Vittima di mio padre foglio di stile Nuova pagina 2

Il Giornale di Vicenza 10/09/2007

Gentilissimo dottor Cavedon,
la disturbo perché mi devo essere persa qualcosa. La mia storia.....


Gentilissimo dottor Cavedon,
la disturbo perché mi devo essere persa qualcosa. La mia storia: famiglia agiata, mia madre sempre impegnata, mio padre lavorava di fianco a casa. Non ho ricordato tutto e subito. Dopo le superiori ho cercato l’indipendenza economica per andarmene. Perché in casa non ci stavo bene.
Dopo un periodo più o meno sbandato ho acquistato casa e sono andata a vivere da sola. E un po’ alla volta ho iniziato a ricordare.
Di quando non avevo ancora due anni ed ero sdraiata sul divano, e lui è lì davanti a me che mi guarda e si avvicina dicendomi di non avere paura, che lui mi vuole bene. Il bastardo sorride. Ho ricordato il suo gusto, le sue mani, il suo peso. Ma ero grande quando ho ricordato per cui, ovviamente, ho combattuto a lungo con me stessa per accettare i miei ricordi.
Nessuna conferma ufficiale dal mondo “adulto”, questo no, anche perché non sono ancora riuscita ad affrontarli apertamente. Però il consiglio del medico di base, a cui mi sono rivolta per controllare l’ansia di quei mesi, medico che mi ha seguito da quando avevo tre anni, è stato quello di lasciare stare, di non voler approfondire fino in fondo, perché quello che avrei potuto scoprire mi avrebbe fatto molto più male di come stavo in quel periodo.
Ho rabbia, perché in molti sapevano.
La mamma. Lei che quando mi aiutava a lavarmi mi diceva che era il sapone a bruciare, era quello che faceva male, e io stupida bambina le credevo. C’erano delle prove fisiche, ma non le ha semplicemente volute ignorare, le ha negate. Mia madre,...innumerevoli le volte in cui mi diceva... perché io so che è da quando tu sei piccola che vorresti che io morissi, che mi vuoi vedere morta... e io lì a sentirmi in colpa, perché evidentemente ero tanto cattiva se facevo stare male la mamma. Lei che qualche giorno fa mi ha detto: “è difficile parlare con te”.
Mio padre non parla più. Non lo vedo nemmeno molto in realtà. È ormai vecchio, prima o poi morirà. Speriamo prima che poi. E non me ne sento in colpa.
Io una famiglia non la voglio o meglio la vorrei, ma non la rischio. È tutto chiaro in teoria.
Però ho paura. Perché mi accorgo che mi sto negando la possibilità di essere madre per colpa di un passato scomodo, di paure che non riesco a controllare. Ho paura che ormai sia troppo tardi per poter raggiungere un po’ di serenità, ho paura di non riuscire a smettere di avere male dentro. La ringrazio.
S.
Vorrei restare anonima.
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In quel male c’è il segno di un’appartenenza, pur malata. Appartenenza che fa venire la pelle d’oca perché costituita da un padre abusante e da una madre che ha tutelato se stessa e non ha protetto sua figlia, quindi parimenti abusante. Appartenenza fatta di vuoti e di paure, di tradimenti, di sguardi mancati, di assenza di una corporeità rassicurante. Appartenenza fatta di omertà, di bugie, di riti perversi carichi di angoscia.
Anche il medico senza coscienza e correo di un abuso perpetrato nel tempo, di cui sembra avere avuto palesemente prove tangibili. Come può il tutore della salute ignorare l’offesa grave alla sacralità del corpo di una bambina? Come può ignorare che tale prevaricazione produrrà trauma grave e danni che minano il corpo e producono cupezza nella mente e nel cuore? Come può, pure lui, deludere le attese di una creatura confusa, disorientata, che si attendeva una mano forte capace di sostenerla e di portarla via da quel luogo truce e patogeno?
Tutto poi, in modo perverso, si ribalta sulla vittima, che si sente cattiva, che sviluppa sensi di colpa che la macerano dentro, ingrata, che si allontana, che non dialoga perché “risulta difficile”.
È troppo l’abuso collettivo, che poi riesce anche ad indurre senso di colpa nella vittima, perché gli adulti esigono beffardamente di essere addirittura salvati dinnanzi agli occhi di chi ha subìto danno grave.
Cara S., non è tardi, non è mai troppo tardi per andare a prendere in mano i propri desideri, i propri sogni, ma soprattutto i propri diritti ed i propri aneliti di felicità.
Essi sono però avviluppati dentro la cisti del dolore, che va rivisitato, letto con chiarezza e frantumato, con l’aiuto di un bravo terapeuta, affinchè l’arroganza, la presunzione e la sfrontatezza del destino vengano sconfitte da una volontà di risarcimento ed indennizzo.
Lei è persona intelligente, intensa, stanca di tristezze e malinconie: in quel male c’è anche una carica di rabbia, per troppo tempo anestetizzata e mortificata, che attende di diventare energia creativa, che esige di essere liberata. Anche le paure vanno rivisitate, comprese e trasformate in determinazione, come il “guerriero della luce” che crede in se stesso e lotta fiducioso.
Occorre però sancire il proprio diritto all’amore.
Le siamo tutti vicini, perché tali storie ci sconvolgono sempre; in nome di una volontà comune di riaffermare con estrema fermezza i diritti dei bambini, riteniamo giusto che la vita le riservi quanto le ha tolto. Vorremmo accompagnarla per mano affinchè possa rialzare lo sguardo e scoprire un orizzonte benevolo e carico di solarità e di gioia. Saprà sicuramente dare con intensità a chi vorrà vicino a sé rispetto e amore.
Lino Cavedon
Psicoterapeuta