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Avvenire 15/06/2005

"Figlio", "madre", "padre", "vita"

Ritroviamo le parole sennò perdiamo tutti



Davide Rondoni 

Lo scialo degli embrioni è quasi pari allo scialo di parole. Scialo, sciupìo, insomma, il gettar via… Abbiamo visto che si posson buttar via le vite. Come si possono buttar via le parole. Il destino di queste mi preoccupa quanto il destino di quei poveri esserini che nella pancia di una donna chiamiamo figli e in laboratorio chiamiamo in mille altri modi. Per non ammetterne il peso specifico di vita. Per non vederne il volto. Insomma, se la parola "figlio" è in pericolo, sono in pericolo i figli. E la parola "figlio" esce da questa vicenda con molto veleno iniettato dentro. Con molto veleno di travisamento, di menzogna. E così la parola "madre". E, laggiù, quasi dimenticata, ormai del tutto assente, la parola "padre". È importante l'esito di questo referendum. Ma in un certo senso non importa chi ha vinto, se a perdere sono le parole comuni. Abbiamo perso tutti, in un certo senso. Perché abbiamo perso delle parole importanti. Chi ha vinto avrà il compito di ridare il senso alle parole. Un compito difficile. Più che vincere un referendum. Perché quelle parole sono state violate. In modo plateale e in modo sommesso. In modo violento e in modo obliquo. Violate, rese irriconoscibili. Rese vuote. Rese bandiere, invece che carne e sangue. Slogan, invece che esperienze piene di tremore e di rispetto. Chi viola le parole, fa violenza alla carne che in esse inizia. E in esse si testimonia. E chi uccide il testimone lo fa per uccidere ciò a cui rende testimonianza. Chi uccide la parola "figlio" lo fa per uccidere l'esser figlio. La menzogna intorno alle parole è menzogna intorno alla cosa. Invece pensano che sia diverso. I maestri del linguaggio, di quello pubblicitario - no, non può più dirsi ormai nemmeno "politico" quello apparso sui muri e nelle tribune - e i maestri del linguaggio letterario. Anche loro. Obbedienti alla stessa diabolica divisione tra parola e cosa. Come se far male alle parole non fosse far male alle cose che indicano. Che in esse tremano. Si uccidono l e parole per viltà. Perché non si ha coraggio di aggredire direttamente la "cosa". E questa è una viltà "semplice". Da vile semplice. Da persona poco interessante anche nel male. Quanti sono stati semplicemente vili in questi mesi. Scambiando il senso delle parole, non affrontandole rettamente. Hanno avuto paura, hanno avuto in un certo senso un patetico rispetto per la cosa, non chiamandola con il suo vero nome. Un rispetto da vili. Come chi chiama "ricciolo di materia" l'essere umano che sta colpendo. Perché se lo chiama rettamente non potrebbe sostenere il colpo. È una paura, una viltà semplice. Da gente poco intelligente, anche se hanno i galloni della scienza. Come se non sapessimo che la scienza ha proceduto anche su tante lordure. Come se la scienza fosse pura, un'attività da angeli. Sono così banalmente vili anche con tutti quei galloni. Galloni lordi. E poi ci sono stati i doppiamente, gli orrendamente vili. Quelli che sapevano cosa stavano colpendo, e lo hanno chiamato con il suo vero nome. Embrione: è una parola di origine greca. Indica il fiorire di una realtà dentro un'altra. Già Omero la usava per dire, con lo stesso termine, neonato, figlio, embrione. Lo stesso termine per la stessa cosa. Gli orrendamente vili lo sanno. Nella loro pancia, o nel segreto della loro coscienza lo chiamano così: figlio. Poi in pubblico, per non urtare chi concede loro potere o deferenza, per non correre il rischio di essere additati, lo chiamano in modi diversi. E violano il nome di figlio. Con la viltà di chi colpisce il debole togliendogli anche la dignità del nome. Occorrerà lavorare molto per togliere tutta questa viltà dalle parole comuni.