La morte del piccolo Lorenzo Paolucci foglio di stile Nuova pagina 2

 Morte, dolore e giustizia

"poscia, più che 'l dolor, poté il digiuno." (nono cerchio dell'Inferno - Canto XXIII v. 75)

I figli (in realtà, due nipoti e due figli) del Conte sono ormai morti; ma che cosa significa "il digiuno poté più che il dolore"?. La fame prolungata vince il dolore e Ugolino si ciba delle carni dei figli per sopravvivere. Il digiuno può causare sofferenze e dolore più della morte? E' questo che Dante induce a far pensare. Effettivamente, riflettendo, la morte è un evento irripetibile, finale, conclusivo. Per quanto traumatica, inaspettata, sofferta, tragica abbiamo, tutti, un'unica possibilità di sperimentarla. Il digiuno invece può essere molto più atroce e terribile. Il digiuno ci può perseguitare, lacerare consumare fino a quell'ultimo giorno, fino a quell'unico evento irripetibile. La metafora con il digiuno affettivo non è poi così scontata ma nemmeno assurda, anzi: ritengo che l'immagine dantesca di ciò che può causare il digiuno sia straordinariamente associabile al digiuno affettivo che vivono le vittime di violenza all'infanzia. Sono in questo caso quelle che non hanno potuto rielaborare il trauma, che non hanno trovato un qualsiasi adulto di riferimento "soccorrevole", adulti che hanno causato questa morte emotiva. Ma come se non bastasse la violenza, il dolore per la morte dei bambini uccisi dalla furia caina, dobbiamo assistere all'indecorosa ingiustizia che infanga la memoria dell'infanzia. E' notizia recente: il cosiddetto "mostro di Foligno" ottiene uno sconto di pena. Ha ucciso due bambini, reo confesso, mai pentito. Il padre di uno di quei bambini, il caro amico Luciano, mi dice che il carcere è l'unico posto in cui quell'assassino potrebbe essere protetto dalla sua ossessione che lo porterebbe ad uccidere ancora se liberato. Ma l'indulto, che si diceva non doveva interessare i pedofili, decurterà la pena anche di questo assassino. Anche in questo caso le aspettative sacrosante del diritto delle vittime, o alla loro memoria, vengono rinnegate dagli adulti. Dov'è la certezza della pena in tutto questo? Che giustizia è mai questa che fa sconti di pena ad un assassino di bambini? Come potrà mai esserci pace senza giustizia?

Anche in questo caso l'allegoria con la rappresentazione Dantesca mi porta a riferirmi ad un'altra protagonista: la fame. La fame incombe su tutta la parte del XXIII Canto. La fame, fame di verità, fame di giustizia, fame di comprensione, di rispetto, di pace. E' necessaria una giustizia umana, foriera di pace sociale capace di rispondere ai reali bisogni dei più piccoli ed indifesi. Bisogni di tutela, di protezione e di pene certe e scontate per chi si macchia di orrendi crimini sull'infanzia. Ritenere che tutto sia relativo e cioè lasciarsi condurre da qualsiasi vento di politica o di pensiero, significa non riconoscere nulla come assoluto ed inviolabile e che lascia libero arbitrio e spazio all'unico ed egoistico controllo il proprio io ed i suoi desideri o interessi. Risulta comunque assolutamente inspiegabile che la giustizia umana conceda sconti pena a chi ha violato e ammazzato dei bambini. Quei bambini, sono stati nuovamente violati da un sistema che non riconosce il valore dell'innocenza come assoluto e superiore a qualsiasi logica adulta. Il palazzo è sempre più lontano dalla voce della collettività, legiferando ed amministrando con criteri adultocentrici. Se non saremo capaci di rinnovarci riaffermando i valori fondamentali, etici, cristiani e morali, se non riusciremo a saziare la fame di giustizia e di pace delle vittime o dei loro familiari che li piangono, sarà vano qualsiasi tentativo di sana ed equa società. La politica che non ascolta i bisogni dei cittadini è una politica senza futuro.

Graziano Guerra