NATASCHA E MARIA: QUANDO LE VITTIME NON CONVINCONO.

di Claudio Foti

La violenza dell'uomo sull'uomo, a maggior ragione quella sul bambino, non è convincente. Soprattutto nelle sue forme più distruttive produce incredulità, genera dubbi, eccede la pensabilità. Dopo la sconfitta nazista le popolazioni tedesche attorno ai lager, prima di essere costrette con la forza dalle truppe americane a visitarli, pensavano che i forni fossero un'invenzione. Si prenda il caso di Natascha, la ragazza austriaca che dopo essere stata rapita da bambina all'età di 10 anni è rimasta nelle mani del suo sequestratore per 8 anni, prima di riuscire a fuggire. La sua storia non convince perché facciamo molta fatica a pensare cosa può provare una bambina nelle mani di un adulto che la sequestra, la isola dal mondo, la condiziona e la vincola, nel corpo e nella mente, ponendosi come padrone, come maestro, come genitore, come amante. E' arduo pensare a cosa può fare un adulto ad una bambina che egli può controllare per anni, giorno e notte, usando le più varie tattiche dalla costrizione alla seduzione, dalla minaccia al coinvolgimento affettivo, dalla punizione alla concessione. Non convincono molte informazioni che Natascha ha fornito sulla propria vicenda. C'è difficile accettare che il racconto delle vittime sia confuso. Che non sia lucido e razionale e che ci tolga così ogni ombra di dubbio sulla. In realtà le persone che subiscono pesanti torture e lunghi sequestri, le donne vittime di violenza domestica e i bambini vittime di maltrattamenti ed abusi, in altri termini le vittime di un "trauma complesso" (J. Herman) non possono essere del tutto convincenti nei loro racconti, perché hanno in qualche modo bisogno di convincersi loro stesse che non è interamente accaduto ciò che è accaduto. Non convince l'intervista di Natascha alla TV: la ragazza si pone come forte e come sorridente. Non convincono le vittime, quando fanno le vittime, cioè quando si difendono dal ricordo, "esso stesso traumatico" (Primo Levi), quando minimizzano o negano le pagine più umilianti della violenza subita, quando cercano di far leva sulle risorse di apprendimento e di adattamento con cui hanno fatto fronte ad una situazione disumana, quando scelgono di puntellare la propria immagine ferita, entrando nella realtà virtuale della TV, che peraltro, nel caso di Natascha, è stata per lunghi anni l'unica finestra sul mondo in una stanza senza finestre. Natascha dichiara di essere stata più forte del suo rapitore. Si difende dalle domande che riguardano la relazione con il suo rapitore e rischiano d'avvicinarsi al ruolo attivo con cui necessariamente ha cercato di sopravvivere adattandosi al dominio che incombeva su di lei. S'indigna quando viene a sapere che è stata mostrata la verità angosciante del luogo angusto ed opprimente della sua prigionia. Le rivelazioni di Natascha lasciano perplessi: com'è possibile che usciva ogni tanto con lui, che è andata almeno una volta in vacanza e poi dice che non riusciva a scappare? "Prima si poneva come moglie e poi dice che tutto la terrorizzava" (Corriere della sera). Potrebbero convincerci vittime ideali che riuscissero a contrapporsi al loro aguzzino, tanto maggiore è la pesantezza dell'aggressione patita. Come sarebbe bello e facile prendere sul serio e sostenere vittime di questo tipo. Non contaminate dalla violenza e dall'impotenza a lungo patite. Non possiamo tollerare invece le vittime reali, che manifestano un'ambivalenza tra amore e odio nei confronti dell'abusante, le vittime che sono costrette a ricorrere ad una scissione tra la componente di ribellione e la componente di sottomissione. Quanto è penoso e difficile mettersi nei panni sofferti e impotenti delle vittime. Loro lo intuiscono. Per questo hanno poco voglia di aprirsi autenticamente. Quanto è duro capire che per Natascha (come succede ai bambini e alle donne vittime di violenza domestica) la prigione mentale era maggiormente paralizzante di quella reale. Ci sono centinaia di migliaia di minori che circolano liberamente e che sono nel contempo sequestrati nelle loro famiglie e sottoposti a violenze di vario genere, psicologico, fisico e sessuale. Questo dato non può emergere né dalle statistiche ISTAT, né da quelle giudiziarie. La gran parte di queste violenze rimangono avvolte nel segreto e nel silenzio, non segnalate né ai servizi né alla magistratura. Questo dato emerge invece dalle interviste retrospettive, eseguite su campioni di popolazioni giovanile a cui si chiedono informazioni in via confidenziale ed anonima sulle esperienze vissute nell'infanzia. Sono minori che hanno una loro vita sociale, vanno a scuola e frequentano diversi ambienti. Ma non parlano, perché hanno un vincolo di paura, di dipendenza, ed anche di affetto nei confronti del loro violentatore, perché hanno sviluppato, come Natascha, la sindrome di adattamento all'abuso: il bisogno di sopravvivere ad una situazione familiare che appare senza via d'uscita e una dilagante sfiducia in se stessi e nella possibilità comunicativa. La voglia di parlare nella vittima c'è, ma la voce può fermarsi in gola, come succedeva a Natascha. Non parlano perché la comunicazione inizia non già dalla bocca di chi parla, bensì dalle orecchie di chi ascolta, cioè dalla disponibilità dell'ascoltatore a soffermarsi sui segnali di disagio del bambino. Una disponibilità all'ascolto - di tempo, di condivisione, di vicinanza emotiva - che risulta socialmente assai scarsa nella comunità adulta. Si pensi alla vicenda di Maria, che ha rivelato violenze e abusi sessuali subiti nell'orfanotrofio di Vileika in Bielorussia e che la famiglia ospitante di Cogoleto ha deciso di nascondere per impedirne il rimpatrio nel proprio paese d'origine. E' sempre rischioso commentare un caso di disagio minorile che si è conosciuto non già attraverso un intervento professionale diretto, bensì attraverso la rappresentazione mediatica, ma una riflessione merita farla. I dati, ricavabili dalla stampa, sono i seguenti. Maria è una "bambina di Chernobyl" che fa parte dei quasi trentamila i bambini che ogni anno trascorrono "vacanze terapeutiche" in Italia. Maria viene in Italia nel 2003. Sembra sia stato girato un video da un medico che ha visitato la piccola: lei ha raccontato di essere stata violentata da ragazzi più grandi, ospiti dell'orfanotrofio. Il primo certificato medico è dell'agosto del 2004 parla di "ematomi contusivi multipli nella regione toracico-addominale e agli arti inferiori con lesione, sospetta ustione in regione pubica". I genitori si rivolgono ad uno psicoterapeuta che nel marzo 2005 scrive: "Maria giocava con le bambole, ad una di esse aveva legato le mani dietro la schiena, le due bambole venivano unite come se baciassero. Alla richiesta di spiegazioni che si trattava di un gioco che il ragazzo più grande dell'istituto dove viveva imponeva a lei e ad altre bambine quando le maestre non c'erano. Questo ragazzo le spogliava, le legava le baciava e le morsicava su tutto il corpo". La situazione sembra sia precipitata questa estate, quando Maria avrebbe tentato di uccidersi all'idea di dover ritornare nell'istituto in Bielorussia. "Maria - si legge nella richiesta di asilo - ha minacciato di bere tanta acqua salata senza farsi vedere da nessuno, così sarebbe morta e avrebbe potuto stare per sempre con la sua famiglia". (L'8 giugno a Varazze "si è gettata in mare e non è più riemersa costringendo il bagnino ad un salvataggio di emergenza. Riportata a riva è stata colta da una crisi isterica e piangendo ha cercato di gettarsi in mare gridando: 'voglio morta qui!', 'voglio morta qui!', 'voglio stare sempre con mia mamma e mio papà'." Non possiamo sapere quanto questa ricostruzione sia esatta. L'esperienza sociale e clinica ci dice tuttavia che in molti orfanotrofi dell'est non pochi bambini e bambine hanno subito varie forme di violenza, assumendo il ruolo di giocattoli erotici dei più grandi o degli educatori. Valeva la pena in ogni caso approfondire l'ipotesi che Maria abbia subito una devastante violenza. Valeva la pena che la bambina venisse ascoltata. Se i dati portati dai genitori affidatari non potevano essere considerati sufficienti per ipotizzare una situazione di grave pregiudizio della bambina, i giudici del Tribunale per i minorenni di Genova avrebbero comunque potuto promuovere un'attenta valutazione peritale prima di deciderne il rimpatrio. I giudici avevano dal diritto internazionale gli strumenti per intervenire a protezione urgente della bambina. Maria può e deve tuttora essere ascoltata. Se la bambina in effetti ha vissuto una situazione traumatica nel suo paese e se, nel momento di ritornare in patria, è stata investita da una riattivazione di sintomi e di vissuti legati al trauma sessuale subito, sarebbe una gravissima violenza istituzionale e un'ulteriore vittimizzazione, riportarla nelle vicinanze del suo lager o riavvicinarla comunque alla situazione traumatica. I bambini traumatizzati vivono con estrema angoscia l'allontanamento dal luogo sicuro, dove hanno iniziato a confidarsi con la prospettiva di essere riesposti ai fattori ambientali e psicologici associati all'evento traumatico. Sembra che la violenza atroce contro i bambini non sia convincente. Meglio pensare a priori che tutto sia un'invenzione di Maria o dei genitori che la ospitavano. Oltretutto i giornalisti che hanno visitato l'istituto di Vileika in Bielorussia, hanno trovato un ambiente efficiente e non hanno notato nulla di strano. E ben sappiamo che negli istituti o nelle famiglie dove i bambini sono abusati basta un passaggio di giornalisti o una visita domiciliare che la violenza balza all'occhio… Meglio convincersi che al massimo l'abuso subito dalla bambina sia stata poca cosa, trattabile in ogni caso con un rientro della bambina in patria, in uno Stato che ha tutto l'interesse a dimostrare che l'infanzia bielorussia vive nel migliore dei mondi possibili e che ha dato prova della propria straordinaria sensibilità nei confronti dei bambini, minacciando - per difendere l'orgoglio nazionale - di sospendere l'autorizzazione ai soggiorni terapeutici dei bambini bielorussi in Italia se Maria non rientrerà nel suo paese. Si dice da più parti che i genitori affidatari di Maria, che hanno reso irreperibile la bambina, hanno sbagliato a farsi giustizia di sé. Certo la scelta di questi genitori sarebbe deprecabile se mascherasse un desiderio di trovare un pretesto per trasformare l'affidamento in adozione. Ma come escludere l'ipotesi che abbiano davvero recepito una richiesta disperata di aiuto della bambina? Come escludere l'ipotesi che la loro scelta sia stata una coraggiosissima obiezione di coscienza di fronte al rifiuto istituzionale di ascoltare la bambina, di fronte alla dimenticanza adultocentrica delle ragioni delle piccole vittime a favore della ragion di Stato, di fronte al fatto che altri che hanno rinunciato per ragioni di opportunità diplomatica ai principi del diritto italiano ed internazionale a tutela dell'infanzia violata. Se qualcuno fa Erode e qualcun altro Ponzio Pilato, non si può pensare che per fortuna ci sia qualcuno che tenta di fare Gandhi?