media e realtà foglio di stile

Avvenire 15/06/2005

Grave per i media non capire la realtà

I giornali nel pallone falliscono la presa



Giorgio Ferrari 

Può il sistema dei media credere alle sue stesse fandonie? Sì, può. E lo fa da qualche tempo con perverso zelo, costruendo bolle semantiche gigantesche che finiscono prima o poi per scoppiare fragorosamente rivelando la loro abbagliante inconsistenza. Ci limitassimo alla favola del bue e della rana, ci sarebbe da sorridere, ma il fenomeno appare in tutta evidenze assai più complesso e non privo di qualche risvolto inquietante. Per capirlo, limitiamoci a due circostanze del passato recente e a una terza che è solo cronaca di ieri. Nell'autunno scorso due grandi giornali americani, il Washington Post e il New York Times - cui si aggiunse l'altrettanto importante Los Angeles Times e a catena rilevanti testate regionali come il Chicago Tribune o il San Francisco Examiner - stimarono che la vittoria di John Kerry sul presidente in carica Bush fosse cosa fatta. La bolla, l'abbaglio su cui costruirono tale certezza è tuttora all'esame dei massmediologi che affollano le università statunitensi. Rimane il fatto che queste testate illustri (ma non dimentichiamo il concorso decisivo che in tale circostanza dettero alcuni network televisivi nazionali come Nbc e Cnn nell'amplificare questa sensazione) scambiarono i propri desideri con l'umore dell'America profonda, giungendo perfino a congetturare che il maggior afflusso dell'iscrizione alle liste elettorali fosse da addebitarsi ai democratici che scendevano in campo in massa. Errore: era l'America rurale, il Midwest, la fascia degli stati del sud a decidere di andare a votare, non i democratici. Il risultato è noto: il candidato risultato vincente ha superato il proprio rivale di quasi tre milioni di voti. Tre milioni, non tremila. Che cos'era accaduto? Che i grandi giornali - cui si era aggiunta gran parte della stampa europea, dall'Economist a Le Monde - avevano creduto alle proprie convinzioni politiche e molto meno alla realtà delle cose. Le Monde stesso (e con lui molta parte della stampa francese) vantava un altrettant o illustre abbaglio: nel 2002 non si accorsero della marea montante che avrebbe portato l'estrema destra di Jean-Marie Le Pen a disarcionare alle elezioni legislative il socialista Jospin arrivando a un imbarazzante ballottaggio con Chirac: occupata com'era a stigmatizzare l'Italia, la gauche francese non seppe minimamente accorgersi del vulcano che aveva sotto i suoi piedi. Così come non percepì appieno la portata del "no" alla Costituzione europea votato il 29 maggio. Schopenhauer definiva come motore del mondo la Wunschvorstellung, ovvero la volontà di rappresentazione. Che però, come si vede, può portare a fantasie ed errori marchiani e pericolosi. Pensiamo al referendum che si è votato ieri e domenica in Italia: travolti da una peraltro legittima scelta di campo, i due maggiori quotidiani nazionali non hanno avvertito l'esiguità dell'affluenza né hanno saputo cogliere i segnali che avrebbero portato alla disfatta dei propositori dei quattro quesiti. Molto grave per testate che, oltre che autorevoli e maggiormente diffuse, rappresentano in qualche modo il Paese. Ma davvero lo rappresentano?

Il potere mediatico sotto accusa

Anche Golia un giorno è crollato



Dino Boffo 

L'esito dei referendum celebrati tra domenica e lunedì non ha bisogno di aggettivi qualificativi. Toglierebbero eloquenza ai numeri, che per una volta invece devono restare - nudi e duri - davanti agli occhi e parlare in tutta la loro fragranza. Quanto al tormentone già inaugurato su chi sarebbero i vinti e i vincitori, ci interessa - qui, in umiltà, guardando al bene del Paese - partecipare all'individuazione di quello che, certo, è il perdente numero uno di questo fiasco epocale, ossia il potere mediaticamente costituito e rappresentato - nel caso - dal circuito autoreferenziale dei grandi giornali, che poi per macchiettistica simulazione si riflettono in molti dei fogli regionali o provinciali. 
Per sei-mesi-sei questi intellettuali sopraffini che presiedono al lavoro nelle cave redazionali, con l'ausilio di quegli ineguagliabili lucernari tenuti in piedi da callidi opinionisti o scienziati arruolati alla bisogna, si sono prodigati come mai a rappresentare agli italiani una sfida che tale era solo nelle loro ossessioni culturali o nei calcoli di carriera personale. Si sono abbondantemente offerti ad un'osmosi simbiotica con una classe politica refrattaria al vissuto del Paese, abdicando non solo al proprio tradizionale radicamento ma anche ad un moderno ruolo di scuotimento e di sveglia. Così armati, hanno voracemente sfigurato i termini dei quesiti referendari, caricandoli di significati tanto eccentrici da rendere irriconoscibili i dati di partenza, prodigandosi con ogni perizia e opulenza per allontanare dagli occhi dell'opinione pubblica la domandina fatale: e dell'embrione, sì di questa vita appena iniziata eppure già irrefrenabile, che cosa è giusto, e doveroso fare? 
Ma è bastato che le informazioni finalmente circolassero, che il lavoro diuturno effettuato per divulgare l'alfabeto di discipline ardite arrivasse a destinazione, che la ge nte comune cioè avesse la percezione esatta non dei teoremi di lorsignori ma dell'effettiva, semplice e drammatica posta in gioco, è bastato questo perché immediatamente le intenzioni di voto scendessero e, nel concreto, si arrivasse a raccogliere quello che segna il consenso minimo alla nostra classe fru-fru. È avvenuto cioè quello che i nostri campioni non potevano concepire, ossia che la gente una volta messa nelle condizioni di pensare con la propria testa sapeva e voleva decidere davvero, non però nel senso preordinato, quanto andando piuttosto in direzione opposta, peraltro senza alcuna inibizione. 
Ma è capitato ancora di più. Ossia che si dovesse infine prendere atto che la Chiesa, quando parla delle cose che contano, e parla facendosi capire, appellandosi al sentire profondo del nostro popolo: là dove ella è riconosciuta interlocutrice singolarmente credibile, ha più ascolto di certi pulpiti esagitati. Questo il significato profondo dell'evento di domenica. Si ripete con ciò quello che è avvenuto nel referendum del 1991: allora si ritrovarono a casa i politici, oggi è finita sotto giudizio quella classe intellettuale che vive nei giornali e attorno ad essi. Non si illudano costoro di rimettere in quarantott'ore tutto a posto, quasi bastasse virare in senso contrario la giostra dei dispetti e delle piacevolezze. Svecchiare, occorre, metodi e teste, e poi aria nuova, logiche finalmente diverse. 
Colleghi cari, la crisi è profonda. Prendiamo il coraggio di guardarci allo specchio, e di prendere le decisioni salutari per noi e per quelli, più giovani, che nelle redazioni ci sono affidati, e che hanno il dovere-diritto di crescere in una dimensione altra e austera del mestiere. Il Paese ha bisogno di un altro giornalismo, non più complice del potere culturale più forte, capace di a ndare controcorrente, audace nelle chiavi di lettura adottate, vero nella credibilità spesa. Capite bene che di certe aristocrazie bolse la cittadinanza ormai non sa più che farsene, suonano spartiti incomprensibili ai giovanissimi e ai giovani adulti. Il trombonismo sfiatato non si rianima certo perché intona per la millesima volta il salmo anticlericale. Blateratori del quasi-nulla. Dissimulatori spietati e cinici. Sodali di menti indispettite e stanche. Attenti, anche Golìa è crollato.