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Tgcom 10/09/2007

Oms: un suicidio ogni 30 secondi Sono i giovani a morire di più

Ogni 30 secondi una persona si toglie la vita nel mondo. Lo ha ricordato a Ginevra l'Organizzazione mondiale della sanità (Oms). Circa 3mila persone si suicidano ogni giorno, ha indicato l'Oms nella Giornata mondiale per la prevenzione del suicidio. Il tasso di suicidio è salito del 60% in 50 anni e l'aumento più significativo si registra nei Paesi in via di sviluppo. Il suicidio è la terza causa di morte tra i giovani.

 

Redattore Sociale

Giornata mondiale per la prevenzione del suicidio: l'importanza delle Help-line

Il 10 settembre l'evento promosso da Iasp con l'Oms. Tutti i dati di un fenomeno che nel mondo causa un milione di morti all'anno. In Italia circa 4.000 casi, ma la cifra sarebbe molto sottostimata. Uomini più a rischio delle donne
 
ROMA - Lunedì 10 settembre si celebra in tutto il mondo la Giornata mondiale per la prevenzione del suicidio, evento annuale promosso dalla Iasp, International Association for Suicide Prevention, in collaborazione con l’Oms. Il tema di quest’anno è “Suicide prevention in life spam”, ovvero la prevenzione del suicidio nell’arco della vita. Infatti, nonostante si ponga maggior enfasi sul suicidio in età giovanile e sulla sua prevenzione, il suicidio ricorre in tutto l’arco di vita, come evidenziano i dati dell’Oms.

Nel mondo ogni anno circa un milione di persone muore per suicidio. Il suicidio rappresenta circa il 3 per cento delle cause di morte. Negli adolescenti sotto i 15 anni il suicidio è la prima causa di morte in alcuni Paesi: Cina, Svezia, Irlanda, Australia e Nuova Zelanda. Il suicidio è invece la prima causa di morte per le persone dai 15 ai 24 anni in moltissimi Paesi ed è una delle cause primarie di morte in tutti i Paesi del mondo per i giovani adulti e gli adulti tra i 25 e i 60 anni. Secondo l’Oms, dal 1950 al 1995 la percentuale di morti per suicidio è cresciuta globalmente del 60 per cento.

Tutte le agenzie di prevenzione del suicidio, a partire dall’Oms sostengono che le helpline siano utili nella prevenzione dei comportamenti suicidi, anche quando non “salvano la vita” in senso letterale da un tentativo di suicidio, e includono il “telephone crisis intervention” nelle proprie linee guida.

Tornando ai dati, si vede che, in una prospettiva di genere, gli uomini si tolgono la vita in misura tre volte maggiore delle donne (fa eccezione la Cina, soprattutto nelle aree rurali), ma le donne - in particolare in giovane età - tentano il suicidio più degli uomini. Nel complesso i tentati suicidi sono da 10 a 20 volte di più dei suicidi commessi. Gli uomini di solito usano metodi con maggiore possibilità di esito fatale, sono meno propensi a cercare aiuto per i loro problemi emozionali e fanno maggiore uso di alcol e droghe. Il suicidio nei bambini e nei giovani adolescenti (meno di 15 anni) è presente ma raro e rappresenta il 2 per cento di tutti i suicidi. Ricorrono nelle loro storie violenze e abusi fisici e psicologici, dipendenze da alcol o droghe in famiglia, depressione.

I relativi costi sociali sono enormi, stimati in miliardi di dollari e corrispondono al potenziale economico delle vite perdute, ai trattamenti medici e psicologici dei tentati suicidi, alla sofferenza e al carico dei familiari e degli amici.  Ogni suicidio colpisce in modo devastante altre sei persone in media. I dati sul suicidio sono estremamente difficili da valutare e per certo sottovalutati, spesso a causa del tabù che tuttora rappresenta e della riluttanza a rendere pubblici i casi di suicidio, soprattutto fra gli anziani, oltre che per un “reporting” spesso sommario o inesistente.

A livello mondiale l’ingestione di pesticidi sta diventando uno dei nuovi metodi più diffusi per il suicidio in alcuni Paesi. Si stima che in tutto il mondo si verifichino 3 milioni di casi di avvelenamento volontario da pesticidi ogni anno, per un totale di circa 250 mila morti, prassi assai diffusa nelle aree rurali, soprattutto in alcuni Paesi asiatici, ma anche in America centrale e meridionale. In generale la disponibilità di strumenti per togliersi la vita, come ad esempio le armi da fuoco in Paesi come gli Stati Uniti, influisce in modo rilevante sulla “prevalenza” del metodo utilizzato.

I tassi più alti di suicidio (dati Oms 2000) si riscontrano in Europa in particolare nell’Europa dell’Est: in Estonia, Lettonia, Lituania, Finlandia, Ungheria, Russia e in Paesi asiatici come Cina e Giappone. Quelle più basse in America Latina, Paesi Arabi e in alcuni Paesi come Argentina, Brasile, Kuwait e Thailandia. I Paesi africani non forniscono dati sufficienti. In numeri assoluti il più alto numero di suicidi si trova in Cina e India che rappresentano da sole circa il 30 per cento dei casi. La valutazione dei dati internazionali però è resa difficile dal diverso atteggiamento culturale e politico dei vari paesi, che spesso, soprattutto nei regimi più autoritari e impopolari, deliberatamente tacciono un fenomeno che riflette, in qualche misura, la sofferenza nella popolazione.

I disturbi psichici sono associati al 90 per cento dei suicidi. In particolare depressione, schizofrenia, disturbi della personalità. E poi abuso di sostanze, alcolismo (tra il 5-10 per cento di chi è dipendente si toglie la vita), malattie fisiche croniche e dolorose, cancro e Hiv in primis, ma anche disturbi neurologici. Tra i fattori ambientali problemi di relazione e familiari, violenze subite, lutti, divorzi e separazioni, altri eventi traumatici recenti, solitudine. Influiscono in modo rilevante le condizioni economiche, tracolli finanziari, povertà, disoccupazione, emigrazione. Il 10-14% di chi ha tentato il suicidio si toglie la vita.

In Italia si valutano ogni anno tra 3.500 e 4.000 i suicidi ogni anno. I dati epidemiologici sui suicidi e i tentativi di suicidio provengono dall’autorità giudiziaria - verbali e rapporti di Polizia e Carabinieri - o da quella sanitaria, secondo i dati elaborati dall’Istituto di statistica sanitaria tratti dai certificati di morte. Tali fonti sono spesso non coerenti tra loro e i dati sono, per parere unanime degli esperti, molto sottostimati (soprattutto quelli forniti dall’autorità giudiziaria) e vengono aggiornati con un ritardo di 2-3 anni.

Nel 2004 i suicidi “ufficiali” sono stati per l’Istat 3.265 (758 donne e 2.507 uomini), con un tasso di 5,6 su 100.000 persone, con prevalenza del Nord Est e valori molto più bassi nell’Italia Meridionale. Nel 2004 meno dell’1 per cento dei suicidi aveva meno di 18 anni, poco meno di due terzi erano in età lavorativa (dai 18 ai 64 anni) e oltre un terzo aveva superato i 65 anni. La tendenza al suicidio aumenta in percentuale all’aumentare dell’età. Tra i principali “moventi”, così definiti dai verbali delle forze dell’ordine, si rileva la malattia psichica, presente in circa metà dei casi, motivi affettivi, economici, malattie fisiche e un obsoleto “motivi d’onore”.

L’“undereporting”, la sottostima dei suicidi deriva da fattori diversi: la vergogna dei sopravvissuti, il voler celare il suicidio per motivi assicurativi, il modo di stilare i rapporti; spesso le morti che vengono rubricate come “morte improvvisa” o “causa sconosciuta”, in realtà sono suicidi: soprattutto in caso di anziani soli, in casa di riposo e ospedale. Spesso mancano alle statistiche le persone morte, magari dopo giorni, “in conseguenza” di un tentativo di suicidio. Non sono contemplati molti casi di incidenti stradali inspiegabili, episodi di suicidio in carcere non segnalati, overdose volontaria di tossicodipendenti, di anziani che si lasciano morire o si avvelenano.
 
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