Il Giornale di Vicenza (La posta dello psicologo)

Leggo sempre la sua rubrica, con particolare attenzione quando si tratta il problema "pedofilia". Anch'io l'ho vissuto, come genitore che ha denunciato un parente della famiglia d'origine, acquisito, che aveva abusato di mia figlia e di una mia nipote. Il giorno in cui venni a conoscenza dei fatti, sembrava che il mondo mi crollasse addosso. Non tanto perché non sapessi cosa fare, con la denuncia non avevo e non ho il minimo dubbio come unica soluzione possibile, ma per il senso di tradimento che avvertivo. Un uomo, un padre, che si possa definire tale, cerca di vivere prima e di insegnare ai propri figli poi, la convivenza civile, l'onestà, l'amicizia, l'amore tra fratelli, il valore della famiglia intesa come cellula primordiale di società. Ma quando tutto questo ti crolla addosso, è il mondo stesso su cui hai poggiato le basi della tua esistenza che viene meno. E non mi riferisco al pedofilo in se, questi è solamente un povero meschino, un bambino mai cresciuto che non riesce ad avere rapporti con il mondo adulto, e per questo si sfoga sui bambini. Questa, intendiamoci, rimane una constatazione dei fatti, non una giustificazione ad atti che rimangono sempre e comunque reati gravissimi, che solo con un giusto processo potranno dare alla vittima l'inizio ad un percorso di rielaborazione e cura. Per la vittima, ma anche per me che sono il genitore, il problema più grosso è venuto dopo, a seguito della denuncia. A questo punto entrano in scena i familiari, la cara e vecchia famiglia d'origine. Nessuno ha mai messo in dubbio che l'abuso ci sia stato, neanche la suocera del pedofilo, tanto meno il tribunale che ha condannato il pedofilo a 5 anni. Ma ciò che si è contestato è stato il modo con cui si è affrontata l'intera vicenda. Si è passati da un'iniziale solidarietà, di facciata, con la classica "pacca sulla spalla", ad un vero e proprio ostracismo dopo, a seguito della denuncia. Il loro modo di intendere la solidarietà è stato ed è semplicemente egoistico. Il senso della solidarietà alle vittime, per capirlo, secondo me, deve essere ricondotto all'etimologia del termine: essere solidali significa partecipare, condividere, essere in toto solidali "con e per". Quando qualcuno dice ad una vittima sono solidale "però" o sono solidale "se….ma….", significa che quel qualcuno, non è solidale. Una vittima ha bisogno di una solidarietà totale, globale, che non è compromissoria, altrimenti diventa compromettente con l'abusante. Non si può dire di essere solidali con la vittima, se lo si è ad alcune condizioni, come ad esempio alla condizione di non denunciare. (io sono solidale con te, però non devi denunciare il pedofilo della nostra famiglia, perchè è un povero disgraziato, perché abbiamo interessi comuni, perché sono passati tanti anni e nulla ti ridarà la tua infanzia negata.). Di questo tipo di solidarietà le vittime non sanno che farsene. Questi familiari che dicono di voler bene ai bambini, non hanno capito il dramma che vivono le vittime di abusi. Tutto questo mi ha portato ad approfondire la tematica "abusi sui minori", passando notti intere e giornate allo studio di tutto ciò che la letteratura potesse riportare. Ho consultato esperti di varie scienze e discipline, operatori sociali, religiosi. Le mie ricerche, questi 3 anni di studio e formazione, mi hanno solo confermato che non c'era altra strada. Non solo: ho avuto anche la conferma che quasi sempre quello che è successo a me capita nelle famiglie di chi subisce abusi. Ed allora, a questo punto ho anche capito che per ignoranza l'uomo ha paura di ciò che non conosce, dai tempi di Ulisse. Ho accettato, dolorosamente, che loro, i miei familiari, non avessero capito allora, che non abbiano capito ora e che non capiranno probabilmente mai. All'inizio, i disaccordi sul "modus operandi" erano per me motivo di grande angoscia, non perché io non fossi certo sul cosa fare, ma perché non riuscivo a far capire loro l'importanza vitale di tale scelte, non per me ma per mia figlia. Fino a quando non ho staccato, psicologicamente, questo cordone ombelicale con la famiglia d'origine. Ho lasciato quel teatrino domestico, dove ognuno interpretava un suo ruolo. Ed ho chiuso quella porta alle spalle. Mia figlia doveva essere, secondo loro, immolata sull'altare dell'ipocrisia, quale agnello sacrificale per "il buon nome della famiglia! Da quel momento non ho più cercato la loro condivisione, ho capito che non c'era mai stata e che non ci sarà forse mai. Ho lasciato le loro falsità, e non ho messo un vestito buono per ogni occasione.Volevano tener nascosto tutto, nel segreto delle loro coscienze, ma io, da cattolico, credo di avere anche interpretato quanto sta scritto :"Lc 12,2-3"Guardatevi dal lievito dei farisei, che è l`ipocrisia. Non c`è nulla di nascosto che non sarà svelato, né di segreto che non sarà conosciuto. Pertanto ciò che avrete detto nelle tenebre, sarà udito in piena luce; e ciò che avrete detto all`orecchio nelle stanze più interne, sarà annunziato sui tetti."
Perché il vero potere del pedofilo è proprio quello che viene loro concesso dalle famiglie che tengono tutto nascosto. E l'ignoranza di queste ultime, non giustifica questi comportamenti. A questo punto le chiedo: sono forse meno disprezzabili dei pedofili questi comportamenti? Quali meccanismi scattano nella mente di questi pseudo familiari, che dovrebbero essere i primi paladini della giustizia a difendere i propri cari, che invece diventano a loro volta abusanti di queste piccole vittime innocenti? A che cosa servono tutti questi corsi per gli adulti, quando sappiamo bene che diventano impermeabili a qualsiasi indicazione esterna? Crediamo forse che adulti come questi, della nostra rispettabile ed onorata società, si convincano che si deve denunciare e aiutare le vittime facendo loro un corso di formazione? Non converrebbe forse puntare sui giovani con la speranza di educare una nuova generazione ad essere migliore dei loro padri?
Questa mia non vuole essere un "j'accuse", questa fase l'ho già superata. Con questa lettera vorrei semplicemente augurare a chi si trova o si trovasse in queste condizioni di avere il coraggio di tagliare quei rami secchi che impediscono un sano ed equilibrato sviluppo, una sana rielaborazione degli abusi subiti, ai nostri cari figli, vittime della codardia di certi adulti.
Un papà che ha denunciato un pedofilo.


Purtroppo a volte viene tagliato chi denuncia. Dal proprio ceppo, dalle persone da cui è stato generato, da chi lo ha nutrito ed allevato. Da fratelli e sorelle con cui si sono vissute paure e gioie, con cui si sono condivisi tanti momenti di vita. Purtroppo sembra essere ancora una colpa imperdonabile esporre la propria famiglia alla vergogna della società, lavare i panni sporchi fuori dalle mura domestiche. Nonostante le indagini preliminari, delicate audizioni protette, un dibattito davanti ai giudici, avvocati difensori che raccontano che Gesù è morto di freddo, una condanna inappellabile che decreta la colpevolezza del famigliare pedofilo, si preferisce vigliaccamente abiurare la persona cara che ha subito un grave danno morale e sconfessare una bambina indifesa infangata nella sua innocenza. Quanta pochezza d'animo, quanta aridità di cuore. Contano la facciata, l'immagine e stupidamente il non essere sulla bocca degli altri. Anche in galera i pedofili, questi nuovi untori, sono considerati degli infami dagli stessi carcerati e sono a rischio di pesanti angherie. Eppure nella corrispondenza di lunedì al Direttore un lettore denunciava di avere perso tutto, famiglia di origine e beni, per avere denunciato un parente pedofilo.
Pur tuttavia i legami affettivi rappresentano la rete di relazioni privilegiate, il luogo natio da cui sempre dovrebbero scaturire amore e forza. Non si può abbandonare e tradire in simili circostanze perché si viene meno a un patto di valori, di stili comportamentali, di fede. Anche l'essere cristiani, senza il coraggio della verità, diventa banalmente un rito rassicurante di appartenenza, un rifugio per depravati coperti dalle vigliaccherie di chi sa e incoscientemente non sospetta minimamente che anche altri bambini potrebbero essere preda di tanta ingordigia sessuale. Il pedofilo infatti ha tentacoli subdoli e silenziosi che agiscono nell'ombra e nel ricatto. In tali casi il vangelo non è più fonte di luce, ma sagra di luoghi comuni, di litanie mandate a memoria. L'ipocrisia è l'apoteosi dellel bugie, delle meschinità, delle incoerenze. Denunciare è prima di tutto tutela nei confronti dei bambini; con quale coraggio diversamente si potrebbero guardare i loro occhi tristi e i loro cuori traditi?

Lino Cavedon Psicoterapeuta

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