Il Giornale di Vicenza 14/11/2002

La posta dello psicologo

Lettere dai lettori

«Aiutiamo le donne che furono vittime di pedofili»

Caro dottore, "c'è chi soffre, c'è chi sta male, c'è chi finge di stare bene, c'è chi non ce la fa". Questa sua frase, Dio solo sa quanto è vera! Io sono tra quelli che "fingono di stare bene". Da una vita ormai! Leggo il Giornale di Vicenza solo al giovedì perché seguo la sua rubrica. Io fingo di stare bene da quando avevo 14 anni. Da quando nessuno ha saputo aiutarmi, capirmi. Forse ero io che non davo a vedere cosa provavo, cosa sentivo, cosa mi aveva fatto quello zio! Sì, caro dottore, da quando avevo 7 anni. I miei non hanno capito? Non lo so, fatto sta che io non ho mai avuto il coraggio di parlarne, con nessuno. Ma mi porto dentro questo timbro, come fossi un'appestata. Da sempre. E così mi sono costruita una corazza addosso. Perché sentivo i discorsi che facevano tutti. Quella di quel paese, che il padre violentava, era finita male. Quell'altra orfana che abitava da sola con lo zio era diventata una puttana. L'altra invece, che tutti sapevano cosa le facevano i fratelli, era una vergogna per il paese. Ed io? Dovevo forse parlare? Dovevo forse diventare la vergogna della mia famiglia? E il prete? Buono quello, che mi consigliava di perdonare! Perdonare io? Così mi sono sempre sentita colpevole, verso tutti. Ma ho fatto finta di stare sempre bene, e lo facevo per me, per essere e diventare una persona per bene. E lo sono diventata. Un ottimo lavoro, in vista, un marito, ma niente figli, quelli no. Avevo il terrore di avere figli, la paura che potesse capitare anche a loro. Ora, passati 40 anni, alla soglia dei miei 50, mi ritornano alla memoria tutte quelle violenze, e tornano pure gli atteggiamenti di mia madre che forse, da madre, penso proprio avesse capito. E forse capisco anche il raccontare quelle storie di paese, di tutte quelle svergognate. Era un modo per mandarmi il messaggio e convincermi a starmene zitta. Ma a quante dopo di me sarà capitato? E di che cosa dovevo vergognarmi? Possibile che ancora oggi, mi porti dentro questo incubo? E perché ora mi ritorna in mente, mi mette in ansia anche il solo ricordo della mia infanzia? Grazie. Lettera firmata

Caro dott. Cavedon, ho deciso di scriverle queste poche righe, per cercare di capire cosa mi sta succedendo. Io ho subìto delle attenzioni particolari, molto particolari, da parte di mio zio da quando avevo 8 anni fino ai 12. Ora a 52 anni, sto facendo alcuni bilanci della mia vita. Da qualche anno questi pensieri mi tormentano. Facendo quattro conti, sono sempre stata considerata una bambina cattiva da mia madre, ed anche ora che il senno non ce l' ha quasi più, pur nella sua demenza, continua ad apostrofarmi dicendomi che l' ho sempre fatta tribolare. Probabilmente è vero, considerando che se la scusavo da bambina credendo che non avesse capito, da adolescente ed ancora di più da adulta non l' ho perdonata d'avermi abbandonata a me stessa. Quando l'affrontai, una decina d'anni fa, mi disse che non dovevo pensarci, che erano cose passate, e che lei non aveva mai intuito una cosa del genere. Il guaio è che anche dopo che glielo dissi, comunque per lei nulla era cambiato. Mi sento una sopravvissuta, mi sento come chi si sente in colpa di avere superato quelle violenze e non essere morta. Mi sento anche colpevole di non avere avuto patologie particolari, almeno non evidenti, e di non aver compiuto gesti eclatanti che potessero far pensare ad una situazione di disagio. Mi sento colpevole di essere stata anch'io accondiscendente con il pedofilo, nel senso che gli ho permesso di continuare chissà con quante altre bambine (per certo altre mie cugine che me l' hanno raccontato). Parlarne ora significherebbe per tutti che mi sto inventando le cose, perché mi potrebbero dire che non ho mai mostrato segni o fatti che potessero far pensare a cose così gravi. Ma cosa ne sanno questi qua, i miei parenti, di che cosa mi sono portata dentro fino ad oggi? Ma come potevo io difendermi da sola? E perché nessun adulto mi ha dato una mano? Allora era così normale che ci fosse un pedofilo in famiglia? Ma la cattiva lo sono stata anche con mio marito poi, non riuscendo a dargli quello che quasi tutte le donne (a suo dire) fanno. Certe cose, certi preliminari, mi hanno sempre bloccata e per lui, mio marito, sono sempre stata molto fredda e poco disponibile. Anche a lui io non ho mai detto nulla, perché anche con lui mi sono sempre vergognata. Tutti questi segreti io me li sono sempre portati dentro con la convinzione che nessuno mi avrebbe mai capita, vista l'esperienza fatta con il racconto a mia madre. Vorrei parlarne, ma perché farlo ora dopo tanti anni, e poi con chi? Dovrei affrontare quello zio, ora ottantenne, e a che pro? Dovrei parlarne con mio marito ora? Probabilmente sarebbe un'altra delusione. Dovrei forse rivolgermi ad uno psicoterapeuta? Verrei considerata una pazza, o una che ha dei problemi mentali dai familiari. In parole povere una come me deve per forza passare una vita a sentirsi in colpa? E' forse colpa mia? Possibile che dopo più di quaranta anni queste cose mi tormentino ancora? Oserei dire che oggi sto peggio di quando ero bambina. Se può mi aiuti a fare un po' di chiarezza. P.S.: Ora che tutti sono a letto, sono riuscita a scriverle, perché questo è l'unico momento che mi posso concedere senza occhi indiscreti. Tenendo conto che nessuno è al corrente della mia storia, a parte mia madre che ora non ragiona per l'età che ha, se vuole potrà anche rendere pubblica questa lettera con un nome diverso anche nel Giornale di Vicenza dove seguo la sua rubrica. Non perché voglia diventare famosa, anzi preferisco rimanere con il mio segreto, ma perché magari altre che leggono possono capire dalla sua risposta come comportarsi. Grazie e un saluto di cuore. Lettera firmata

Mi rattrista non poter chiamare queste due donne, che non si conoscono, ma che sono accostate da una comune vicenda, con il loro nome, perché sarebbe un segno di rispetto dal momento che ben altri termini sono stati usati nei loro confronti. Questa rubrica è il luogo in cui finalmente hanno liberato l'urlo del loro dolore, ma occorre purtroppo farlo in forma anonima, quasi un urlo strozzato in gola, perché temono un peggio ancora più distruttivo. Ma le parole, lette con amore e ammirazione dai nostri lettori, sono gocce che scalfiranno l'indifferenza e riecheggeranno come monito per essere vigili nei confronti delle piccole creature che crescono tra di noi. È penosa, moralmente rancida, quella società perbenista che considerava svergognate le bambine abusate. Quanta malcelata e sussurrata solidarietà invece nei confronti di quei poveri zii, incapaci di controllare i propri impulsi sessuali. Queste sono le vittime di quaranta anni fa, Anni Sessanta, quando c'era morigeratezza, quando la pratica religiosa era diffusa, quando i più andavano a confessarsi e chiedevano perdono, quando non c'era ancora la società consumista, la società dai costumi libertini. I tanti casi capitati in quegli anni portano a concludere che c'era molta ipocrisia e copertura da parte di adulti e istituzioni. Ma chi si ergeva a garante dei diritti dei bambini? Anche la Chiesa è stata pavida e omertosa in passato; ricordo ancora oggi che ci chiedevano, durante la confessione, se avevamo commesso "atti impuri" o avuto "amicizie particolari", con un linguaggio astruso ed incomprensibile, che ho decifrato solo da grande. Ora la stessa pare troppo prudente nel decidere di fare pulizia dei propri preti malati, che avendo fatto la scelta della castità, non riescono a gestirla e la incanalano in direzioni più facili per loro, ma prevaricanti ed immorali, nei confronti di bambini ad essi affidati con fiducia dai genitori. Gli abusi devono poter essere raccontati, altrimenti incancreniscono negli animi delle vittime e fanno danni incomparabili; il bambino deve però sentire che gli adulti sono in grado di reggerli emotivamente e di gestirli poi con forza e coraggio. Il genitore che denuncia paga però ancora oggi danni morali pesanti; occorre per esso pensare ad una azione di sostegno psicologico e magari anche legale da parte delle Istituzioni e delle Associazioni affinché venga riconosciuta la verità, venga fatta giustizia nei confronti del bambino abusato e si impedisca che altri bambini non abbiano a subire altri abusi da parte dello stesso pedofilo lasciato impunito. Perché il trauma passato ritorna a galla? Perché è arrivato il tempo di liberarsene, perché c'è maggiore maturità per guardarlo in faccia, perché c'è la possibilità di riconoscere la pochezza morale di uno zio, per anni temuto e sofferto, perché si può gettare un secchio d'acqua a tante meschinità, senza doverle ossessivamente ricordare, a suffragio di tanto dolore. A queste donne io auguro di cuore che cerchino e trovino uno spazio umano e professionale riservato per liberarsi di tanto dolore. Non verranno certamente giudicate, ma saranno capite ed accolte per riuscire a riorganizzare un rapporto più sereno e pulito con la vita. C'è in loro una bimba piccola, ancora rannicchiata per la paura, che ha bisogno di alzarsi e correre spensierata. Lino Cavedon
Psicoterapeuta