Giovedì 06 Giugno 2002
Il Giornale di Vicenza
«Violenza, non è un optional rivelare anche a distanza di tempo il dramma che si è subìto»
Come Associazione che opera per una corretta diffusione dei diritti dell’infanzia, abbiamo alcune considerazioni in merito alla vicenda del "perdono" chiesto da Mons. Vescovo a quella donna che più di 50 anni fa patì un’offesa gravissima da parte di un sacerdote di ieri, offesa per la quale un sacerdote di oggi, don Giuseppe Negretto, in una lettera pubblicata sabato 25 maggio, ha molto da ridire, giudicandola prima di tutto "un’operazione di facciata" e in secondo luogo un’operazione sulla cui "opportunità" ritiene si debba dubitare dato che il presunto colpevole sarebbe morto. Innanzitutto è importante distinguere tra perdono cristiano psicologico della violenza patita: sono due percorsi diversi, che certo si incrociano, ma non sono, e non possono essere, esattamente sovrapponibili. L’uno, il superamento psicologico, consiste nel recupero dell’autostima, nella risalita dal senso di impotenza sperimentato attraverso la violenza, nella possibilità di non vedere più l’abusante come un pericoloso nemico, ed è frutto dell’elaborazione di un trauma, condizione psichica grave. L’altro, il perdono cristiano, è frutto della vita di fede del credente. Mescolare i due movimenti, invocando il perdono cristiano prima che la vittima sia consapevole di quanto successo più diventare ulteriore "violenza", tant’è che la casistica trabocca di bambini vittime di abuso che, attraverso il sacramento della penitenza, hanno confessato colpe di abuso non certo a loro imputabili e hanno continuato a sentirsi colpevoli e manchevoli per tutta la vita. C’è poi la questione, evidenza di una tendenza culturale ahimè ancora molto diffusa, che la violenza sessuale sia reato contro la morale, secondo il vecchio codice, e non ancora delitto contro la persona, come da legge 15.2.96 n. 66, articolo 609 bis e seguenti del Codice penale. La distinzione tra delitti contro la morale e delitti contro la persona non è certo poco, perché nel primo caso un delitto non è tale (coscienza a parte, per chi ce l’ha) finché non interviene il pubblico scandalo, nel secondo caso si tiene invece conto non tanto dello scandalo, ma della lesione psichica e fisica arrecata e di come nell’abuso sessuali si tratti di lesione che può danneggiare psichicamente la vittima per il resto dei suoi giorni. Quante donne da buone cristiane hanno perdonato, ma non riescono a vivere con serenità la dimensione delle sessualità dopo la violenza patita! e non è certo loro colpa. Ma sembra, secondo il lettore don Negretto, che le donne siano poco inclini al perdono, ancora meno degli uomini ("mentre Dio perdona, gli uomini (pardon: le donne!) non perdonano") e questo ci porta implicitamente, ma dritto dritto, alla conferma che l’abuso sessuale è proprio una questione di perversa volontà di potere sui soggetti deboli, donne e bambini. Valgono meno? dunque tacciano, tanto più se il presunto abusante è morto, perché, come si deve sapere per buona educazione, "de mortuis..." non si dicono i difetti! Ne consegue così una ulteriore vittimizzazione della vittima: cioè quella signora di 57 anni che evidentemente porta ancora il dramma di una colpa non sua, prima ha patito l’abuso e trauma conseguente, poi è stata schiacciata dagli interrogatori e nessuno che le abbia chiesto: ma tu, come ti senti?, poi sono passati gli anni e quando il Santo Padre fa capire che non è fuori posto avere fame e sete di giustizia, niente da fare, c’è sempre chi dice: ma adesso tira fuori questa questione? dopo tanti anni? chissà poi se è vero! e con quanti particolari poi! vergogna! È la beffa dopo l’inganno. Infatti è proprio così: il trauma da abuso, se non risolto, resta, e quella parte bambina che non ha potuto crescere, continua ad aver fame e sete di giustizia. La possibilità di rivelazione del dramma subito, anche a distanza di tempo, non è un optional, ma fa parte di un’operazione di giustizia psicologica e sociale da mettere in atto in favore della vittima, ancorché diventata adulta ma con una parte infantile ancora sofferente, perché è un contributo a una legittima prevenzione degli abusi, perché la rivelazione e l’ascolto emaptico che dovrebbe scaturirne è l’inizio di un processo riparativo fondato sul riconoscimento della verità e al tempo stesso atto di giustizia che può trasformare il giustificabile desiderio di vendetta della vittima (e quanto sia difficile aiutare una persona, anche abusata anni prima, a trasformare il desiderio di vendetta in sete di giustizia lo sa solo chi opera contro l’abuso) e infine perché è l’unico modo per aiutare la vittima a diventare protagonista attiva della vicenda che la riguarda, vicenda passata ma non trascorsa finché non espressa ed elaborata. E speriamo che la Chiesa, oltre che esprimere richieste di perdono a posteriori, divenga anche operatrice di pace attraverso una precisa operatività di tutela dei minori. Associazione F.i.a.b.a. di Vicenza