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La Stampa
CRONACHE
CONFESSIONE CHOC LA FIGLIA DI DINO E DELLA MANGANO SCRIVE
UN’AUTOBIOGRAFIA
«Il giorno che ho scoperto
d’aver sposato un mostro»
Veronica De Laurentiis: mio marito abusava dei bambini
25/10/2006
di Simonetta Robiony
ROMA. Veronica De Laurentiis, la figlia di Silvana Mangano e di Dino De
Laurentiis, è una donna ancora bella, con occhiaie profonde e
malinconiche, da adulta. Veste di nero, come si usa negli Stati Uniti, e
al collo ha una catenina con il ritratto del primo figlio, morto per un
tumore. Ma è anche una donna infantile, capace di passare
rapidamente da uno sguardo velato di lacrime a un sorriso largo, a denti
scoperti. Dei quattro figli di quella che fu la coppia reale del cinema
italiano, lui il produttore più potente, lei l’icona più
chic, è la maggiore, la prima. Se glielo avessero permesso avrebbe
voluto fare l’attrice: sua madre, però, disprezzava quel mestiere
e disse di no, nonostante il padre, che l’aveva fatta debuttare nel
kolossal «Waterloo» di Bondarciuk, avesse programmato per lei una
fortunata carriera.
Invece si è sposata, ha avuto quattro bambini, si è
separata, ha cominciato a disegnare vestiti, ha trovato un nuovo marito,
ha ricominciato a recitare e adesso ha scritto un libro dedicato a sua
madre, «Rivoglio la mia vita», una minuziosa biografia che esce in
questi giorni per le Edizioni E/O a 16,50 euro, per 273 pagine. Ma siccome
non è una scrittrice e non sa se potrà diventarlo, si
è fatta aiutare da una che questo fa di mestiere, Anne M. Strik,
che con lei firma.
Per scrivere queste pagine, racconta, ci ha messo più di dieci
anni raccogliendo ritagli di giornali, interviste, fotografie. Tutto
è cominciato alla fine degli Anni Ottanta, dopo la separazione da
quello che per quindici anni è stato suo marito: quando ha scoperto
che lui aveva abusato sessualmente delle loro figlie, lo ha denunciato,
l’ha fatto condannare a quattordici anni di cui sette scontati in
carcere per buona condotta, ha ottenuto lasciasse per sempre gli Stati
Uniti dove lei e i suoi vivono ormai da tempo. E’ stato durante una
lunga terapia psicologica che ha cominciato a buttar giù questi
pensieri. Le serviva per rimettere insieme i pezzi, riconquistare la stima
in se stessa, capire come aveva fatto a non accorgersi di niente, a non
vedere, a non sentire. Le serviva a rimuovere i sensi di colpa, ad
analizzare le sue origini, su, su fino ai nonni, a perdonare gli errori
degli altri, ad assolversi. Una sola concessione alla riservatezza: i nomi
dei figli e dell’ex marito sono stati cambiati.
Come ha saputo che il suo ex marito abusava sessualmente delle sue
figlie?
«Una notte, quand’ero già separata, mentre ero in montagna per
le vacanze di Natale, la mia figlia più grande mi fece una
telefonata piangendo. Non riusciva a parlare. Non capivo cosa potesse
esser successo. Le ho fatto cento domande. Alla fine le ho fatto anche
quella. Ha confermato. E’ stata una tragedia».
Ha capito perché non aveva mai sospettato niente?
«Alla fine sì, ho capito. Mi sono sposata giovanissima perché mia
madre che adoravo mi aveva proibito di fare cinema. Ero impreparata alla
vita. A casa si parlava pochissimo. Mio padre, di carattere più
aperto, era preso dal lavoro. Mia madre restava ore in silenzio a
ricamare, e quel rumore del filo che trapassa il tessuto lo sento ancora
nelle orecchie. Non ero abituata a far domande: mi avevano educata a
ubbidire».
Che matrimonio era il suo?
«Infelice. Lui era prepotente, irascibile. Mi mortificava davanti ai
bambini. Non c’era confidenza. Dopo la nascita del quarto figlio
separammo le camere da letto. Diceva che ero diventata troppo vecchia per
fare l’amore. Non avevo neanche potuto confessargli che, quand’ero
ancora una ragazzina, un uomo aveva abusato di me. Era un segreto, quello,
che non avevo mai potuto raccontare. E mi pesava».
La condanna del suo ex marito sarà stata molto difficile da
sopportare per i suoi figli.
«Abbiamo fatto ore di analisi, insieme e da soli. Abbiamo riflettuto a
lungo. Oggi stanno bene. Mi ha aiutato molto mia sorella Francesca che si
occupa di terapia familiare. Arrivare alla verità, dichiararla,
renderla pubblica è una liberazione. Mio padre, che è
all’antica, sostiene che quel che mi è successo è una cosa
che bisognerebbe tacere. Invece io sono convinta che gli abusi sessuali,
le violenze domestiche possono capitare in qualsiasi famiglia, e che non
c’è da vergognarsi. Occorre avere la forza di ribellarsi,
troncare, denunciare. E poi ricominciare. Io l’ho fatto». |