Pubblichiamo le testimonianze portate al Convegno "20.000 bambini hanno diritto a una famiglia, ma restano in istituto", Taranto 18 novembre 2000

Testimonianza di Graziella

Sono Graziella ho 31 anni e sono figlia adottiva.

Alla nascita, non essendo stata riconosciuta dai miei procreatori biologici, sono stata ricoverata in un istituto, in attesa di una famiglia adottiva che si occupasse di me. L'attesa, in effetti, non è stata lunga, dal momento che sono stata adottata a 10 mesi. Inutile dire che non ho ricordi coscienti dell'istituto e che tutto ciò che so, mi è stato trasmesso dai miei genitori adottivi.

La mia esperienza è comunque emblematica, in quanto fa capire come anche una breve istituzionalizzazione possa nuocere gravemente all'equilibrio psicofisico di un bambino.

Quando ho incontrato i miei genitori adottivi per la prima volta avevo 10 mesi, ma ne dimostravo molti meno: non stavo seduta, non mi interessava nessun gioco, ero apatica e triste, ma cosa ben più grave ero praticamente "anoressica". Ebbene sì, non esagero. Dopo i primissimi mesi di vita ho cominciato a rifiutare il cibo ed ovviamente a non crescere più. Questa grave forma di deperimento fisico è stata comunque certamente la mia salvezza, in quanto ha indotto i responsabili dell'istituto in cui vivevo a trovarmi rapidamente una famiglia adottiva. E così è stato: nel giugno del 1970 sono stata adottata e si può davvero dire che sono nata per la seconda volta. La rinascita ovviamente è stata graduale: i primissimi giorni infatti sono stati difficili, io continuavo ad essere apatica ed a rifiutare il cibo (per tre giorni ho bevuto solo un po' di latte e qualche goccia d'acqua). I miei genitori erano davvero preoccupati, si sentivano impotenti e assolutamente impreparati a gestire una vicenda di tale complessità. A questo proposito, devo denunciare che i miei genitori non sono stati adeguatamente seguiti ed aiutati da strutture specializzate.

Nonostante tutte le difficoltà, sono bastati pochi giorni per convincermi che la vita era bella. Infatti, da un giorno all'altro, con la stessa rapidità con cui si accende una lampadina pigiando un interruttore, mi sono ripresa, ho cominciato a mangiare e soprattutto ad aprirmi al mondo che mi circondava: le luci della città, gli specchi, i volti delle persone, i giochi erano per me motivo di continuo stupore.

Ai miei genitori adottivi va riconosciuto senz'altro il merito di aver moltiplicato l'attenzione nei confronti delle mie esigenze, sviluppando una sensibilità particolare, vigile e pronta a cogliere nei miei comportamenti quelle che potevano essere delle comprensibili richieste d'appoggio e di rassicurazione; e soprattutto di non essersi mai presentati come i "salvatori" di una povera bambina abbandonata, bensì come delle persone "bisognose" di completarsi nell'affetto di una bambina da amare.

L'essere stata adottata in così tenera età, mi ha consentito di recuperare rapidamente il tempo perduto, colmando la carenza d'affetto subita nei mesi trascorsi in istituto. Purtroppo, non tutti i bambini in stato d'abbandono (o che in tale stato dovrebbero essere dichiarati!) hanno avuto la mia stessa fortuna.

Come figlia adottiva desidero cogliere questa occasione per esprimere alcune mie considerazioni in merito al contenuto dell'art. 28 del disegno di legge di riforma dell'adozione attualmente in discussione alla Commissione speciale in materia di infanzia del Senato.

Questo articolo, in effetti, sembra rivelare un orientamento profondamente fuorviante: quello che sopravvaluta i legami biologici, individuando in essi i mezzi privilegiati attraverso cui arrivare a definire la propria identità personale.

La mia esperienza personale mi induce a rifiutare con fermezza questo orientamento. A mio parere, è "vero" genitore chi si prende cura quotidianamente, responsabilmente e amorevolmente di un bambino, indipendentemente dal fatto che quest'ultimo sia figlio naturale o adottivo.

Guardando la questione da questa prospettiva, il legame biologico non può che passare in secondo piano, lasciando il posto ad un rapporto educativo consapevole, guidato da due persone adulte e responsabili e finalizzato alla scoperta, alla maturazione e allo sviluppo di tutte le possibilità implicite di un bambino; rapporto in cui ogni individuo (sia biologico che adottivo) dovrebbe rinvenire le "radici" della propria identità (e cioè l'origine dei propri valori, della propria personalità).

Mi domando tra l'altro se, nel compilare il suddetto comma, si siano realmente valutate le conseguenze di una presa di posizione tanto netta e soprattutto se all'introduzione di questo nuovo "diritto" corrisponda un reale "interesse" dell'adottato, meritevole di una particolare difesa giuridica.

Personalmente, ho sentito il bisogno di conoscere le mie origini familiari sin da quando ero piccola. Essendo di natura molto curiosa, ho sempre fatto molte domande in merito, ma non essendo stata riconosciuta dai miei "procreatori", ho dovuto rassegnarmi al difetto delle risposte sempre insoddisfacenti di coloro che mi amavano. Questa sensazione di imperfezione e di manchevolezza era comunque, paradossalmente, sempre accompagnata dal forte timore di incontrare realmente la mia famiglia biologica e di dovermi confrontare con delle persone emarginate e problematiche certamente diverse da quelle idealizzate.

Divenuta adulta, ho imparato a convivere con questo senso di incertezza e ho compreso che l'esigenza di conoscere il mio passato era più legato ad una forma di puerile curiosità che al reale interesse di stabilire un rapporto significativo con degli individui che mi erano (e mi sono) del tutto estranei. E che la mia curiosità non possa essere spacciata per una situazione soggettiva particolarmente meritevole di tutela giuridica, mi sembra scontato ed inconfutabile.

Lo stesso legislatore, del resto, consapevole dei pericoli insiti in una eccessiva estensione della legittimazione attiva, ha tentato di limitare l'esercizio del "diritto" de quo, subordinandolo alla comprovata sussistenza di "gravi motivi" e all'autorizzazione del Tribunale per i minorenni.

Tale lodevole proposito tuttavia non ha prodotto i risultati sperati, in quanto non è stato chiarito in termini precisi cosa debba intendersi per "gravi e comprovati motivi". L'ambiguità dell'attuale dettato legislativo mi fa pertanto temere che possa assurgere al rango di condizione legittimante anche una semplice "curiosità", purché comprovata dalla perizia di un medico legale compiacente.

Inoltre, sebbene numerosi studi specialistici abbiano rivelato che, nella maggior parte dei casi, l'esigenza di conoscere l'identità dei propri genitori biologici scaturisce dal rapporto conflittuale esistente con la famiglia adottiva, non credo sia comunque producente che lo stato assecondi e soddisfi l'incontenibile bisogno di conoscenza di un soggetto che si trovi coinvolto in una situazione esistenziale di particolare disagio, favorendo così un suo potenziale ancor più tragico secondo abbandono.

E poi, perché consentirgli di riaprire vecchie ferite, imponendo la sua presenza a persone che, dopo averlo abbandonato, hanno impiegato un certo numero di anni per elaborare e superare eventuali sensi di colpa connessi al compimento di un gesto tanto innaturale? Del resto se è vero che nel disegno di legge in questione è espressamente previsto il divieto di trasmettere le informazioni sull'identità dei genitori biologici nell'ipotesi in cui questi ultimi "abbiano dichiarato di non voler esser nominati o abbiano manifestato il consenso all'adozione a condizione di rimanere anonimi", altrettanto veri sono i prevedibili effetti devastanti che un simile rifiuto potrebbe avere sulla personalità di un individuo già profondamente segnato da un vissuto problematico.

È opportuno infine ricordare che al riconoscimento di un "diritto" va sempre necessariamente correlato l'adempimento di un "dovere", che nel caso di specie si identificherebbe nel "dovere" di riconoscimento da parte del genitore naturale o, quanto meno, nel dovere di fornire delle informazioni documentabili atte a consentirne la futura identificazione. A mio parere, l'unico interesse che merita di essere realmente tutelato, se non si vogliono favorire aborti, parti clandestini ed infanticidi, è proprio quello della donna a partorire nella più assoluta riservatezza, senza sentirsi vincolata a riconoscere un bambino che non vuole o a fornire dei dati anagrafici che possano consentire, comunque, il suo rintraccio.

La proposta in questione, infine, sembra mettere in discussione anche i diritti di coloro che serbano un ricordo della loro famiglia biologica, in quanto abbandonati a seguito del riconoscimento. In effetti, se un giudice ha provveduto a dichiarare lo stato di adottabilità d'un minore, sciogliendolo definitivamente da un legame biologico inadeguato, non si vede come una legge parlamentare possa legittimamente mettere in dubbio questa decisione passata in giudicato e, più in generale, l'intera ratio della legge 184/1983 sull'adozione e l'affidamento dei minori, facendo entrare dalla "finestra" coloro che ha cacciato precedentemente dalla "porta".

Quanto al coinvolgimento dei genitori adottivi nella ricerca dell'identità dei procreatori biologici dei loro figli adottivi, resta da chiedersi per quale motivo tali genitori dovrebbero assumersi volontariamente una responsabilità tanto grande. La sola risposta plausibile mi sembra rinvenibile nel desiderio di risolvere un rapporto adottivo "difficile", recuperando la fiducia di un figlio adottivo ribelle o favorendo il suo definitivo allontanamento.

Una scelta legislativa di questo tipo, pertanto, potrebbe mettere definitivamente in crisi l'autenticità e la pienezza del rapporto adottivo, posto che accanto alla famiglia adottiva permarrebbe sempre, sia pure sullo sfondo, una famiglia di "riserva" (quella biologica, appunto!) cui ricorrere in caso di difficoltà. E ciò in netto contrasto con gli intenti del legislatore del 1983, che ha disciplinato l'istituto dell'adozione legittimante alla stregua di una vera e propria "seconda nascita", cui deve necessariamente seguire il definitivo scioglimento del precedente rapporto biologico.

Tornando ai minori ancora ricoverati in istituto, voglio ancora auspicare che i rappresentanti del mondo politico sappiano trovare un'alternativa alla istituzionalizzazione, potenziando gli strumenti che già sono previsti o creandone di nuovi, e ricordando che solo la "famiglia" è strutturalmente competente a garantire quell'attenzione, disponibilità, dedizione, qualità queste necessarie alla crescita equilibrata di un bambino.

Questo auspicio lo formulo a nome di tanti altri giovani (e non più giovani!) figli adottivi. Uno di questi amici in particolare, non potendo partecipare di persona al Convegno, ha voluto comunque intervenire sull'argomento raccontando per iscritto la sua esperienza di figlio "abbandonato", approdato all'adozione ormai grandicello, dopo aver vissuto un periodo di affidamento pienamente riuscito. Si tratta di una bellissima storia d'amore: ascoltatela con attenzione.

Testimonianza di Roberto

Spesso quando si parla d'affidamento oppure di adozione, ci immergiamo nel problema singolare dei termini perché nella maggioranza dei casi, si vive l'esperienza o di adozione oppure di affidamento.

Bene credo di essere uno dei pochi che racchiude l'insieme delle due parole e vengo a raccontare questa fantastica esperienza di vita.

Sono nato l'undici ottobre del 1967, dal risultato di un amore cresciuto o improvvisato di due persone che mi hanno accompagnato fino all'età di dieci anni.

I ricordi della mia vita con i miei genitori d'origine, incominciano dai miei tre anni, dove vivevo un'infanzia normale.

Purtroppo sono subentrati svariati grossi problemi, che mi hanno impedito di crescere con i miei genitori d'origine.

Le mie giornate trascorrevano nei quartieri bassi della città, dove le regole erano dettate dalla legge della strada e del più forte.

La mia scarsa frequenza scolastica, non ha impedito alla mia insegnante di segnalarmi ai servizi sociali del nostro quartiere.

I servizi sociali, riscontrando evidenti segni tangibili del mio disagio, decisero di proporre ai miei genitori di inserirmi in una comunità alloggio per minorenni dove avrei potuto essere seguito per tutto l'anno scolastico. La suddetta comunità, ricordo era in via Giolitti a Torino; difficilmente avrei trovato una comunità a mia misura dato il mio carattere irruente.

L'esperienza fallì, tornando nuovamente in famiglia si ritrovano i soliti problemi, ecco la svolta decisiva e dolorosa dell'Istituto Salesiano di Ulzio dove avrei frequentato le scuole medie.

Il primo anno collegiale fu abbastanza problematico sotto tutti i punti di vista, dal rendimento scolastico, alla convivenza con i compagni; ma la cosa più traumatica era che al venerdì pomeriggio tutti i compagni rientravano nelle loro famiglie per il week-end, io rimanevo in collegio con i Salesiani.

Nell'estate del medesimo anno mi venne proposto di trascorrere le vacanze in una seconda comunità alloggio di via Saluzzo a Torino. Da dimenticare.

Tornando a Ulzio, ebbi la notizia da un Salesiano della possibilità di conoscere una famiglia disposta ad ospitarmi nella sua casa.

Il 4 ottobre del 1981 venni a Torino per incontrare Franco e Agnese e per trascorrere il week-end con loro: fui colpito dal particolare che Franco era seduto in macchina dalla parte della guida pur sapendo che era in carrozzella.

L'approccio fu positivo; domandai loro se avrebbero partecipato alla riunione dei genitori che si teneva nel mese stesso: sentivo che sarei rimasto per sempre con loro.

La domenica sera dovevo rientrare in collegio, non ne avevo la minima intenzione, perché eravamo stati benissimo insieme.

La scelta fu quella di farmi terminare le scuole medie ad Ulzio, per non creare un ulteriore scompenso e disordine nella mia crescita che sembrava cominciasse a prendere forma, dettata da regole e legami sempre più forti e voluti.

Finalmente incominciai a vivere sempre in casa con il gusto e la soddisfazione di avere mamma e papà tutti per me.

Devo ammettere che alcune cose mi sembravano alquanto strane e particolari, per esempio lavare i piatti a turno, arrivare in orario a casa senza sgarrare il minuto, insomma avere del tempo a disposizione non più gestito come volevo, ma rispettando le regole.

In casa abbiamo sempre parlato della mia situazione di affido e sostanzialmente che quando avrei raggiunto la maggiore età, avrei potuto decidere se rimanere con i miei o se fare una mia strada.

Durante questi anni vivevo un disagio, che non mi permetteva di essere uguale agli altri miei compagni di classe e di gioco, perché non avevo il cognome uguale a quello dei miei genitori affidatari ma uguale a quello della mia famiglia d'origine.

Come per esempio ero andato a parlare con alcuni miei professori delle superiori per dire che per me era un problema scrivere il cognome sui vari quaderni di scuola.

Altre situazioni imbarazzanti venivano a crearsi, persone che mi domandavano dove ero vissuto in tutti gli altri anni prima di arrivare nella mia nuova casa.

Con la mia famiglia d'origine non era facile gestire i rapporti, gli unici contatti che avevo erano telefonici e andarono via via scomparendo, sentivo che per i miei genitori biologici non provavo più quel legame che c'era un tempo, per tutta una serie di motivi, volevo dei genitori che mi offrissero sicurezze e certezze.

Tutto questo contribuiva a non fare dimenticare il mio passato bensì a rimarcare tutta una serie di ricordi che avrei preferito cancellare. Sono oltre dieci anni che non ho più contatti con i miei genitori d'origine.

Perciò dopo due anni di affidamento decisi di proporre ai miei genitori di adottarmi perché sentivo la necessità ed il bisogno di diventare loro figlio sotto tutti i punti di vista.

Mi misero davanti tutta una serie di cambiamenti di diritti che sarebbero avvenuti e di comune accordo decidemmo di parlare con l'assistente sociale che mi aveva seguito nelle mie traversie.

Fummo invitati a recarci da un Giudice in tribunale per fare una chiacchierata del tutto informale ma molto soddisfacente.

Devo dirvi che ero preoccupato: Franco essendo un disabile paraplegico, non avrebbe potuto affrontare questa esperienza, per la sua disabilità.

I bambini adottati sono pochi le famiglie adottanti molte.

Perciò basta poco per non essere considerati idonei.

Certamente per l'handicap fisico di Franco la mia adozione non sarebbe stata possibile, ma poiché al momento io avevo già più di 14 anni, ero troppo grande, a rischio, e nessuno mi avrebbe voluto perché naturalmente quasi tutti i genitori adottivi desiderano un bimbo piccolo da crescere perciò - cosa che di solito non avviene - io potei rimanere in adozione nella stessa famiglia cui ero stato affidato.

L'affidamento familiare si trasformò in affidamento preadottivo e quindi in adozione.

Dopo qualche tempo i miei mi proposero di ospitare in casa nostra un ragazzo che aveva dei problemi familiari, dissi che ero d'accordo, così arrivò Salvatore che trascorse cinque anni nella nostra famiglia.

Poi per divergenze di idee ritenne opportuno andarsene per la sua strada.

L'anno successivo si ripropose un ulteriore caso d'affidamento di una bambina di sette anni.

Decidemmo di ospitarla, Roberta trascorse sette anni, vivendo momenti felici come la sua prima Comunione, la Cresima, il mio stesso matrimonio e purtroppo anche la morte di Franco che ci ha lasciati dopo una accanita malattia che si è conclusa in un grande giorno, il 25 dicembre del 1993.

L'affidamento di Roberta andò a buon fine, al termine della terza media rientrò con la sua famiglia continuando a mantenere buoni rapporti con noi.

Da alcuni anni la nostra famiglia aderisce all'associazione di volontari Più Uno, presente nella nostra zona da più di 15 anni, interessandosi di situazioni di affidamento e adozioni.

Con mia moglie Alessandra e mio figlio Alessio, abbiamo in progetto di incominciare un'esperienza di affido, perché crediamo che possa essere un modo per poter donare un po' di gioia e serenità, ai bambini in difficoltà.

Colgo l'occasione per esporre una riflessione: solitamente i bambini che vengono dati in affidamento o in adozione sono piccoli o molto piccoli, se io con la mia età non avessi trovato una famiglia disponibile avrei continuato a vivere in comunità o in istituto?

Credo che la disponibilità degli adulti dovrebbe almeno essere equa in entrambe le situazioni di disagio, altrimenti gli adolescenti non avrebbero nessuna speranza di riuscire a planare verso una nuova identità quasi tutta da ricostruire.

Ecco questo è il racconto di un'esperienza che è valsa la pena di vivere; mi auguro che la mia testimonianza possa servire ad incoraggiare e stimolare tutte quelle persone che hanno intenzione di avventurarsi in questa scelta di vita, per poter dare fiducia a quei bambini e ragazzi che pensano di essere abbandonati dal mondo e da Dio.

Testimonianza di Michela

Ciao a tutti: io mi chiamo Michela. In breve vi racconterò la mia storia: non so se sarà molto d'aiuto, ma sono stata chiamata e voglio fare la mia parte.

Avevo sette anni quando è morto mio padre e mia sorella ne aveva tre. Mia mamma, rimasta sola e senza lavoro, chiese aiuto alle istituzioni competenti, ma l'unica soluzione che hanno offerto è stata l'istituto. E lì ci siamo rimaste undici anni. Mia sorella aveva solo tre anni e, come ben potete sapere, aveva un'età nella quale una bambina ha ancora bisogno di una mamma: io ne avevo sette e anch'io avevo bisogno di mia mamma.

Sono cresciuta in questi istituti subendo un sacco di ingiustizie; specialmente quando sono diventata grande ne ho potuto capire la gravità . Cercavo di lottare , ma mi era impossibile perché quello che le suore imponevano era quello e basta: non si aveva il diritto di avere opinioni; anche quando facevi qualcosa di buono, non te ne veniva riconosciuto il merito.

Crescevamo senza la presenza di quella persona - cioè la presenza della mamma - che sola ti aiuta a crescere, con cui ti puoi confidare e dire tutto ciò che pensi, anche se sbagliato.

Ricordo le punizioni avute senza un senso: quando veniva mia mamma, le confidavo tutto quello che succedeva, e allora le suore dicevano che la bugiarda ero io.

Io sapevo di dire cose vere, e mia mamma mi credeva, però quando esponevamo questi fatti ai giudici, tutti pensavano che mi inventassi il tutto per poter uscire dall'istituto.

Ringrazio però Dio, che dopo dieci anni passati in istituto, mi ha fatto incontrare con un'assistente sociale che si è molto presa a cuore la nostra situazione, cosa che non aveva fatto nessun'altra assistente sociale prima di lei: le altre sembravano interessate solo a trovarci un posto, naturalmente non si interessavano di come ci trovassimo lì dentro.

Quando questa assistente sociale ci ha proposto l'affidamento, ho pensato in un primo momento all'adozione e allora le ho risposto di no, perché ogni sabato e domenica mia mamma mi veniva a prendere e durante le vacanze passavo molto tempo a casa: meno male che mia mamma veniva costantemente a prendermi, almeno sapevo che l'amore di mia mamma era tutto mio! E questa cosa se da un lato mi faceva immensamente piacere, d'altro mi spiaceva per gli altri bambini che, quando io andavo a casa da mia mamma, rimanevano lì in istituto.

Voi sapete che alla domenica in genere non si lavora; se è una bella giornata i genitori portano i figli a passeggio, oppure si fanno tutte quelle cose piacevoli che si vivono in una famiglia normale. Lì, in istituto, invece no, la domenica diventava un giorno qualunque: se si avevano i compiti, si facevano i compiti. Qualche volta mi è capitato di rimanere lì, ed era un giorno tristissimo per tutti, tanto è vero che chi poteva, dava una mano in cucina, o nei refettori. Era un giorno…. Il più triste di tutti, forse erano meglio i giorni di scuola, almeno in classe si avevano opportunità di colloqui, di scambi di opinioni, anche se noi in quei momenti stavamo zitti perché neanche pensavamo cosa volesse dire avere un'opinione.

L'assistente sociale poi, mi ha spiegato che non si trattata di adozione, ma di affidamento ad una famiglia. Io mi ero rifiutata di andare in un altro posto, al Giudice un po' arrabbiata, avevo detto che non volevo stare più in istituto né volevo andare in uno nuovo, perché in istituto non c'era quello che mi serviva per crescere.

Sono andata poi in affidamento: un'esperienza bellissima, da ripetere, che tutt'ora continua. Questa famiglia si è presa cura di me. Quando io sono andata da loro non sapevo cosa volesse dire stare in mezzo alla gente, esprimere le mie opinioni: se volevo la minestra o se non la volevo. Loro mi chiedevano: "Ti piace questa minestra?" "Sì, sì, se piace a lei piace anche a me" Allora mi dicevano "Ma se non ti piace, puoi anche dirlo" E io "no, no, va bene'", perché così mi era stato insegnato. Non potevo esprimere le mie opinioni: se non mi piaceva una cosa la dovevo mangiare per forza: o quello o niente.

Poi mi hanno trattato come una persona, in questa famiglia ho potuto constatare l'unione che c'era fra di loro e l'amore…l'amore che manca negli istituti. L'amore forse è la cosa principale. Molti pensano che andare in istituto significhi per i bambini, i ragazzi, i giovani andare in un luogo dove studiano, mangiano, bevono e dormono. No, non è così, perché i bambini hanno anche bisogno di uscire, andare a fare un giro, parlare con le persone di quello che si ha dentro. Di quando una ragazza diventa donna, di quando un ragazzo diventa un uomo e di tutte le tappe che una persona normale percorre.

Comunque ringrazio ancora quell'assistente sociale: un giorno se la incontrerò ancora, non saprò neanche io come ringraziarla per avermi trovato una famiglia affidataria.

Ringrazio di avere incontrato la famiglia di Aldo e Anna, una famiglia che fa parte delll'Anfaa: loro si sono presi cura di quello che era il mio sentimento intimo. Mi hanno saputo trasmettere delle bellissime cose, come quella del diritto di opinione, mi hanno trasmesso il valore più grande dell'amore in Dio.

Nonostante vivessi dalle suore, da loro questo non ho mai potuto constatarlo, perché pensavo a un Dio morto: cioè se il Dio vero era il loro dio, sicuramente non era un Dio positivo.

Ringrazio Dio, perché loro, Aldo e Anna, mi hanno saputo trasmettere anche la fede in Dio che tutt'oggi mi aiuta.

Ora sono tornata nella mia famiglia, ho due fratellini piccolini e mi trovo nella stessa situazione di quando stavo io in istituto, perché, naturalmente, c'è di nuovo la mancanza della figura paterna; questa volta non perché è morta, ma perché negativa.

Oggi mi trovo a lottare per mia sorella, che è già ricoverata in una casa famiglia a Ostuni e per mio fratello; per lui stanno prendendo provvedimenti, però per lui le cose sono un po' difficili, perché ha dei problemi psicologici. Una Psicologa ha fatto una relazione scritta in cui afferma che mio fratello non può più essere ricoverato in altri istituti, altrimenti la sua situazione si aggraverebbe ulteriormente: mi auguro che anche loro possano trovare sulla loro strada una Assistente sociale come la mia e una famiglia come quella di Aldo e Anna.

Grazie perché mi avete ascoltata.

Testimonianza di Barbara

(raccontata da Vitti Rosa)

Abbiamo intitolato questo momento della conferenza: "Come Barbara si racconta". Naturalmente io non sono Barbara, sono solamente la voce che racconta l'esperienza di questa giovane mamma in difficoltà. Barbara dice che lei e Savino, suo marito e suo compagno, entrambi tossicodipendenti, hanno alle spalle una storia di dolore, di miseria, di carcere. La nascita della piccola Simona non servì a far loro trovare la forza di uscire dalla droga, anzi, con deplorevole incoscienza, si lasciarono andare sempre più alla deriva. Intanto la bambina veniva sballottata di qua e di là, ora presso una nonna, ora presso l'altra, fino a quando il Tribunale per i minorenni decise di affidarla ad una famiglia di T. Dice Barbara: "Ero in carcere quando mi fu notificata la notizia di questo provvedimento. E subito mi ribellai a questa decisione che considerai ingiusta, e sentii nascere in me sentimenti di rancore verso questa famiglia affidataria, ma, quando ci conoscemmo, le cose cambiarono. Non fu facile, perché io mi ostinavo nel mio atteggiamento duro e rancoroso; devo riconoscere che mi fu di molto aiuto la comprensione e la pazienza della famiglia affidataria, la collaborazione degli operatori sociali, ma il ruolo più determinante lo ha avuto mia figlia Simona: vederla felice, serena e cresciuta mi riempiva di gioia, e così ho cominciato a pensare di meno ai miei diritti e di più ai suoi. Sia io che Savino abbiamo pian piano compreso che, per il bene della nostra bambina, era necessario collaborare con la famiglia affidataria, perciò ci siamo resi disponibili a portare avanti un programma di massima collaborazione. Oggi molto spesso ci incontriamo per fare colazione tutti insieme, insieme portiamo la bambina ai giardini ed insieme andiamo a prenderla dalla scuola". Barbara continua dicendo: "Io e Savino siamo impegnati anche in una dura battaglia con noi stessi per riconquistare la capacità e la dignità di essere genitori; quando ogni ostacolo sarà superato Simona tornerà a vivere con noi, ma siamo sicuri che tutto avverrà nel pieno rispetto dei suoi diritti, senza crearle traumi o ansie, e la nostra bambina conosce già tutta la verità. Per ora continua a vivere con la famiglia affidataria, ma è contenta e nessuno mai potrà cancellare questa esperienza d'amore ricevuta a piene mani.

Un giorno un signore ai giardini le ha chiesto: "A chi vuoi più bene, alla mamma o al papà?" - Simona per un attimo lo ha guardato smarrita, poi ha sorriso e prendendo la mia mano e la mano della mamma affidataria ha detto: "Non lo so, è difficile, perché io ho due mamme e due papà".

Testimonianza di Suor Gabriella Piccolo

La mia testimonianza riguarda la Casa famiglia "La Provvidenza" di Napoli, gestita dalla Congregazione delle Suore della Provvidenza, di cui io faccio parte.

La Casa Famiglia svolge la sua opera dal 1990: credo fosse la prima istituzione per minori che si configurava come casa famiglia, cioè come piccola comunità, struttura di passaggio, con l'obiettivo primario di evitare l'istituzionalizzazione del minore a cui invece si doveva dare a tutti i costi e in tempi brevi una famiglia come stabilisce la legge 184 dell'83.

Era una modalità che noi avevamo già sperimentato in altre parti d'Italia, in modo particolare nel Triveneto e a Roma. Non fu facile farsi capire dalle istituzioni, anche perché noi eravamo religiose e ci assimilavano facilmente con l'idea della Suora = Istituto.

Nel rapporto con il Pubblico quindi ci scontravamo con chi tendeva piuttosto a considerare e "usare" la casa famiglia come mini-istituto, più funzionale e favorevole al bambino di un istituto vero e proprio, ma questo usciva dal nostro intento.

Siamo riuscite tuttavia a dare il via ad un cambiamento.

Circa un mese fa abbiamo festeggiato i dieci anni della casa famiglia e questo ci ha offerto lo spunto per un bilancio. In un antico edificio ubicato a ridosso della Chiesa parrocchiale datoci in comodato, e che noi abbiamo ristrutturato ad appartamento, funzionale e accogliente. In questi dieci anni sono stati accolti 73 minori, da 0 a 10 anni, affidati dal Tribunale per i minorenni, riuscendo in media nel giro di qualche mese o al massimo un anno, raramente due, a trovare per loro idonee sistemazioni in famiglie "affidatarie", o "adottive" o nella famiglia di origine: il 47% sono andati in adozione; il 31% sono rientrati nella propria famiglia (di cui il 7% presso parenti), il 20% sono andati in affido eterofamiliare.

Per ricordarli in un modo tutto speciale li abbiamo chiamati per nome uno ad uno e simbolicamente abbiamo lanciato nel cielo tanti palloncini con i loro nomi collegati ad un messaggio di speranza…

I destinatari sono quindi bambini di ambo i sessi provenienti da situazioni familiari a rischio per i quali l'autorità giudiziaria ha ritenuto indispensabile l'allontanamento dal proprio ambito familiare in attesa di una più idonea collocazione presso nuclei familiari.

La "Casa Famiglia" accoglie contemporaneamente fino a 5-6 minori, raramente di più, solo nel caso di fratelli che non si possono separare, e questo per poter personalizzare il rapporto. Generalmente si tratta di bambini deprivati, maltrattati, abusati che nella loro breve esperienza di vita si sono trovati in famiglie incapaci di interventi educativi adeguati, perché disgregate o con disturbi psichici o con forti difficoltà relazionali o con esperienze di droga, etilismo, carcere.

Nelle loro famiglie questi bambini hanno subito quindi privazioni emotivo-affettive, carenze di vario genere, disagi e relazioni difficili con effetti a volte gravissimi sulle tappe di sviluppo, spesso sono compromesse anche le loro potenziali capacità.

Per questo ci siamo messe insieme a "fare famiglia" con i bambini che le istituzioni pubbliche ci affidano. Ci piace chiamarci " Casa Famiglia" con l'idea della Casa e della Famiglia: cioè un ambiente caldo , sicuro, sereno dove al centro sta "il minore", con i suoi bisogni e i suoi diritti.

Nel periodo di permanenza con noi, ci adoperiamo perché i bambini vivano, in un clima affettivo rassicurante, esperienze relazionali positive ed un tipo di vita comparabile a quello di una vera e propria famiglia .

Quindi l'intervento si articola principalmente sull'accoglienza del minore:

- offrendogli un ambiente sereno tale da garantire il pieno rispetto della sua personalità e della sua storia,

- gli viene assicurato un clima affettivo, persone di riferimento e senso di appartenenza indispensabili per la sua crescita.

- gli si propongono modelli validi che ne sviluppino l'autonomia di giudizio e di iniziativa.

Concretamente noi cerchiamo di porci accanto ai bambini come persone su cui essi possono contare in maniera costante, coerente, continuativa e personalizzata.

Cerchiamo di essere persone che non si accontentano di assistere ai loro ritmi di crescita , ma si coinvolgono nella loro crescita, promuovono e li accompagnano nella loro crescita. Operiamo nella convinzione che il nostro lavoro trae il suo significato dall'Amore con cui lavoriamo, da quanto riusciamo ad essere testimoni della paternità-maternità di Dio e della sua passione per l'uomo, in particolare per i poveri e gli ultimi. Questo attinge al Carisma della Congregazione, "Suore della Provvidenza" fondata dal beato Luigi Scrosoppi che, pur essendo nata nel secolo scorso, ha saputo muoversi fuori dal solco tracciato dalla tradizione e soprattutto nel settore dei minori che è il nostro campo specifico, ha partecipato al cambiamento, con la chiusura e/o trasformazione degli istituti, a favore di piccoli centri di accoglienza come questa Casa Famiglia.

Per esempio, per stare accanto ai minori nel pieno rispetto abbiamo scelto di essere vestite con l'abito normale, per non segnalare ulteriormente con la divisa religiosa il loro essere diversi dagli altri bambini che incontrano nella scuola o nelle altre agenzie socio-educative…

Siamo convinte però che il bambino ha diritto di vivere in una famiglia vera: i bambini richiedono continuamente e con insistenza di avere un padre e una madre come tutti gli altri. L'intervento è quindi orientato verso il recupero del rapporto familiare attraverso il mantenimento di contatti quanto più possibile efficaci tra il minore, i genitori e i familiari. Ci si pone come primo obiettivo, là dove non esiste diverso provvedimento dell'autorità Giudiziaria, di rimuovere le cause del disagio che ha portato all'allontanamento del minore dal nucleo familiare, favorendone il reinserimento nella propria famiglia.

E qui entra in gioco il rapporto con i Servizi sociali spesso carenti e insufficienti.

*Quando la famiglia del bambino non è idonea ci adoperiamo a reperire famiglie che siano aperte all'accoglienza e quindi all'affido familiare.

Ci impegniamo quindi a diffondere la cultura dell'accoglienza e far sì che altre famiglie aprano i propri confini facendo spazio nella mente e nel cuore a bambini che stanno vivendo situazioni di disagio, di difficoltà, di rischio, proprio nel momento più importante e delicato della loro crescita.

Una famiglia accogliente è la risposta più idonea ai loro bisogni.

Aprirsi all'accoglienza è fare prevenzione, mettersi dalla parte dei più deboli, difendere i loro diritti e fare spazio alla vita che cresce.

Promuoviamo quindi la cultura dell'affido familiare anche con incontri di formazione, ma l'esperienza insiste nel dimostrare che l'affidamento si diffonde essenzialmente con il "passaparola" cioè la proposta personalizzata e concreta e lo scambio di esperienze…

* Qualora l'autorità competente decreti un affidamento o un'adozione, curiamo che l'inserimento del minore presso il nuovo nucleo familiare sia graduale e rispettoso dei suoi ritmi, e questo vorrei sottolinearlo perché le istituzioni non sono sempre attente a questo, generalmente assumiamo l'iniziativa, anche se non è stata formalizzata dal Giudice, di gestire che tale gradualità venga rispettata.

Favoriamo l'incontro tra famiglie affidatarie e famiglie di origine nel rispetto dell'art. 5 della legge 184/83 che prevede di "agevolare i rapporti tra i minori e i suoi genitori e favorirne il reinserimento" Su questo versante è stata fatta un'esperienza che mi sembra piuttosto "inedita" realizzata da uno psicoterapeuta infantile, nostro Consulente e Supervisore, che afferma: " Nella mia pratica di consulente ho cercato, in un lavoro di collaborazione con questa Casa Famiglia, di creare uno spazio reale, ma soprattutto simbolico, all'interno del quale non ci si batta per la conquista del bambino ma, parlandone, si lavori insieme, alla condivisione dei problemi e dei conflitti, in una dimensione di cooperazione e di comprensione: un cerchio di sedie, occupate da genitori naturali, genitori affidatari e consulente per poter discutere insieme… Scegliere di lavorare contemporaneamente con i genitori naturali e affidatari insieme comporta inevitabilmente un'attenzione particolare alla rivalità tra genitori che, se non gestita, può minare o sgretolare il lavoro portato avanti.

Se ad un livello consapevole i genitori comprendono che riuniti in un cerchio di sedie il loro compito manifesto è quello di parlare dei problemi dei bambini e dei loro, è pur vero che ad un livello latente il tentativo è quello di dimostrare ed affermare la propria "genitorialità" sulle altre. Genitorialità di diritto e di "sangue" da un lato, genitorialità di fatto dall'altro. Le emozioni ed i vissuti di rivalità rivivono in ogni affidamento ed è indispensabile portarne la conflittualità alla luce, in gruppo, in modo tale che se ne possa parlare insieme, rendendosene conto per poterla tollerare e gestire…

Spesso gli affidi naufragano quando non si è capaci o non si riesce a gestire la rivalità e la competizione tra i genitori naturali e quelli affidatari. Incomprensioni, gelosie, invidie minano irreparabilmente l'esperienza dell'affido, lasciando tutti con grossi sentimenti di rabbia e fallimento. Una possibile modalità per lavorare alla costruzione di una nuova dimensione familiare può essere rappresentata dal parlarne insieme, genitori affidatari e genitori naturali, conoscersi, guardarsi negli occhi e confrontarsi insieme.

Nel corso del tempo il cerchio di sedie acquista per i genitori una dimensione di ritualità. Un rito che si gioca tra le due famiglie, su di una soglia ideale dove potersi incontrare per lavorare insieme, affinché una genitorialità diffusa prenda poco alla volta il posto di una rivalità per la supremazia del possesso, ridefinendo un nuovo romanzo familiare dove ci sia posto per una doppia famiglia". (dott. Francesco Villa)

Risorse

Il servizio si avvale della disponibilità a tempo pieno, di tre suore residenti, e un'educatrice, aventi titoli specifici di "Educatore professionale", e "Assistente Educatrice"; di volontari e consulenti specialisti, nonché della collaborazione della ASL e del Servizio Sociale.

Utilizza per la scuola e il tempo libero le strutture presenti sul territorio o quelle che in collaborazione con altre associazioni di volontariato sono state promosse al fine di offrire ai minori possibilità di socializzazione, di impegno e di gioco.

Una risorsa importante è il rapporto con il Tribunale per i minorenni.

Se posso fare un paragone con altre regioni dove ho lavorato precedentemente devo dire che il rapporto che a Napoli ci è permesso di stabilire in modo diretto con i Giudici del Tribunale per i minorenni e la loro disponibilità ad ascoltare noi operatori e i bambini stessi, è un'opportunità che da altre parti non ho trovato. Ritengo che questa sia un risorsa notevole per quelli che come noi vogliono farsi portavoce dei diritti dei bambini.

Lavoro a rete

In questo servizio quindi operiamo in stretto collegamento con l'autorità Giudiziaria e i Servizi sociali. Valorizziamo e ricerchiamo al massimo il collegamento sul territorio con gli enti pubblici e con altre iniziative a favore dei minori. Ma questa Casa Famiglia, come del resto le altre, sono usate in genere per rispondere a casi di emergenza, per cui è difficile programmare un intervento di rete. Dalla necessità di superare questa difficoltà è nato un coordinamento regionale delle Comunità di tipo Familiare (Co.R.Co.F) di cui siamo tra i promotori iniziali, coordinamento che vuole rispondere alla necessità di dialogare con le istituzioni, di fare chiarezza su che cosa si intende per Casa Famiglia, per offrire sostegno agli operatori, ma soprattutto perché le comunità siano essenzialmente un servizio alla persona del minore, attente ai problemi e bisogni del bambino qui e ora: questa è la nostra filosofia, il nostro stile di vita …

ANFAA /Associazione Nazionale Famiglie Adottive e Affidatarie

Bollettino 02/2001 - Aprile / Giugno 2001


 


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