Sabato 25 Maggio 2002

Caro direttore, la ....

Caro direttore, la prego di pubblicare la seguente "Lettera aperta al Vescovo di Vicenza mons. Pietro Nonis": Monsignore, io sono di coloro che, sia preti che laici - mi creda, ne ho sentiti tanti, anche di fuori diocesi - non hanno gradito di vedere la sua grande fotografia in abiti pontificali dominare un’intera pagina che questo Giornale ha dedicata, giovedì 16 u.s. a una squallida storia di cinquant’anni fa, e per di più raccontata con dovizia di particolari a dir poco pruriginosi. Sono senz’altro d’accordo sulle motivazioni di fondo del chiedere perdono, proprio perché credo che faccia parte dell’essere cristiani (e preti!) offrire e chiedere perdono: purché non si tratti di un’operazione di facciata, che non voglio pensare abbia a che fare con le intenzioni del direttore Riva e tantomeno del nostro Vescovo. Mi consenta per altro di non essere d’accordo sulla opportunità di rivangare con i potenti mezzi della comunicazione di oggi una storia vecchia di cinquant’anni, ora che il presunto indiziato - stando alle notizie non verificabili da parte di alcun lettore - si trova abbondantemente morto e sepolto, fors’anche dopo anni di probabili pentimento ed espiazione: ma tant’è, mentre Dio perdona, gli uomini (pardon: le donne!) non perdonano. Quel che sarebbe certo, di tutta la dolorosa faccenda, è soltanto la dichiarazione della signora, visto che l’accusato non può più, se non difendersi, almeno interloquire. Ma, se è certa la dichiarazione, mi consenta di poter dubitare della verità o certezza dell contenuto, e fors’anche dell’identità e posizione dell’indiziato. Sono altresì convinto che non di tutti i peccati, soprattutto quelli riguardanti la sfera più intima e comunque l’onorabilità delle persone (vive o defunte) si possa, e quindi anche si debba, chiedere perdono nella Comunità: perché permane sempre il rischio dello scandalo, gratuito ed evitabile. A me pare che Papa, Vescovi e preti possano, e in alcuni casi anche debbano, chiedere perdono dei peccati personali pubblici, mentre sarebbe troppo comodo, ma rischioso ed antievangelico, battere il mea culpa sul petto degli altri. Il diritto di cronaca e la libertà di stampa hanno senz’altro ambiti più vasti e sicuri ove venire esercitati, ad esempio quello della giustizia e della trasparenza.

don Giuseppe Negretto

__________ Caro don Giuseppe Negretto, non è monsignor Pietro Nonis che impagina i giornali. Io ho scelto quella foto, io ho deciso per quella pagina. Con una negazione che assomiglia a una litote lei insinua comunque il dubbio che possa essersi trattato di un’operazione di facciata. A fugarlo sarebbe ben bastata la sofferenza, avvertibile da chiunque, nella voce del vescovo. Per non dire del significato profondo di una richiesta di perdono, stretta parente della chiarezza e della trasparenza. Mi chiedo cosa lei possa aver pensato, ad esempio, del perdono che Giovanni Paolo II ha chiesto per fatti non di 50 anni fa, ma di secoli fa. Anche io non voglio pensare che lei abbia creduto che il papa lo facesse per un’operazione di facciata: era, semplicemente, il bisogno della Chiesa di fare i conti col suo passato. Nonis aveva chiesto scusa privatamente. La signora lo ha voluto "tirare a tenzone" scegliendo il terreno della radio: con grande coraggio non si è sottratto. Dopo avere svolto tutte le indagini per appurare la veridicità dell’assunto, dell’accusa. Lei, don Giuseppe, teme gli scandali. Eppure "oportet ut scandala eveniant" (è necessario che gli scandali accadano) è l’insegnamento latino. La stessa vita di Gesù è stata "scandalosa" fino alla Croce.