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Redattore Sociale

MINORI 15.55 27/06/2007
''Il Ritalin, il Prozac, l'uso sconsiderato di psicofarmaci sono un ritorno all’istituzionalizzazione''

Se ne è discusso oggi al convegno ''Diversamente vivaci'' promosso da Comune di Roma e Psicheingenere. A confronto psicologi, avvocati, assistenti sociali, famiglie e insegnanti
 


ROMA – Pet therapy, fattorie sociali, aikido e sport di disciplina, presa in carico, risposta personalizzata e approccio multidisciplinare: queste le possibili ed alternative risposte al problema Adhd – Attention Deficit Hyperactivity Disorder – noto anche come disturbo da deficit di attenzione e iperattività, venute fuori oggi al convegno “Bambini diversamente vivaci: diritti e buone prassi per la progettazione di interventi in contrasto all’abuso di psicofarmaci” presso la Casa Internazionale della Donna a Roma. Organizzato dalla Commissione Affari Sociali del Comune di roma e dall’associazione Psicheingenere, con il contributo della centrale del Latte di Roma e il patrocinio di “Fattorie sociali” e di Aspic, il convegno è stato un momento di analisi e confronto sulle possibili alternative terapeutiche all’uso di psicofarmaci per la cura dell’Adhd. In un clima di contaminazione dei saperi e di approccio multidisciplinare, il convegno ha permesso di prendere in analisi le piccole sfaccettature del problema: dall’assistenza sociale alla tutela giuridica del minore, dalla psichiatria ai servizi sul territorio, dalla scuola alle forme alternative di terapia come le fattorie sociali e la pet therapy. 

 

Ad oggi, infatti, se un bambino è distratto, se non segue le direttive e si agita, viene etichettato come malato mentale. Giusto? Sbagliato? Il tema divide. Chi ha deciso infatti che l’Adhd è una malattia, intesa come “anormale condizione dell’organismo causata da alterazioni organiche o funzionali ad andamento evolutivo verso la morte, la guarigione o una nuova, diversa, condizione di vita” (cf. De Voto Oli)? L’Adhd, malattia “scoperta” nel 1980 dall’Associazione Psichiatrica Americana, è stata inserita come disturbo mentale, tramite la votazione di un gruppo di esperti, nel Manuale Diagnostico e Statistico dei disturbi mentali. Come tutte le altre forme di malattia mentale, anche l’Adhd è di fatto una diagnosi fondata unicamente sul riscontro dei sintomi. L’Adhd, dunque, a ben vedere, altro non è che un insieme di sintomi e di comportamenti. Non c’è patologia, né prova certa. L’unico strumento utilizzato per la diagnosi è una lista di domande, un test che si basa sulla dicotomia si-no. Per sapere se nostro figlio è affetto da Adhd basta rispondere positivamente a sei domande su nove, del tipo: muove spesso le mani o i piedi o si agita sulla sedia? è distratto facilmente da stimoli esterni? ha difficoltà a giocare quietamente? chiacchiera troppo o da risposte prima che finisca la domanda? Da queste risposte, spesso dipende il futuro e la crescita psicosociale del bambino “diversamente vivace”. Per far fronte a questo “disturbo” e partendo da premesse chiare sulla tipologia di disagio e sulla superficialità dei test di diagnosi, si fa sempre più forte oggi la convinzione di doversi affidare al criterio “ab juvantibus”, ovvero alla somministrazione di un rimedio che dia giovamento al paziente. Il rimedio oggi si chiama Ritalin, uno psicofarmaco metilfenidato in voga negli anni ’70 tra i tossicodipendenti americani: sotto il profilo educativo, dunque, il bambino viene addestrato a risolvere i problemi della sua vita con una pillola.

 

L’Adhd, secondo i suoi sostenitori, colpirebbe almeno il 5% della popolazione. Un numero enorme di bambini, definiti malati mentali perché iperattivi e mai ligi alle regole, e considerato in costante aumento dagli specialisti sostenitori della tesi dell’Adhd come malattia. Nei soli Stati Uniti i bambini in terapia a base di psicofarmaci erano 150mila negli anni ’70 e 11 milioni sul finire del 2004: la maggioranza della popolazione infantile scolastica statunitense. In Italia, nonostante alcune dichiarazioni in direzione della prudenza, si sono già avviati screening nelle scuole e sono stati aperti i primi centri pilota per la somministrazione di psicofarmaci ai minori (n.d.r. 82 centri regionali di somministrazione e un registro nazionale per minori affetti da Adhd). Il dato è allarmante o il giro di affari è tale da doversi garantire un numero adeguato di consumatori? In Italia, secondo i dati emersi dalla campagna della onlus “Giù le mani dai bambini”, va dal 4 al 20% la percentuale di minori italiani che soffrirebbero di iperattività e deficit dell’attenzione; dai 30mila ai 50mila sono invece i bambini italiani che ogni giorno assumono psicofarmaci, alcuni dei quali inducono al suicidio secondo quanto riportato dai “warning” statunitensi; 25% è la quota di minori dipendenti dall’uso di psicofarmaci e 8 anni è l’età media a partire dalla quale viene somministrato l’antidepressivo Prozac. E’ chiaro che ridefinire comportamenti umani ed etichettarli come patologie, fa dell’iperattività una malattia. “Quattro volte su cinque” ribadisce con vigore il Dott. Levi del centro di riferimento regionale per l’Adhd “la diagnosi è errata. Non vogliamo la guerra, ma un consenso informato alle famiglie che credono in questa cura, un consenso che valuti rischi e perplessità. Il nostro metodo, che solo in ultima analisi, prende in considerazione farmaci così potenti è quello di dare la terapia giusta al bambino giusto per il disturbo giusto”. 

La lotta alla somministrazione di psicofarmaci e all’abuso degli stessi su una popolazione fragile come quella dei bambini induce a delle riflessioni. “Da esperta del settore e da amministratore” sostiene Gemma Azuni, Presidente Commissione Affari sociali del Comune di Roma “credo che la questione Adhd vada diffusa, discussa e approfondita per dare certezza alle famiglie su un problema quanto mai indefinito e per chiedersi se gli psicofarmaci sono l’approccio adatto per un minore”. Dello stesso avviso Raffaella Milano, assessore alle Politiche Sociali del Comune di Roma “il rischio di una pillola è quello di evitare di risolvere un problema che potrebbe essere risolto con una vera e propria presa in carico del minore con il lavoro di cura. Dove arriva la patologia? Dove inizia la malattia? Il Ritalin, il Prozac, l’uso sconsiderato di psicofarmaci su giovani vite ricalca un ritorno all’istituzionalizzazione dei problemi sociali, al sedare i pazienti piuttosto che accompagnarli in quello che, considerando l’età, dovrebbe essere un percorso di crescita e non di cura”. (Erica Battaglia)