Bimbi sfruttati foglio di stile

Panorama

Sporca guerra di piccoli ladri
 
 
di  Bianca Stancanelli 
28/9/2006   
 
Le baracche di un campo nomadi.
Ceduti con il consenso dei genitori e poi costretti con la violenza a rubare per almeno 400 euro al giorno. Così, attraversole intercettazioni, è stato ricostruito il business dei piccoli rom

 
L'addestramento è feroce: calci, schiaffi, cinghiate, bruciature con le sigarette. Lascia lividi sul corpo, ferite nell'anima. Trasforma bambini tra gli 8 e i 12 anni, piccoli rom romeni, in macchine criminali capaci di rubare di tutto, a comando: portafogli, telefonini, perfino navigatori satellitari. Succede a Roma come a Milano, a Brescia come a Napoli. Un dramma che finora ha suscitato solo fiammate emotive, dal pietismo al razzismo. Ma è una nuova emergenza criminale.
«Lo sfruttamento dei bambini sta diventando un business: come il traffico d'armi negli anni Ottanta o il commercio di droga negli anni Novanta» denuncia Daniela Manti, funzionaria della Squadra mobile di Roma, a capo della sezione specializzata in minorenni e pedofilia. Spiega: «I bambini costano poco e fruttano molto. Per la criminalità sono una merce pregiata». E non solo in Italia.

A Tirana, in Albania, si è appena conclusa una conferenza sulla tratta dei minorenni rom, organizzata dall'Osce, l'Organizzazione per lo sviluppo e la cooperazione in Europa. Per l'Italia, su invito di Save the children, ha partecipato Monica Lanzillotto, coordinatrice del Centro per il contrasto della mendicità infantile, struttura creata dal Comune di Roma col proposito di rimediare alla piaga dell'accattonaggio dei bambini e diventata ormai un solido punto di riferimento per molte forme di sfruttamento minorile. Sostiene Lanzillotto: «Tutta l'Europa, purtroppo, è meta di tratta. E le condizioni di vita dei piccoli rom sono terribili. In Grecia vivono nelle discariche».

Un filo di quella tratta è stato rivelato da un'indagine condotta dalla polizia e coordinata dalla Procura romana. Per sei mesi gli agenti della Squadra mobile hanno intercettato le conversazioni di decine di bambini con i loro sfruttatori, li hanno sentiti vantarsi dei furti o disperarsi di portafogli vuoti, hanno ascoltato gli adulti minacciare botte e ritorsioni ai piccoli che non riuscivano a mettere assieme un bottino di almeno 200 euro al giorno.
A fine luglio gli arresti.

In sette sono finiti in carcere (tra loro, una donna). Altri sfruttatori, rientrati in Romania, sono riusciti a sfuggire alle manette. Tutti provengono da un'unica città: Craiova, nel sud del paese, che accoglie, fra i 300 mila abitanti, 40 mila rom. E non deve amarli troppo se il sindaco Antonie Salomon, in visita a Bologna nel gennaio scorso, ha dichiarato che i suoi concittadini rom «non posseggono carta d'identità, non mandano i figli a scuola e si vantano di essere i peggiori dei peggiori».

Da Craiova arrivano a Roma i bambini destinati a essere addestrati come ladri e smistati, poi, da Milano a Napoli: dagli 8 anni in su, fino alla fatidica soglia dei 14 anni, che segna la frontiera dell'impunità. Ricostruisce il procuratore aggiunto Italo Ormanni, che ha coordinato l'inchiesta: «Vengono prelevati col consenso dei genitori, trasportati su furgoncini, fatti entrare in Italia dall'Austria, avviati nei campi nomadi e qui istruiti dai ragazzini più anziani».
Nella capitale, la meta del traffico è l'accampamento di Tor Cervara, periferia est, uno spiazzo riempito abusivamente di baracche e roulotte, dove abitano poco più di un centinaio di famiglie. Su questo sfondo di degrado si muovono i mercanti di bambini, legati fra loro da una ferrea gerarchia criminale. Ai gradi più bassi c'è «Lale», ovvero Aurel Durac, 25 anni. È lui a commissionare i furti via cellulare, a ricevere i continui aggiornamenti telefonici dei piccoli ladri, a complimentarsi se il bottino è grosso o infuriarsi se è esiguo, a mettere in gara i piccoli l'uno contro l'altro.
«Fa' 400 euro e cinque telefonini» ordina spazientito a un bambino di 11 anni, che gli telefona spaventato perché ha visto molti poliziotti. «Portami una bicicletta, la devo regalare. E non tornare al campo se non l'hai trovata» comanda a un altro ragazzino.

Ed è sempre «Lale», per mesi, a presentarsi ai cancelli del Centro per il contrasto della mendicità infantile, per recuperare i ladruncoli acciuffati da polizia e carabinieri, spacciandosi una volta come lo zio, un'altra come il fratello o il cugino, non esitando a esibire carte false, documenti rilasciati in Romania.
Riflette Marina Tuccinardi, responsabile dell'area minorenni per l'assessorato alle Politiche sociali del Comune di Roma: «Esperti, magistrati, assistenti sociali, ci stiamo interrogando tutti su che cosa fare per questi bambini, su come reagire a un uso così violento e così nuovo dei minori.

È giusto cominciare a pensare anche a qualche cambiamento normativo. La legge dice che non si può mettere sotto chiave un bambino. Ma se viene fatto prostituire, se viene addestrato a rubare e scappare, che cosa bisogna fare?». Tra i piccoli ladri portati nel Centro romano uno ha raccontato d'aver dovuto saldare un debito del padre. «Papà doveva comprare il cavallo col carretto» ha spiegato. Totale: 6 mila euro.

Ceduto alla banda di Tor Cervara, il figlio, in otto mesi, ha saldato il conto con gli interessi. «Scatta tra loro una competizione, una gara a chi è più bravo a far soldi» racconta Lanzillotto. «Sono bambini che non conoscono l'infanzia. E il loro modello sono gli adulti che li sfruttano, li picchiano, li maltrattano».
Sulla schiena, sulle braccia, sulle gambe di E., 11 anni, i vigili urbani di Milano, che lo fermano nel maggio scorso, trovano segni di frustate, cerchietti scuri, tracce di mozziconi di sigaretta spenti sulla pelle. Due giorni dopo il fermo la polizia ascolta il ragazzino chiamare al telefono il fratello, un altro della banda di Tor Cervara, per fare il conto diligente dei portafogli e dei telefonini rubati.

Bottini divisi secondo precise percentuali. È un altro rom romeno a dettarle: «Gelu», Eugen Bobi Luca, 32 anni. In una telefonata intercettata, «Gelu» prescrive a «Lale» e a suo fratello «Fane», Fanel Durac, 35 anni, parlando del provento dei furti: «Guadagnano 1.000 euro. Fane ne deve avere 200 perché è suo diritto.
Quattrocento sono per te e il resto a me. Ai bambini niente». Ed è ancora «Gelu», con l'aiuto di «Bebe», Ion Nebunu, 37 anni, l'autista della banda, a smistare i piccoli qua e là per l'Italia, facendo loro cambiare aria quando incappano troppe volte nei controlli di polizia.

Sulla via da Roma a Milano, i due usano i bambini come bancomat, fermandosi per brevi soste a Bologna, ad Arezzo e mandandoli a rubare tra la folla. «Ho bisogno di un navigatore satellitare» dice «Bebe» all'amico «Bozo», Cezar Rinel Eremia, 35 anni, l'unico a saper parlare decentemente l'italiano, tanto da poter contattare avvocati e istituzioni. «Non ti preoccupare: i bambini te lo troveranno» lo rassicura «Bozo».
C'è una donna tra i mercanti di bambini: Rodica Adir, 29 anni, detta «Tuca». A suo figlio «Purò» (occhi grandi), 10 anni, che, in un pomeriggio di febbraio, le telefona piangendo, perché è stato acchiappato dopo un furto e picchiato, e chiede il permesso di rientrare a Tor Cervara, la donna ordina di tornare a rubare. Oggi Tuca è in carcere. Purò è fuggito dalla struttura che lo aveva accolto. Sarà tornato per strada, a braccia aperte incontro ai suoi aguzzini.