Dal GDV del 05/09/2002
Una povera bambina vittima di abusi con genitori e fratelli stupidamente ciechi per sei anni
Caro dott. Cavedon, ho letto la lettera di Crocefissa del 4/7/2002. L'ho
letta e, non me ne vergogno, ho pianto. Ho pianto perché in quel nome sta
l'essenza di noi vittime della pedofilia: Crocefisse! Anch'io ho subìto
la "colpa della vergogna". Fin da bambina, da quando a 6 anni un
parente della mia famiglia di origine (volutamente non lo considero mio parente,
da allora) cominciò ad abusare di me, mi porto appresso la
"colpa". Mi sono sempre sentita tale, considerata così da tutti
i parenti che, al compimento dei miei 14 anni, vennero a conoscenza delle
violenze da me subìte. Ricordo perfettamente quel mio compleanno:
invitarono anche lui alla mia festa. Che bella festa! Tutti i miei familiari
assieme a "quello". Quel giorno, quando lo vidi, scoppiai in lacrime.
Non ce la facevo più a tenermi dentro quel peso. Mia madre, presami in
disparte, mi chiese di spiegare. E così raccontai tutto: le molestie
iniziali, gli abusi poi, le violenze fino ai dodici anni, periodo in cui
cominciai a ribellarmi. Mia madre mi supplicò di "non rovinare la
festa", che poi, mi rassicurò, avrebbe messo a posto tutto
papà. La sera, finita la festa, ci fu la riunione di famiglia: i miei
genitori, ed i miei fratelli più grandi. "Loro" decisero che
ormai ero grande, che lui non ci avrebbe più provato perché, come io
riferivo, ero in grado di difendermi da sola. E poi iniziò il processo di
famiglia (a me), con le domande odiose del tipo "ma perché non l' hai
detto prima" e poi " se fosse come dici tu ce ne saremmo accorti"
ed anche " non è che sei tu che hai travisato?", oppure
"se davvero lui fosse come lo descrivi l'avrebbe fatto anche con altre
bambine, invece non abbiamo mai sentito nulla del genere sul suo conto". Me
le ricordo tutte quelle domandine idiote! Come mi ricordo perfettamente gli
idioti dei miei fratelli, allora più che ventenni, che con la loro
supposta saggezza mi consigliarono di non parlarne con nessuno. Da allora mi
sono dovuta convincere che non c'era nessuno che mi potesse aiutare. Se loro,
che erano la mia famiglia, non ritenevano di dovere prendere delle contromisure,
a chi mi dovevo rivolgere? Ho pianto molto, ho passato notti insonni, e mi sono
buttata a capofitto nello studio. Gli uomini mi facevano schifo, tutti, a
partire da mio padre, poi i miei fratelli ed infine tutti gli altri. Non avevo
altri interessi e a tutti sembravo la ragazza modello. Ma io, dentro avevo quel
tarlo, che cercavo di soffocare studiando e studiando. Non facevo altro. Dopo il
diploma un buon lavoro. E di che cosa dovrei lamentarmi? E già, quello
che pensavano, e pensano tutti, sta proprio nel valutare l'apparenza, o meglio
la corazza che mi ero messa. Così ho fatto contenti tutti, a partire dai
miei genitori e per finire con i fratellini cari. Tutti, tranne me, ma questo,
per loro, evidentemente era ed è un particolare. Poco importa se io ho
vissuto un'infanzia d'inferno, un'adolescenza traumatizzata, con la paura di
affrontare due uomini che camminano sul mio stesso marciapiede; con la paura di
un rapporto con l'altro sesso, che fosse anche solo di amicizia; con gli incubi
notturni ai quali nessuno poteva porre rimedio. Per non parlare delle odiose
feste di famiglia, alle quali, piano piano, ricominciò a partecipare
anche quell’uomo. Si fecero degli scrupoli il primo anno dopo la mia
denuncia, e poi ricominciarono a frequentarlo, e quel che è peggio,
costrinsero anche me a subire la sua presenza. Seguirono feste, battesimi,
comunioni, matrimoni, di parenti vari, e la mia cara famiglia che faceva da
contorno, tutti felici e contenti. Quel che contava era l'apparenza, di questa
famiglia ipocrita! Poi, a 34 anni decisi di andarmene, da sola come ero sempre
stata nella mia vita. Seppi poi che quella persona, ora davanti al Giudizio
Divino, oltre a me aveva abusato di due mie cugine prima di me, e che in
seguito, dopo di me, abusò anche di altre due nipoti. Queste violenze,
credo siano un peso sulla coscienza dei miei familiari, ai quali non
perdonerò mai il loro menefreghismo, la loro ignoranza. Ho sempre vissuto
sola, ed ho conosciuto ora un'associazione vicentina, S.O.S. Infanzia, fatta di
gente onesta e che ha il coraggio di urlare al mondo queste ingiustizie. Li ho
conosciuti ad un convegno, e da allora ho conosciuto molte altre come me, che
ancora nel 2002 vivono le stesse umiliazioni. Grazie al presidente di questa
associazione ho trovato il coraggio di scriverLe, non per me, ma perché sia da
monito per tutti quelli che ancora oggi rovinano, con il loro comportamento, le
vite dei loro bambini. Attraverso lei, caro dottore, vorrei che fosse ascoltato
questo mio urlo, che mi porto dentro fin da bambina, fino ad oggi, cinquantenne,
che grida "GIUSTIZIA" verso tutti quei "Ponzio Pilato" che
mi hanno messo addosso questa croce. Finirà mai questo olocausto
silenzioso? E chi riuscirà a far capire il dramma che vivono le piccole
vittime innocenti? Elena
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Chissà perché, in questa giustizia fatta in casa, si sta sempre dalla parte degli adulti e pagano i bambini. Strano amore questo, se per oltre trent'anni, ha caricato sulle spalle di Elena una croce pesante; prima le molestie, poi l'abuso, gravata da un contorto senso di colpa che prende le vittime, con genitori e fratelli stupidamente ciechi per sei anni. Finalmente lei trova il coraggio di confessare e si lusinga di essere creduta, tutelata e protetta dai famigliari, da loro confortata e sostenuta per riparare un danno interiore grave. Elena scopre così che a quell’uomo vengono riconosciuti tutti i benefici, nessuna colpa, nessuna punizione. Gli si consente ampia possibilità di azione, nessun sospetto, e può negli anni compiere così altri crimini nei confronti di altre bambine. A lei nessuna sicurezza, traumi a non finire; il mondo interiore delle emozioni e dei sentimenti viene letteralmente devastato. Le relazioni con gli altri saltano: per primi i maschi evocano costantemente l'angoscia della prevaricazione e del trauma, anche le femmine suscitano senso di abbandono. Che ha fatto infatti la madre che, in quanto donna, avrebbe dovuto gridare tutta la sua indignazione poiché una sua creatura era stata profanata? Che ha fatto il padre che vigliaccamente ha lusingato e poi riposto la propria dignità nel perbenismo? E la solidarietà tra fratelli come può essere svenduta alla convenienza di relazioni spudoratamente false? Chi restituisce ad Elena la sua infanzia spensierata, un'adolescenza estrosa, la sua affettività annegata, il mancato amore di un uomo buono, una sessualità rispettosa? Gli adulti non hanno offerto a lei le opportunità giuste per cicatrizzare ferite aperte e l' hanno penalizzata a vantaggio dell'abusante, un infame lasciato vagare impunemente per nutrirsi della purezza di bambine incredule e frastornate. Nello sviluppo del proprio sé, Elena si è abbarbicata attorno alle paure e si è organizzata perché non si rinnovassero più altri traumi; essendo all'epoca piccola non aveva poi risorse sufficienti per lottare contro il mostro. In questo modo però porzioni massicce di libertà sono state divorate e lo spazio vitale si è ridotto. Elena ha dovuto vivere sola per sopravvivere all'angoscia di altri traumi ed abbandoni, concentrandosi solo su studio e lavoro, tra il menefreghismo e l'ignoranza altrui. Vuole rivolgere un appello ai genitori. Ad essi spetta la responsabilità di essere una presenza vigile, sospettosa, attenti alle smancerie eccessive di adulti con le tasche piene di caramelle e la coscienza marcia. Devono essere attenti alle oscillazioni brusche dell'umore dei propri bimbi, ai loro silenzi, alle loro insonnie, ai contenuti dei loro incubi, alle inappetenze ingiustificate, ai nervosismi protratti, ai moti di aggressività rivolti a sé, agli altri, alle cose. Invoca la loro forza per la tutela dei figli, il loro coraggio nell' allontanare le minacce, la determinazione nel tagliare i parenti-serpenti, la loro fantasia per ridare colore alla vita, il loro amore perché i figli non smettano di lottare. Agli abusanti, ai violentatori, a quanti sono morbosi amanti di bambini Elena, cui auguriamo ogni bene, ha raccontato la sua vita d'inferno. Se chiederanno aiuto per le loro debolezze o per la loro malattia, se smetteranno di abusare, per essi c'è il beneficio del pentimento. Altrimenti, che la loro anima non viva né riposi in pace, perché si macchiano di colpe imperdonabili. Lino Cavedon psicoterapeuta