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La negazione

Questa settimana ho “condiviso” una testimonianza. Una donna ora adulta ha trovato la forza di “buttare fuori” quel mostro che aveva dentro, il male che la rodeva da tanto, troppo tempo. Mi diceva che leggere o ascoltare le testimonianze, anche se le procurava dolore, le aveva dato il coraggio di contattarmi.

“E’ una strana sensazione che provo ogni volta che ascolto qualche vittima. Si prova sempre quel particolare sentimento, quell'assenza di respiro e di parola, che ti prende ogni volta che incontri un testimone o leggi una testimonianza, come se ti levasse l'aria dai polmoni. E' quel sentimento strano, quell'angoscia spossante che c'è sempre in tutti i racconti che trattano di particolari traumi subiti come questi. E' questa un'inquietudine maledettamente presente, sempre attuale. Parlare con queste persone, ascoltare, non leggere ma parlarci assieme, sentire il loro dolore è sentire un campionario di male, da riempirti per sempre; ogni incontro è colmare la misura, ogni volta è un sentirsi afflitti con loro, con loro subire ancora quelle angherie. Nessuna vittima di violenza subita durante la propria infanzia può portare da sola per tutta la vita quei ricordi, ma li deve condividere con qualcuno. E’ anche una questione di sopravvivenza ma non solo. E’ un debito che gli adulti hanno con la storia, un debito con i bambini violati e maltrattati e noi vittime dobbiamo testimoniare.”

Primo Levi nel suo libro "i sommersi e i salvati" torna sull’esperienza dei lager nazista per leggerla non come un fatto chiuso, un incidente della storia, ma come un grande esempio da seguire. Le prime notizie sui campi nazisti incominciarono a diffondersi verso il 1942. Erano notizie vaghe e molte persone si rifiutavano di prenderle in considerazione. Molti sopravvissuti ci ricordano che le SS si divertivano ammonendo i prigionieri e dicevano: "in qualunque modo termini questa guerra abbiamo vinto noi; nessuno di voi potrà portare testimonianza, ma se qualcuno scampasse e raccontasse tutto gli uomini non gli crederanno. E’ probabile che ci saranno sospetti, discussioni, ma non ci saranno certezze perché noi distruggeremo le prove e quando anche qualche prova dovesse rimanere la gente dirà che sono esagerazioni e crederà a noi, che negheremo tutto, e non a voi."

La storia, anche recente, ci insegna quanto sia drammaticamente attuale e vero questo. Non solo ci sono ancora i "negazionisti", chi nega che sia mai esistito l'olocausto e per questo abbia anche subito, giustamente, una condanna, ma esiste ancora un altro tabù culturale che assomiglia molto a questa "negazione".

E' la negazione alla nostra coscienza che esistano violenze sui bambini. Si minimizza, nella migliore delle ipotesi o peggio ancora, come facevano i nazisti, alcuni negano tutto o veicolano informazioni e dichiarazioni, anche di pseudo esperti, che affermano che la violenza all'infanzia è un'esagerazione che le vere statistiche sono quelle delle denunce e solo su queste esiste "la verità".

Tutte le ricerche finalizzate a conoscere il fenomeno sommerso della violenza a danno di fanciulli indicano una cifra che varia dal 15% al 25% quale percentuale di ragazzi che dichiarano, rispondendo ad un questionario anonimo, di essere stati oggetto di gravi violenze fisiche o sessuali, (ricerca Sos infanzia 2007 a Treviso, 2005 a Vicenza, ricerca prof. Alberto Pellai Dipartimento di Sanità Pubblica Università di Milano 2002, ricerca del prof. Jèrome Laederach dell’Università di Ginevra 1999).

Significa che in Italia circa due milioni di bambini su dieci milioni, secondo le proiezioni di queste ricerche, sono stati oggetto di gravi violenze sessuali o fisiche.

Di questi casi solo uno su cento è stato oggetto di denuncia.

Questa è la verità ufficiale, l'uno per cento di quanto accade! E su questo si programmano le politiche sociali, "la presa in carico", gli aiuti!

Alla fine del recente anno scolastico, durante il convegno conclusivo con 800 studenti a Castelfranco Veneto per rendere noti i primi risultati del monitoraggio svolto con loro, ho esordito così:

" sono qui oggi a parlare con voi, falsi, esagerati, che avete voglia di protagonismo, che siete degli schizofrenici (termine usato da un noto psichiatra per definire chi afferma che le vittime di violenza sono una ogni 5 bambine). Sono qui oggi a restituire questi dati irreali, a rendicontare sulle vostre falsità e mistificazioni della realtà."

Quale differenza c’è tra i nazisti e chi nega questo olocausto dell’infanzia?

Come potrà mai accadere che le vittime trovino il coraggio di parlare, di testimoniare, se il mondo adulto è formato da chi nega la verità?

Come sarà mai possibile restituire dignità, giustizia e finalmente tutela, la vera tutela, ai bambini se non si risponde adeguatamente al fenomeno della violenza all'infanzia?

Ma allora la “colpa” è dei servizi sociali, della politica, dello Stato?

Non si tratta di individuare delle colpe ma di stimolare una sensibilità, un’attenzione che parta da reali bisogni collettivi. Il legislatore legifera sulla base di istanze, di bisogni della comunità. I servizi sociali, la politica interviene su dati oggettivi. E’ per questo che abbiamo bisogno sempre più di “testimoni”, di “denunce”, perché come riferisce una nostra testimonianza “l’ho denunciato pur sapendo che in carcere non sarebbe mai finito. Ma ho sentito la responsabilità di dire a tutti che è un pedofilo, non tanto per gli adulti ma quanto per le bambine altre potenziali vittime che finalmente saranno tenute lontane da quel porco”. Sarà solo in virtù delle testimonianze che sarà possibile un’adeguata tutela.

Ognuno di noi può fare qualcosa. Non solo noi volontari, ma ognuno di noi nelle forme e nei modi che ritiene più opportuni e consoni alla sua personale situazione, predisposizione, competenza e disponibilità, umana e materiale. Non aspettiamoci che l’aiuto “cada dall’alto”, “dallo Stato”. Lo Stato siamo noi e noi possiamo, se vogliamo, contribuire a cambiare la cultura, l’atteggiamento, il nostro cuore.

Ascoltiamo, aiutiamo, aiutiamoci, per aiutare il nostro futuro, i bambini.