da morire e ha chiesto l’aiuto di un’altra. Quest’altra mi ha capito, ma poi mia mamma subito mi ha portato dall’altra psicologa, perché la seconda psicologa aveva parlato della necessità di denunciare il fatto. Io adesso ho rovinato la mia famiglia, mio padre e mia madre si sono separati; mi sento cattiva, colpevole, confusa, arrabbiata, sola, impotente».

L’ascolto dell’abuso implica in effetti la capacità di identificarsi  in modo rispettoso con l’alterità della penosa condizione del bambino vittimizzato e con l’intelligenza emotiva che consente di dare un nome ai sentimenti di questo bambino. L’abuso nell’ascolto coincide invece con la paura di ascoltare il dolore e l’impotenza, con la stupidità emotiva che può esprimersi con la fuga, più o meno razionalizzata, dal mondo delle emozioni o con la proiezione massiccia sul bambino di sentimenti non elaborati dell’operatore.

L’ascolto dell’abuso sessuale ai danni dell’infanzia evoca almeno tre significati: a) è impegno di consapevolezza sulla consistenza e sulle caratteristiche del fenomeno; b) è capacità concreta di rilevazione degli indicatori della violenza; c) è, in senso più specifico, disponibilità e competenza, emotiva e cognitiva, all’accoglimento non distorcente e non inibente delle comunicazioni verbali del singolo bambino che è stato abusato o che potrebbe esserlo.

L’abuso nell’ascolto d’altra parte è: a) l’alterazione della consapevolezza sulla realtà del fenomeno per cui quest’ultimo viene rappresentato in modo distorto (amplificandone o più spesso riducendone le dimensioni); b) è grave carenza nella capacità di rilevazione dell’abuso con letture  generalizzanti  ed allarmistiche che generano negli operatori un eccesso di preoccupazione o, più spesso, con letture difensive che producono un difetto di preoccupazione, attraverso la minimizzazione e la negazione di evidenze cliniche e comportamentali che rinviano all’ipotesi dell’abuso; c) in senso più specifico, è l’assenza di comprensione e di condivisione, l’incompetenza, emotiva e cognitiva, nell’ascolto di un minore: atteggiamenti che non consentono al bambino di esprimere autenticamente la propria vicenda,  la propria bisognosità, la propria verità: l’abuso nell’ascolto si manifesta con interventi e atteggiamenti suggestivi vuoi in senso negativo (disorientanti e scoraggianti la comunicazione di un abuso che potrebbe essere accaduto), vuoi in senso positivo (persuadenti e inducenti la comunicazione di un abuso che potrebbe non essere accaduto).

 

 

2. Quali parole attorno all’abuso

 

Sull’ascolto dell’abuso sessuale sui bambini si sentono dire tante cose: “Ma non è certo un problema!… i media non parlano d’altro!… è un tema diventato di moda… forse se ne parla troppo…”.

Che la questione della violenza sessuale ai danni dell’infanzia abbia faticosamente e contraddittoriamente cominciato ad uscire dall’alone di silenzio, di tabuizzazione, di diniego culturale, scientifico e sociale che la circondava, è un fatto. Che l’ascolto dell’abuso sessuale sui minori sia un impegno sociale adeguatamente affrontato è una grave mistificazione.

Fatta emergere e precipitosamente accantonata dalla psicoanalisi freudiana alla fine del sec. XIX[2], riproposta negli Stati Uniti negli ultimi decenni del secolo trascorso a partire dalla sensibilità emergente alle tematiche del trauma, dello stupro e della protezione dei bambini, la questione dell’abuso sessuale ai danni dell’infanzia inizia faticosamente ad essere affrontata in Italia sul piano clinico e istituzionale a partire dagli anni ‘80. Da questo momento il problema comincia a circolare nella comunicazione mediatica e sociale con un’attenzione tutt’altro che costante: abbiamo assistito ed assistiamo ad ondate oscillatorie tra il sensazionalismo, che si consuma con il rapido logorarsi delle notizie usa e getta relative agli abusi e i movimenti prolungati di rimozione del problema; tra picchi di indignazione forcaiola in coincidenza di eventi drammatici e comportamenti continuativi di deresponsabilizzazione della comunità adulta[3]; tra enfatizzazione saltuaria del tema della pedofilia e dimenticanza strategica dell’abuso sessuale intrafamiliare; tra stentati avvii di una presa di coscienza istituzionale e costante rinvio di una politica coerente per il sostegno dell’intervento di prevenzione e contrasto alla violenza ai minori.

Certo, in alcuni ambiti istituzionali e sociali (comunque limitati!) s’è ridotta l’indicibilità e l’impensabilità del problema dell’abuso sessuale sui minori, alcuni settori di operatori (comunque ristretti) sono stati coinvolti in alcune iniziative di sensibilizzazione e di formazione, il tema è stato, in qualche occasione, messo nell’agenda dei problemi sociali dalla pur ambivalente attenzione mediatica e le vittime, in questo contesto, hanno cominciato ad approfittare della riduzione della stigmatizzazione sociale ai loro danni e delle nuove possibilità offerte della comunicazione sociale.

Ma, detto questo, la questione dell’ascolto dell’abuso sui bambini resta tutta da affrontare e molte valutazioni improntate ad una semplificazione ottimistica rinviano ad una malcelata insofferenza difensiva nei confronti del riconoscimento del problema e della radicata difficoltà strutturale a recepirlo sul piano individuale, istituzionale e sociale.

La parola che inizia a circolare attorno all’appropriazione e alla strumentalizzazione sessuale dell’infanzia è una parola che può cominciare a portare la luce in zone di buio, di segreto e di sporcizia, che può liberare da vissuti di colpa e di stigmatizzazione e portare elementi di chiarezza nella confusione dei ricordi e dei significati. È una parola che inizia a produrre una nuova più dignitosa rappresentazione sociale della vittima[4], a favorire risposte penali capaci di fermare il senso di onnipotenza e d’invulnerabilità degli abusanti, ma è una parola che ancora può essere facilmente soffocata, interrotta, spezzata; usata strumentalmente per fare audience piuttosto che per fare riflettere; ritrattata da vittime non adeguatamente sostenute; non presa sul serio e contraddetta da adulti a cui viene aprioristicamente accordata maggiore credibilità; fatta oggetto di scempio in molte aule di tribunali da parte di avvocati e consulenti; esaminata criticamente e svuotata di senso da esperti che usano la scienza per difendere il privilegio dei più forti e dei più ricchi.

 

 

3. Un fenomeno, diffuso, sommerso, inascoltato

 

Sono stato invitato ad un seminario di sensibilizzazione sul tema dell’abuso sessuale all’infanzia da un’associazione con un forte impegno sociale e religioso. Mi trovo di fronte ad una quarantina di persone, allenate al confronto sulle esperienze soggettive e ad un ascolto reciproco e rispettoso, ma che non hanno mai affrontato il tema dell’abuso. Mi sono preparato una scaletta di conduzione per la giornata che prevede un’interazione iniziale con i partecipanti e successivi interventi di riflessione e di attivazione del gruppo.

La mia scaletta salta completamente. Appena introduco la sollecitazione all’ascolto emotivo do il via ad un’esperienza sorprendente e straordinariamente coinvolgente: si susseguono gli interventi dei partecipanti che portano esperienze personali molto diverse tra loro di abusi subiti nell’infanzia e nell’adolescenza. Mi colpisce la storia di una donna che descrive con molta forza emotiva, ma nel contempo con pacatezza, il proprio calvario di sofferenze a partire da un abuso infantile non creduto. Si nota che c’è stata una grande elaborazione della propria vicenda. La propria madre la fece ricoverare in clinica psichiatrica quand’era adolescente, illudendosi così di “curarla”. Qualche tempo dopo le dimissioni, la madre s’accorse leggendo il suo diario che la ragazza insisteva nel descrivere gli abusi: telefonò pertanto allo psichiatra per segnalare una “riacutizzazione dei sintomi”!

Gli interventi si succedono in uno spirito di autenticità emotiva che non ha nulla della suggestione isterica. Il gruppo è composto da persone abituate per le finalità culturali e spirituali dell’associazione ad un pensiero riflessivo. Anche la storia di una donna di settanta anni è molto commovente e nel contempo lucida. Fino a poco tempo fa pensava di dover combattere con il ricordo dell’abuso subito dal padre, ritenendo che la maturità coincidesse con un perdono inteso come cancellazione della propria memoria e dei propri sentimenti. Oggi invece ha cambiato idea e vuole imparare a rispettare la propria vita e la propria mente.

La maggior parte degli abusi che vengono esplicitati nel gruppo non vennero comunicati nel passato: mancarono le parole per dirlo, ma soprattutto le orecchie e la mente degli adulti per ascoltare. Qualcosa evidentemente non ha funzionato e non funziona nell’ascolto sociale dell’abuso sessuale sui bambini!

Le ricerche retrospettive sulla diffusione dell’abuso sessuale sui minori rappresentano uno strumento conoscitivo rilevante che consente di aprire uno squarcio nella cortina del mancato ascolto e del mancato riconoscimento dell’abuso: un fenomeno certamente vecchio come il mondo, ma nel contempo sollecitato a nuovi sviluppi da un lato dal progresso consumistico e telematico, dall’altro dall’imbarbarimento etico e culturale della società contemporanea. Molti studi, condotti nei decenni trascorsi, negli USA e in paesi dell’Europa occidentale, attraverso interviste a campioni di soggetti adulti, effettuate con metodologie rigorose e con la garanzia dell’anonimato su eventuali violenze subite nell’infanzia e nell’adolescenza, hanno dimostrato che tali violenze hanno colpito percentuali molto consistenti d’individui prima dei 18 anni (in genere dal 10 al 35% della popolazione femminile, dall’8 al 15% della popolazione maschile).

Queste ricerche retrospettive, i cui risultati mutano a seconda delle metodologie utilizzate e dalla definizione scelta di abuso sessuale, concordano comunque nel definire una rappresentazione  dell’abuso sessuale sui minori ben diversa e ben più consistente di quella che deriva dalle denunce effettuate all’autorità giudiziaria. Emerge un fenomeno ampiamente diffuso, ampiamente sommerso (dal punto di vista della rilevazione sociale e giudiziaria), ampiamente inascoltato (da alcune ricerche si ricava che molti casi non sono mai stati comunicati ad alcuno).

Per es. il 10,5% del campione di bambini intervistati in un ricerca di Filkenhor[5] comunica di aver subito un abuso sessuale o un tentato abuso senza averlo mai riferito.

 

I dati di queste ricerche - afferma il manifesto del Progetto Movimento per l’Infanzia[6] - confermano che il bambino continua ad essere un oggetto sessuale molto appetibile da parte di molti adulti, e che l’abuso sessuale sui bambini è tuttora una pratica così diffusa da dover essere considerata fenomeno non eccezionale, ma statisticamente comune. Conferma ulteriore di ciò deriva dall’esistenza del vastissimo e per ora incontrollabile mercato della pedofilia nato rapidamente con Internet, e dall’altrettanto vasto, e tollerato, mercato della prostituzione minorile esistente in numerose parti del mondo. (…) L’abuso sessuale sui minori costituisce, dunque, per la sua diffusione, un reale e allarmante problema sociale e, a causa delle conseguenze devastanti sullo sviluppo psichico, anche un problema di salute pubblica. È necessario dunque che l’opinione pubblica e il mondo politico diventino consapevoli che anche nel nostro Paese i diritti dell’infanzia sono spesso violati affinché il problema della violenza sui bambini venga posto come prioritario e affrontato con correttezza ed efficacia, sia a livello di prevenzione che di riparazione dei danni. (…) Solo in una cultura in cui il bambino cessa di essere bambino-oggetto per diventare bambino-persona, degna di rispetto e di attente cure in quanto soggetto in evoluzione, è possibile interrompere il secolare ciclo generazionale del maltrattamento.

 

 

4. Il piacere perverso, il potere e il furto

 

Nel settembre del 2001 un’inchiesta del quotidiano francese Le monde evidenziava come al primo posto tra le paure dei francesi comparisse la paura della pedofilia. Sicuramente esiste una diffusa tendenza antropologica a proteggere la prole, ma resta la domanda: se la comunità sociale ha così tanta paura della pedofilia, perché la pedofilia non ha paura di essere così estesa e radicata nella comunità sociale?

E la pedofilia non è che un aspetto del fenomeno poliedrico della perversione che minaccia l’infanzia[7]. La perversione è una modalità per assumere una posizione di controllo onnipotente su un’altra persona, per negare la propria debolezza e la propria bisognosità. I bambini si prestano per la loro infermità e malleabilità a relazioni perverse e strumentali.

La sessualizzazione perversa è una tendenza a trasformare la persona in cosa, inseguendo l’eccitazione e il godimento sessuale per riempire la solitudine, la mancanza, la sofferenza mentale, senza tener assolutamente in considerazione se il partner sessuale sia in grado o meno di gestire il rapporto, se il rapporto sessuale avrà conseguenze positive o distruttive per l’oggetto sessuale.

La tendenza ad usare il potenziale d’eccitazione del corpo del bambino, del preadolescente o dell’adolescente, senza curarsi del fatto che in quel corpo abita una persona, coinvolge sicuramente un numero di individui di gran lunga superiore a quello dei pedofili, intesi in senso specifico come soggetti che hanno una ben precisa preferenza sessuale che li porta a tenersi lontano dalla donna e dell’uomo adulto, per privilegiare come oggetto erotico un soggetto non sviluppato.

In questa componente più ampia di soggetti abusanti, ci stanno persone che hanno rapporti con donne adulte e nel contempo sono capaci, episodicamente o periodicamente, di trasformare in vari modi, in giocattolo erotico il soggetto in età evolutiva. In questa componente ci stanno i genitori, i fratelli, gli zii, i nonni incestuosi, ci stanno gli individui che programmano o decidono improvvisamente di trasformare un viaggio turistico in un paese povero in un’avventura sessuale, ci stanno gli uomini che ricorrono alla prostituzione e non esitano a ricercare e a comprare le prestazioni sessuali di ragazzine che mostrano, spesso chiaramente e nettamente, di essere minorenni. Si tratta di un’area sociale tutt’altro che irrilevante.

Tre rilevanti fattori psico-sociali contribuiscono a far sì che il fenomeno dell’abuso sessuale continui a mantenere caratteristiche endemiche nella comunità sociale, nonostante l’indubbia crescita della coscienza civile e della risposta giuridica al problema. Questi fattori ruotano attorno a tre parole chiave: il piacere, il potere, il furto.

1.        Il piacere. La diffusione dell’abuso rinvia innanzitutto al fatto che la sessualità - soprattutto quella maschile - è un congegno che può garantire un piacere a portata di mano, intenso, trascinante, veloce da consumare. Tale piacere, sganciato dalla dimensione di scambio comunicativo e relazionale, che gli dà senso, valore e limite, può essere immediatamente e perversamente ricercato come risposta impulsiva alla depressione, all’angoscia, alla solitudine, sempre più dilaganti. Oltretutto la ricerca del piacere oggi è meno inibita e colpevolizzata di ieri, essendo entrata in crisi un’etica rigida che considerava tale piacere come peccato. D’altra parte la morale tradizionale non è stata adeguatamente sostituita da un’etica diversa, capace di coniugare la ricerca del piacere con il rispetto della persona: risulta pertanto socialmente diffusa una visione permissiva e acritica dei rapporti sessuali che può portare anche ad esiti perversi: “Si vive una volta sola… con una bambina? Perché no?”.

2.        Il potere. L’abuso sessuale sui bambini si consuma sul piano inclinato di relazioni asimmetriche, dispari, caratterizzate da una posizione dominante e da una posizione subalterna. Il divario di potere eccita e nel contempo rassicura, pur in forme diverse, il genitore incestuoso e il pedofilo. Nonostante il fatto che sul piano ideologico e giuridico l’adultocentrismo nelle sue versioni più rozze e autoritarie sia socialmente meno diffuso nei processi educativi, vaste aree della vita sociale, familiare e delle istituzioni minorili continuano ad essere caratterizzate da rapporti di dominio fra le generazioni. Queste aree restano sottratte al controllo sociale, alla consapevolezza dei diritti dell’infanzia e caratterizzate dall’isolamento comunicativo dei bambini, dal soffocamento dei loro bisogni di confronto e dialogo, dall’imposizione di una doppiezza di regole e principi. Lo stile democratico[8] del rapporto tra le generazioni, caratterizzato dal rispetto reciproco, dal riconoscimento di comuni diritti (oltre che di differenti ruoli), da una certa trasparenza comunicativa, per quanto enfatizzato sul piano ideologico, è ben lungi dall’essere diventato realtà relazionale quotidiana, praticata e diffusa nelle famiglie e nelle istituzioni dell’infanzia. In una cultura dove i rapporti di potere tra le generazioni rimangono ben presenti nel tessuto sociale ed istituzionale rimane forte la tentazione dell’abuso ai danni dei minori.

3.        Il furto. Non si può comprendere la vastità del fenomeno dell’abuso sessuale sui bambini senza riferirsi alla tendenza all’appropriazione distruttiva e predatoria, prevalente nei soggetti perversi, ma certamente non estranea allo psichismo umano. Il desiderio di appropriarsi indebitamente degli oggetti, dei sentimenti, della corporeità altrui è una componente mentale molto diffusa, associata per alcuni autori[9] alle pulsioni pregenitali, presenti nell’evoluzione psichica infantile del soggetto umano. La fantasia di rubare e di depredare è spesso sostenuta dal bisogno di risarcire ferite e privazioni affettive e narcisistiche e si traduce in varie modalità di passaggio all’atto. Oltretutto i significanti per designare, nel linguaggio volgare, i rapporti sessuali sono gli stessi, in molti casi, che vengono utilizzati per designare modalità relazionali basate sul furto, sull’inganno, sulla appropriazione indebita (fregare, ciulare, fottere...).

In conclusione nella nostra comunità sociale l’abuso sessuale sui bambini permane e cresce come tentazione molto diffusa, che può frequentemente venire agita da parte di adulti che inseguono la sessualizzazione perversa, al fine di contrastare il senso di vuoto e la depressione, passando all’atto la fantasia appropriativa del corpo infantile, ovvero rubando ai bambini il piacere sessuale e il controllo sulla loro esperienza, approfittando delle aree di incontrastato potere adultocentrico che rimangono molto presenti nelle istituzioni e nelle famiglie.

 

 

5. L’ascolto presuntuoso

 

La prima e più evidente manifestazione dell’abuso nell’ascolto è la presunzione. Presunzione di saper definire con esattezza la consistenza del fenomeno, spesso riducendolo in termini rassicuranti a quei dati statistici (per es. le denunce all’autorità giudiziaria) che inevitabilmente escludono la rilevazione del sommerso. Presunzione di un mondo ideale senza sadismo e senza perversione, nel quale non varrebbe la pena tenere a mente l’ipotesi della violenza sessuale. Presunzione assoluta di innocenza di un imputato adulto, che si ottiene affermando aprioristicamente l’inattendibilità della testimonianza del bambino e il carattere aspecifico dei suoi sintomi, anche quando ci si trova di fronte ad un insieme significativo di indicatori che rinviano ad un trauma sessuale. Presunzione, infine, nell’ascoltare un bambino a senso unico senza dialogare  mentalmente con ipotesi interpretative diverse prima che una di queste possa prevalere, confortata da una massa di dati, di nessi logici e psicologici, di verifiche emotive.

La presunzione dell’ascoltatore semplifica e banalizza l’impegno mentale dell’ascolto, negando o sottovalutando pesantemente le risorse psichiche indispensabili per ascoltare: una certa quota di energia psico-fisica, una mente sufficientemente libera da conflitti ed ansie e disposta a porsi in posizione di passività/recettività, una certa capacità di riconoscimento/rispetto dell’alterità e dell’essere persona dell’interlocutore, una discreta disponibilità a rapportarsi ai sentimenti propri ed altrui, a mettersi dal punto di vista dell’altro tenendo a bada gli atteggiamenti giudicanti, una sufficiente elasticità nell’aprirsi al nuovo e nel ristrutturare preconcezioni, schemi preesistenti e sistemi d’informazioni acquisite, ecc… [10]

L’idea riduttiva in base a cui l’ascolto non sarebbe un impegno costituito da operazioni mentali complesse ed evolute, bensì un’attività prevalentemente intellettiva, priva di implicazioni relazionali ed emotive; la convinzione di essere in assoluto un buon ascoltatore senza la percezione dei problemi e delle difficoltà che derivano inevitabilmente dal compito di ascoltare il disagio di un altro essere umano; l’incomprensione e il rifiuto a mettersi in discussione, a formarsi in modo specifico, a supervisionare la propria attività sociale di ascolto: sono atteggiamenti di presunzione che accompagnano e generano inevitabilmente abusi rilevanti nell’ascolto di qualsiasi bambino in qualsiasi contesto (a maggior ragione poi se questo bambino è coinvolto in un possibile abuso sessuale).

Non mancano esempi di ascoltatori presuntuosi in questo volume: il giudice che parte dalla convinzione in base a cui una persona socialmente rispettabile non può avere avuto rapporti incestuosi con i suoi figli: a partire da questo assioma l’ascolto di un figlio che denuncia un padre notaio finirà per coincidere con il tentativo di minacciare il bambino, indurlo apertamente alla ritrattazione, costringerlo a giurare sul crocifisso (cfr. C. Foti, L’ascolto dell’abuso e l’abuso nell’ascolto); lo psichiatra, chiamato agli inizi del ‘900 ad una valutazione della vicenda di una minore vittima d’incesto, che si schiera immediatamente dalla parte dell’abusante, sicuro dell’oggettività della sua scienza, senza neppure sentire la necessità di conoscere e di dialogare con la ragazza denunciante (cfr. P. Forno, L’ascolto del minore nel processo penale. Il bambino abusato: vittima due volte?); il giudice che presume di non aver alcun bisogno di aiuto nell’audizione protetta di una bambina fortemente a disagio, dichiarando di avere, in quanto padre, capacità di ascolto e di confidenza con i bambini: una presuntuosa convinzione che non impedisce certo al magistrato di condurre il colloquio in modo pesantemente suggestivo (in senso negativo) e squalificante nei confronti della bambina (cfr. C. Foti e D. Ghiano, L’audizione protetta: la preparazione, il sostegno e l’ascolto del piccolo testimone).

 

 

6. L’ascolto illusorio

 

L’ascolto è un impegno mentale e relazionale tutt’altro che semplice e scontato. Esiste certo un ascolto che può risultare stimolante o rassicurante, e che non pone certo problemi o difficoltà. Si tratta di un ascolto di comunicazioni piacevoli, rilassanti, capaci di confermare le nostre previsioni, i nostri schemi, le nostre immagini del mondo. Ma l’ascolto di cui maggiormente abbiamo bisogno come individui e come comunità sociale è un ascolto che non si fermi sulla soglia della dimensione dolorosa, conflittuale, imprevedibile dell’esistenza. Abbiamo necessità di un ascolto dei contenuti di sofferenza, di impotenza, di confusione: ascolto come disponibilità a fare silenzio, sgombrando il campo mentale da sentimenti e preoccupazioni che possono agire da barriera alla ricezione di comunicazioni provenienti dall’esterno, come disponibilità di attenzione-accoglimento dei messaggi provenienti dall’alterità dell’altro, come disponibilità a dare spazio alla dimensione del non previsto, del non conosciuto, del non desiderato, del non piacevole.

La competenza dell’ascolto in questo senso rappresenta una risorsa preziosa e scarsa nella comunità sociale, presupponendo nel soggetto in grado di ascoltare la capacità di tenere a bada due tendenze molto radicate nella mente umana: l’illusione e l’egocentrismo. In questo paragrafo parleremo della prima tendenza, nel paragrafo successivo affronteremo la seconda.

Nelle psicologie orientali l’illusione è il fattore mentale maggiormente insano che interferisce con la capacità di registrazione, sensoriale (visiva, auditiva, ecc…) e mentale, della realtà. Goleman, studiando la psicologia del buddismo classico afferma: «L’illusione è definita come un’opacità della mente che porta ad una falsa percezione dell’oggetto di consapevolezza. L’illusione è considerata come base dell’ignoranza, radice prima della sofferenza umana. Questa falsa percezione della natura delle cose - l’incapacità, semplicemente, di vedere con chiarezza, senza pregiudizi di alcun genere - è il nucleo di tutti gli stati mentali nocivi»[11].

L’illusione impedisce di riconoscere la realtà degli eventi e dei fenomeni per quello che sono e per come si manifestano, impedisce di registrare in modo corretto le informazioni provenienti dai fatti e dalle persone. L’illusione è nemica dell’ascolto perché nemica della consapevolezza.

Ascoltare l’abuso sessuale sui minori è veramente un impegno ostico. Occorre superare almeno sei forme di illusione:

1.        l’illusione relativa ad una comunità umana globalmente buona ed amorevole nei confronti dei suoi cuccioli o comunque capace di proteggerli dalla sessualizzazione perversa[12] (tale illusione va in frantumi prendendo atto delle estese dinamiche sociali di strumentalizzazione sessuale e di “odio erotizzato” sottese all’abuso);

2.        l’illusione relativa a una mente umana capace, al di là di eccezioni psicopatologiche, di mantenersi estranea a pratiche perverse e distruttive ai danni dell’infanzia (tale illusione viene meno nel constatare che i comportamenti abusanti sono per lo più agiti da soggetti socialmente adattati e privi di patologie conclamate dal punto di vista psichiatrico);

3.        l’illusione che esistano luoghi protetti dallo scatenarsi di azioni abusanti (la famiglia, la Chiesa o altre istituzioni “buone”): in particolare l’illusione relativa alla famiglia come luogo ottimale di protezione dei bambini, “rifugio dai dolori e dai traumi della vita quotidiana… microcosmo pieno di accudimento, nel quale i figli sono educati da genitori attenti, allo scopo di diventare cittadini buoni e responsabili”: tale illusione crolla nel constatare le dimensioni spaventose della violenza domestica (cfr. F. De Zulueta, Cause psicologiche della violenza familiare).

4.        l’illusione relativa all’infanzia (e alla nostra stessa infanzia) come età idealizzata e felice: se la comunità adulta, la famiglia e la stessa mente umana sono tutt’altro che esenti dalla tentazione di distorcere la relazione con il bambino a fini abusanti e strumentali, l’infanzia degli esseri umani non può essere del tutto al riparo da una qualche forma di impatto con mancanze di rispetto, più o meno gravi, degli adulti nei confronti dei bisogni infantili associati alla corporeità e alla sessualità;

5.        l’illusione relativa all’idea che per aiutare il minore abusato possa essere sufficiente una risposta capace di interrompere la violenza senza necessariamente avviare un impegno successivo di ascolto e di cura del suo trauma; l’illusione che il tempo sia il rimedio per tutti i mali (e di conseguenza di tutti i traumi) e pertanto che non sia indispensabile, per garantire un futuro al minore abusato, dargli la possibilità di riattraversare il passato, offrendogli la presenza empatica di un ascoltatore disponibile a rielaborare con lui l’esperienza traumatica: tali illusioni sono smentite dal fatto che a distanza di mesi, anni o decenni dall’interruzione della violenza si possono scatenare gravissimi disagi, sintomi e comportamenti post-traumatici che possono peraltro scaricarsi nella generazione successiva (cfr. E. Welldon, La ripetizione dell’abuso e dei maltrattamenti da una generazione all’altra);

6.        l’illusione che la soggettività di chi si accosta nei diversi ruoli all’abuso non costituisca, a seconda dei casi, problema o risorsa decisiva interagendo con la possibilità della vittima o presunta vittima di esprimere la propria verità: in altri termini l’illusione che sia possibile rilevare, valutare o curare il trauma sessuale di un bambino senza che la soggettività dell’operatore incida in modo rilevante, positivamente o negativamente, sulla comunicazione e sull’attivazione del bambino, l’illusione che ci si possa occupare di abuso senza dover incontrare sentimenti penosi e conflittuali, senza dover elaborare l’ansia, l’incertezza e la tensione, senza dover fare i conti con forti resistenze dentro di sé alla possibilità di accogliere la sofferenza e la confusione dell’interlocutore, senza dover tenere a bada le modalità difensive dell’evitamento o dell’iper-identificazione, senza assumere pertanto un doveroso impegno di formazione, confronto, supervisione (cfr. A. Vassalli, Cosa succede a chi ascolta l’abuso?).

Non mancano esempi di ascolto illusorio in questo volume: nel caso di Linda, una giovane donna che ha passato la propria infanzia e la propria adolescenza in un clima di costante violenza fisica e sessuale, lo psichiatra infantile che aveva conosciuto la bambina a scuola, il medico che aveva visitato spesso la ragazza per le continue infezioni al tratto urinario, le assistenti sociali che si erano occupate del caso non avevano mai percepito l’estrema gravità della situazione, evidentemente vittime del pregiudizio illusorio in base a cui si esclude a priori che la famiglia possa essere un luogo di abuso sistematico e brutale (cfr. F. De Zulueta, Cause psicologiche della violenza familiare); nel caso delle madri con una storia di abusi e deprivazioni alle spalle, l’ascolto illusorio è quello degli operatori che prendono per buoni i propositi di cambiamento di queste donne in relazione al loro impegno genitoriale senza neppure verificare in che misura nella loro funzione di madri sono effettivamente in grado, al di là delle loro intenzioni dichiarate, di evitare la ripetizione delle dinamiche di violenza che hanno inciso nella loro vicenda infantile (cfr. E. Welldon, La ripetizione dell’abuso e dei maltrattamenti da una generazione all’altra); nel caso della bambina abusata di quattro anni che amava cantare una canzoncina con contenuti sessuali molto espliciti (quali per esempio “ciucciami il pisello, baciami i capezzoli”), gli psicologi di un servizio pubblico, chiamati al compito di effettuare la psicodiagnosi della bambina, registrano il testo di tali canzoncine nella cartella clinica e altri dati significativi, ma scartano con nettezza l’ipotesi dell’abuso sessuale, non riuscendo evidentemente a formulare tale ipotesi all’interno della loro illusoria rappresentazione della realtà (cfr. C. Roccia e G. Guasto, Ti chiedo di parlare ma faccio in modo che tu taccia. La “suggestione negativa” nei casi di presunto abuso sessuale); nel caso di numerosi minori oggetto di valutazione in ambito giudiziario, l’ascolto illusorio è quello dei periti e dei consulenti del Tribunale che con la loro osservazione supposta come neutrale, distaccata ed obiettiva, ma in realtà fredda e disumana, pretenderebbero di registrare comunicazioni assolutamente non contaminate da parte dei bambini, non rendendosi conto così di danneggiare e contaminare pesantemente la capacità comunicativa dei soggetti esaminati, dato che qualsiasi bambino presuntamente abusato, in ogni caso, gravemente sofferente e disorientato, ha assoluta necessità per poter comunicare di ripristinare legami di fiducia con le figure adulte in un clima di accoglienza benevola ed empatica (cfr. C. Foti, Intelligenza emotiva e suggestione nella valutazione psicologica del bambino).

 

 

7. L’ascolto autocentrato

 

Come l’illusione anche l’egocentrismo è antitetico all’ascolto. Il soggetto chiamato all’ascolto (singolo, gruppo o istituzione che sia), ripiegato su se stesso e sui propri bisogni particolari non può aprirsi all’altro. E l’ascolto è apertura all’altro, non solo alle sue parole, ma più profondamente ai suoi bisogni, alla sua identità, alla sua stessa esistenza. In quest’ottica l’ascolto si colloca in una posizione mentale e relazionale diametralmente opposta alla perversione: questa intende usare e distorcere la soggettività dell’altro al servizio dell’equilibrio/squilibrio del Sé; l’ascolto invece tende a mettere l’equilibrio del Sé al servizio della soggettività dell’altro, non operando distorsioni o manipolazioni né nella soggettività di chi ascolta né in quella di chi comunica (cfr. C. Foti, L’ascolto dell’abuso e l’abuso nell’ascolto).

L’ascolto, in quanto consistente e dispendioso impegno, di tipo prevalentemente emotivo ed affettivo, è sempre stato una risorsa scarsa nella comunità umana. L’attuale cultura del narcisismo, che “non soltanto innalza i narcisisti a posizioni di prestigio, ma suscita e rafforza in ciascuno i tratti narcisisti”[13] non contribuisce certo ad incrementare le capacità individuali e sociali di ascolto. Si assiste addirittura ad un rovesciamento semantico e psicologico del concetto di ascolto, che non viene più inteso come disponibilità e servizio all’interno di una relazione interpersonale, come conoscimento/riconoscimento dell’altro, bensì come potere, come capacità di farsi ascoltare e di aumentare la propria audience, i propri indici di gradimento e di influenza sugli altri: nella cultura del narcisismo un individuo gode di stima sociale tanto più riesce non già a dare ascolto, bensì ad ottenere ascolto (sul piano mass-mediologico, nel proprio ambiente di lavoro o relazionale…).

Non mancano esempi, in questo volume, di forme di ascolto incapaci di autentica apertura all’altro, centrate sulle esigenze del singolo ascoltatore o sulle esigenze dell’istituzione, piuttosto che sull’attenzione e sul rispetto nei confronti delle comunicazioni del bambino o del suo bisogno di esprimersi: un ascolto di comodo centrato sul mondo degli adulti e non certo sul mondo dell’infanzia, a tutela degli interessi della generazione e della comunità adulta e non certo a tutela dei bambini, soggetti più deboli e meno garantiti socialmente e politicamente.

È l’ascolto adultocentrico e medicocentrico dei sanitari che visitano la piccola Sara: un ascolto che nega completamente i bisogni emotivi della bambina, sacrificandoli sull’altare dell’efficientismo e della volontà di sapere dell’istituzione ospedaliera (cfr. S. Farci, Adultocentrismo dell’istituzione e ascolto emotivo); è l’ascolto narcisistico del giudice che decide di condurre l’audizione protetta senza instaurare alcuna relazione interpersonale con la bambina, senza neppure presentarsi e familiarizzare con lei, al contrario scegliendo di condurre il colloquio utilizzando una televisione a circuito chiuso e parlando alla bambina come un personaggio televisivo da uno schermo, (cfr. L. De Rui, Le resistenze istituzionali e giuridiche al riconoscimento dell’abuso); è l’ascolto adultocentrico della psicologa che, nell’ambito di un colloquio peritale, sottopone una bambina, Annalisa, ad un’escalation di assurde richieste di prestazioni comunicative, espressive, grafiche senza minimamente calarsi nei panni della sua piccola interlocutrice e senza tener conto della sua età e delle sue esigenze, fino a suscitare comprensibilmente la rabbia e il rifiuto della bambina (cfr. C. Roccia, G. Guasto, Ti chiedo di parlare ma faccio in modo che tu taccia. La “suggestione negativa” nei casi di presunto abuso sessuale); è l’ascolto carente delle assistenti sociali che risulta pesantemente condizionato, prima ancora che da carenze professionali, da un’organizzazione del lavoro autoreferenziale, centrata su se stessa piuttosto che sulle esigenze degli utenti, una organizzazione dove le linee guida e le modalità gestionali ed operative non consentono di valorizzare e rispettare le risorse umane degli operatori, i quali di conseguenza non sono assolutamente messi nelle condizioni di ascoltare (cfr. M. Dellavalle, Autotutela delle istituzioni e ascolto del bambino).

 

 

8. Tre tipi di resistenze all’ascolto dell’abuso

 

Mi è capitato in alcune occasioni di proporre all’interno di incontri di formazione con équipe di operatori psico-sociali che intervengono sull’abuso un’attivazione basata sull’intelligenza emotiva che iniziava con la seguente consegna: «Esplicitate un problema che vi sta a cuore o che vi pesa relativo alla questione di cui vi occupate e comunicate un sentimento significativo associato a questo problema». Mi è capitato di verificare che tanto più il gruppo ha accumulato esperienza clinica e sociale sull’abuso sessuale sui bambini e ha maturato una capacità di espressione in termini di autenticità, concretezza e consapevolezza, tanto più le risposte alla consegna mettono a fuoco in prevalenza problematiche inerenti alla difficoltà ad ascoltare l’abuso.

Emergono tre tipi di resistenza all’ascolto dell’abuso, che risultano spesso associate tra loro:

1.        resistenze della vittima a porsi in posizione di ascolto del proprio trauma, dei fatti, dei pensieri e dei sentimenti associati all’abuso patito;

2.        resistenze della comunità adulta e delle istituzioni ad aprirsi al riconoscimento dell’abuso sessuale all’infanzia, spesso sbattendo la porta in faccia di fronte alle piccole vittime e ai loro familiari e calpestando le loro necessità di solidarietà, aiuto, giustizia e cura;

3.        resistenze soggettive degli stessi operatori, anche di quelli più sensibili, ad avvicinarsi all’abuso sessuale, per diagnosticarlo, contrastarlo, curarlo, resistenze in genere tanto maggiori quanto più forte è l’impatto, richiesto dai casi, con l’impotenza, con il dolore, con la confusione e con la prospettiva ansiogena di andare incontro a conflitti e rischi personali.

Gli psicologi impegnati in compiti di psicodiagnosi o trattamento dell’abuso segnalano per esempio di frequente la grande difficoltà delle stesse vittime ad avvicinarsi al trauma, ad ascoltare se stesse, ritornando mentalmente e verbalmente sulla propria storia. Contestualmente riconoscono spesso la propria difficoltà soggettiva ad aiutare il paziente, piccolo o grande che sia, a riprendere contatto mentale con l’abuso.

Dice Amelia, psicoterapeuta: «Come superare le resistenze a ricordare? La mia paziente ventenne mi dice: “È passato del tempo, non ne voglio più parlare”. Io ovviamente cerco di fare collegamenti tra i problemi della sua vita e la sua vicenda di abuso, ma sento un forte dispiacere, un’impotenza perché mi pare che le sue resistenze permangano».

Giovanna, psicologa, afferma: «Seguo una ragazza che forse è stata abusata dal vicino di casa. È una vicenda penosa, confusa. Il vicino aveva una relazione con la madre della ragazza… Il mio sentimento è di fatica, di impazienza. Non riesco a tollerare i silenzi, i lunghi silenzi della ragazza… prima pensavo che avrei dovuto aver più pazienza, accettare di più i suoi silenzi… in supervisione ho capito che forse anch’io ho paura a fare domande, a rompere questo silenzio: anch’io ho paura di ascoltare una storia così meschina, così pesante…».

La collega Manuela insiste sul tema: «Sto male, mi sento impotente di fronte alla grande difficoltà di Kevin, un bambino che seguo, a parlare dell’abuso. Anche se l’abuso è conclamato, non riesco a superare il timore di approfondire le cose che mi dice, di fare le domande… Quando Kevin mi dice: “Ma adesso basta lasciami giocare”, non so più cosa fare… Ho paura di farlo star male».

La resistenza dello psicologo ad ascoltare e metabolizzare il contenuto “indigesto” dell’abuso talvolta si somma e si confonde con la resistenza del paziente a fare altrettanto.

Un gruppo di interventi di varie figure professionali si concentrano invece sulle resistenze familiari, istituzionali e sociali ad ascoltare e a riconoscere l’abuso. «Nel mio servizio psichiatrico - dice Floriana, assistente sociale - compare in cartella in un passaggio quasi insignificante, poco approfondito che la paziente ha subito abuso sessuale da parte del nonno… non viene specificato se e come questo abuso è stato affrontato, denunciato, elaborato… poi si viene a sapere che la paziente ha tentato il suicidio, ma questo fatto non viene neppure per ipotesi messo in collegamento con la storia della paziente…».

Il grave deficit di ascolto nei confronti dell’abuso da parte della comunità adulta è tale che non solo viene rimosso il fenomeno, ma vengono pure negati i suoi effetti, anche quando questi si manifestano in modo eclatante davanti agli occhi dell’osservatore: si perdono completamente i nessi tra la sofferenza della vita adulta e la vicenda infantile, tra i sintomi più drammatici e il trauma che ha contribuito a determinarli.

Talvolta il ricorso alla negazione risulta massiccio proprio in quegli ambiti (per es. nei servizi psichiatrici o nei servizi per le tossicodipendenze) dove in teoria potrebbero essere meglio osservate le conseguenze rovinose di medio e di lungo periodo delle violenze (sessuali e di altro genere) patite dagli utenti nella loro infanzia ed adolescenza. In queste situazioni la necessaria alleanza che gli operatori tentano di costruire con i loro utenti adulti porta spesso ad un’identificazione collusiva e adultocentrica: vengono così negate le carenze genitoriali di questi utenti, non affrontati gli antichi abusi infantili da cui tali carenze hanno preso le mosse ed esclusi interventi di allontanamento e di protezione dei loro figli, anche quando coinvolti in situazioni di violenza intrafamiliare.

Le resistenze istituzionali all’ascolto dell’abuso portano non di rado a situazioni paradossali di palese negazione dei più fondamentali diritti dei bambini. «Io lavoro come psicologa in un consultorio - afferma Nicoletta - mi sono sentita impotente quando sono stata nominata ausiliario del giudice per un’audizione protetta: non solo il magistrato rifiuta qualsiasi incontro finalizzato ad una conoscenza preliminare della bambina, ma mi ha anche specificato che non devo neppure informare la bambina del giorno dell’audizione protetta… incredibile, ma vero… secondo lui dovrei farla venire con una scusa per garantire che la testimonianza non risulti in alcun modo preparata… non si potrebbe neppure immaginare di coinvolgere un adulto in un atto giudiziario tenendolo all’oscuro fino all’ultimo del suo svolgimento».

Spesso l’impatto con le forti resistenze sociali e istituzionali a rifiutare l’abuso produce effetti di pena, di insofferenza, di rifiuto: queste reazioni emotive di rigetto, queste resistenze ad accettare la resistenze, ancorché pienamente comprensibili, rendono difficile l’elaborazione dei problemi.

«Talvolta - dice Adele, psicologa - sono del tutto scoraggiata nello scontrarmi nel lavoro di formazione con le resistenze degli operatori. Due medici mi hanno detto che nella loro città gli abusi sessuali sono poco rilevanti numericamente e quindi non rappresentano un problema. Mi sono cascate le braccia e mi ha preso lo sconforto».

«Mi sono trovata - dice Fiorella, formatrice - in un gruppo di formazione di fronte a degli insegnanti che avevano avuto lo scorso anno un’allieva che dopo una forte crisi non era più venuta a scuola. Avevano saputo che il padre era stato processato per rapporti incestuosi con la figlia… quest’anno la storia si ripete con la sorella, che comincia ad avere una caduta del rendimento scolastico e altri segnali di sessualizzazione e di malessere che avevano già osservato nella sorella… mi dicono : “Noi abbiamo capito subito di cosa si trattava, ma per il buon nome della scuola non abbiamo potuto fare nulla”… cioè, pur sapendo che la loro allieva con ogni probabilità era vittima di violenza, hanno deciso di lasciare la ragazza nel suo inferno… il mio sentimento è di indignazione a dir poco, e anche di grande rabbia… Adesso non ce la faccio più a proseguire la formazione con questo gruppo di insegnanti: il mio è un disgusto che non so gestire».

Talvolta invece l’impatto con le resistenze sociali ed istituzionali al riconoscimento dell’abuso e la denuncia dell’incapacità altrui di ascoltare l’abuso si accompagnano in molti operatori all’ammissione di analoghe resistenze e analoghe difficoltà di ascolto.

«Il mio problema - dice Davide, coordinatore di un servizio - è quando mi scontro nel rapporto con altre istituzioni con la mancanza di disponibilità ad ascoltare il problema… ma a ben vedere il mio problema è l’abuso sessuale in quanto tale… mi turba, mi fa star male, mi pone questioni che mi sembrano sempre faticosissime, per esempio nel rapporto con l’autorità giudiziaria… il mio sentimento è… mi sento inadeguato all’abuso».

«Mi è stata assegnata una nuova paziente - dice Nicoletta che lavora in una comunità psichiatrica - è stata inserita da poco, quando l’hanno presentata l’abuso sessuale che ha subito dal padre è stato nominato, appena accennato, ma assurdamente il fatto non compare in cartella… eppure molti suoi sintomi potrebbero essere collegati ad un trauma sessuale… il mio sentimento è di ansia: non so come avvicinarla alla sua storia, come avvicinarmi… non so come affrontare il suo trauma… speravo sinceramente che non mi assegnassero il suo caso».

 

 

9. Gli ostacoli intrapsichici all’ascolto dell’abuso

 

La mente umana tende a scappare via dalla sofferenza e a scappare a gambe levate dalla sofferenza traumatica. Le psicologie orientali più profonde e le psicologie occidentali più analitiche concordano nel sottolineare come la mente umana sia tentata abitualmente di seguire le strade dell’illusione piuttosto che quelle dell’ascolto e dell’elaborazione della verità, di seguire le strade dell’autoinganno piuttosto che quelle della consapevolezza e del principio di realtà. Il riconoscimento della sofferenza in generale ed il riconoscimento della sofferenza, prodotta dalla violenza sessuale all’infanzia, in particolare sono operazioni mentali intensamente sofferte e conflittuali in quanto si oppongono al bisogno di illusione della mente umana. Il trauma in quanto esperienza di fragilità mette a dura prova la tendenza illusoria del soggetto umano a controllare in modo onnipotente la realtà, a negare la sofferenza e il cambiamento che invece sono elementi costitutivi dell’esistenza.  Si potrebbe anche affermare che la comunità sociale fugge illusoriamente dall’ascolto e dall’elaborazione della verità in quanto la stessa vita umana si gioca, in maggiore o minore misura, in un registro traumatico, avendo comunque sempre qualcosa a che vedere con la violenza e con la morte.

Il trauma comporta sempre per la vittima un danno cognitivo, un’alterazione della capacità di registrare adeguatamente le informazioni sia quelle relative all’evento traumatico, sia, in maggiore o minore misura,  quelle relative a tutte le situazioni successive associabili all’evento traumatico. Il trauma incentiva sempre la difficoltà mentale del soggetto umano a porsi in posizione di ascolto di sé stesso, della propria storia e della propria realtà, a maggior ragione il trauma sessuale ai danni di un bambino. Le reazioni difensive al trauma quali il distacco emotivo, l’estraniazione da sé, l’amnesia, la dissociazione, proteggendo il soggetto dal contatto con un’esperienza troppo penosa per essere integralmente pensata, frammentano il flusso di consapevolezza che normalmente consente di associare nella mente i pensieri, i sentimenti, i ricordi, il comportamento.

La difficoltà della piccola vittima di abuso a mantenere il contatto con la propria esperienza e con la propria memoria rinforza le difficoltà di ascolto, di registrazione e di ricostruzione di quanto successo da parte di un ascoltatore adulto: «Ci sono importanti differenze tra un abuso sessuale dell’infanzia e il coinvolgimento in un disastro: anzitutto quest’ultimo avviene in un contesto di normalità; la minaccia si realizza improvvisamente e in un contesto pubblico. Quindi, il terapeuta o il ricercatore possono velocemente acquisire uno scenario, ragionevolmente chiaro di ciò che ogni superstite ha passato durante l’evento, aiutandolo a ricordare ciò che è accaduto. Al contrario, l’abuso sessuale avviene in un contesto di segretezza e di vergogna, spesso accompagnato da minacce di violenza nel caso in cui il bambino si confidi con qualcuno; dettagli fondamentali riguardanti gli abusi sono privati e pertanto difficilmente accessibili da parte del ricercatore»[14].

L’impreparazione nella fase precedente all’evento traumatico; l’impetuosità dei sentimenti di “paura intensa” “impotenza” ed “orrore”[15] vissuti dalla vittima nel contesto dell’evento traumatico, l’impossibilità in questo contesto di utilizzare adattivamente tali sentimenti con una reazione efficace di lotta o di fuga; l’enorme difficoltà ad esprimere e ad elaborare i vissuti emotivi traumatici, nella situazione successiva all’evento, per la solitudine e l’incomprensione a cui la vittima va incontro e soprattutto per la negazione attraverso cui l’autore della violenza e l’ambiente circostante cercano di cancellare o rimuovere le tracce della violenza stessa: questi elementi fanno sì che il trauma contrasti inevitabilmente la capacità del soggetto di registrare in modo adeguato l’esperienza, di immagazzinarla, di simbolizzarla correttamente, di poterla ascoltare dentro di sé e di poterla recuperare e comunicare in modo integro.

La mente umana è un contenitore che, nell’impatto con il sadismo, con la perversione, con la follia, tende ad essere invaso ed allagato da una debordante dimensione di sofferenza, impotenza, tensione e conflitto che finiscono per travalicare la pensabilità, cioè la capacità di contenimento (dal lat. cum-tenere, tenere insieme) e di elaborazione mentale.

Questo dato non può portare ad affermare una visione pessimistica della mente umana: adeguatamente allenata all’impegno della consapevolezza e soprattutto adeguatamente sostenuta da una rete di ascolto, solidarietà e sostegno psicologico la mente umana ha le risorse per affrontare e metabolizzare i contenuti mentali più penosi ed indigesti, per riciclare e smaltire le esperienze più negative e rifiutabili.

Se questa potenzialità spesso non si traduce in atto non è per un deficit strutturale della mente. L’abuso sessuale infantile potrà incontrare risposte di ascolto, di riparazione e di cura sempre più efficaci con lo sviluppo della conoscenze scientifiche sul trauma e dell’intelligenza emotiva sociale.

Sintetizzando categorie della psicologia occidentale e della psicologia orientale (specie quella buddista)[16] si può definire il trauma in questi termini: un’esperienza che la mente umana in relazione alla propria opacità tende ad evacuare ed in relazione alla propria lucidità può elaborare. La lucidità è conseguenza dell’impegno di consapevolezza del soggetto precedente e successivo al trauma e del sostegno chiarificatore dell’ambiente, di cui la vittima può disporre. L’opacità d’altro canto è conseguenza dell’assenza di consapevolezza del soggetto, favorita dalle carenze psicologiche e personologiche precedenti al trauma e nel contempo è funzione degli atteggiamenti di diniego e di espropriazione della verità che hanno preceduto, accompagnato e seguito il trauma.

Il pessimismo antropologico sulla mente umana non può che essere una copertura della mancanza di responsabilità della comunità sociale che tende a lasciare isolate le vittime dei traumi (soprattutto quelle più deboli e senza voce, tra cui i bambini), non garantendo risposte di supporto sociale e vicinanza emotiva: una comunità che, peraltro, scoraggia negli individui le risposte di sensibilità e solidarietà nei confronti della sofferenza, favorendo invece comportamenti ed atteggiamenti mentali di indifferenza e di fuga dalla consapevolezza.

Analogamente il pessimismo antropologico per cui viene affermata nella mente umana l’esistenza di un istinto di morte, come espressione di un impulso autodistruttivo innato[17] non è nient’altro che una straordinaria mistificazione ideologica per evitare di prendere atto dei nessi storici e psicologici tra l’azione traumatica, la mancata protezione e la mancata assistenza delle vittime da parte dell’ambiente e gli impulsi autodistruttivi reattivi ed interiorizzati nelle vittime stesse[18] (impulsi particolarmente presenti nelle vittime di abuso sessuale, in misura direttamente proporzionale alle carenze di ascolto incontrate, sotto forma di tendenza alla rivittimizzazione, sotto forma di comportamenti autolesionisti e anticonservativi, di agiti sessuali rischiosi, di disturbi alimentari compulsivi, ecc.).

 

 

10. Gli ostacoli sociali all’ascolto dell’abuso

 

Pamela è una bambina di nove anni: per un terzo della sua vita (cioè per tre anni) è stata abusata dal padre con la complicità della madre. I suoi sintomi sono stati devastanti fino a che la sua mente non ha potuto gradualmente svuotarsi dalle proiezioni paterne (definite da lei “mostri”) che le occupavano e le riempivano la mente. Per tanto tempo la mente di Pamela è stata “piena di papà”, territorio dove scorazzavano pensieri seduttivi, minacciosi, ricattatori, non riuscendo a pensare, ad apprendere, a dormire serena, a sviluppare interessi sani.

Il trauma è qualsiasi situazione psichica che genera l’impossibilità dell’apparato psichico a fare fronte a stimoli eccessivi, è qualsiasi evento esterno che provoca un’intrusione di materiale che non è elaborabile all’interno dell’apparato psichico, determinando la costituzione di una zona estranea, proveniente dall’esterno, all’interno della mente[19].

Il trauma sessuale (e il trauma in generale) minaccia dunque l’integrità della mente. Le difese nei confronti del riconoscimento e dell’elaborazione del trauma coinvolgono innanzitutto la vittima che ha subito l’abuso e ovviamente il suo autore che è interessato a negarla. Tali difese si estendono all’eventuale testimone, che potrebbe dare informazioni sui fatti e sulla vittimizzazione del bambino (cfr. F. Borgogno, Originalità e creatività del concetto di trauma nel pensiero e nell’opera di Sándor Ferençzi) e, a maggior ragione, si ritrovano nella comunità scientifica e nella comunità sociale, che non ha assistito direttamente alla violenza e che pertanto può facilmente metterla in dubbio, minimizzando o, addirittura, negando in particolare tre aspetti: a) l’esistenza e la consistenza delle esperienze traumatiche; b) gli effetti distruttivi che il trauma potrà generare nell’evoluzione individuale della vittima, nei suoi comportamenti sociali e nella trasmissione intergenerazionale della violenza; c) le proprie responsabilità indirette nella genesi della violenza e le proprie responsabilità dirette nell’indispensabile attivazione di un intervento di supporto alla vittima e di riparazione del danno.

Come la vittima e come l’autore anche la comunità scientifica e la comunità sociale tendono a rifiutare il trauma come materiale inelaborabile e impensabile. Se le difficoltà e le resistenze della vittima all’ascolto e alla metabolizzazione mentale del trauma sono massicce, le difficoltà e le resistenze della comunità e delle sue stesse istituzioni preposte alla cura e alla tutela lo sono ancora più intensamente. Se il soggetto traumatizzato, anche quando si difende strenuamente dal ricordo del trauma, conserva un interesse anche inconsapevole a riprendere contatto con la verità del suo passato per poterla elaborare (e lo fa per es., seppure non intenzionalmente, ritornando sui trascorsi eventi traumatici attraverso i suoi sintomi intrusivi), la comunità sociale sembra spesso interessata a seppellire la verità della sofferenza delle vittime.

Le radici di questo atteggiamento difensivo si prestano a tre interpretazioni