Dal GDV del 04/07/2002

Giovedì 04 Luglio 2002

«La violenza del pedofilo la vivo ancora a 40 anni»

Caro dottore, non so perché mi trovo ora a scriverle, ma credo di volere con questa mia lettera aiutare altre donne, e sono molte, per prima me stessa, forse nell'ultimo estremo tentativo di non imboccare una strada senza ritorno. La mia infanzia è stata, agli occhi degli altri, serena. Media famiglia borghese, una casetta in periferia, l'ultima di 4 figli, sempre secondo gli altri, la più fortunata. Fortunata perché a differenza dei fratelli nella mia adolescenza la famiglia non era oberata dai debiti, il capofamiglia aveva un lavoro autonomo che permetteva un tenore di vita migliore. Come gli esemplari piccoli imprenditori del "miracolo del nordest", anche i miei genitori hanno contribuito allo sviluppo di questo modello, invidiato da tutto il mondo, lavorando sodo, giorno e notte, e partendo da zero sono riusciti a garantire a noi figli benessere e "tranquillità"..economica. Niente di eclatante, non abbiamo i miliardi, ma considerando il fatto che i miei genitori erano figli di emigranti, che si erano sposati con le scarpe di cartone, il solo fatto di avere goduto di una casa di proprietà, della possibilità di frequentare le superiori, di avere l'auto a 18 anni, io dovevo ritenermi fortunata. Poco importa se per fare "i schei", gli unici argomenti di discussione fossero solo ed esclusivamente i problemi connessi a questo. Quando io avevo 6 anni c'erano i problemi dell'impianto, dell'avviamento dell'attività, tutto a debito, ed allora le rate che scadevano, le rate che non si riuscivano a pagare, erano il cruccio di tutti i giorni per i miei genitori. Poi finiti quei debiti, la casa di proprietà, ed altri debiti, altre rate, altre difficoltà, e tanti altri problemi, con relative discussioni, tra marito e moglie, ed io...pensavo che non dovevo, non avevo il diritto di parlare dei miei problemi, perché troppo piccola e, credevo, troppo piccoli i miei problemi per "disturbarli". Fino ai 14 anni, quando mai madre lesse, a mia insaputa, il mio diario. E quel giorno il mio calvario divenne "il grande problema" ...."della famiglia". In quel diario, dalla prima elementare, io scrissi tutte le mie ansie, la mia solitudine, raccontai anche della cecità dei miei genitori, che non videro chi, loro parente, approfittò di questa mia mancanza d'affetto, ed abusò di me fino all'età dei 12 anni. Quando scoprirono tutto, mi sentii liberata da un peso, credetti che finalmente fosse arrivato il momento in cui i miei genitori sarebbero stati i miei confidenti, i mieI cavalieri, i miei salvatori. Quel giorno ero terrorizzata dall'idea che mio padre ammazzasse quel figlio di.. Finalmente, mi dissi, anch'io avrò il mio "principe", il paladino della giustizia che viene a liberare la sua piccola indifesa, violata nella sua innocenza. Ma purtroppo le cose non andarono così. Tutti capirono, sia mia madre che mio padre, ovviamente non misero in discussione il fatto, anzi i fatti, le violenze subite. Ma fin da subito ci fu un "chiarimento", come lo definì mio padre: "Di questa cosa non se ne deve far sapere niente... a chiunque non va detto nulla". Mi fecero un gran bel discorso, sulla famiglia, sul disonore, sui nonni che erano mancati da poco, lo scandalo! Mi promisero un bel motorino! Poi mia madre mi portò in tanti negozi, mi comprò dei vestiti, delle scarpe nuove. Quell'anno mi mandarono un mese intero in ferie, in un albergo lussuoso. Che bravi i miei genitori! Per non parlare dei fratelli, che si preoccupavano che io "non parlassi". E già perché anche loro temevano per il "buon nome della famiglia". Avevano una carriera da tutelare, uno addirittura ricopriva un posto politico e quindi, da persona pubblica, temeva "lo scandalo". Avrebbe potuto "nuocere" alla sua carriera. Loro avevano capito tutto, sapevano cosa era "giusto" per me. Quello che non avevano capito, era che si stavano comportando proprio come il pedofilo. Anche lui, il pedofilo, mi comprava dei regalini, per comprare il mio silenzio, la mia inconsapevole e innocente accondiscendenza, proprio come stavano facendo ora i miei familiari. Il guaio è che tutti, pedofilo e familiari, non l'hanno mai capito. Si ritenevano, e si ritengono, troppo intelligenti, troppo al di sopra, per abbassarsi umilmente alla consapevolezza che di queste cose non ne sapevano, e non ne sanno assolutamente nulla. L'abuso continuò in famiglia per tutta l'adolescenza, ricolmandomi di regali inutili e superflui, per comprare quel silenzio che a loro servì per mettere a tacere la loro coscienza. Famiglia integerrima, cattolica, per bene, fatta di uomini senza i c.... Incapaci di mostrarsi uomini nel momento in cui una piccola vittima chiedeva aiuto.Hanno creduto, ancora una volta, di poter "comprare" con "i schei", la soluzione alle loro insicurezze, alle loro paure, alla loro ignoranza. Ed io? Io li ho ripagati con gli insuccessi. Io sono stata un'ingrata. Bocciata per ben tre volte alle superiori, alla fine sono finita nell'azienda di papà, perché in fin dei conti lui con me è sempre stato buono! Per non parlare della vita sentimentale. Mai un rapporto fisso, perché a "quel punto" io rivivevo "quell'incubo", che nessuno ha mai saputo, o voluto, risolvermi. La storia sarebbe molto lunga, ma finisco con la ciliegina sulla torta. L'ennesima pietra dello scandalo: a 25 anni sono andata a vivere da sola. Ed i miei: "Ma ti rendi conto di cosa penserà le gente?" Ed ancora: " Qui hai tutto quello che vuoi". Già! Avevo tutto quello che loro pensavano io volessi. Ma non era quello di cui io avevo bisogno. Io avevo bisogno di aiuto, avevo bisogno di un padre che fosse un uomo, di una madre che difendesse la propria figlia, di fratelli più grandi ma con la "G" maiuscola. Avevo bisogno di essere ascoltata, capita, difesa, aiutata! L' ho gridato, l' ho urlato, con il mio disagio, la mia irrequietezza, con il mio linguaggio, le mie parole. Ma parlavo una lingua che non capivano, mostravo segni che non vedevano. Questo grande vuoto è stato colmato da un delinquente quando ero piccola, ma ora, non permetto più a nessuno di appropriarsi della mia vita, della mia libertà, della mia anima. Da quel grande "buco nero", con fatica sto venendo fuori. Mi rendo conto che la colpa non è mia, ma sono anche consapevole del fatto che tanti anni al buio mi hanno provocato una grande depressione. Negli anni passati ho ripreso a studiare, ho conseguito la maturità, mi sono persino iscritta all'università, ho un ottimo impiego, ma sono sola, terribilmente sola. Isolata da tutti per le mie scelte, mi sono rifatta una vita, ho tagliato i ponti con tutti i parenti, che io definisco abusanti. Penso che loro abbiano compiuto lo stesso delitto del pedofilo, poiché le violenze psicologiche, in questo caso, per me sono state al pari di quelle fisiche. A quasi quaranta anni, sono seguita ora da uno psicologo, con il quale sto tentando un percorso di recupero, di rielaborazione, con la speranza di uscirne, prima che sia troppo tardi. Già, gli psicologi e psichiatri, quelli a cui si rivolgono "i matti", come dicevano i miei. Sono io la matta dottore? E se non sono io chi glielo spiega a questi, e sono tanti, che rovinano la vita di tante piccole vittime innocenti? Crocefissa
Chi ha paura della verità? Chi è disposto a barattarla per l'infelicità e la solitudine di una figlia? La menzogna, quell'atteggiamento pruriginoso di quieto vivere, di apparenze salvate fa tanto pensare a quel monito di Cristo rivolto ai farisei che stavano mercanteggiando nel tempio: "Guai a voi, sepolcri imbiancati". Quante responsabilità ha anche la Chiesa del passato, complice di aver taciuto certe verità, di non aver educato al dire, di non aver creato la cultura dell'ascolto, di non aver proclamato dai pulpiti delle chiese gli aberranti misfatti che in modo omertoso sono stati perpetrati sui bambini. Il silenzio crea cancrena nell'anima e nella mente di chi, avendo subito un danno, deve sopravvivere al danno, ma si sente inchiodato sulla croce. Senza la verità mancano i riferimenti interiori certi, manca una bussola per orientarsi, si corre il rischio di girare a vuoto. Senza il coraggio della verità non si sa di chi fidarsi, a chi fare riferimento, con chi costruire un percorso. C'è buio, nebbia, e i bambini hanno la lacerante sensazione che gli adulti non abbiano occhi svegli per vedere, bocche inorridite per gridare, pugni energici per allontanare il cattivo e braccia accoglienti per proteggere l'indifeso. E a chi si aggrappa una bambina prevaricata, a chi può confidare i suoi incubi notturni? Quanto danno deve poi fare a se stessa per scuotere le coscienze intorpidite e disumane dei grandi? E una volta grande, quanto impiegherà a fidarsi di un maschio e ad a aprirsi a lui nell'intimità? Ci fa un gran piacere se questa rubrica diventa uno spazio per raccontare queste storie di dolore, rendendole pubbliche, affinché tutti contribuiscano a diffondere un radicale cambio di cultura per la difesa e la tutela dell'infanzia. Dalle nostre parti si continua a pensare che il marcio sia sempre e soltanto altrove, invece va tolto con il bisturi, altrimenti questo marcio trattenuto dentro si trasforma in depressione, in urlo soffocato di rabbia, in morte interiore. Per la nostra amica sarà una libertà riannodare dentro di sé quel filo spezzato; voglia sentire l'affetto di tutti noi. Lino Cavedon
Psicoterapeuta