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Ines Rielli
Giacomo Toriano
Giovanna De Luca
ADOLESCENZA, AMBITI RELAZIONALI
E ORIENTAMENTI NORMATIVI
Introduzione
Perchè ancora una ricerca sui giovani?
La prima risposta che viene in mente è che igiovani sono ingombranti per noi adulti, poiché non riusciamo a definire chi essi veramente siano, e, di conseguenza, siamo smarriti nel comprendere e agire conloro e per loro.
L'unica provvisoria certezza che abbiamo è che la giovinezza è una fase del processo biologico dell'uomo, che inizia con la nascita e si completa con la maturità. Provvisoria certezza, poiché è difficile definire quando inizi la maturità e cosa essa significhi; ancora più difficile definire quando inizia la giovinezza, contigua all'infanzia-adolescenza, avendo osservato molti antropologi, ad esempio; che dall'ultimo secolo la maturazione sessuale sia più precoce.
A ragione in uno dei più diffusi manuali di Sociologia è scritto «...i fatti biologici relativi alla bigrafia dell'uomo non offrono alcuna indicazione definitiva sia per quanto riguarda la durata sia per quanto riguarda i contenuti culturali della gioventù» (1)
Il concetto di gioventù, quindi, diventa sempre più vago. E' sempre più problematico stabilire quando inizia e quando finisce: sempre più precocemente i bambini si comportano come adolescenti, e i giovani raggiungono sempre più in ritardo lo status di adulto, nel senso di un'esistenza garantita e una identità compiuta.
In compenso siamo prossimi al definire un trentenne come "post-adolescente", un quarantenne "giovane promettente" e così via. In tal senso "essere giovani" diventa uno stile di vita sempre più attraente, indipendentemente dall'età: una sorta di lazzaretto della creatività in cui sfumano le differenze tra le classi di età. L'"essere giovani" finisce con il divenire tutto ciò che si definisce "essere giovani". Se è vero, come affermava uno dei maggiori autori dell'interazionismo simbolico William I. Thomas (2), che quando una situazione viene definita come reale produce delle conseguenze reali, allora possiamo ritenere che la "gioventù" diventa oggetto di patteggiamento sociale.
Tuttavia i giovani esistono come entità sociale, di cui si occupano e preoccupano le famiglie, gli insegnanti, gli operatori sociali, i politici, insomma il mondo degli "adulti". E proprio perchè il concetto di gioventù è sempre più incerto, continuiamo a parlare di giovani e di "condizione giovanile", sicuramente per il bisogno di ridurre una variegata complessità, che, per quanto ci sforziamo di distinguere, non può essere esemplificata più di tanto.
Se la domanda «che cosa è la gioventù?» non trova più una risposta netta e contenuti universalmente riconosciuti, esistono differenti visioni (e rappresentazioni) dei giovani, spesso persino ben definite nell'empiria, in una sorta di pluralizzazione della gioventù.
Proviamo ad elencare alcune differenti risposte (e atteggiamenti) alla domanda «che cosa è la gioventù», naturalmente dal punto di vista degli adulti.
A) la gioventù è il futuro della società:
- La gioventù deve conoscere la storia per non commettere gli errori delle generazioni passate.
- La gioventù perpetuerà ciò che noi abbiamo costruito.
- La gioventù saprà vivere meglio di noi.
- La gioventù realizzerà tutte le nostre speranze.
- La gioventù rinnoverà le nostre speranze.
- La gioventù rinnoverà la nostra società (variante "cultura").
- La gioventù saprà trovare la propria strada.
B) La gioventù di oggi comporta pericoli per la società:
- La gioventù non ha più valori.
- La gioventù distrugge le tradizioni e ciò che hanno costruito le generazioni precedenti.
- La gioventù non ha rispetto per gli adulti e le istituzioni.
- La gioventù vive alla giornata e non si impegna per il futuro.
- La gioventù è egoistica.
- La gioventù trova (variante "vuole") tutto facile, pensa soprattutto al divertimento e poco al lavoro.
- La gioventù non ha il senso della responsabilità e manca di disciplina.
- La gioventù di oggi gode di troppa libertà, corre il pericolo di essere sedotta da falsi miti e, di conseguenza, assumere comportamenti negativi; per questo occorre un controllo costante da parte delle istituzioni.
C) La gioventù è una fase particolare della vita
- La gioventù è un periodo di crescita e di maturazione.
- La gioventù non merita attenzioni particolari, tutti hanno i loro problemi.
- La gioventù deve adempiere i suoi doveri, i diritti se li deve prima meritare.
- Essere giovani significa prepararsi alla vita da adulti e trovare una propria identità.
- I giovani hanno bisogno di comprensione e dell'aiuto degli adulti.
- I giovani devono poter decidere da soli come vivere, quale lavoro scegliere.
- Essere giovani non è un periodo di transizione tra l'infanzia e la vita adulta, ma una fase della vita indipendente, caratterizzata da una cultura particolare.
- Gli adulti in molte cose possono imparare dai giovani.
- I giovani hanno il diritto di criticare il mondo degli adulti e di sperimentare proprie forme di vita, anche quando non hanno una loro autonomia.
Da questa poliedricità di risposte/opzioni emerge con chiarezza che quando si parla di gioventù, spesso non si esplicita a cosa ci si riferisce veramente: alla visione (o ricordi biografici) degli adulti, ad alcuni giovani in particolare, ad alcune caratteristiche generali della gioventù, a come i giovani dovrebbero essere (mai intanto non sono) ecc..
Un esempio eclatante è dato da uno degli ultimi sondaggi sui giovani in Italia, condotto da un noto Istituto di indagini demoscopiche e pubblicato da un quotidiano a diffusione nazionale. Il campione d'indagine era composto da 388 giovani (sic!) su tutto il territorio nazionale, a da questa "approfondita" indagine risultavano le seguenti generalizzazioni, come risulta dai titoli e confermato negli articoli:
a) GIOVANI la generazione sperduta.
b) Infantili e saggi, cinici e ingenui al Nord come al Sud.
c) Scarsamente tentati dalla protesta, cercano rifugio nel privato.
d) Delusi dalla scuola, dalla società, dalla politica, in cerca di sicurezza e di conferme affettive.
e) Non aspettano nulla dal futuro. Nel loro orizzonte solo famiglia e amici.
f) La paura di diventare adulti.
Si sa benissimo che questo tipo di indagine può produrre solo ampie generalizzazioni. Ma vengono spontanei almeno due quesiti:
a) è tutto così uniforme l'"universo giovanile" senza distinzione tra chi lavora e chi è disoccupato, tra chi è ricco e chi è povero, tra chi cerca nuove esperienze e chi prefirisce la protettività della famiglia e dei gruppi amicali, ecc.?
b) Molti di questi atteggiamenti sono solo dei giovani o non anche di tutti gli altri (come la scarsa volontà di protestare, il rifugio nel privato, la delusione della politica e della società, la non fiducia nel futuro, ecc.)?
E allora perchè attribuirli, come caratteristica, a una generazione?
Generalmente si ritiene che gli adulti, in particolare gli esperti e gli studiosi, abbiano una conoscenza approfondita sulla loro vita quotidiana e i loro problemi. Ma a cosa valgono effettivamente queste informazioni quando si arriva a tali livelli di generalizzazioni?
A tal punto la "gioventù" diventa una realtà fittizia: le sue immagini sono solo modelli di identificazione, di comportamenti, di interpretazione; descrizioni di informazioni parziali sui giovani realmente esistenti, ma più sovente proiezioni e aspettative loro indirizzate.
Vorremmo invece sottolineare che i giovani non sono una categoria unitaria, ma che esistono grandi diversità tra di loro: sono quelli che in una famosa indagine furono definiti "la generazione della vita quotidiana", differenziati tra di loro come sono differenziate le realtà in cui vivono, le situazioni di partenza da cui provengono, le esperienze e le occasioni che hanno avuto.
È importante tenere in conto queste differenze nel lavoro con i giovani inteso come progetto di integrazione sociale (nel senso più ampio). Infatti nei programmi loro rivolti bisogna interrelare due elementi, non facilmente coincidenti: da un canto occorre tenere conto delle aspettative del mondo degli adulti nei loro confronti e cosa promette loro la "società"; dall'altro delle loro specifiche condizioni di vita e dei loro mondi vitali.
Nella realizzazione di tali programmi un ruolo determinante hanno gli "educatori" (a vario titolo) soprattutto perchè debbono saper proporre le possibili alternative.
Da questi elemnti di consapevolezza, allora, come costruire una ampia rete di punti di riferimento per dare consistenza ad un progetto educativo che sconfigga stereotipi e generalizzazioni?
Potrebbe valere un progetto con punti irrinunciabili per "educatori" che lavorino con/per i giovani:
- Dare ai giovani le capacità per orientarsi nei processi di mutamento.
- Insegnare ai giovani le basi di un habitus democratico.
- Correlare i giovani alle loro realtà sociali.
- Dare ai giovani una consapevolezza sul proprio ruolo nella società.
- Sviluppare nei giovani le competenze professionali e culturali.
- Stimolare nei giovani le capacità critiche.
- Accrescere nei giovani il senso di responsabilità e di solidarietà nella competitività del libero mercato.
- Elaborare con i giovani prospettive comuni con gli adulti per il futuro.
Questa griglia è un tentativo per far sì che non si verifichi ciò che scriveva Paul Goodman in un testo classico, pubblicato nel 1956, a proposito della "condizione giovanile": «...l'aspetto principale è quello che essi hanno in comune: lo spreco d'umanità. Nella nostra società bambini intelligenti e vivaci, potenzialmente capaci di conoscenza, di nobili ideali, di sforzi onesti e di qualche forma di realizzazioni intrinsecamente valide, vengono trasformati in bipedi inutili e cinici, o in giovani per bene chiusi in trappola o precocemente rinunciatari, sia dentro che fuori del sistema organizzato. Il mio scopo è semplicemente questo: dimostrare come oggigiorno sia disperatamente difficile, per un bambino normale, crescere sino a farsi uomo, perchè il nostro attuale sistema sociale organizzato non richiede uomini: sono pericolosi, non convengono.» (4).
Luigi Za
Coordinatore Scientifico della Ricerca
(1) P. Berger - B. Berger, Sociologia. La dimensione della vita quotidiana, Il Mulino, Bologna, 1977, p. 285.
(2) W.I. Thomas, Source book for Social origins, The University of Chicago Press, Chicago, 1909.
(3) cfr. F. Garelli, La generazione della vita quotidiana. I giovani in una società differenziata, Il Mulino, Bologna, 1984.
(4) P. Goodman, La gioventù assurda, Einaudi, Torino, 1964, p.28.
CAPITOLO PRIMO
Caratteristiche del campione
La ricerca è stata effettuata nelle scuole superiori della provincia di Lecce, nel 1955, utilizzando un questionario compilato dagli stessi studenti. La scelta degli istituti scolastici è avvenuta in base a criteri territoriali e tenendo conto della specificità formativa, in modo da ottenere un'adeguata rappresentatività.
L'universo di riferimento risulta costituito da 1.915 classi, delle quali 652 di istituti tecnici, 543 di istituti professionali, 504 di licei classici e scientifici, 120 di licei artistici e istituti d'arte, 96 di istituti magistrali. Da questo universo è stato estratto un campione di 50 classi, mantenendo sostanzialmente la stessa distribuzione per tipo di scuola.
Tab. 1 - Totale numero di classi e numero di classi del campione, per tipo di scuola
Totale
Classi
Campione
Licei 504 26.3% 13 26%
Istituti Magistrali 96 5% 3 6%
Istituti Tecnici 652 34% 19 38%
Scuole Artistiche 120 6.3% 2 4%
Istituti Professionali 543 28.4% 13 36%
Totale 1915 100% 50 100%
L'autosomministrazione del questionario ha comportato, come prevedibile, un'elevata quota di risposte non valide, perché incongruenti o mancanti, pertanto dei 1.000 questionari distribuiti ne sono stati utilizzati 797 in sede di elaborazione statistica dei dati. Si tratta comunque di un numero notevolmente elevato, se raffrontato all'universo di riferimento.
Rispetto ad alcune variabili fondamentali sono stati assunti i seguenti criteri di classificazione:
- l'età degli intervistati è stata distinta in tre categorie: 14-15 anni, 16-18 anni, oltre 18 anni. Oltre alla classe frequentata è stata dunque considerata come criterio di "anzianità" anche l'età anagrafica, in quanto indipendente dai percorsi scolastici.
- Il luogo di residenza degli intervistati è stato classificato in cinque categorie, in base alla popolazione dei comuni: capoluogo, 15-30.000 ab., 10-15.000 ab., 5-10.000 ab., meno di 5.000 ab.
Il campione è risultato composto da 797 studenti, di cui 414 maschi e 383 femmine, che sono rispettivamente il 52% e il 48% del totale.
La fascia di età più numerosa è quella intermedia (16-18 anni), che conta poco più del 50% degli intervistati, mentre i più giovani (14-15 anni) rappresentano oltre il 45% del totale degli intervistati. Infine coloro che hanno più di 18 anni sono il 4% del campione.
Ovviamente risulta più equilibrata la distribuzione per classe frequentata, dove in tutte le classi troviamo valori di poco oscillanti intorno al 20%. Il confronto per genere evidenzia che in quasi tutte le fasce di età i maschi sono più numerosi, con l'eccezzione della fascia 14-15 anni dove ragazzi e ragazze sono in egual numero.
Tab. 2 - Intervistati, per genere
n. %
M 414 51.9
F 383 48.1
---------- ----------
797 100.0
Tab. 3 - Intervistati, per fasce di età
n. %
14-15 363 45.5
16-18 402 50.4
>18 33 4.1
---------- ----------
797 100.0
Tab. 4 - Intervistati, per genere e fascia di età (valori percentuali)
M F
14-15 49.9% 50.1%
16-18 53.5% 46.5%
>18 54.5% 45.5%
Tab. 5 - Intervistati, per classe frequentata
n. %
1^ 157 19.8
2^ 176 22.1
3^ 163 20.4
4^ 152 19.0
5^ 149 18.7
---------- ----------
797 100.0
Riguardo al luogo di residenza i gruppi più numerosi li troviamo nei comuni di 5-10.000 ab. (27%) e 15-30.000 ab. (26%). I comuni della fascia intermedia (10-15.000 ab.) sono rappresentati dal 17%, e la città di Lecce dal 13%. Infine il 12% degli intervistati risiede nei comuni più piccoli. La distinzione per genere mostra una preponderanza dei maschi nei comuni della provincia, mentre le femmine sono più numerose nel capoluogo.
Per ciò che concerne il tipo di scuola - in conformità alla popolazione scolastica complessiva - gli istituti tecnici soni i più rappresentati con il 41% degli intervistati, seguiti dai licei (31%) e dai professionali più del 2%. Disaggregando i dati per genere ritroviamo una distribuzione per certi versi "tradizionale", con netta prevalenza dei ragazzi negli istituti tecnici e delle ragazze negli istituti magistrali. Queste ultime sono la maggioranza anche nei licei, mentre i maschi sono più numerosi nelle scuole artistiche. E' interessante notare la relazione fra tipo di scuola frequentata e comune di residenza: troviamo infatti nei comuni della provincia una maggiore presenza di studenti delle scuole professionali, rispetto alla città di Lecce.
Tab. 6 - Intervistati, per residenza
n. %
Lecce 103 12.9
15-30 mila ab. 205 25.7
10-15 mila ab. 137 17.2
5-10 mila ab. 214 26.8
<5 mila ab. 96 12.0
n. r. 42 5.4
-------- --------
797 100.0
Tab. 7 - Intervistati, per genere e comune di residenza
M F
Lecce 43.7 56.3%
15-30 mila ab. 51.2 48.8%
10-15 mila ab. 54.0 46.0%
5-10 mila ab. 54.7 45.3%
<5 mila ab. 54.2 45.8%
Tab. 8 - Intervistati, per tipo di scuola
n. %
Istituti Tecnici 327 41.0
Licei 243 30.6
Professionale 172 21.6
Magistrali 38 4.8
Scuole Artistiche 17 2.1
-------- --------
797 100.0
Tab. 9 - Intervistati, per genere e tipo di scuola frequentata
M F
Istituti tecnici 63.6 36.4
Licei 42.6 57.4
Professionali 50.6 49.4
Magistrali 13.2 86.8
Scuole artistiche 58.8 41.2
Tab. 10 - Intervistati, per tipo di scuola e comune di residenza (valori percentuali)
Lecce 15-30000 10-15000 5-10000 <5000
Ist. Tecnici 56.3 43.4 28.5 37.4 4.06
Licei 30.1 36.6 28.5 27.1 27.1
Professionali 4.9 16.1 36.5 27.1 20.8
Magistrali 6.8 2.9 1.5 5.6 11.5
Artistiche 1.9 1.0 5.1 2.8
Molto significativa - anche a proposito di quanto si dirà più avanti - è la correlazione fra la scuola frequentata dai ragazzi e titolo di studio/occupazione dei genitori. In questo caso è molto marcato l'orientamento verso i licei da parte delle famiglie del ceto medio e medio-alto (medici, insegnanti, liberi professionisti). La presenza nelle scuole professionali di ragazzi appartenenti a queste famiglie è marginale, al contrario di quanto avviene per le classi medio-basse. Resta perciò diffuso un certo orientamento culturale verso determinati tipi di scuola, in base alla considerazione che le famiglie hanno della propria posizione sociale e alla percezione delle finalità dei diversi tipi di scuola. A questa stessa riflessione può essere ricondotta la quasi assenza nelle scuole professionali delle ragazze residenti nella città di Lecce, mentre nei comuni della provincia troviamo percentuali che vanno dal 18% al 41%. Evidentemente sono diverse le aspettative (o la percezione delle opportunità future) e diversa è la composizione sociale del capoluogo rispetto ai comuni della provincia. Per inciso va rimarcato che i comuni più grandi (15-30.000 ab.) presentano spesso andamenti divaricati: da un lato ritroviamo addirittura ampliati certi orientamenti che emergono nel capoluogo, dall'altro osserviamo andamenti in linea con quelli osservati nei comuni più piccoli. Si tratta di fenomeni collegati alla progressiva urbanizzazione (in senso economico e culturale) dei comuni più grandi, dove gli strati sociali trainanti hanno ormai assunto una mentalità "cittadina", ma dve è ancora forte la presenza di un tessuto sociale più tradizionale. Ma prima di andare troppo oltre su questa linea di riflessione è opportuno precisare: a) che tale divaricazione tra "modernità" e "tradizione" è rilevabile su scala molto più ampia, riguardando per molti versi tutto il Mezzogiorno, pertanto ciò che viene sottolineata è la particolare evidenza del fenomeno in determinate aree; b) il tessuto sociale e la cultura "tradizionale" così come oggi si manifestano non sono affatto il retaggio dei "bei tempi andati", riducendosi spesso ad elementi marginali e sostanzialmente disancorati dal reale contesto socio-economico. Citiamo ad esempio il processo di terzializzazione dei lavoratori agricoli e dei piccoli proprietari terrieri, i quali negli ultimi decenni sono stati assunti in gran numero nel pubblico impiego, con qualifiche medio-basse, ma continuano a condurre (per lucro o per passione) gli appezzamenti agricoli. Nella maggior parte dei casi i loro figli sono del tutto disinteressati alla campagna e al lavoro agricolo, con il risultato di vivere in un contesto dove la modernizzazione è limitata alla burocrazia statale e ad un "sistema di consumi" propagato dai mass-media, mentre la cultura locale sopravvive in forme residuali o ritualizzate. Ovviamente questo processo - che agisce più profondamente nelle aree rurali - possiede considerevoli valenze generazionali e quindi un notevole rischio di disgregazione sociale.
Passando ad esaminare il titolo di studio dei genitori è necessario innanzitutto rammentare che gli studenti intervistati non costituiscono un campione rappresentativo di tutto l'universo giovanile della provincia di Lecce, ma - essendo studenti delle scuole superiori - rappresentano quella parte di giovani che continuano la carriera scolastica dopo aver conseguito la licenza media e che ammonta (su base provinciale, secondo gli studi più recenti) a poco più dell'84% dei giovani tra i 14 e i 19 anni (1). La stessa recente indagine richiamata in nota ci informa che il tasso di scolarizzazione dei genitori è molto più basso di quello riscontrabile attualmente tra i giovani. La presente ricerca conferma pienamente quei risultati, dato che oltre l'80% dei genitori degli studenti intervistati non possiede un titolo di studio superiore alla licenza media (80% dei padri, 84% delle madri). Posto che, come emerge dai dati, il vantaggio di scolarizzazione dei padri rispetto alle madri non è eclatante, è significativo il fatto che i titoli di studio superiori tendono a concentrarsi nelle stesse famiglie; in effetti, il livello di istruzione influisce sui modelli di vita e sulle frequentazioni sociali, degli individui, selezionando i contesti sociali in cui le persone agiscono e condizionando non di rado anche la percezione delle affinità interpersonali. In altre parole, troviamo che nelle famiglie in cui il padre è laureato, è molto probabile che sia laureata o diplomata anche la madre ènel nostro campione lo riscontriamo nell'83% dei casi). Pertanto, pur se l'accesso al sistema scolastico non è più una prerogativa eminentemente maschile, si dimostra - qualora ce ne fosse bisogno - che l'istruzione resta uno dei più importanti criteri di individualizzazione, distinzione e stratificazione sociale.
E' noto che la struttura occupazionale della provincia di Lecce si è profondamente modificata negli ultimi decenni. In effetti osservando l'occupazione dei genitori degli studenti intervistati riscontriamo una presenza quasi marginale del lavoro agricolo, in cui sono impegnati poco più del 6% dei padri e il 7% delle madri; ed è lecito supporre, date le caratteristiche della struttura produttiva locale, che questa quota di lavoro agricolo femminile si riferisca ampiamente a lavoratrici stagionali e saltuarie. E' opportuno tuttavia considerare, come dianzi accennato, che esiste un'occupazione agricola "sommersa' dovuta all'applicazione partime di persone che svolgono prevalentemente un altro lavoro; si pensi, ad es., ad alcune categorie di dipendenti pubblici, che sono anche piccoli proprietari terrieri e che dedicano alcune ore pomeridiane a piccole attività produttive nelle campagne. In questa sede è importante mettere in luce come l'abbandono del lavoro agricolo non comporta immediatamente l'abbandono di una "cultura della campagna", poiché questa resta ampiamente presente nella generazione dei padri degli attuali studenti. E' piuttosto proprio nell'attuale generazione che essa va perdendosi definitivamente, essendo ormai quasi assente nel processo di socializzazione e di trasmissione culturale. L'interruzzione di questa funzione di trasmissione, tradizionalmente interne alla stessa familgia, costituisce una delle fratture generazionali tipiche della modernizzazione e che dovrebbe essere colmata da istituzioni esterne, innanzitutto dalla scuola. Ed è molto spesso nella scuola che infine si manifestano i problemi dello sfasamento fra: a) l'universo dei valori di riferimento interno alla famiglia; b) le aspettative e i comportamenti sociali dei singoli, soprattutti dei giovani; c) le finalità formative e normative del sistema scolastico, che per certi aspetti è autoreferenziale.
In alcuni casi si può configurare quindi un diverso adeguamento culturale delle famiglie di fronte al disarmonico processo di modernizzazione di un tessuto sociale che era tipicamente rurale.
La trasformazione della struttura occupazionale emerge anche dall'analisi dell'occupazione delle madri degli studenti intervistati. Infatti, a parte la scontata prevalenza delle casalinghe (che si potrebbe supporre disoccupate, se in possesso di un titolo di studio professionalizzante), riscontriamo tra le occupate una maggioranza (29% del totale) che opera nel terziario, con funzioni generalmente qualificate (medici, insegnanti, impiegate, commercianti, libere professioniste), mentre operaie, artigiane e contadine non superano di molto il 10%. Per i padri la percentuale dei lavoratori qualificati del terziario sale al 45%, ma in questo caso operai, contadini e artigiani superano il 31%. E' da notare come i disoccupati siano solo il 2%, risultato che conferma la diffusa presenza del lavoro sommerso.
In definitiva, dall'esame dei titoli di studio e dell'occupazione dei genitori, ricaviamo un quadro in cui i segni evidenti della modernizzazione (in primo luogo le attività lavorative) vanno messi a confronto con la forte persistenza di elementi culturali tradizionali, laddove questa coesistenza si manifesta non soltanto all'interno delle singole famiglie, ma anche nel tessuto sociale nel suo complesso, determinando una particolare stratificazione basata sul diverso grado di congruenza fra appartenenze culturali e posizione nel sistema sociale.
Ne risulta un quadro in cui l'adesione ai valori della modernità non corrisponde, in concreto, né ad adeguate posizioni nel sistema produttivo, né a un consolidato sviluppo della struttura economica. Da qui i segni di scollamento del tessuto sociale, visibili in particolar modo tra i giovani proprio perché essi rappresentano il termine di confronto generazionale, il "come i dovrebbe essere".
Tab. 11 - Titolo di studio dei genitori
padre madre
analfabeta 2.9% 3.1%
elementari non completate 15.9% 20.8%
licenza elementare 26.4% 28.3%
medie non completate 5.8% 6.1%
licenza media 25.2% 22.6%
qualifica professionale 9.3% 7.5%
superiori non completate 3.1% 1.9%
diploma 5.9% 5.0%
università non completata 1.8% 1.4%
laurea 2.3% 1.9%
n.r. 1.5% 1.4%
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Totale 100.0% 100.0%
Tab. 12 - Associazione del titolo di studio di entrambi i genitori
madri
diplomate madri
laureate madri
altro titolo totale
padri laureati
38.9% 44.4% 16.7% 100.0%
Tab. 13 - Occupazione dei genitori
padre madre
casalinga 59.6%
impiegato/a 20.2% 5.3%
operaio 15.4% 1.5%
libero professionista 11.2% 0.9%
artigiano/a 9.8% 1.5%
commerciante 9.3% 4.4%
pensionato/a 7.1% 3.0%
contadino/a 6.3% 7.5%
medico/insegnante 6.0% 10.8%
disoccupato 2.3%
altro 12.5% 5.5%
-------- -------
totale 100.0% 100.0%
CAPITOLO SECONDO
Gli studenti e la famiglia
Prima di esaminare i risultati della ricerca riguardo al rapporto fra gli studenti e la famiglia, è opportuno richiamare brevemente alcuni concetti di base, utili a delineare il quadro di riferimento. Innanzitutto va ricordato come la famiglia non rappresenta un modello "universale" soggetto ad un'evoluzione uniforme, ma è, come tutte le altre istituzioni sociali, condizionata dalla realtà sociale, sia nelle sue mediazioni esterne che nelle relazioni interne.
Come abbiamo già accennato in precedenza, uno dei nodi problematici fondamentali è costituito dal passaggio dalla famiglia "tradizionale" e quella "moderna", le cui forme coesistono in diversa misura, sia nel tessuto sociale salentino nel suo insieme, sia nelle singole famiglie.
L'economia della provincia salentina si è fondata, fino ai primi anni '70, sull'agricoltura e su alcune forme di artigianato, collegato soprattutto all'edilizia. In effetti la struttura della proprietà terriera - latifondistica da una parte e frazionatissima per il resto - non ha fornito una base economica sufficiente alla diffusione capillare della "famiglia allargata"; tuttavia una realtà di piccoli centri urbani ha comunque favorito l'affermazione di solidi rapporti parentali, in cui le funzioni tipiche della famiglia allargata venivano garantite all'interno della comunità. La società tradizionale presentava una scarsissima dinamica sociale, con poche possibilità di mobilità per gli individui: chi nasceva contadino era destinato al lavoro agricolo e difficilmente avrebbe potuto emanciparsi da quella posizione. Miseria ed analfabetismo costituivano il cosiddetto "ciclo della miseria". Tuttavia in quel sistema sociale ogni individuo era completamente inserito, per tutta la vita: dall'infanzia alla giovinezza, dalla maturità alla vecchiaia, ognuno conosceva i propri ruoli e le proprie responsabilità, e queste gli erano riconosciute; si tratta insomma di un sistema di norme e valori stabili e largamente condivisi, all'interno di un mondo comune.
Lo sviluppo economico e l'intervento assistenziale dello Stato, dal dopoguerra in poi, hanno progressivamente migliorato le condizioni economiche, riducendo l'incidenza e il rischio della miseria assoluta; un rischio che negli ultimi anni è riemerso e che insidia soprattutto le famiglie colpite da difficoltà economiche o di salute, e che spesso restano escluse dall'assistenza pubblica perché prive di un lavoro "regolare". Ma anche condizioni di prolungate difficoltà economiche possono innescare processi di emarginazione, aggravati e accelerati dall'indebolimento della comunità e della rete parentale. Così i soggetti e le famiglie più deboli possono soffrire di una doppia povertà: quella materiale (di beni economici e di servizi istituzionali) e quella dovuta alla progressiva dissoluzione delle relazioni informali e relazionali. Nella società tradizionale la miseria era una condizione largamente diffusa in determinate classi sociali. Nella società post-industriale emergono nuove povertà - soggettive e relazionali - che non colpiscono soltanto le fasce sociali più deboli (che comunque restano le più esposte al rischio), ma anche quelle che godono di un certo benessere materiale (si pensi, ad es., alla diffusione delle tossicodipendenze o delle sindromi depressive).
Come si vede si tratta di tematiche che rendono inadeguate sia la vecchia concezione assistenziale, sia l'attuale impostazione di fondo delle politiche sociali. Un punto è però rimasto fermo: come l'istruzione è stata in passato la leva per spezzare il "ciclo della miseria', così oggi si affida al sistema della formazione - e quindi ancora alla scuola - il compito di favorire l'integrazione sociale.
Nel processo di mutamento sociale la famiglia si è dunque trasformata: ma quali sono gli elementi di questo cambiamento? Una risposta che ha fatto molto discutere è venuta dalla voce autorevole di N. Luhmann(2), il quale ha affermato che la famiglia diventa sempre meno importante per la società, essendo ormai priva di ruoli funzionali; essa resta confinata nella sfera dell'affinità e della comunicazione interpersonale. La famiglia quindi non opera più alcuna mediazione importante fra gli individui e i vari sottosistemi sociali (scuola, lavoro, servizi, ecc.) non può più essere condizionato dall'appartenenza familiare, dato che questa non costituisce più un criterio di selezione sociale. Né la famiglia può ancora essere considerata un sottosistema essa stessa, dato che non svolge funzioni specifiche e insostituibili: lo stesso allevamento dei figli è largamente delegato al sistema dei servizi e al sistema scolastico. Allo stesso modo, la relazione coniugale e la distinzione fra i sessi non incide sulle scelte politiche, sulle attività economiche, sulla partecipazione sociale, ecc. Anche per quanto riguarda il rapporto fra le generazioni, la mediazione familiare svanisce: i genitori di fatto non influenzano più di tanto la socializzazione dei fligli e perciò viene meno la stessa funzione educativa. In definitiva la famiglia - secondo questa interpretazione - mantiene un'importanza solo nell'ambito ristretto della comunicazione quotidiana fra gli individui, puramente soggettiva e privatizzata, connotandosi semplicemente come forma di convivenza (forma che presenta tra l'altro diverse varianti). Laddove l'influenza familiare travalica questi ambiti ci troviamo - secondo Luhmann - di fronte a forme di arretratezza sociale e di disfunzionalità della vita pubblica (mafia, camorra, ecc.).
I limiti di una simile interpretazione sono già stati evidenziati in ambito sociologico: la prospettiva strettamente funzionalista non può essere applicata alla famiglia se non in misura limitata; altrimenti si finisce per osservare qualcosa che non è la famiglia, in tutta la sua complessità, ma una sua proiezione sul piano delle funzioni sociali. Il funzionamento dei sistemi è solo una parte (o un "a parte"?) della società. Inoltre, sulla base di quanto esposto in precedenza sulle differenze tra la famiglia tradizionale e la famiglia moderna, va osservato come lo stesso mutamento sociale se da un lato indebolisce alcune caratteristiche della famiglia tradizionale, dall'altro genera nuove mediazioni e rigenera le relazioni fra i suoi componenti. In effetti l'importanza della famiglia rispetto alle altre sfere sociali, e non solo persistenza tradizionale, è confermata dalle ricerche sociologiche e dai dati empirici. Pertanto «la "società degli individui" non elimina punto la "società delle famiglie", ma dà a quest'ultima una configurazione del tutto nuova. Certamente scompare la "società delle famiglie" intesa come organizzazione sociale in cui era la famiglia a definire lo status sociale dell'individuo (oggi, per fortuna, non esistono più i 'figli dei contadini', i 'figli degli artigiani', i 'figli dell'aristocrazia', ecc.) [su questo punto ci sarebbe da discutere, specialmente in relazione alla selezione scolastica, n.d.a.], ma non per questo la famiglia non conta più nulla come mediazione sociale. Al contrario, essa diventa soggetto di nuove mediazioni, ovvero, se si preferisce, si fa soggetto di relazioni che mediano in maniera imprevista le appartenenze - scelte o vincolate - degli individui a varie sfere sociali».(3)
Ad ogni modo l'interpretazione funzionalista di Lhumann mette in luce un conflitto, che non può essere ignorato, tra la famiglia e gli obblighi funzionali e produttivi richiesti agli individui dai sistemi sociali. E' vero che quella disfunzionalità dell'istituto familiare è osservabile soprattutto in contesti metropilitani ad elevato sviluppo economico, piuttosto che in territori - come la provincia salentina - dove è ancora presente una cultura tradizionale. Si tratta però di un modello verso il quale si sta procedendo. Inoltre non si può escludere che proprio in questa mescolanza di elemnti tradizionali alla deriva e "disfunzionalità postmoderna" risieda uno dei nodi problematici centrali per le famiglie del Mezzogiorno. E' evidente che alla progressiva scomparsa della cultura tradizionale non si sono accompagnati solidi processi di costruzione di nuovi valori in grado di orientare la vita delle persone e di rinforzare il senso di appartenenza ad un mondo comune. I valori tradizionali appaiono ancora vivi, ma sempre più stratti dalle norme, mentre di "moderno" si osservano più che altro comportamenti orientati al consumo.
La famiglia è la prima e fondamentale istituzione cui è affidata la socializzazione degli individui, ovvero l'apprendimento e il rispetto delle norme etiche e di comportamento stabile da una determinata cultura. Poiché con il processo di crescita cambia la posizione dell'individuo nella società, la socializzazione attraversa diverse fasi e alla famiglia si affiancano altri soggetti, in primo luogo la scuola. Il percorso che conduce la persona ad una solida identità individuale, all'integrazione e alla partecipazione sociale non può prescindere dalla qualità della comunicazione interpersonale, soprattutto in quella delicata fase della crescita che coincide con la frequenza della scuola superiore.
Alla domanda "ti senti capito dai tuoi genitori?" gli studenti del nostro campione hanno risposto "molto" o "abbastanza" per il 75%, "poco" per il 22%; il 3% ha risposto "per niente". Si tratta di un dato in qualche modo prevedibile, se si pensa che in tutte le ricerche sui giovani, ormai da diversi anni, ciò che i giovani ritengono più importante è proprio la famiglia. Comunque il 25% degli studenti intervistati si sente poco o niente capito dai genitori, e sono soprattutto le ragazze a non sentirsi capite. Infatti solo il 14% delle ragazze risponde "molto" (a fronte del 22% dei ragazzi), mentre il 25% risponde "poco" e più del 4% "per niente". La differenza tra ùaschi e femmine è davvero significativa e pone un problema di "sintonia" tra i desideri e le aspettative delle ragazze e le convinzioni normative dei genitori (che vanno poi ricondotte al contesto culturale complessivo). Un'indicazione in tal senso è fornita dal fatto che nelle famiglie di operai e contadini (che dovrebbero essere le più "conservatrici" in fatto di tradizioni) si registra un maggior senso di incomprensione da parte delle ragazze.
Da un certo punto di vista il risultato può essere messo in relazione con i tipici conflitti adolescenziali, ma un'analisi più approfondita mostra che il dato non è particolarmente influenzato dall'età, poiché le risposte si distribuiscono in modo sostanzialmente uniforme in tutte le fasce di età.
Le risposte "per niente" sono quasi assenti nelle famiglie in cui almeno uno dei genitori è diplomato o laureato. Il fattore culturale appare dunque il più incisivo, a conferma del fatto che le relazioni tra genitori e figli non possono essere ricondotte ad un astratto psicologismo dei rapporti interpersonali, dovendosi invece allargare alla sfera di interessi e di rapporti (le mediazioni, appunto) tra l'ambito familiare e i contesti sociali. Si tratta perciò di relazioni che presuppongono da parte dei genitori una certa capacità di "lettura" e interpretazione delle "cose del mondo", ivi comprese le sottovulture giovanili.
Alla domanda "in famiglia manca e vorrestiÉ" risponde che "non gli manca nulla" il 32% degli intervistati, mentre vorrebbe "più benessere" il 17%, "più armonia" il 14%, "meno controllo" il 12% e "più dialogo" il 10%. In particolare sono soprattutto i più piccoli (14-15 anni) ad affermare che non gli manca nulla, mentre nella fascia di età più adulta è maggiore l'esigenza di più benessere e più armonia. Ma ancora una volta il dato più significativo lo ritroviamo nelle differenze di genre: infatti solo il 30% delle ragazze afferma che in famiglia non gli manca nulla (mentre i maschi sono il 33,5%). In particolare, la differenza tra ragazzi e ragazze si manifesta nell'esigenza di più dialogo (14% delle ragazze, 6% dei maschi).
La totale mancanza di dialogo è però denunciata più dai maschi (5%) che dalle femmine (4%), risultato che indica una maggiore radicalizzazione dei conflitti nei confronti (o da parte) dei figli maschi.
Invece, contrariamente a quanto si potrebbe pensare seguendo gli stereotipi della "cultura contadina", solo il 10% delle ragazze desiderano "meno controllo", anzi questo desiderio è maggiormente espresso dai maschi. Né emergono particolari differenze fra la città e i piccoli centri. Appare quindi marginale l'eventuale presenza di restrizioni della libertà concessa alle ragazze, mentre emerge con chiarezza l'esigenza di una maggiore, e migliore, comunicazione tra genitori e figlie. D'altronde il cambiamento della condizione femminile è più attuale e profondo, e ciò può comportare maggiori difficoltà di comprensione. A questo proposito è opportuno sottolineare ancora una volta come l'"acculturazione" dei genitori rispetto a certi fenomeni sociali possa rappresentare una risorsa, mentre appare inadeguato - rispetto alle esigenze delle giovani donne - il retaggio tradizionale.
Va rimarcato come il bisogno di "maggiore disponibilità di denaro" non emerga particolarmente (5% dei maschi, 2% delle femmine), ed è anzi meno importante di un "maggiore rispetto e comprensione".
Tab. 14 - Ti senti capito dai genitori (valori percentuali)
M F Totale
molto 22.1% 14.4% 18.4%
abbastanza 57.7% 55.9% 56.8%
poco 18.5% 25.3% 21.8%
per niente 1.7% 4.4% 3.0%
Tab. 15 - In famiglia manca e vorresti
M F Totale
non mi manca nulla 33.5% 29.8% 31.7%
più benessere 18.4% 16.2% 17.4%
più armonia 13.8% 15.4% 14.6%
meno controllo 14.3% 10.7% 12.6%
più dialogo 5.8% 14.1% 9.8%
più rispetto e comprensione 7.3% 8.4% 7.8%
più disponibilità di denaro 4.9% 2.4% 3.7%
più regole e controllo 1.0% 1.6% 1.3%
più protezione 0.7% 0.8% 0.8%
altro 0.2% 0.5% 0.4%
Per quanto riguarda la presenza e la percezione di problemi in famiglia dobbiamo registrare che oltre la metà degli intervistati (54%) dichiara che in famiglia non c'è nessun problema. In effetti la presenza di gravi problemi oggettivi (infermità, dipendenze da sostanze) è abbastanza limitata, così come i comportamenti violenti fra i genitori o verso i figli. Nonostante l'apparente scarso peso numerico queste presenze non sono trascurabili, essendo il segno tangibile di problematiche molto acute e che riguardano circa il 3% delle famiglie del nostro campione.
Il problema familiare più segnalato dai nostri intervistati riguarda i litigi fra genitori e figli (30%); al secondo posto troviamo i litigi fra i genitori (16%), al terzo la mancanza di comunicazione fra genitori e figli (12%). Come è ormai prevedibile, alla luce delle risposte alle domande precedenti, sono soprattutto le ragazze a lamentare queste disarmonie. Infatti in tutte e tre queste problematiche la percentuale delle ragazze è superiore a quella dei ragazzi, con una differenza particolarmente sensibile nei litigi fra genitori e figli (34% contro 27%).
L'età più critica per le ragazze è fra i 16 e i 18 anni, invece per i maschi i litigi e la mancanza di comunicazione si acuiscono dopo i 18 anni.
È da notare come le giovani intervistate dimostrino maggiore sensibilità anche verso i litigi fra i genitori.
Tab. 16 - Problemi in famiglia
nessun problema 54.2
litigi fra genitori e figli 30.1
litigi fra genitori 15.6
mancanza di comunicazione gen.-figli 12.0
genitori separati 2.7
tossicodipendenza di un figlio 0.8
violenza dei genitori vs i figli 0.8
malattia mentale di un familiare 0.5
violenza del padre vs madre 0.4
alcolismo di un familiare 0.4
altro 2.8
Tab. 17 - Problemi in famiglia per genere
M F
litigi fra genitori e figli 26.7% 33.9%
litigi fra i genitori 13.6% 17.7%
mancanza di comunicazione 10.6% 13.5%
Una delle esperienze più significative dell'adolescenza è rappresentato dal gruppo degli amici (il cosiddetto "gruppo dei pari"), in cui i ragazzi imparano a misurarsi con se stessi e con gli altri, strutturando così i caratteri della propria personalità. Infatti quella delle "cattive compagnie" è considerata una delle preoccupazioni tipiche dei genitori. Dalle risposte dei nostri intervistati risulta tuttavia che solo il 12% dei ragazzi dichiara di essere "poco o nulla" libero nella scelta degli amici, mentre rispondono "abbastanza" il 57% e "molto libero" il 31%. Sembra quindi che il "filtro" dei genitori sia poco diffuso. Come è lecito attendersi le maggiori limitazioni riguardano i più giovani (14-15 anni), senza particolari differenze fra maschi e femmine; né emergono chiare differenze rispetto alle dimensioni della città di residenza.
Le limitazioni imposte dalla famiglia riguardano piuttosto gli orari, dato che il 35% degli intervistati deve rispettare "sempre" degli orari stabiliti e il 57% "a volte". Solo l'8%, che non è tuttavia una quota trascurabile, dichiara di non doverli "mai" rispettare. Ma un approfondimento dell'analisi ci porta non solo a registrare qualche differenza in relazione all'età dei ragazzi (per cui i più giovani sonon un po' più controllati), ma soprattutto a sottolineare un'accentuata differenza fra maschi e femmine. Infatti quasi la metà delle ragazze (48%) sono tenute ad osservare "sempre" gli orari stabiliti (per i maschi la percentuale scende al 22%). Con il crescere dell'età quest'obbligo per le ragazze tende ad attenuarsi, ma solo il 3% (contro il 13% dei maschi) afferma di non dover "mai" rispettare orari stabiliti.
Tab. 18 - Sei libero nella scelta degli amici
molto 30.6%
abbastanza 57.3%
poco 10.4%
per niente 1.5%
n. r. 0.3%
Tab. 19 - Devi rispettare orari stabiliti
M F Totale
sempre 22.2% 48.2% 34.7%
a volte 65.0% 49.0% 57%
mai 12.8% 2.9% 3%
Ma chi stabilisce le regole per i figli? A questa domanda il 37% risponde che "se ne discute insieme", il 34% che lo stabiliscono "entrambi i genitori", mentre l'8% risponde "nessuno in particolare". L'autorità prevalente di uno dei genitori si manifesta nell'11% di risposte "il padre" e nel 9% di risposte "la madre"; in quest'ultimo caso le regole prescritte dalla madre riguardano soprattutto le ragazze (12%). È da notare inoltre come le risposte "nessuno in particolare" siano relativamente più frequenti nei piccoli centri, il che potrebbe essere un segno di quel conflitto fra modernità e tradizione cui abbiamo accennato in precedenza.
Ovviamente, oltre ad essere stabilite, le regole devono essere rispettate. A questo proposito riscontriamo che solo il 26% afferma di rispettarle "sempre", il 55% "a volte", il 15% "raramente" e il 4% "mai". Anche in questo caso riscontriamo maggiore rispetto delle regole da parte delle ragazze, ma nello stesso tempo riemerge l'attitudine adolescenziale a sottrarsi al controllo familiare. Per comprendere questo comportamento bisogna tornare al problema di chi stabilisce le regole: infatti quanto più i ragazzi vengono responsabilizzati nelle decisioni, tanto più ci si può aspettare che si attengano a quanto stabilito. Si tratta di un principio diffuso e che viene confermato dai fatti. È tuttavia degno di attenzione il fatto che la più bassa incidenza di trasgressioni la si ritrovi nei casi in cui le regole vengono stabilite dal padre, che evidentemente riafferma in questi casi un energico ruolo normativo.
Il rispetto degli orari e delle regole stabilite non è solo una questione di disciplina, ma soprattutto di adesione ai principi da cui le norme discendono. D'altro canto l'adolescenza è una fase della vita in cui anche i principi vengono "messi alla prova". Infatti risponde che è "sempre giusto" attenersi alle regole solo il 13%, mentre l'80% ritiene che "dipende dalle circostanze". Un atteggiamento decisamente ribelle è invece manifestato dal 4% che lo considera "sbagliato".
La differenza più sensibile riguarda i ragazzi già maggiorenni, i quali si dimostrano più insofferenti delle regole familiari: infatti per il 15% è "sbagliato" rispettarle (17% dei maschi, 13% delle femmine). Si potrebbe dedurre, seguendo una certa linea di pensiero, che questo rifiuto delle regole familiari da parte dei ragazzi più grandi scaturisca da una non più tollerabile limitazione della libertà; invece questa motivazione è del tutto assente in questa fascia di età, essendo massima (45%) fra i ragazzi più piccoli e decrescendo via via. In realtà la motivazione più frequentemente espressa è quella per cui le regole "ignorano i miei bisogni", che supera il 37% di coloro che ritengo sbagliate le regole familiari. Invece l'atteggiamento, che si potrebbe definire tipicamente adolescenziale, di chi "non sopporta imposizioni" è limitato al 12% dei casi. Va anche sottolineato che solo il 6% lamenta che le regole "non sono state decise con me"; si direbbe quindi che non è tanto importante, per i ragazzi, la partecipazione alle decisioni (che può essere a volte più formale che sostanziale) quanto percepire una reale attenzione verso i propri bisogni.
Questa considerazione ci riporta al problema della qualità delle relazioni interpersonali all'interno della famiglia. Negli ultimi anni molta attenzione è stata dedicata ai giovani e ai loro problemi, nella prospettiva di conoscere meglio la loro condizione e approntare specifiche politiche di supporto e di intervento. Quando il discorso si sposta sul problema del rapporto fra giovani e famiglia si resta il più delle volte concentrati esclusivamente sulla condizione giovanile, trascurando le problematiche familiari nel loro insieme. In particolare si prendono di rado in considerazione le problematiche degli adulti, cioè dei genitori. Nel modello, o nelle stereotipo, familiare cui facciamo più o meno implicitamente riferimento, i genitori rappresentano dei ruoli solidamente inseriti nei sistemi sociali, garanti del benessere economico della famiglia, della rettitudine dei principi morali, dediti all'educazione dei figli, al sostegno morale e materiale e così via. Nella realtà invece troviamo che il mondo degli adulti è stato largamente contagiato dalla precarietà sociale: precarietà lavorativa, economica, morale. Il tempo che gli adulti dedicano alla famiglia (e che si è andato via via limitando) è dunque molto spesso un tempo in cui gli individui continuano a essere preoccupati da altri impegni. In sostanza, il raggiungimento dell'età adulta e le responsabilità familiari non sono sempre accompagnati da una qualche forma di appagamento delle ambizioni personali. Inoltre bisogna considerare come, già a partire dalla fine degli anni Sessanta, le trasformazioni culturali, per quanto rivolte verso ideali sociali e comunitari, hanno alimentato un progressivo individualismo basato su elevati, quanto astratti, progetti di realizzazione personale. A ciò va aggiunta la crescita enorme dei mass-media e l'incremento delle funzioni da essi svolte nella socializzazione, nel tempo libero e nella costruzione dei sistemi simbolici.
Di fronte ad una siffatta condizione critica degli adulti e alla "stretta sistemica" che obbliga sempre più gli individui a "comportamenti funzionali", emergono conflitti e incompatibilità dei diversi ruoli, sociali e familiari, che l'individuo deve svolgere. La famiglia quindi - e qui ritroviamo Luhmann - è in un certo senso disfunzionale al sistema. Sul piano personale questa situazione viene percepita come un freno che la famiglia costituisce per le attività sociali. A questo punto se si vogliono rigenerare i valori fondamentali su cui si fonda l'istituzione familiare - e a cui spesso si fa riferimento per superare l'attuale "crisi dei valori" - bisogna ridurre la distanza tra i sistemi e i "mondi vitali" delle persone. In questi termini diventa necessario pensare a nuove politiche per la famiglia, riconoscendone senza retorica le reali condizioni e sostenendone le funzioni vecchie e nuove, evitando nel contempo eccessive deleghe ad altre istituzioni.
Tab. 20 - Chi stabilisce le regole per i figli
si discute insieme 37.2%
entrambi i genitori 33.8%
padre 11.0%
madre 9.4%
nessuno in particolare 8.1%
n. r. 0.4%
Tab. 21 - Rispetti le regole stabilite in famiglia
sempre 25.6%
spesso 54.9%
raramente 14.9%
mai 3.8%
n. r. 0.9%
Tab. 22 - Rispetti le regole stabilite in famiglia - Chi stabilisce le regole per i figli
sempre spesso raramente mai
padre 9.4% 12.3% 10.9% 6.7%
madre 6.9% 8.4% 13.4% 16.7%
entrambi i genitori 33.7% 34.7% 37.0% 20.0%
si discute insieme 46.0% 38.6% 24.4% 16.7%
nessuno in particolare 4.0% 5.9% 14.3% 40.0%
Tab. 23 - Attenersi alle regole stabilite è:
sempre giusto 13.4%
dipende dalle circostanze 79.9%
sbagliato 4.0%
non so 2.3%
n. r. 0.4%
Tab. 24 - Se è sbagliato, perché:
ignorano i miei bisogni 37.5
limitano la mia libertà 31.3
non sopposrto imposizioni 12.5
non decise con me 6.3
non mi ci riconosco 6.3
altro 6.3
2) N. Luhmann, Il sistema sociale famiglia, in "La Ricerca Sociale" n. 39, 1989.
3) P. Donati, a cura di, Terzo rapporto sulla famiglia in Italia, Edizioni San Paolo, 1993, p. 28.
CAPITOLO TERZO
Le relazioni tra pari
1. Il ruolo del gruppo
Gran parte della letteratura psicologica e sociologica sull'adolescenza ha negli ultimi decenni centrato il suo interesse sullo studio dei gruppi giovanili e sulle interazioni tra pari. Si è in tal modo aperto e consolidato un ambito teorico e di ricerca che continua ad interrogarsi sul ruolo che le relazioni tra coetanei svolgono nella costruzione dell'identità e nella trasmissione dei valori.
La dimensione gruppo ha così acquisito un ruolo significativo e caratterizzante l'età adolescenziale tanto che, pur da prospettive teoriche diverse, psicologi e sociologi concordano nel considerare il gruppo dei pari come un luogo ed un tempo che, proprio perché differenziato dalla famiglia e dal mondo degli adulti, rappresenta un ambito di grande importanza per lo sviluppo sociale degli individui.
Da una prospettiva psicologica, l'adolescenza comporta due "universali evolutivi" (Sherif 1984, trad. it. 1988, 173): i cambiamenti corporei propri della pubertà e i cambiamenti relazionali connessi alla necessità di abbandonare la condizione di dipendenza dagli adulti tipica dell'infanzia. Questi due "universali evolutivi" mettono in discussione il modo di vedere se stessi e gli altri e richiedono di modificare le strutture psicologiche funzionali nell'infanzia ma divenute inadeguate nell'adolescenza. Con l'adolescenza si crea una situazione di discontinuità, di ambiguità, di incertezza, su se stessi e il proprio mondo che richiede di "É ri-modellare quelle parti del sistema del Sé che risultano discontinue rispetto alle esperienze della fanciullezza mentre prendono forma nuove strutture volte a far fronte al modificarsi delle circostanze e alle nuove esperienze che l'adolescente si trova davanti" (Ibidem, 175).
Per fronteggiare questa situazione di incertezza, per "ri-modellare" il sistema del Sé, gli adolescenti cercano nuovi ancoraggi nel gruppo dei pari, dei coetanei, allontanandosi dalla famiglia e dal mondo degli adulti in genere per aderire ad un habitat sociale all'interno del quale è possibile sperimentare nuovi ruoli, nuove modalità relazionali, condividere nuovi valori. Il gruppo di amici, assume la valenza di un gruppo di riferimento e cioè di un gruppo al quale si desidera aderire, che comporta un forte coinvolgimento personale dell'adolescenza (Sherif e Sherif 1965). Il gruppo dei pari diventa un vero e proprio laboratorio sociale all'interno del quale sperimentare la propria autonomia dagli adulti, confrontare le proprie scelte, condividere i propri dubbi e sostenere reciprocamente le incertezze.
Muovendo da tale prospettiva, la letteratura socio-psicologica(1) ha focalizzato l'attenzione sulle interazioni all'interno dei gruppi e tra i gruppi cercando di cogliere nei processi e nella dinamica delle relazioni l'influenza reciproca della dimensione psicologica (il "sistema del Sé"(2) e i cambiamenti connessi al nuovo ancoraggio sul gruppo dei pari), della dimensione sociale (relazioni di genere, posizione sociale, origine sociale e culturale, ecc.), e delle azioni sociali(3).
La letteratura sociologica(4) ha privilegiato una lettura della condizione giovanile in termini generazionali inscrivendo la comprensione dei gruppi giovanili all'interno di una cornice teorica che, partendo dalle caratteristiche proprie di una società complessa e differenziata, considera i gruppi d'età una esigenza specifica di questo tipo di società ed una risposta che compensa il venir meno di altre agenzie di socializzazione quali la famiglia (Eisenstadt 1956, trad. it. 1971).
Nelle società post-moderne, i processi di crescente differenziazione sociale, hanno creato, da un lato, con la scolarizzazione di massa un contenitore eccezionale, il sistema scolastico, che mette in rapporto reciproco leve d'età contigua e di estrazione sociale diversa costituendo una rete di comunicazione autonoma tra pari e, dall'altro, una struttura policentrica in cui alle tradizionali agenzie di educazione e socializzazione si sono affiancate altre agenzie. Tali processi hanno sostituito quelli di tipo verticale, da genitori a figli, dando luogo ad un tipo di comunicazione trasversale tra leve di età contigua (Sciolla 1993).
Il moltiplicarsi di agenzie di socializzazione che hanno affiancato o che si sono sostituite alla famiglia, ha per molti versi compensato il venir meno della famiglia nello svolgimento del suo ruolo tradizionale di socializzazione ed educazione (Cristofori 1990, Garelli, 1984). Agenzie quali i mass-media, in particola modo la televisione, il moltiplicarsi di associazioni e gruppi di giovani formali e informali, hanno determinato un policentrismo di modelli di vita e valori offrendo così uno scenario plurale e diversificato su cui ancorare i processi di identificazione e di differenziazione (Rielli 1991, Sciolla 1993). Si determina in tal modo un coinvolgimento in diverse cerchie sociali tra le quali non c'è più, come avveniva in passato, un legame di continuità tra una cerchia e l'altra. In altre parole, si moltiplicano gli ambiti sociali in cui l'individuo è coinvolto ma viene meno un collegamento tra tali ambiti che non sia di mera contiguità.
Il moltiplicarsi delle cerchie sociali è rilevabile nel fenomeno ampiamente segnalato nelle ricerche sui giovani delle pluriappartenenze. Nel terzo rapporto Iard (Cavalli e De Lillo, 1992) si rivela come l'86,5% dei giovani abbia un gruppo fisso di amici e più della metà appartenga almeno ad una associazione. In molti casi, un giovane può far parte del gruppo scuola o lavoro, di un gruppo sportivo, di un gruppo di volontariato religioso o laico, di un gruppo di amici, ecc. Ci troviamo di fronte ad un contesto sociale in cui si offrono alle nuove generazioni più opportunità aggregative, più contesti sociali e culturali in cui vivere la propria socialità e fondare la propria identità.
2. Gruppi informali e gruppi formali
Le indagini nazionali sulla condizione giovanile(5) hanno rilevato come il fenomeno dell'associazionismo abbia un peso sempre più crescente. Sullo sfondo della centralità che i coetanei, gli amici, assumono nel periodo adolescenziale si possono distinguere due ambiti di socializzazione diversi: i gruppi informali i i gruppi formali.
I gruppi informali sono dei gruppi di amic che si formano in modo spontaneo e naturale sulla base di criteri di provenienza sociale e culturale comune, di stili di comportamento e modalità espressive comuni, in una parola, sulla base di ciò che rende simili. Il senso dello stare insieme è fondato sulla frequentazione fine a se stessa, sul trascorrere il tempo libero e divertirsi, sul tenersi compagnia, sul parlare insieme. La coesione del gruppo è garantita dal coinvolgimento personale di ognuno alla vita del gruppo e dalle esperienze comuni che via via compongono la vita del gruppo. I luoghi dello stare insieme sono spazi autonomi e fuori dal controllo degli adulti: panchine, piazze, bar, discoteca, ecc.
Il gruppo informale è pertanto luogo e spazio di autonomia e libertà da organizzare e gestire con norme e valori che, pur ancorate al contesto sociale e culturale di appartenenza, assumono forme ed espressioni peculiari che servono a regolare i comportamenti ammessi e prescritti all'interno del gruppo. Nella rete amicale informale rientrano tutti i gruppi di amici, le cosiddette compagnie. Sono gruppi che coinvolgono l'86,5% dei giovani italiani (Cavalli e De Lillo 1993), composti nella stragrande maggioranza da non più di venti persone e in cui sono presenti entrambi i sessi con una leggera prevalenza dei maschi.
Al contrario, i gruppi formali sono gruppi che hanno una struttura organizzata e formalizzata, sono orientati al raggiungimento di obiettivi specifici, spesso la presenza degli adulti è determinante per le finalità e l'organizzazione delle attività. Sono gruppi in cui il senso dell'appartenenza è fondato sulla cndivisione degli scopi che l'associazione si pone e lo stare insieme assume un senso diverso a seconda dei valori e dei codici di cui l'associazione è portatrice. Nella rete associativa formale rientrano le associazioni sportive, religiose, culturali, di volontariato sociale e assistenziale, politiche, ecologiste, ecc.
Nel delineare il profilo dei giovani inseriti nella rete associativa formale(6) occorre subito segnalare come la partecipazione non sia legata al tempo libero a disposizione, al contrario, la più alta percentuale di non associati si trova proprio tra quanti non studiano né lavorano. Sono soprattutto gli studenti, sia delle scuole secondarie che dell'università, e gli studenti lavoratori ad essere maggiormen,te coinvolti nelle attività associative. Il fenomeno associativo sembra dunque legato alla condizione di studente, alla classe sociale di appartenenza e ancor più al retroterra culturale della famiglia d'origine.
Per quantio riguarda la localizzazione geografica, il Mezzogiorno, oltre ad avere tradizionalmente tassi di partecipazione sociale più bassi rispetto al Nord-Ovest, al Nord-Est e al Centro, negli ultimi anni registra una netta diminuzione della partecipazione rispetto a tali aree. Inoltre, se la partecipazione ad associazioni formali vede coinvolti sul territorio nazionale in uguale misura maschi e femmine, nel Sud ed Isole si registra una tendenza delle ragazze ad una minore partecipazione rispetto ai coetanei maschi (Buzzi et al. 1997).
Sono soprattutto i giovanissimi a far parte della rete associativa formale. La partecipazione ai gruppi organizzati tende a diminuire dai 14-15 anni sia per i maschi che nelle femmine. Nei primi anni delle scuole superiori i ragazzi cominciano a prediligere maggiormente spazi informali e non organizzati in cui essere liberi e affrancati dalla presenza degli adulti, le preferenze associative si spostano dunque verso appartenenze di tipo informale.
Circa le diverse tipologie associative, i ragazzi partecipano pim delle ragazze ad associazioni culturali, ricreative e sportive. Al contrario le ragazze sono più presenti nelle associazioni religiose. E' interessante notare che se l'appartenenza a gruppi formali declina all'aumentare dell'età in tutte le forme aasociative, questa tendenza è ancor più marcata per l'associazionismo religioso (Ibidem). Si tratta di un fenomeno ampiamente accertato e la cui spiegazione è legata all'uscita graduale dai circuiti parrocchiali man mano che i ragazzi diventano più grandi e acquisiscono più libertà e autonomia(7).
Per quanto riguarda le differenze tra le due forme di appartenenza vi è una tendenza, soprattutto nell'area degli studi sociologici sui gruppi, a considerare l'associazionismo formale più adeguato per la definizione di un'identità stabile. L'appartenenza associativa formale, pur veicolando valori e stili di comportamento diversi, legati agli scopi e ai contenuti che l'associazione si prefigge, dà origine ad una forma di impegno che rappresenta un potente fattore di strutturazione dell'identità. Chi partecipa ad associazioni formali, comprese le aasociazioni sportive, ha, un campo morale ed idee politiche meglio definite (Sciolla e Ricolfi, 1989). «Quanto più si è coinvolti in cerchie sociali indipendenti, in tipi diversi di gruppi e associazioni, tanto piùÉl'identità si presenbta definita e strutturata sia sul piano politico-ideologico sia sul piano morale ed ideale e psicologicamente equilibrata e autonoma» (Ibidem, 11).
Rispetto a tali posizioni, una serie di ricerche di impronta sociopsicologica (Palmonari, Pombeni e Kirchler 1989, 1990, 1992) ha dimostrato come non vi sia conferma all'ipotesi che il gruppo formale favorisca l'impegno ed agevoli la maturazione mentre i gruppi informali rappresentino un fattore di rischio per la definizione dell'identità e un possibile luogo di elaborazione di comportamenti devianti. Più che il tipo di gruppo, ciò che è importante è il tipo di relazione che si stabilisce tra l'adolescente e il suo gruppo: è il grado di coinvolgimento, il livello d'identificazione, a delineare le peculiarità dell'esperienza relazionale. I gruppi informali non sono carenti di strutturazione interna, essi elaborano delle regole, dei codici di comportamento, un linguaggio propri e, pertanto, il loro ruolo e la loro funzione non è meno importante per la definizione del Sé e dell'identità rispetto ai gruppi formali.
2.1. Gruppi informali salentini
In linea con le ricerche sui gruppi informali(8) la nostra indagine ha messo in evidenza alcuni elementi fondamentali e caratterizzanti i gruppi di amici degli studenti salentini. Innanzitutto occorre sottolineare come il gruppo rappresenti una dimensione socializzante talmente importante da coinvolgere la quasi totalità degli intervistati costituendo un mondo "familiare" inscritto nella quotidianità dei vissuti e delle esperienze dei ragazzi e delle ragazze del Salento.
La partecipazione degli studenti a gruppi stabili di amici è molto elevata: il 91% del nostro campione dichiara la propria appartenenza a grupépi informali (Tab.1). Si tratta di un fenomeno che vede coinvolti più maschi delle femmine: nel sottogruppo maschile la quasi totalità dichiara di avere un gruppo di amici mentre tra le ragazze circa il 14% non frequenta abitualmente alcun gruppo di amici.
Per quanto riguarda l'età non esistono sostanziali differenze tra le diverse fasce se non per una tendenza all'incremento della partecipazione associativa informale nel sottogruppo che supera i 18 anni.
Tab.1 - Partecipazione ad un gruppo fisso di amici (%)
Totale Maschi Femmine 14-15 16-18 >18
Si 91.0 95.2 86.4 91.0 90.8 94.1
No 9.0 4.8 13.6 9.0 9.3 5.9
Totale 100.0 100.0 100.0 100.0 100.0 100.0
N=797
Da questo primo excursus nelle amicizie dei giovani studenti salentini emerge un quadro che vede la stragrande maggioiranza dei ragazzi impegnati in fraquentazioni stabili. Ma vediamo più in dettaglio la composizione dei gruppi informali. La maggior parte dei ragazzi (30.7%) frequenta gruppi composti da 6-10 persone. Segue un 26% che frequenta gruppi di 3-5 persone ed un 25% gruppi con più di 15 persone (Tab.2).
Tab.2 - Composizione dei gruppi informali (%)
Numero dei
componenti Totale Maschi Femmine
3-5 25.9 27.0 24.6
6-10 30.7 32.4 28.6
11-15 18.8 16.1 22.2
>15 24.5 24.5 24.6
Totale 100.0 100.0 100.0
Percentuali calcolate solo su quanti hanno dichiarato di far parte di un gruppo fisso di amici (N=725)
Il primo dato che si può trarre da tale frequentazione segnala una partecipazione a gruppi abbastanza estesi: più del 40% dei ragazzi frequenta compagnie ampie composte da più di 10 persone. Nell'ambito dei sottogruppi maschile e femminile non si registrano differenze di rilievo, in entrambi c'è una leggera preferenza per gruppi composti da 6-10 persone. Si tratta di amici che nella metà dei casi si incontrano quasi tutti i giorni (Tab.3). Ciò è rilevante soprattutto per i maschi (62,2% contro il 29,3% delle ragazze) mentre le ragazze si incontrano con i propri amici soprattutto nel fine settimana. Evidentemente i ragazzi hanno spazi liberi più ampi rispetto alle ragazze.
Interessante è la risposta "quando ne ho voglia": il 13,5% dei ragazzi e il 19,3% delle ragazze dichiarano di incontrare i propri amici al di là di un calendario prefissato e sulla base di una scelta legata al momento. Questa risposta rinvia alla libertà e all'informalità della partecipazione che d'altra parte ben si concilia con l'estensione dei gruppi. Il gruppo è quindi un luogo aperto e informale, raggiungibile appunto "quando ne ho voglia", un tempo della socialità avulso da regole prescritte e contrassegnato da flessibilità ed autonomia.
Tab.3 - Quando incontri i tuoi amici? (%)
Totale Maschi Femmine
Tutti i giorni o quasi
47.2 62.2 29.3
2-3 vole la settimana
16.9 16.6 17.4
Fine settimana 19.4 7.4 33.8
1-2 volte al mese 0.7 0.3 1.2
Quando ne ho voglia 15.7 13.5 19.3
Totale 100.0 100.0 100.0
Percentuali calcolate solo su quanti hanno dichiarato di far parte di un gruppo fisso di amici (N=725)
Al proprio interno i gruppi sono composti per i maschi "in maggior parte da maschi" mentre le ragazze prediligono, nel 44% dei casi, gruppi composti in "egual misura" da ragazzi e ragazze (Tab.4). E' inoltre interessante notare come la percentuale di ragazzi che frequentano un gruppo composto solo da maschi è di gran lunga superiore ai gruppi interamente femminili: solo nel 7,7% dei casi le ragazze frequentano gruppi interamente femminili. Per queste ultime, oltre a prevalere la frequentazione di gruppi composti in egual misura da maschi e femmine, un dato che distingue le loro frequentazioni da quelle dei ragazzi riguarda il frequentare gruppi in cui domina la presenza maschile: il 30,4% delle ragazze frequenta tali gruppi a differenza dei ragazzi che solo nel 3,1% dei casi frequentano gruppi in cui prevale la presenza dell'altro sesso.
Tab.4 - Composizione del gruppo (%)
Totale Maschi Femmine
In uguale misura 36.4 30.0 44.2
In maggior parte ragazzi 36.0 40.7 30.4
Solo ragazzi 14.5 26.0 0.6
In mggior parte ragazze 9.5 3.1 17.2
Solo ragazze 3.6 0.3 7.7
Totale 100.0 100.0 100.0
Percentuali calcolate solo su quanti hanno dichiarato di far parte di un gruppo fisso di amici (N=725)
Tra i luoghi d'incontro (Tab.5) quello preferito è senza dubbio la piazza o la strada sia per le ragazze che per i ragazzi: più della metà del nostro campione elegge a proprio domicilio tali spazi liberi. Sono dati che confermano un bisogno evidente di spazi aperti soprattutto per le ragazze. Al secondo posto, troviamo uno spazio di socialità più controllato ed anche più intimo e cioè la "casa di amici". Anche qui non ci sono particolari luoghi rispetto ai maschi (cfr. Donati e Colazzi 1997). Le differenze di genere sono accentuate invece per i luoghi tradizionalmente frequentati dai ragazzi come il bar e sale giochi.
Tab.5 - I luoghi d'incontro (%)
Totale Maschi Femmine
Piazza/Strada 52.5 42.7 64.3
Casa di amici 24.7 23.3 26.5
Bar 11.0 17.1 3.7
Sala giochi 7.7 12.8 1.5
Campo sportivo/palestre 3.5 3.6 3.4
Discoteca 0.6 0.5 0.6
Totale 100.0 100.0 100.0
Percentuali calcolate solo su quanti hanno dichiarato di far parte di un gruppo fisso di amici (N=725)
Consideriamo ora quanto l'appartenenza alla propria compagnia venga considerata qualitativamente soddisfacente. Più della metà dei ragazzi che frequentano un gruppo stabile di amici si dichiara "abbastanza" soddisfatto di tale appartenenza e circa il 35% si reputa "molto" soddisfatto (Tab. 6). Al contrario "una minoranza" segnala la propria insoddisfazione: l'8,8% si dichiara "poco" soddisfatto e circa il 2% "per niente" soddisfatto. Sono soprattutto le ragazze ad essere meno soddisfatte del proprio gruppo di amici rispetto ai coetanei maschi. Ciò è probabilmente dovuto ad esigenze di maggiore intimità e vicinanza delle ragazze.
Se ci soffermiamo a considerare le diverse fasce di età è evidente come all'aumentare dell'età diminuisca il grado di soddisfazione per la propria compagnia: cala la percentuale di quanti si dichiarano "molto soddisfatti", aumenta la percentuale di coloro che si dichiarano "abbastanza" o "poco" soddisfatti. Ciò vuol dire che all'aumentare dell'età i ragazzi diventano più esigenti verso il proprio gruppo di amici. In altre parole, oltre alle differenze di genere, l'età gioca un ruolo importante nel definire il valore ed il grado di soddisfazione della propria appartenenza. L'entusiasmo dei primi anni di frequentazioni informali sembra pian piano a calare per cedere il passo verso il rapporto di coppia.
Tab. 6 - Sei soddisfatto del tuo gruppo? (%)
Totale Sesso Classi di età
M F 14-15 16-18 >18
Molto 34.7 36.5 32.4 39.2 30.9 31.3
Abbastanza 54.6 55.1 53.9 52.9 55.9 56.3
Poco 8.8 7.1 10.9 5.8 11.3 12.5
Per niente 1.9 1.3 2.7 2.1 1.9 0.0
Totale 100.0 100.0 100.0 100.0 100.0 100.0
Percentuali calcolate solo su quanti hanno dichiarato di far parte di un gruppo fisso di amici (N=725)
Entrando ancor più all'interno della vita dei gruppi, vediamo ora se ci sono problemi all'interno dei gruppi, quali siano e come vengano affrontati. A tale proposito, abbiamo chiesto ai ragazzi se nel proprio gruppo qualcuno ha dei problemi di particolare rilevanza. A questa domanda il 34% del campione ha risposto di "si" contro il 65,8% che ha dichiarato l'assenza di problemi all'interno del proprio gruppo.
Son le ragazze a segnalare in maggior misura la presenza di situazioni problematiche all'interno del gruppo: tra le ragazze che frequentano un gruppo di amici stabile circa il 40% segnala situazioni di disagio, di malessere, a carico di componenti il gruppo (Tab. 7). Prima di commentare tale dato è opportuno dare uno sguardo ai problemi in questione.
Tab. 7 - Qualcuno nel gruppo ha dei problemi particolari? (%)
Totale Maschi Femmine
Si 34.2 29.7 39.6
No 65.8 70.3 60.4
Totale 100.0 100.0 100.0
Percentuali calcolate solo su quanti hanno dichiarato di far parte di un gruppo fisso di amici (N=725)
I problemi con cui i ragazzi si confrontano (Tab. 8) sono in primo luogo riferibili al contesto familiare. Si tratta quindi di un ambito relazionale in cui il confronto non sempre è così sereno come sembrava emergere dalle risposte iniziali (vedi capitolo precedente) tantè che nel 57% dei casi è proprio a tale ambito che vanno ascritte le maggiori difficoltà. Altri problemi sono legati al mondo della scuola e riguardano in particolare il comportamento in classe (22,3%) ed alle cattive amicizie (21,5%). Nell'ambito della vita dei gruppi si segnalano ancora problemi di tossicodipendenza (10,5%) e di abuso di alcool (15%). Occorre inoltre segnalare problemi legati a comportamenti aggressivi, indicati nel 17% dei casi e con la giustizia (11,7%).
Le differenze di genere hanno un ruolo importante nel definire gli ambiti del disagio e del malessere giovanile. Le ragazze indicano prioritariamente l'ambito familiare come luogo di origine dei problemi dei loro amici. Altri problemi sono individuati a carico delle cattive amicizie, della cattiva condotta in classe, dell'alcool e della tossicodipendenza.
Tab. 8 - Problemi all'interno del gruppo (%)
Totale Maschi Femmine
Problemi familiari 57.1 46.2 66.9
Cattiva condotta in classe 22.3 28.2 16.9
Frequenta cattive amicizie 21.5 24.0 19.2
Comportamenti aggressivi 17.0 22.2 12.3
Abuso di alcool 15.0 19.7 10.8
Problemi con la giustizia 11.7 15.4 8.5
Tossicodipendenza 10.5 11.1 10.0
Percentuali calcolate solo sui soggetti che hanno segnalato l'esistenza di problemi all'interno del gruppo (N=247).
Risposte multiple.
La vita all'interno dei gruppi non è quindi tranquilla e spensierata come potrebbe apparire all'esterno. Circa il 34% dei ragazzi che hanno un gruppo fisso di amici si confronta con i problemi dei propri amici ed in qualche modo cerca, pur con le difficoltà intrinseche alla natura dei gruppi che, nella maggior parte dei casi, per l'estensione che hanno e per l'informalità della frequentazione che li caratterizza, sembrerebbero non consentire intimità e vicinanza emotive, di dare risposte e sostegno a chi è in difficoltà. Nella stragrande maggioranza dei casi, l'atteggiamento è solidale e di aiuto: circa l'83% dei ragazzi risponde in termini di maggiore vicinanza e sostegno. A fronte di tale atteggiamento generale, circa l'8% dei ragazzi delega ad altri la risoluzione dei problemi dei loro amici, il 3% cerca di espellerli dal gruppo, il 4% li frequenta "perché incuriosito dal loro comportamento".
Le ragazze hanno un atteggiamento più solidaristico, meno evitante e meno delegante dei loro coetanei maschi, evidentemente si sentono maggiormente competenti a dare una mano in prima persona.
Tab. 9 - Atteggiamento verso gli amici che hanno dei problemi (%)
Totale Maschi Femmine
Cerco di aiutarli e comunque sto con loro 82.2 74.3 90.3
Consiglio loro di rivolgersi a qualcuno per chiedere aiuto 8.2 11.9 4.8
Continuo a frequentarli perché incuriosito dal loro comportamento 3.9 5.5 2.4
Cerco, insieme agli altri, di allontanarli dal gruppo 3.0 3.7 2.4
Li evito perché ho paura di rimanere coinvolto 1.7 3.7 0.0
Non li frequento più e cambio gruppo 0.4 0.9 0.0
Totale 100.0 100.0 100.0
Percentuali calcolate solo sui soggetti che hanno segnalato l'esistenza di problemi all'interno del gruppo (N=247)
Il profilo dell'associazionismo informale salentino presenta una serie di elementi coerenti con le rilevazioni nazionali del fenomeno. Innanzitutto è confermata la grande partecipazione dei giovani a tali forme aggregative con una tendenza ad una maggiore presenza maschile rispetto alla femminile. Nella maggior parte dei casi sono gruppi composti in egual misura da ragazzi e da ragazze o con una prevalenza di presenze maschili all'interno del gruppo. Sono soprattutto le ragazze a preferire gruppi misti e sono sempre le ragazze a scegliere spazi di incontro informali e aperti. Se infatti i luoghi della socialità tra pari sono per tutti soprattutto le piazze e le strade (più della metà del campione), la grande maggioranza delle ragazze (64,3%) predilige tali luoghi liberi ancor più dei ragazzi. Si registra qui una differenza rispetto ad indagini su campioni nazionali (Donati e Colozzi 1997).
Per i tempi dello stare insieme invece sembrerebbe che i ragazzi abbiano maggiori possibilità di incontro, difatti, se i maschi si incontrano tutti i giorni o quasi, tra le ragazze prevalgono gli incontri del fine settimana.
Complessivamente circa il 55% degli intervistati si dichiara abbastanza soddisfatto della propria appartenenza. Rispetto ai più grandi, i giovanissimi si dichiarano più entusiasti della propria compagnia: il grado di soddisfazione tende a diminuire con l'età. Ciò probabilmente è dovuto alle aumentate esigenze di intimità ed allo spostarsi dell'interesse verso la relazione di coppia, oppure perché si diventa via via più esigenti e meno soddisfatti di una frequentazione fine a se stessa e fondata sul mero stare insieme e divertirsi.
All'interno dei gruppi ci sono comunque dei problemi e sono problemi legati alla condizione adolescenziale ed al vivere una situazione di malessere che si esprime in diverse forme. È soprattutto in famiglia che i ragazzi sperimentano situazioni difficili (57,1% di quanti dichiarano l'esistenza di problemi) e sono soprattutto le ragazze (66,9% contro il 46,2% dei ragazzi) a essere coinvolte. Al contrario, i maschi segnalano maggiormente problemi inerenti il comportamento in classe, comportamenti aggressivi, e problemi con la giustizia. Oltre a ciò, l'abuso di alcool sembra costituire un ambito di malessere più presente tra i maschi.
Rispetto agli amici che hanno dei problemi, nella stragrande maggioranza dei casi l'atteggiamento prevalente è di sostegno e vicinanza. I ragazzi cercano di risolvere tra loro i problemi della vita quotidiana ed è probabilmente solo nelle situazioni più difficili che scatta il meccanismo dell'espulsione dal gruppo.
2.2. Gruppi formali salentini
Come abbiamo sottolineato in precedenza, il fenomeno dell'associazionismo formale (sportivo, religioso, di impegno civile, di volontariato sociale e assistenziale, ecologista, ecc.) coinvolge un numero elevato di adolescenti e giovani e si connota come un fenomeno storicamente rilevante strettamente legato all'attuale generazione. Inoltre, la presenza di associazioni sul territorio costituisce un importante indicatore di benessere per una comunità. «Le associazioni, in particolare quelle a prevalente vocazione giovanile, sembrano poter funzionare oggi nelle società avanzate come risorsa e riserva simbolica della società civile, di ciò che permette alla società civile di autoregolarsi, autodifendersi e autoriprodursi. Esse agiscono, sempre più, come attori collettivi - micro/macro - capaci di recepire domande e bisogni sociali vecchi e nuovi, di rappresentarli in qualche modo nei confronti delle istituzioni, della macro-organizzazioni del potere politico, economico e del controllo sociale» (Pace 1993, 88). La presenza di associazioni è pertanto oltre che indicatore di benessere di una comunità una risorsa che sollecita e veicola valori e comportamenti che creano un collegamento all'interno di una stessa generazione e tra le generazioni. Da tale prospettiva, un importante indicatore di malessere deriva proprio dalla non adesione ad alcuna esperienza associativa: molti adolescenti e giovani esprimono così la propria condizione di disagio sociale (Ibidem).
Al fine di sondare la partecipazione sociale ed il grado d'impegno dei giovani studenti salentini abbiamo chiesto loro se al momento della rilevazione frequentino delle associazioni.
Tra i giovani intervistati solo il 25% partecipa regolarmente e con impegno ad attività associative, il 35% partecipa con minore regolarità, circa il 40% non ha mai frequentato associazioni (Tab. 10). Sono in particolare le ragazze a segnalare di non aver mai partecipato ad attività associative: circa la metà del gruppo femminile contro il 33,3% di quello maschile.
Se consideriamo le diverse fasce d'età, si registra una tendenza all'appartenenza formale inversamente proporzionale all'età: i non associati rappresentano circa il 31% dei giovani tra i 14-15 anni, il 45% di quanti hanno un'età compresa tra i 16-18 anni, e circa il 68% tra quanti superano i 18 anni. Si può pertanto affermare che l'associazionismo formale è un fenomeno che coinvolge i minori di 18 anni ed in particolare i ragazzi della prima fascia d'età.
Tab. 10 - Partecipazione ai gruppi formali (%)
Sesso Classi di età
Totale M F 14-15 16-18 >18
Si. Spesso 25.3 29.0 21.3 29.2 23.9 00.0
Si. A volte 35.0 3737 32.0 39.4 31.2 32.4
No. Mai 39.7 33.3 46.7 31.4 45.0 67.6
Totale 100.0 100.0 100.0 100.0 100.0 100.0
N=797
Tra le associazioni frequentate "spesso" e "a volte" quelle preferite sono innanzitutto, nel 56% dei casi, le associazioni sportive e le associazioni religiose (36%), seguono i "club di tifosi", le associazioni di volontariato sociale e quelle politiche (Tab. 11).
I maschi frequentano, nel 66% dei casi, associazioni sportive e nel 19% dei casi club di tifosi. L'associazionismo maschile si configura pertanto come connesso direttamente, attraverso la pratica sportiva, o indirettamente, attraverso le tifoserie, al mondo dello sport. Occorre comunque sottolineare l'appartenenza ad associazioni religiose (21% dei casi) e politiche (14% dei casi).
Il quadro dell'associazionismo femminile si presenta diverso rispetto a quello maschile. le ragazze frequentano prioritariamente associazioni religiose (57%) ed in secondo luogo associazioni sportive. Inoltre, rispetto ai cotanei maschi frequentano maggiormente associazioni di volontariato sociale e meno asociazioni politiche.
Oltre al sesso anche l'età incide sulle scelte legate alla partecipazione sociale. Tra i giovanissimi, la partecipazione ad associazioni sportive e alle tifoserie assorbe gran parte delle scelte associative. Anche l'associazionismo religioso é fortemente presente in questa fascia di età.
Nell'età tra i 16-18 anni avvengono dei mutamenti importanti nelle preferenze associative. pur rimanendo elevato l'interesse per la pratica sportiva e le tifoserie, cala la partecipazione a gruppi religiosi ed aumenta l'impegno verso associazioni culturali, politiche e di volontariato sociale. lo sganciarsi dai gruppi parrocchiali probabilmente consente di esprimere altre forme di impegno e di sondare altri ambiti sociali.
Tab. 11 - L 'associazionismo formale (%)
Sesso Classi di età
Totale M F 14-15 16-18 >18
Sportive 55.9 66.3 41.5 57.0 56.0 27.3
Religiose 36.1 21.0 57.0 40.6 30.6 45.5
Ambientaliste 3.4 2.9 4.0 3.2 3.7 0.0
Culturali 8.2 8.3 8.0 4.4 12.5 9.1
Volontariato sociale 11.6 8.0 16.5 8.0 14.4 36.4
Politiche 10.5 13.8 6.0 5.2 16.2 18.2
Club di tifosi 11.8 19.2 1.5 12.4 11.1 9.1
Altre 6.9 6.9 7.0 8.0 6.0 0.0
Percentuali calcolate solo sui soggetti che hanno dichiarato di partecipare "spesso" o "a volte" ad associazioni (N=476).
In sintesi, da questo breve sguardo sull'associazionismo giovanile salentino, emerge l'esistenza di appartenenze multiple sia per i maschi che per le femmine. In altre parole, chi frequenta associazioni ne frequenta più di una, così come è dimostrato dalla presenza di risposte multiple. In tale quadro le differenze di genere si rendono evidenti nelle diverse scelte effettuate dai ragazzi e dalle ragazze. L'associzionismo appare quasi del tutto schiacciato nell'ambito delle attività sportive a differenza delle ragazze che esprimono in altri ambiti, quali l'impegno religioso e sociale, le loro preferenze associative.
3. Conclusioni
Nell'ambito dell'associazionismo formale e informale salentino entrambe le appartenenze assumono un notevole rilievo nell'esperienza degli adolescenti. la rete informale coinvolge la quasi totalità dei ragazzi intervistati mentre la rete formale coinvolge, in diversa misura, circa 60 giovani su 100.
Con l'aumentare dell'età, pur diminendo il grado di soddisfazione per il proprio gruppo di amici, l'appartenenza informale tende a crescere a differenza della partecipazione sociale formale che tende a decrescere man mano che si diventa più grandi.
Presenti in modo consistente nella rete informale, le ragazze frequentano soprattutto gruppi misti (tra le ragazze solo poco meno dell'8% fa parte di gruppi interamente femminili) ed esprimono più dei ragazzi un bisogno di libertà e di autonomia scegliendo spazi aperti (piazza e strada) come luoghi di incontro con i propri amici. Meno soddisfatte della propria appartenenza a gruppi informali rispetto ai ragazzi, le ragazze sono più attente a cogliere la presenza di problemi tra i loro amici e amiche e più pronte a prestare loro aiuto e sostegno.
Nella rete formale le ragazze, nel complesso meno presenti (46,7% di non associate) rispetto ai maschi, esprimono la loro partecipazione sociale scegliendo in primo luogo associazioni religiose, sportive e di impegno sociale.
La nostra indagine pur non consentendo di entrare dentro la vita dei gruppi apre comunque uno spaccato interessante su cui val la pena riflettere per progettare ulteriori indagini specifiche sui gruppi e a carattere qualitativo. In particolare, i dati relativi agli atteggiamenti rispetto agli amici della compagnia che hanno dei problemi offre indicazioni importanti sulla disponibilità dei ragazzi a sostenersi ed aiutarsi reciprocamente. Questa disponibilità potrebbe essere la base da cui partire per stimolare le funzioni naturali di sostegno emotivo che il gruppo possiede. Si tratta di una potenzialità importante che può essere esercitata proprio in un'ottica di reciprocità e di auto-aiuto. Il gruppo può sostenere, può aiutare, può curare. Si tratta, da parte degli adulti e di quanti si occupano di politiche giovanili, di pensare e progettare insieme a loro, un ambiente fisico e sociale che, nell'assoluto rispetto dell'autonomia, libertà e informalità dei gruppi, consenta la realizzazione e l'espressione della socialità e di una rete di comunicazione e sostegno tra pari.
1) LMa letteratura socio-psicologica sul ruolo delle relazioni amicali in adolescenza è molto ampia. Per una rassegna dei contributi più significativi si veda tra gli altri: Amerio, Boggi Cavallo, Palmonari e Pombeni 1990; Coleman ed Hendry 1980, trad. it. 1992; Doise e Palmonari 1984, trad. it. 1988; Palmonari 1993; Palmonari, Carugati, Ricci Bitti e Sarchielli 1979; Palmonari, Pombeni e Kirchler 1989, 1990, 1992; Pietropolli Charmet 1990.
2) Per la definizione di "sistema del Sé", si rimanda a Sherif 1984, trad. it. 1988.
3) Su questa impostazione teorica si veda: Amerio et al. 1990; Doise e Palmonari 1984, trad. it. 1988; Palmonari 1989.
4) Altrettanto vasta è la letteratura sociologica. Occorre precisare inoltre che in molti casi è difficile separare gli ambiti teorici in quanto proprio lo studio dei gruppi di adolescenti ha richiesto l'articolazione ed il coordinamento di più livelli teorici con frequenti rimandi dalla sociologia alla psicologia e viceversa. Per una parziale rassegna teorica e di ricerca si veda: Altieri 1988; Ansaloni e Borsari 1993; Ansaloni e Rolli 1984; Baraldi e Casini 1991; Buzzi, Cavalli e De Lilli 1997; Cavalli e De Lillo 1988, 1993; Cospes 1995; Donati e Colozzi 1997; Durando 1990; Garelli 1984; Sciolla 1983; Sciolla 1993; Sciolla e Ricolfi 1990.
5) Cfr. fra gli altri: Buzzi et al. 1997; Cavalli e De Lillo 1988, 1993; Donati e Colozzi 1997; Cospes 1995; Durando 1990; Garelli 1984; Ispes 1991.
6) Cfr. Cavalli 1990; Buzzi et al. 1997; Donati e Colozzi 1997.
7) Per un'analisi più approfondita si veda Baraldi e Casini 1991.
8) Cfr tra gli altri: Altieri 1988; Ansaloni e Rolli 1984; Cavalli e De Lillo 1988, 1993; Cospes 1995; Durando 1990; Garelli 1984; Ispes 1991.
CAPITOLO QUARTO
Scuola, senso dello studio, relazioni e vissuti di abbandono
1. Luci ed ombre del sistema scolastico
Il sistema scolastico italiano presenta un quadro di luci ed ombre su cui occorre soffermarsi al fine di delineare il contesto di riferimento all'interno del quale le realtà scolastiche territoriali assumono specifiche peculiarità.
Innanzitutto le luci: il livello di istruzione si è andato progressivamente innalzando negli ultimi anni. Il tasso di diploma in Italia, pur con notevoli differenze territoriali, è in continua crescita (Censis 1996) indicando che un numero sempre maggiore di giovani completa il ciclo di studi secondari superiori. Ad una più approfondita lettura questo risultato positivo è offuscato dalle ombre scaturite da una patologia intrinseca a tutto il sistema scolastico del nostro Paese e cioé il fenomeno della dispersione scolastica.
IL termine "dispersione scolastica", introdotto nel 1972 dall'UNESCO, ha sostituito quello di "mortalità scolastica" includendo nella sua accezione fenomeni che comprendono non solo l'abbandono scolastico ma anche i ritardi formativi e le ripetenze. In altre parole, con "dispersione scolastica" si indicano i percorsi non lineari in direzione del conseguimento del titolo di studio che comportano un'interruzione o un rallentamento dell'iter formativo.
Sempre più negli ultimi anni è aumentata la consapevolezza da parte degli operatori scolastici che il fenomeno della dispersione riveli non solo una dimensione di fallimento formativo del singolo studente e dei rispettivi docenti coinvolti ma che esso costituisca un indicatore delle improduttività del sistema scolastico in generale. Da tale prospettiva si evince che più è basso il tasso di dispersione scolastica, intesa nell'accezione ampia proposta dall'UNESCO, maggiori caratteristiche di funzionalità e produttività sono attribuibili al sistema scolastico in generale ed alla specifica tipologia scolastica in particolare. Riguardo tale improduttività il 28º Rapporto Censis (1994) segnala, da un lato, la difficoltà del sistema scolastico nel controllo e nella gestione dei percorsi formativi all'interno delle diverse tipologie di scuola, dall'altro, l'accentuarsi di tale difficoltà nella transizione da un ordine di scuola all'altro. Se infatti negli ultimi anni si registra una tendenza crescente del tasso di passaggio dalla media inferiore alla superiore è pur vero che su 10 giovani 4 non completano il ciclo delle superiori. Ciò significa che, a fronte di una domanda formativa crescente che si direziona verso l'innalzamento della scolarità obbligatoria, di fatto l'ingresso alle scuole superiori è accompagnato da un elevato tasso di abbandoni e di insuccessi che diventa allarme in determinati tipi di scuola quali gli istituti professionali ed i tecnici.
Nel 29º Rapporto Censis (1995) la situazione appare ulteriormente aggravarsi. Si conferma, per un verso, la tendenza generale all'aumento del tasso di passaggio alla media superiore (dall'86% nell'a.s. 1990-91 al 91,2% nell'a.s. 1993-94) e del tasso di scolarità (1) (dal 67,2% nell'a.s. 1990-91 al 70;6% nell'a.s. 1993-94), per un altro, l'ggravarsi dei processi di dispersione. Queste due tendenze contrapposte, iniziale valenza attrattiva dell'istruzione superiore e successiva spinta centrifuga, indicano l'incapacità del sistema a sostenere i curricula più deboli che si traduce in una selettività che allontana l'utenza più debole frustrandone le aspettative. Nel marzo del 1995, il 5% degli studenti delle prime classi si era già ritirato ed è stato registrato un tasso di ripetenza di circa il 10%. Nelle prime classi degli istituti professionali la percentuale dei ritirati raggiunge l'8% con un tasso di ripetenza dell'11,5%.
A molti può apparire paradossale ma il nostro sistema formativo conserva un carattere di forte esclusività. La scuola più che promotrice di mobilità sociale e di opportunità appare sempre più riprodurre le differenze sociali, culturali, territoriali, di origine. Come riportato nel 29º Rapporto Censis (1995), i dati Istat relativi al censimento del 1991, segnalano che tra i giovani di età compresa tra i 24 ed i 26 anni appartenenti a famiglie operaie oltre il 70% ha conseguito al massimo il diploma di licenza media inferiore rispetto al 13% di coetanei provenienti da famiglie di dirigenti e liberi professionisti. Ciò dimostra, secondo il Censis, un "rallentamento della mobilità educativa" inter generazionale e socioculturale che assume una connotazione territoriale specifica se si considera che nel Mezzogiorno circa il 7% dei giovani tra i 15 ed i 25 anni ha conseguito al massimo la licenza elementare mentre nelle altre regioni d'Italia tale percentuale è inferiore al 3% e più della metà dei giovani al di sotto dei 25 anni non ha alcun titolo di studio.
Se si considera l'intero ciclo dell'obbligo circa il 14% dei giovani tra i 15 ed i 19 anni residenti nel sud ed isole non ha conseguito la licenza media inferiore, un valore più alto di quello nazionale (8,5%) e lontano dal dato del Nord-Est (3,5%). «Tali dati disegnano una mappa dell'istruzione fortemente disomogenea, un quadro di accentuate sperequazioni, dove parametri come la classe sociale o l'appartenenza geografica tornano ad essere (rimangono) evidenti fattori di disuguaglianza e di discriminazione» (Censis 1995, 104).
Una recente conferma della selettività del sistema scolastico italiano è stata fornita dai risultati emersi nell'ultima indagine IARD (Buzzi, Cavalli e De Lillo 1997). Gli abbandoni, le ripetenze e nel complesso i percorsi accidentati (abbandini, ripetenze, trasferimenti, interruzioni) sono fenomeni legati allo status occupazionale dei genitori ed al livello culturale della famiglia, nel senso che più tali posizioni sono elevate minori sono le percentuali di abbandoni, bocciature e percorsi accidentati in genere.
Sempre nel 29º Rapporto il Censis (1995) ha delineato una mappa nazionale del disagio socio-educativo utilizzando un indice sintetico di disagio socio-educativo. Esso rappresenta un indicatore di contesto provinciale ed è il risultato della combinazione di dimensioni strutturali di tipo economico, sociale, culturale, con i livelli di scolarizzazione. Da tale metodologia deriva un indice provinciale che costituisce una sintesi dei seguenti indicatori: marginalità economica, degrado sociale, tasso di scolarità e tasso di diploma. Si tratta di indicatori che consentono di leggere in modo più articolato la realtà provinciale attraverso un confronto tra dimensioni inerenti lo sviluppo sociale, economico e culturale di un territorio con le risorse umane in campo.
Come si può vedere dalla tabella 1 tutte le province della Puglia hanno un tasso di marginalità economica più elevato della media nazionale. Tra queste, il tasso più alto, in negativo, è detenuto da Foggia e Brindisi.
Anche per il degrado sociale le province pugliesi si collocano ad una media più elevata rispetto a quella nazionale. Tra le province è Taranto a detenere il primato di degrado sociale, seguita da Foggia e Lecce.
Per quanto riguarda il tasso di scolarità la Puglia registra un valore inferiore a quello nazionale. Tra le province pugliesi Brindisi detiene il primato del tasso di scolarità più basso. Ciò significa che in tutte le province della Puglia e nella provincia di Brindisi in particolare meno giovani frequentano le scuole secondarie superiori.
Se passiamo a commentare i dati relativi al tasso di diploma emerge un quadro ancor più allarmante: si registra un dato regionale inferiore alla media nazionale ed ancora Brindisi ha i valori più bassi. Su cento giovani di età compresa tra i 19 ed i 24 anni (fascia di età teorica) solo il 40% ha conseguito un diploma di istruzione secondaria superiore negli anni scolastici che vanno dal 1987-88 al 1992-93. Non c'è quindi da sorprendersi che sia proprio Brindisi ad avere l'indice di disagio socio-educativo più alto non solo rispetto alle altre province della Puglia ma tra tutte le province italiane. Nella graduatoria verso il basso del disagio socio-educativo Brindisi è preceduta solo da Caltanissetta (1,00) e da Agrigento (0,97).
Tab. 1 - Distribuzione dei tassi di marginalità economica, degrado sociale, scolarità, diploma ed indice sintetico di disagio socio-educativo nelle province pugliesi
Marginalità economica* Degrado sociale* Tasso di scolarità** Tasso di diploma*** Indice sintetico di disagio socio educativo* 1993
Marginalità
economica Decreto
sociale Tasso di
scolarità Tasso di
diploma Indice sintetico
di disagio socio
educativo 1993
Foggia 1.00 0.78 64.8 45.1 0.91
Bari 0.79 0.68 67.0 44.7 0.80
Taranto 0.88 0.80 67.7 45.0 0.86
Brindisi 0.92 0.74 62.9 39.6 0.94
Lecce 0.82 0.75 68.6 45.7 0.81
Media Puglia 0.88 0.75 66.2 44.0 0.86
Media Italia 0.44 0.50 76.5 50.1 0.49
Tratto dal 29º Rapporto Censis, 1995.
* I valori di marginalità economica, degrado sociale ed indice sintetico di disagio socio-educativo si collocano su una scala che va da 0 a 1 dove allo zero corrisponde il minimo di marginalità degrado e degrado socio-educativo ad uno il massimo.
** Il tasso di scolarità indica il numero di iscritti nell'anno scolastico 1993-94 alle scuole secondarie superiori su cento coetanei (popolazione per classi di età stimata).
*** Il tasso di diploma indica la percentuale di diplomati dal 1987-88 al 1992-93 su cento coetanei (popolazione per classi di età stimata).
Tra le province pugliesi, Lecce ha un livello di marginalità economica inferiore alla media regionale ma comunque superiore a quello di Bari e lontano dalla media nazionale, un livello di degrado sociale in linea con la media regionale ed anch'esso lontano dalla media nazionale. Al contrario, sia il tasso di scolarità che il tasso di diploma, pur rimanendo distanti dalla media nazionale, presentano valori al di sopra della media regionale collocando Lecce al livello più elevato nella classifica regionale. Infine, anche per quanto riguarda l'indice sintetico di disagio socio-educativo, Lecce, preceduta solo da Bari, presenta valori al di sotto della media regionale. Si tratta certamente di un risultato importante ma che non deve consolare in quanto anche se Bari e Lecce presentano valori migliori rispetto alle altre province è pur vero che essi sono comunque inferiori alla media nazionale.
In sintesi, il quadro che emerge è complessivamente preoccupante per la Puglia: tutte le province si collocano al di sopra della media nazionale riguardo gli indicatori "marginalità economica" e "degrado sociale" ed al di sotto della media nazionale per il tasso di scolarità e di diploma. Rispetto una situazione di strutturale crisi economica e di allarmante degrado sociale si registra una carenza formativa che aggrava ancor più la situazione di disagio delle nuove generazioni e certamente non depone a favore di un superamento delle condizioni di marginalità sociale ed economica. Infatti, lì dove i processi di scolarizzazione non sono in grado di ammortizzare la condizione economica e sociale di partenza, si delinea una situazione di emergenza sociale ed educativa che investe le nuove generazioni nella misura in cui non fornisce i necessari strumenti formativi e culturali per il superamento dell'emergenza.
2. Dalla dispersione alla dissipazione
Dopo aver rimarcato le due distinte patologie di dispersione evidenziatesi negli ultimi anni, l'una propria delle regioni meridionali e caratterizzata dall'incapacità del sistema scolastico di ridurre le differenze sociali di partenza degli allievi, l'altra propria delle regioni settentrionali, soprattutto del Nord-Ovest, e caratterizzata da una fuga dall'istruzione secondaria dovuta ad una perdita di attrazione sulle giovani generazioni rispetto ad altre opportunità lavorative o formative, è opportuno spostare il focus dell'attenzione dalla dispersione alla dissipazione (Censis 1996). Tale termine appare più congruo a definire un ambito complesso, variegato e problematico, qual è quello dell'utilizzo complessivo delle risorse proprie del sistema scolastico, in cui l'abbandono scolastico rappresenta solo una delle patologie dissipative. Il fenomeno designato col termine dissipazione comprende l'abbandono scolastico e consente di includere l'insieme delle risorse disponibili nel sistema. In tale prospettiva, occorre fare riferimento a più fenomenologie: dissipazione del patrimonio strutturale e dissipazione delle risorse educative.
Per quanto riguarda la dissipazione del patrimonio strutturale, gli edifici della scuola secondaria superiore sul territorio nazionale sono stati costruiti nel 15,3% dei casi prima del 1900, nel 19,3% dei casi tra il 1900 e il 1946, nel 27,5% dei casi si trovano in aree ecologicamente compromesse e cioè vicino a discariche, ad industrie inquinanti, ad aree con inquinamento atmosferico, acustico o altra forma d'inquinamento (Ibidem). Nelle diverse ripartizioni geografiche il sud ha, sia rispetto alle zone del centro e del nord che rispetto al data nazionale, una percentuale più bassa di edifici costruiti prima del 1900 e tra il 1900 ed il 1946 mentre detiene, insieme alle isole, il primato di una percentuale più alta di edifici collocati in aree ecologicamente compromesse. La stessa situazione è rintracciabile, pur con valori più bassi rispetto agli edifici delle secondarie superiori, negli altri ordini di scuola, materne, elementari e medie inferiori. Le regioni del sud hanno quindi strutture scolastiche meno vetuste rispetto alle altre regioni d'Italia ma più esposte ad agenti inquinanti (Ibidem). Questo dato se da un lato conforta dall'altro segnala la carenza di una sensibilità ecologica e di una cultura del benessere nella costruzione o nella designazione degli edifici scolastici.
Al fine di evidenziare il grado di dissipazione strutturale nelle province italiane, il Censis (1996) ha elaborato una graduatoria del disagio strutturale del sistema scolastico italiano sulla base di un indice di disagio strutturale e di un indice sintetico. Per quanto riguarda l'indice di disagio strutturale esso misura il bisogno di manutenzione del patrimonio scolastico nei diversi ordini di scuola. Rispetto a tale indice, le province di Lecce e Brindisi si collocano tra le 20 province italiane con il più basso indice di disagio strutturale in tutti gli ordini di scuola. Lo stesso avviene per l'indice sintetico. Riguardo a quest'ultimo indice, rispetto alla media nazionale, il cui indice sintetico di disagio strutturale è pari a 100, Brindisi ha un valore pari a 58,1 e Lecce un valore pari a 64,1 risultando così tra le province italiane quelle il cui patrimonio immobiliare ha meno bisogno di interventi di manutenzione.
Ma il sistema scolastico italiano, come abbiamo visto in precedenza, non dissipa solo il suo patrimonio strutturale ma anche il suo patrimonio umano. La seconda fenomenologia di dissipazione riguarda le risorse educative, i modelli didattici, e comprende tra le espressioni di disagio oltre all'abbandono degli studi le ripetenze ed i rendimenti.
Per quanto riguarda le ripetenze, un aspetto caratterizzante i diversi cicli di istruzione riguarda la frattura che si innesca nel passaggio da un ciclo all'altro. Avviene così che in tutte le fasi di passaggio, primo anno delle medie inferiori, primo anno delle medie superiori, la quota dei ripetenti aumenti rispetto agli anni successivi. Per fare solo degli esempi, nell'anno scolastico 1995/96, i ripetenti in quinta elementare sono in media lo 0,5% e diventano l'8,1% nel primo anno della scuola media inferiore, allo stesso modo, i ripetenti nel terzo anno delle medie inferiori sono mediamente il 3,2% e diventano il 10,2% nel primo anno delle superiori (Censis 1996). La quota di ripetenti viene poi riassorbita all'interno dello stesso ciclo tant'è che il numero di ripetenti nelle classi terminali del ciclo è inferiore rispetto al numero dei ripetenti nelle classi iniziali del ciclo. Questi dati indicano come ogni ciclo d'istruzione costituisca un ambito chiuso, a se stante, senza raccordo curriculare e senza continuità educativa con gli altri cicli esprimendo in tal modo una logica autoreferenziale intrinseca ai diversi sottosistemi educativi (Ibidem).
Sul versante dei rendimenti il sistema educativo esprime ancor più le sue inadeguatezze: nell'anno scolastico 1995/96 il 46,6% degli studenti delle scuole medie inferiori ha chiuso il ciclo di studi con un giudizio di "sufficienza" ed il 33,7% degli studenti delle scuole superiori ha conseguito il diploma con un voto tra il 36 ed il 41/60 (Ibidem). Si tratta di dati che si commentano da soli ed indicano come proprio le fasi conclusive di un ciclo di studi e le fasi di passaggio da un ciclo all'altro rappresentino dei momenti critici in cui si coagulano e si evidenziano maggiormente le carenze di un sistema scolastico privo di continuità al suo interno e di definizione di standard di qualità basati sul feedback proveniente dai successi ottenuti al termine del ciclo di studi.
3. Il senso della scuola
L'esperienza scolastica riveste un ruolo centrale per il processo di crescita della persona (Coleman ed Hendry 1980, trad. it. 1992) e ciò non solo perché a scuola i ragazzi passano gran parte del loro tempo ma perché in tale habitat mettono in campo le loro competenze e abilità cognitive e vivono immersi in un mondo di relazioni con gli adulti, con i coetanei, con le regole dell'istituzione. È pertanto importante indagare questi diversi ambiti, studiarne le relazioni, individuarne le caratteristiche, in quanto essi compongono un senso soggettivo di benessere o malessere del vivere all'interno dell'istituzione scolastica.
In questa parte della nostra indagine abbiamo posto ai ragazzi una serie di domande relative alla dimensione soggettiva dell'esperienza scolastica, al senso su cui fondano il proprio essere studenti, alla qualità dei rapporti con gli insegnanti e i compagni, alla percezione delle regole e delle norme che governano la vita scolastica, e infine ai pensieri di abbandono e di fuga dalla scuola.
Cominciamo questo percorso chiedendo ai ragazzi cosa significhi per loro la scuola, quale senso attribuiscano a tale esperienza. La tabella 2 evidenzia come per quasi la metà del campione il significato vada ricercato in una dimensione globale dell'esperienza del crescere e dell'imparare. Una visione più strumentale della scuola è proposta dal 35% dei ragazzi che la considera un percorso inevitabile per trovare adeguate opportunità di lavoro.
A tale visione strumentale segue un 11% per il quale la scuola è un piacevole ambito di relazioni con gli altri. Per questi ragazzi la funzione di socializzazione della scuola ha la dominanza sia sulla funzione cognitiva di crescita e apprendimento globale che su quella strumentale del futuro lavoro.
Infine, per l'1,1% dei ragazzi la scuola rappresenta una realtà estranea e incomprensibile e per un altro 1,4% un'esperienza a cui non si sa quale senso attribuire. Sono probabilmente gli studenti più disorientati, più incerti e più alla ricerca di un senso che giustifichi l'impegno nello studio e la loro presenza nell'istituzione scolastica.
Tab. 2 - Il senso della scuola (%)
Totale Maschi Femmine
Modo per crescere e imparare 49.0 42.2 56.3
Opportunità di lavoro 35.4 41.0 29.3
Esperienza piacevole di rapporto con gli altri 11.6 11.7 11.5
Una realtà estranea e incomprensibile 1.1 1.9 0.3
Non saprei 1.4 1.0 1.8
Altro 1.5 2.2 0.8
Totale 100.0 100.0 100.0
N=797
Rispetto a tale dato complessivo è interessante dare uno sguardo alle differenze di genere nell'attribuzione di senso dell'esperienza scolastica.
Le indagini sulla dispersione e sui percorsi accidentati (2) hanno rilevato l'esistenza di importanti differenze tra i sessi riguardo al valore dell'istruzione, al senso dell'impegno scolastico, al modo di affrontare le difficoltà scolastiche, al legame tra apprendimento, socializzazione e identità. In particolare, negli ultimi anni, si è andato sempre più sottolineando il divario tra il prolungarsi dell'istruzione femminile, percorsi scolastici qualitativamente migliori, e un crescente disinteresse maschile verso l'istruzione. Nelle ragazze prevale una concezione dell'istruzione come valore, come un tempo di apprendimento e socializzazione necessario ad una formazione globale della propria identità e non strettamente connesso all'ambito strumentale del futuro lavoro. Nei ragazzi, al contrario, prevale una concezione strumentale dell'istruzione, connessa all'acquisizione di pratiche immediatamente spendibili sul mercato del lavoro e strettamente funzionali ad esso.
La nostra indagine conferma tali diversità di rappresentazioni e di vissuti tra maschi e femmine. Tra i ragazzi, la percentuale di quanti sottolineano la dimensione strumentale della scuola è praticamente uguale a quella di coloro i quali assegnano alla scuola un significato più globale nell'ambito della crescita e formazione. Al contrario, tra le ragazze, quest'ultima dimensione prevale nettamente rispetto all'aspetto strumentale. L'istruzione per le ragazze ha una valenza soggettiva di crescita globale e non c'è pertanto da sorprendersi se l'impegno nello studio sia maggiore ed i percorsi accidentati siano minori rispetto ai maschi (cfr. Buzzi et al. 1997).
Questo divario di rappresentazioni sul senso dello studio ha come effetto un modo diverso di stare a scuola. Per le ragazze si tratta di un'esperienza che ha valore in sè e che quindi merita di essere vissuta "standoci dentro". Per i ragazzi si tratta di un'esperienza il cui valore sta in ciò che permette al di fuori e che pertanto va vissuta "guardando fuori".
Infine, la scuola viene vissuta da circa il 2% dei ragazzi come una realtà estranea e incomprensibile. Questo dato conferma un disagio, un malessere, al maschile del vivere la scuola di cui è necessario tener conto e sul quale torneremo a riflettere dopo l'esposizione dei risultati riguardanti le relazioni con insegnanti e compagni, l'orientamento verso le regole scolastiche, il desiderio di abbandono e di fuga dalla scuola.
4. Le relazioni con gli altri
Come è ormai ampiamente accertato, la scuola non è più da molto tempo un contenitore di mero apprendimento. Essa rappresenta prioritariamente un ambito relazionale e affettivo importante e significativo per lo sviluppo dei ragazzi. È innanzitutto una agenzia di socializzazione a cui i ragazzi chiedono di essere, come la famiglia, un luogo di sostegno e di scambi relazionali: «É ciò che essi a scuola vogliono non è tanto distruggerla o liberarsene, ma essere capiti, amati, vedere prese in carico le loro aspettative affettive, relazionali, i loro problemi della crescita, ecc.» (Pietropolli Charmet 1996, 5).
Ma la scuola tende ad affrontare separatamente le dimensioni cognitive e le dimensioni sociali della situazione formativa, eludendo di fatto la stretta interconnessione esistente tra i due ambiti (Jackson 1989). Le difficoltà cognitive producono effetti negativi sull'autostima degli studenti e rendono problematici i loro rapporti interpersonali. Allo stesso modo, problematiche relazionali esterne alla scuola non possono non condizionare l'apprendimento e l'esperienza scolastica in genere. Rispetto a tali considerazioni, ampiamente condivise su un piano di principio da tutti gli operatori scolastici, in effetti la scuola prende in considerazione per lo più le difficoltà cognitive e tende ad ignorare i problemi relazionali, salvo che questi non si ripercuotano sulla disciplina scolastica. In altre parole, secondo Jackson (Ibidem), la scuola dimostra una scarsa attenzione ai problemi dello sviluppo sociale dei ragazzi mostrando un'immagine pubblica che attualmente è comunque lontana dall'essere positivamente orientata verso una piena realizzazione dell'adolescente.
Nell'ambito delle relazioni interne al contesto scolastico il rapporto con gli insegnanti può senza dubbio essere considerato un indicatore importante del ben-essere a scuola e del valore assegnato al proprio ruolo di studenti. Indica inoltre l'adesione ai valori ed alle regole dell'istituzione, valori e regole di cui i docenti sono rappresentanti.
Sul piano del rapporto di fiducia con i docenti, l'ultima indagine IARD (Buzzi et al. 1997) conferma la tendenza costante dal 1983 al 1996 ad un calo di fiducia nei confronti degli insegnanti consolidando una propensione a guardare con occhi critici i propri docenti.
Nella nostra indagine abbiamo sondato il rapporto tra studenti e docenti chiedendo agli studenti che tipo di rapporto abbiano con i loro docenti. Il quadro che emerge (Tab. 3) evidenzia un tipo di relazione che viene definita da più della metà dei ragazzi come caratterizzata da rispetto e cortesia, da un 27% come aperta e cordiale e da circa un 8% come contrassegnata da stima profonda. La stragrande maggioranza del nostro campione ha dunque rapporti positivi con i propri insegnanti. Di contro, un restante 13% vive una situazione di forte disagio relazionale con i docenti espresso da rapporti definiti indifferenti e distaccati (9,7%), di aperto contrasto (2,1%) o freddi e a volte scortesi (1,4%).
Anche in quest'ambito le differenze di genere si rendono evidenti soprattutto riguardo l'estrema polarità positiva, rapporti con gli insegnanti caratterizzati da profonda stima, e l'estrema polarità negativa, rapporti di aperto contrasto o freddi e scortesi. Nel primo caso, all'interno del sottogruppo femminile sono circa il 10% le ragazze che hanno con i propri docenti un rapporto di stima profonda. Nel secondo caso, rapporti caratterizzati in negativo, sono i maschi ad avere, in percentuale più elevata rispetto al sottogruppo femminile, rapporti di aperta opposizione (3,2%) o di freddezza e scortesia (2,4%).
In sintesi, possiamo concludere, che pur nell'ambito di una rappresentazione dei rapporti con i propri docenti generalmente positiva, si registra una tendenza femminile a rapporti qualitativamente migliori, meno distaccati e meno conflittuali rispetto ai compagni maschi.
Tab. 3 - Il rapporto con gli insegnanti (%)
Totale Maschi Femmine
Rispettoso e cortese 52.5 51.2 53.8
Aperto e cordiale 26.7 26.9 26.4
Di stima profonda 7.7 5.6 9.9
Indifferente e distaccato 9.7 10.7 8.6
Di aperto contrasto 2.1 3.2 1.0
Freddo e a volte scortese 1.4 2.4 0.3
Totale 100.0 100.0 100.0
N=797
Spostiamo ora l'attenzione dalle relazioni verticali a quelle orizzontali e chiediamo ai ragazzi che tipo di rapporto abbiano con i propri pari. Le risposte a tale domanda indicano che il rapporto con i compagni (Tab. 4) è in primo luogo un rapporto di simpatia e di aiuto reciproco: è così per circa il 66% del nostro campione. Per il 23% si connota come un rapporto di solidarietà e complicità. Globalmente, per l'88% dei ragazzi intervistati i rapporti con i compagni sono positivi e caratterizzati oltre che da simpatia, da sostegno, solidarietà e complicità. Per l'11% dei ragazzi non è comunque così: il 7% dichiara di avere con i propricompagni un rapporto di indifferenza in cui "ognuno pensa agli affari suoi" ed il 4% segnala rapporti contrassegnati da competitività e rivalità.
Tab. 4 - Il rapporto con i compagni (%)
Totale Maschi Femmine
Simpatia e aiuto reciproco 65.7 70.5 60.6
Solidarietà e complicità 22.8 22.0 23.6
Indifferenza (ognuno pensa agli affari suoi) 7.4 5.1 10.0
Competizione e rivalità (ognuno cerca di fare meglio dell'altro) 4.0 2.4 5.8
Totale 100.0 100.0 100.0
N=797
Se i rapporti delle ragazze con gli insegnanti sono connotati maggiormente in positivo rispetto ai rapporti dei ragazzi, il contrario avviene nei rapporti con i compagni. Nell'ambito delle differenze di genere si può notare come nel gruppo maschile sia più alta, rispetto al gruppo femminile, la percentuale di coloro che dichiarano di avere rapporti di simpatia e aiuto reciproco con i propri compagni e più bassa la percentuale di quanti hanno rapporti caratterizzati da indifferenza o da competizione e rivalità. Al contrario, le ragazze dichiarano in maggior misura rispetto ai ragazzi di avere con i propri compagni rapporti caratterizzati da indifferenza o da competizione e rivalità e meno da simpatia e aiuto reciproco. Questo dato ha due possibili chiavi di lettura. Da un lato, può indicare una maggiore sensibilità femminile a cogliere nel flusso comunicativo elementi di indifferenza e conflittualità e delinea un contesto relazionale tra pari in cui le ragazze appaiono maggiormente esigenti nei rapporti con i compagni e più attente a rilevare gli elementi di distacco e competitività; dall'altro, può indicare una condizione di divario con l'altro sesso dovuta ad una diversa concezione dello studio, ad un maggiore investimento nell'assunzione degli impegni scolastici, ad una vicinanza emotiva con i docenti. In altre parole, le ragazze sono più sensibili ed attente a cogliere gli atteggiamenti di distacco, di competizione e di rivalità oppure sono più competitive, più orientate al raggiungimento degli obiettivi formativi e meno schiacciate sulla dimensione relazionale fra pari?
Quest'ultima chiave di lettura si colloca in linea con i risultati dell'ultima indagine IARD (Buzzi et al. 1997) che rileva come i ragazzi apprezzino la funzione di socializzazione della scuola più delle ragazze che ne valorizzano la funzione di acquisizione di una cultura generale. In altre parole, se per le ragazze, il senso dello studio si fonda principalmente su una dimensione globale del crescere e dell'imparare, lo studio è quindi vissuto come un processo generale di crescita della persona, a differenza dei ragazzi che valorizzano maggiormente la funzione strumentale del trovare lavoro, una tale rappresentazione dello studio non può non riflettersi in rapporti con gli insegnanti meno conflittuali e distaccati ed in rapporti con i compagni meno permeati, rispetto ai compagni maschi, dalla dimensione socializzante e più improntati alla realizzazione del proprio percorso di crescita personale e formativo.
5. Il rapporto con le regole
Uno dei compiti che gli adolescenti devono affrontare nel corso del proprio sviluppo riguarda il rapporto con l'autorità e le sue regole. Tra i contesti di vita all'interno dei quali si struttura l'orientamento verso l'autorità, l'ambito scolastico rappresenta, insieme alla famiglia, al gruppo dei pari, uno degli ambiti di maggiore rilievo per la definizione di un atteggiamento di accettazione o rifiuto delle norme e dell'autorità che le incarna. Inoltre, occorre sottolineare come l'esperienza scolastica rappresenti per i ragazzi un punto di partenza importante per la comprensione degli altri sistemi burocratici e per il declinarsi dell'orientamento verso essi. Esiste quindi una correlazione tra l'orientamento verso il sistema scolastico e l'orientamento verso il sistema legale (Reicher ed Emler 1985). Una correlazione che ha trovato conferma anche in ricerche italiane (Rubini e Palmonari 1995) che hanno messo in evidenza il legame tra l'esperienza scolastica soggettiva (relazioni con insegnanti e compagni, risultati oggettivi, valore attribuito all'educazione scolastica) e atteggiamento verso l'autorità formale.
Nella prospettiva proposta da Emler (Emler 1993, Emler e Reicher 1995), l'orientamento verso l'autorità formale rappresenta una delle scelte possibili che si pongono all'adolescente. Tale orientamento, per le ripercussioni significative che produce, costituisce una delle scelte principali nella vita delle persone. Si tratta di una scelta vera e propria e non bisogna considerarla come il risultato ultimo di un percorso contrassegnato da fallimenti e frustrazioni.
Rifacendosi al concetto di autorità legale-razionale di Weber, Emler e Recher (1987, 1995) considerano la devianza espressione della posizione che gli individui hanno nei riguardi delle istituzioni e dell'autorità formale. In tale prospettiva, delinquenza, carriera scolastica, comportamenti trasgressivi, configurano e connotano la relazione esistente tra gli individui e l'autorità formale.
Per quanto attiene al mondo della scuola, non è il fallimento scolastico e determinare un orientamento negativo verso l'autorità formale e da qui un atteggiamento oppositivo verso le sue norme ed i suoi valori, ma, al contrario, il fallimento scolastico è il risultato di un tale orientamento: una identità morale in linea con le regole imposte dalle organizzazioni formali è garanzia di successo scolastico e di permanenza più duratura all'interno della scuola. In altre parole, si crea un circuito in base al quale il successo scolastico dipende dall'orientamento verso l'adesione ai valori convenzionali, tale adesione rinforza l'accettazione del sistema scolastico e dell'autorità formale. Per gli adolescenti si tratta di una scelta dalla quale dipenderà il loro successo a scuola e nel mondo del lavoro e che proprio per questo può essere considerata una delle scelte centrali dell'adolescenza.
In tale prospettiva, la domanda principale che dobbiamo porci riguarda il modo in cui il sistema scolastico, il suo insieme di regole, l'autorità e l'esercizio del potere, vengano percepiti dai ragazzi. Il modo di guardare a tali ambiti concorre a determinare gli atteggiamenti ed i comportamenti individuali verso essi. Ad esempio, la percezione di un potere ingiusto, prevaricante, discriminante, opprimente, può contribuire alla scelta di valori antagonisti, alternativi, ad un tale potere. In una situazione di questo tipo, si struttura un atteggiamento di sfida e di rifiuto attivo dell'autorità istituzionale detentrice di un tale potere e allo stesso tempo sorge l'esigenza di trovare in altri ambiti valoriali e associativi giustizia e protezione. Questo atteggiamento di aperta contrapposizione verso l'autorità si traduce in una esplicita affermazione del proprio orientamento antagonista. A tale proposito, una serie di ricerche (Reicher e Emler 1985, Emler e Reicher 1987) hanno confermato empiricamente l'ipotesi di una correlazione tra atteggiamento negativo verso l'autorità istituzionale e l'esplicita ammissione da parte dei soggetti di un coinvolgimento in prima persona in azioni delinquenziali. In altre parole, dal punto di vista di chi ha scelto un orientamento in contrasto con l'autorità istituzionale, contravvenire alle sue norme ed alle sue regole vuol dire coerenza, vuol dire affermare una prospettiva antagonista rispetto a quella di quanti si collocano in linea con tale autorità e sostenere, agli occhi del proprio gruppo, del proprio pubblico, una reputazione alternativa. La necessità di sostenere un'identità positiva ai propri occhi e a quelli degli altri e il bisogno di appartenenza determina, da un lato, una presa di distanza dall'autorità formale e da quei gruppi di adulti e di coetanei che delle sue istanze sono portatori, dall'altro, un'adesione a gruppi che all'autorità formale si contrappongono.
Tornando alla nostra indagine da quanto fin qui rilevato, emergono delle differenze importanti tra maschi e femmine riguardo al modo di percepire ed affrontare l'esperienza scolastica. Per le studentesse salentine la scuola rappresenta in primo luogo un habitat al cui interno è possibile crescere ed imparare. A scuola le ragazze hanno rapporti migliori con i propri insegnanti e sono più pronte a registrare l'esistenza di rapporti di indifferenza e di competizione con i propri compagni. Questo modo diverso di stare a scuola non può che essere legato ad un diverso orientamento verso l'autorità scolastica e le sue regole. A tale proposito, ci è sembrato opportuno sondare l'orientamento dei ragazzi verso il sistema di regole formali e informali che regolano e scandiscono la vita di tutti i giorni a scuola indagando la percezione che i ragazzi hanno della disciplina scolastica e quale sia il loro orientamento rispetto ad essa.
La disciplina scolastica costituisce un corpus normativo che regola la presenza e la convivenza degli individui all'interno dell'istituzione scolastica e sulla cui base i comportamenti individuali vengono giudicati e sanzionati. Si compone di un insieme di regole formali ed informali la cui infrazione provoca una serie di sanzioni (voto in condotta, espulsioni, sospensioni, note, richiami, ecc.). La disciplina in aula, regolata dal Regio Decreto e sopravvissuta al '68, nonostante la presenza dei rappresentanti degli studenti nel Consiglio di Disciplina che i Decreto Delegati hanno consentito, sopravvive come un arcaico sistema di norme e di sanzioni fondato più su un principio di autorità che di responsabilità, più su finalità punitive che educative. Non a caso proprio sul piano della messa in discussione della disciplina scolastica i movimenti studenteschi degli anni '60 e '70 hanno posto una grande enfasi critica.
Nella scuola moderna, aperta alle istanze plurali e cangianti della realtà economica e sociale, la sopravvivenza di un insieme di norme non fondato su diritti e doveri condivisi, su un'etica della responsabilità, su una prassi educativa di composizione e rivalutazione delle posizioni critiche, ma su una asimmetrica distribuzione del potere che si esprime proprio nelle pratiche di valutazione dei rendimenti e della condotta, rappresenta una zavorra che ostacola il percorso educativo e crea uno squilibrio nella dinamica delle relazioni.
Dagli studenti salentini, la disciplina scolastica è vissuta, nel 67% dei ragazzi, come un insieme di regole che insegnano a vivere con gli altri (Ta? 5). Questo dato segnala un'accettazione attiva e non costrittiva dei codici e delle norme che governano la vita scolastica. Si tratta di una scelta che Emler (1993) definirebbe in sintonia con l'autorità formale/istituzionale e che costituisce pertanto una garanzia di permanenza e di successo nell'ambito dell'istituzione e per il proprio futuro in genere.Se la maggioranza degli studenti guarda alla disciplina scolastica
come a dun codice che regola la convivenza esprimendo un'adesione alle sue norme ed un implicito desiderio di ordine, per il restante 33% non è così. Per 11 studenti su 100 la disciplina scolastica è costituita da "regole cui spesso mi ribello", per un altro 10% da "regole che seguo per non essere punito", per un 8% da "regole faticose da accettare". Segue un 2% che non sa come definire il sistema di codici e di norme che regolano la vita scolastica. Da queste risposte emergono due tipi di orientamento: un orientamento contrassegnato da ribellione attiva verso le regole scolastiche e un orientamento di accettazione passiva che si esprime in termini strumentali o nei termini di una adesione normativa comunque faticosa.
Tab. 5 - La disciplina scolastica (%)
Totale Maschi Femmine
Regole che insegnano a vivere con gli altri 66.8 62.1 71.8
Regole cui spesso mi ribello 11.2 14.3 7.8
Regole che seguo per non essere punito 10.2 10.1 10.2
Regole faticose da accettare 8.8 9.7 7.8
Non saprei 2.3 2.4 2.1
Altro 0.9 1.4 0.3
Totale 100.0 100.0 100.0
N=797
Per quanto riguarda le differenze di genere, tra le ragazze la percentuale (71,8%) di coloro che esprimono una percezione positiva delle norme scolastiche è più elevata rispetto ai ragazzi (62,1%). Al contrario, sono soprattutto i ragazzi ad avere un atteggiamento di aperta oppositività rispetto alle norme: il 14,3% dei ragazzi contro il 7,8% delle ragazze.
Anche da tali dati emerge un orientamento diverso delle ragazze rispetto ai ragazzi, un orientamento in linea con la maggiore importanza attribuita all'istruzione, con il maggior impegno nello studio ed infine con percorsi scolastici meno accidentati.
6. Il desiderio di abbandono
La scuola pone gli adolescenti di fronte alla necessità di superare compiti di sviluppo relazionali e cognitivi significativi sia sul piano individuale che sociale. Soprattutto nell'adolescenza l'esperienza scolastica assume un carattere centrale nei vissuti degli adolescenti e si connette indissolubilmente al processo di costruzione dell'identità e di crescita globale della persona (Coleman ed Hendry 1980, trad. it. 1992).
Il passaggio dalla scuola media inferiore alla superiore richiede ai ragazzi di rivisitare e rivedere le modalità di relazione con insegnanti e compagni oltreché i modelli cognitivi di apprendimento. La nuova realtà scolastica esige l'investimento di notevoli energie psicologiche, cognitive, emotive, impone la sperimentazione di nuove strategie cognitive e relazionali, induce a vivere sentimenti contrastanti circa la possibilità di dimostrarsi all'altezza della nuova situazione ed in grado di far fronte alle richieste dell'istituzione scolastica.
In generale, l'esperienza scolastica consente di verificare le proprie capacità e il superamento delle difficoltà, incentiva l'autostima dei ragazzi e sostiene la fiducia nelle proprie possibilità. Inoltre, il modo in cui l'adolescente affronta e risolve i compiti di sviluppo posti dalla scuola viene valutato dagli adulti, insegnanti e genitori, e dai coetanei, soprattutto dagli stessi compagni di classe. La consapevolezza che gli altri riconoscono, accettano ed apprezzano le proprie capacità individuali serve a creare un senso di dignità personale e a consolidare un'immagine di sé competente che si traduce in un atteggiamento di fiducia verso un nuovo evento, nell'affrontare nuove difficoltà (Jackson 1993). Al contrario, un feedback negativo, un'assenza di reazione o una risposta negativa, possono indurre a sperimentare sentimenti di inadeguatezza verso se stessi determinando una perdita di fiducia nelle proprie capacità di affrontare nuove situazioni. In tali circostanze, ad esempio un compito o un'interrogazione difficile, possono verificarsi due soluzioni: la fuga da tale esperienza con un conseguente senso di fallimento oppure una inadeguata partecipazione a cui consegue un probabile fallimento ed un ulteriore feedback negativo.
È evidente che la scelta di abbandonare gli studi avviene in modo graduale, è il risultato di un processo contrassegnato da difficoltà e da feedback negativi con l'ambiente scolastico che minano l'autostima, riducono la fiducia nel riuscire a far fronte ai risultati negativi ed ai problemi relazionali con docenti e compagni (Jackson 1993).
È altresì evidente che i momenti di difficoltà vengano affrontati diversamente a seconda di come vengono elaborati all'interno del contesto familiare. Ad esempio, una variabile importante a tale riguardo è costituita dallo status occupazionale dei genitori: la maggioranza di abbandoni, ripetenze e percorsi accidentati in genere, si verifica lì dove i genitori svolgono un lavoro autonomo o operaio e abbiano un livello culturale basso (cfr. Buzzi et al. 1997). In altre parole, le origini sociali dei giovani si ripercuotono sul loro andamento scolastico, sulla loro capacità di affrontare le difficoltà, sulla possibilità di elaborare gli insuccessi in termini positivi e non di blocco o di fuga, e la scuola non riuscendo a colmare il divario sociale e culturale di partenza determina una selezione sociale che perpetua tale divario (Cobalti e Schizzerotto, 1994).
Chi vive una condizione problematica deve fronteggiare e superare sia le difficoltà connesse alla prestazione scolastica, sia lo stress e il malessere che da questa derivano. Un'esperienza scolastica positiva porta alla consapevolezza di possedere delle qualità socialmente valorizzate e di essere in grado di rispondere positivamente alle richieste dell'ambiente sociale in cui si vive.
Il desiderio di fuga dalla scuola rappresenta una modalità estrema di risoluzione del malessere che deriva dalle difficoltà cognitive e relazionali incontrate dagli studenti. È un percorso che si costruisce gradualmente e dall'andamento non sempre lineare, costellato dall'alternarsi di fughe in avanti e di ritorni indietro, di ripetenze, sospensioni e reiscrizioni, cambi di scuola e di indirizzo (cfr. Merelli 1994). È un percorso inoltre su cui confluiscono fattori diversi: la cultura familiare, l'esperienza scolastica attuale e passata, un orientamento inadeguato, ecc. In ogni caso, è un percorso che inizia quando si affaccia l'idea che fuori dalla scuola si potrebbe stare meglio, si potrebbero trovare ambiti di autorealizzazione e di benessere più adeguati.
Per verificare la presenza di fantasie di abbandono abbiamo chiesto agli studenti salentini se e in che circostanze abbiano pensato di abbandonare la scuola.
I ragazzi che hanno pensato in alcune occasioni di abbandonare gli studi sono circa la metà del campione e coloro che lo hanno pensato spesso sono l'11% (Tab. 6). Si tratta quindi di ben 60 ragazzi su 100 che hanno pensato di risolvere i loro problemi didattici o relazionali a scuola abbandonando il campo.
Tab. 6 - Hai mai pensato di abbandonare gli studi? (%)
Totale Sesso Classi di età
Maschi Femmine 14-15 16-18 >18
Spesso 11.1 11.4 10.8 11.1 10.8 15.2
A volte 49.2 51.2 47.1 44.6 51.8 69.7
Mai 39.7 37.4 42.1 44.3 37.5 15.2
Totale 100.0 100.0 100.0 100.0 100.0 100.0
N=797
Pensare di abbandonare la scuola vuol dire ipotizzare una via d'uscita radicale da una condizione di malessere ed è certamente allarmante che solo poco meno del 40% non abbia mai pensato di abbandonare la scuola. Si tratta di un malessere che riguarda entrambi i sessi con una leggera tendenza da parte delle ragazze a star meglio a scuola rispetto ai ragazzi.
Interessante è soffermarsi sulle diverse fasce d'et£. La prima fascia riguarda l'ingresso nella scuola superiore, l'impatto con tale sistema. Nel primo anno di frequenza la quota di ragazzi che dichiara di non aver mai pensato all'abbandono è più elevata rispetto alle altre fasce d'et£: c'è quindi in ingresso una fiducia in se stessi e/o nell'istituzione, un entusiasmo che prevale sulle difficoltà di inserimento.
Nella seconda fascia d'et£ si riduce la quota di ragazzi che non hanno mai pensato all'abbandono e prevale la quota di ragazzi che lo hanno pensato "a volte".
Infine, nella terza fascia d'et£, quella superiore ai 18 anni, quindi tra coloro i quali frequentano l'ultimo anno o sono ripetenti, è evidente il grado di malessere che traspare dall'aumento di quanti hanno spesso pensato di abbandonare e la diminuzione di quanti non lo hanno mai pensato.
Se il desiderio di abbandonare gli studi può essere considerato un indicatore significativo delle difficoltà e del disagio dello stare a scuola, i risultati fin qui esposti indicano un trend di disagio che cresce con l'età e con la permanenza a scuola. Ciò vuol dire che il sistema scolastico non è in grado di assorbire e contenere il disagio che i ragazzi esprimono e che paradossalmente aumenta con l'avvicinarsi della conclusione del ciclo di studi. È il caso di dire che lo stare a scuola spegne l'entusiasmo dell'esserci.
Veniamo alle differenze di genere. Nel gruppo maschile prevale la quota di quanti hanno pensato "a volte" di abbandonare la scuola: si tratta di più della metà dei ragazzi. Il 37% non lo ha "mai" pensato mentre l'11% lo ha pensato "spesso". Nel gruppo femminile aumenta, rispetto al gruppo maschile, la percentuale di chi non ha "mai" pensato all'abbandono e diminuisce la quota di coloro che lo hanno pensato "a volte". In sintesi, si registra una leggera tendenza nel campione femminile a pensare meno rispetto ai ragazzi di abbandonare gli studi.
In quali momenti in particolare i ragazzi pensano all'abbandono? Quali sono le circostanze che creano malessere, insicurezza, insoddisfazione, tali da elicitare una reazione di fuga dall'ambiente scolastico?
Tra i ragazzi che hanno pensato "spesso" e "a volte" di abbandonare gli studi, le ragioni (Tab. 7) che prevalgono sono innanzitutto la percezione della gravosità degli impegni scolastici, per il 42% del campione, seguita dalla sensazione di frustrazione che consegue ad un brutto voto, per un 40% del campione. Al terzo posto, con un 37% dei ragazzi che si riconoscono in tale situazione, troviamo il senso di oppressione che scaturisce dal dover rispettare le regole (orari, organizzazione delle attività, regole di comportamento, codici disciplinari, ecc.) dell'istituzione.
L'importanza della dimensione relazionale e socializzante viene messa in rilievo soprattutto nell'area dei rapporti con i docenti: circa il 29% dei ragazzi pensa all'abbandono quandi vive una situazione di distacco, di incomprensione, quando non si sente capito dagli insegnanti. Meno importante ma pur di rilievo rispetto alla relazione studente-docente, è l'area dei rapporti con i compagni: circa un 10% dei ragazzi pensa di abbandonare la scuola quando vive una situazione di conflitto con i compagni, quando non c') accordo, sintonia, con i propri compagni.
Un ulteriore ed importante elemento su cui ruotano i pensieri di abbandono riguarda il senso dello studio e dell'impegno scolastico: un 23,5% del nostro campione si interorga e si chiede quale sia il senso dello studio, a cosa serva, come si inscrive nel progetto di vita che si sta costruendo. Siamo quindi nell'area del progetto biografico, nell'area in cui si fa una sorta di bilancio tra le difficoltà che via via si incontrano, le frustrazioni che si vivono, i vincoli che quotidianamente impegnano e limitano la sfera delle libertà individuali. In altre parole, in queste situazioni critiche viene messa in discussione e rivisitata la propria motivazione allo studio e il proprio senso di adeguatezza e competenza nel fronteggiare i momenti difficili.
Per quanto riguarda le differenze tra i sessi, tra le ragazze si registra una tendenza più elevata che nel gruppo maschile a considerare il brutto voto come un elemento di malessere tale da indurre fantasie di abbandono. Evidentemente per le ragazze il brutto voto costituisce un vissuto di frustrazione più pregnante rispetto ai ragazzi. Ciò è senza dubbio collegato alla maggiore importanza che le ragazze assegnano al valore scuola tant'è che, a differenza del gruppo maschile, le ragioni del desiderio di abbandono sono meno legate al chiedersi a cosa serva studiare. Le ragazze hanno meno dubbi su questo, studiare serve a migliorare la propria condizione, serve a se stesse, alla propria evoluzione formativa e personale.
Tab. 7 - Quando si pensa all'abbandono (%)
Totale Maschi Femmine
Quando mi sento soffocato dagli impegni scolastici 42.4 41.6 43.3
Dopo un brutto voto 39.6 36.3 43.3
Quando mi sento oppresso dalle regole 37.0 35.5 33.1
Quando non mi sento capito dagli insegnanti 28.9 27.3 30.1
Quando mi chiedo a cosa serva studiare 23.5 26.1 20.5
Quando non c'è accordo con i compagni 9.6 6.9 12.6
Percentuali calcolate solo sui soggetti che hanno pensato "spesso" e "a volte" di abbandonare gli studi (N=460)
Risposte multiple.
7. Conclusioni
Il percorso fin qui compiuto all'interno dell'esperienza scolastica dei ragazzi e delle ragazze del Salento pone in rilievo alcuni importanti elementi di diversità tra maschi e femmine in ordine ai significati, alle modalità di relazione con l'ambiente, ai vissuti di abbandono.
Le differenze di genere nella valutazione dell'esperienza scolastica sono evidenti fin dall'inizio del nostro percorso d'interrogazione e riguardano il senso da attribuire alla scuola. Per le ragazze si tratta in primo luogo di un'esperienza il cui senso va inscritto nell'ambito di una crescita globale di sé ed in minor misura, rispetto al gruppo dei ragazzi, di un mezzo necessario per il futuro lavoro. Questo diverso modo di guardare la propria condizione di studente non può non avere ripercussioni sulle relazioni che si instaurano con l'ambiente sociale e normativo. Difatti, i rapporti delle ragazze con i propri insegnanti si caratterizzano in termini meno oppositivi e meno distanti emotivamente. Allo stesso modo, il modo delle ragazze di porsi di fronte alle regole dell'istruzione, è improntato ad una percezione della disciplina scolastica come un insieme di regole che orientano la convivenza tra persone e rispetto alle quali solo una piccola parte del campione femminile vive un atteggiamento di ribellione. Questo risultato è estremamente importante perché indica un orientamento delle ragazze in direzione di una maggiore adesione, rispetto ai ragazzi, ai valori ed alle norme istituzionali, un orientamento, che come abbiamo visto in precedenza, costituisce una garanzia di permanenza nell'istituzione e per il proprio futuro scolastico e lavorativo.
Nello scenario così delineato non c'è quindi da sorprendersi sele relazioni con i compagni presentino aspetti controversi. Innanzitutto occorre rilevare che pur nell'ambito di rapporti che la stragrande maggioranza dei ragazzi e delle ragazze definiscono in termini affettivamente positivi, si registra una tendenza nel gruppo delle ragazze a segnalare rapporti contrassegnati da indifferenza e da competizione e rivalità.
Inoltre, se nel campione femminile è alta la quota che indica di avere con i propri compagni rapporti di simpatia e aiuto reciproco, si tratta comunque di una quota meno entusiasticamente elevata rispetto al gruppo dei ragazzi. Rispetto a tali dati, possiamo ipotizzare una maggiore attenzione e sensibilità a cogliere nella dinamica delle relazioni tra pari elementi di indifferenza e competitività e, in linea con i risultati dell'ultima indagine Iard (Buzzi et al. 1997), una tendenza nelle ragazze a privilegiare la funzione cognitiva della scuola e in particolare il ruolo da essa svolto per la propria crescita personale e culturale. I ragazzi, alcontrario, sembrano privilegiare la funzione di socializzazione della scuola soprattutto nella sfera delle relazioni tra pari.
Nel complesso, i risultati confermano quanto rilevato nelle indagini che hanno centrato l'attenzione sulle differenze di genere nella percezione e valutazione dell'esperienza scolastica (3) e cioè che un senso dello studio fondato su una dimensione globale della crescita della persona, un maggior impegno cognitivo ed emozionale, una più forte adesione ai valori ed alle norme dell'istituzione, non possono non tradursi per le ragazze in un minor desiderio di fuga e di abbandono della scuola.
1) Il tasso di scolarità è dato dal rapporto tra il numero degli iscritti, nell'anno scolastico preso in esame, su cento coetanei.
2) Cfr. tra gli altri: Censis 1994, 1995, 1996; Cavlli e De Lillo (a cura di) 1988, 1993; Buzzi, Cavalli e De Lillo (a cura di) 1997; Merelli 1994.
3) Cavalli e De Lillo 1988, 1993; Buzzi et al. 1997; Merelli 1989, 1994.
CAPITOLO QUINTO
I valori e le norme
1. La scala dei valori degli studenti salentini
Come dimostrano la quasi titalità delle ricerche sugli adolescenti e i giovani (1), lo studio dei valori costituisce un'area che non cessa di attrarre l'attenzione degli studiosi. Inoltre, i valori vengono continuamente evocati dal senso comune nei discorsi quotidiani sui giovani e rappresentano una chiave di lettura della condizione giovanile soprattutto nel confronto con le precedenti generazioni. Una delle ragioni fondamentali di tale interesse consiste nel fatto che le persone non hanno semplicemente dei valori, cioè dei criteri guida del proprio comportamento e di valutazione della propria e altrui azione, ma sono continuamente impegnate ad esprimerli nelle azioni o nei resoconti di azioni. Azioni e resoconti rivelano agli altri l'impegno verso i valori prescelti, un impegno che viene continuamente vagliato dagli altri. In questo modo, il nostro comportamento viene giudicato dagli altri sulla base della conguenza e dell'impegno verso i valori attraverso un processo di validazione in cui le nostre azioni morali sono continuamente valutate e controllate (Emler 1993). Ciò non significa che il contenuto delle comunicazioni tra le persone riguardi esplicitamente e direttamente i valori, questi infatti sono inferibili indirettamente dalle azioni, dalle discussioni, dai commenti, sul proprio modo di agire e su quello degli altri, ma che nel nostro comportamento quotidiano una buona parte della comunicazione con gli altri riguardadirettamente o indirettamente i valori e la congruenza tra essi ed i comportamenti messi in atto.
Se quindi i valori compongono la nostra sfera morale e orientano l'azione individuale e collettiva, chiedersi quali siano i valori di riferimento diventa una domanda centrale per capire come gli adolescenti e i giovani costruiscano le loro azioni rispetto ai propri valori di riferimento e rispetto ad altri modelli valoriali presenti nel contesto sociale. A tale proposito, occorre sottolineare come le nostre società post-moderne, differenziate e complesse, abbiano moltiplicato le cerchie sociali di appartenenza e posto l'individuo davanti ad una pluralità di valori e quindi, in ultima analisi, davanti alla scelta dei valori a cui aderire. In un contesto sociale che propone una pluralità di modelli valoriali rispetto ai quali, all'interno di una comunità, possono registrarsi aree di consenso ma anche aree di conflitto, è quindi centrale chiedersi quali scelte, quali valori, siano disponibli all'adolescente, quale equilibrio tra scelte contrapposte potrà raggiungere, quali modalità di espressione sono disponibili, quali scelte vengono sostenute.
Rispetto a questa pluralizzazione dei riferimenti valoriali che i giovani si trovano davanti è possibile individuare delle linee di tendenza caratterizzanti gli attuali orientamenti delle giovani generazioni (Colozzi 1997, Gubert 1992, Scaglia 1992). In riferimento alle precedenti generazioni, per le quali valori quali famiglia e religione (tipici della cultura contadina) o lavoro e politica (tipici della cultura moderna) componevano l'asse portante del sistema del sistema di valori le attuali generazioni si differenziano per l'adesione a valori propri della cultura post-moderna e ancorati, da un lato, alla qualità della vita ed all'uso del tempo libero, e, dall'altro, alle relazioni sociali intese in senso esteso e comprendenti non solo le reti familiari ma anche e soprattutto le reti amicali. In tale quadro culturale, valori di riferimento diventano il tempo libero nelle sue diverse espressioni e l'amicizia intesa nel senso di appartenenze plurime a diverse tipologie di gruppo formali e informali. Proprio l'amicizia rappresenta un valore la cui rilevanza è in continua crescita nell'universo valoriale dei giovani (Buzzi et al. 1997) tanto da superare il valore famiglia (Colozzi 1997) che da sempre detiene il primo posto nella graduatoria dei valori dei giovani. In un tempo libero e liberato dal lavoro e dagli impegni sociali, politici, religiosi, per le nuove generazioni il punto di osservazione da cui guardare il mondo è rappresentato dal proprio Sè e dal bisogno di autorealizzazione nei diversi contesti di vita: studio, lavoro, amicizie, attività connesse al tempo libero.
Se queste linee di tendenza generali caratterizzano gli orientamenti dei giovani italiani e li colloca sulla stessa scia dei loro coetanei europei, alcune differenze importanti si registrano per i giovani meridionali (Ibidem). In particolar modo, per quanto riguarda la famiglia e l'amicizia si registra una tendenza a carico dei giovani meridionali ad assegnare alla prima maggior rilevanza ed alla seconda minor rilevanza rispetto ai coetanei delle altre regioni d'Italia ed ai coetanei europei: per entrambi la scelta del valore amicizia precede il valore famiglia. Sembra quindi sopravvivere nel Sud una cultura familistica che per molti versi avvicina i giovani meridionali più ai propri padri che non ai propri coetanei europei (Ibidem).
Al fine di comporre la costellazione dei valori dei giovani studenti salentini, abbiamo chiesto agli intervistati quale importanza abbiano per loro valori quali: famiglia, lavoro, amore, amicizia, libertà, giustizia sociale, solidarietà, religione e tradizioni.
La graduatoria dei valori che i giovani del campione compongono, vede ai primi posti, tra le cose "molto" importanti, innanzitutto famiglia e lavoro (cfr. Tab. 1). Per più dell'80% degli studenti intervistati al mondo degli affetti primari, del sostegno e della sicurezza emotiva, dell'appartenenza, è attribuita un'importanza pari a quella attribuita al mondo della sicurezza materiale ed economica.
Amore e libertà sono considerati "molto" importanti dal 69% del campione seguiti a breve distanza da giustizia sociale e amicizia. Negli ultimi posti della scala compare la solidarietà, "molto" importante per il 47% dei giovani intervistati, mentre in coda alla graduatoria troviamo la religione e infine le tradizioni.
È interessante considerare le differenze di genere nella scelta dei valori "molto" importanti (Tab. 1a). Famiglia e lavoro si collocano ai primi posti in entrambi i sessi così come per entrambi religione e tradizioni si collocano agli ultimi posti della scala valoriale. Alcune differenze si registrano per quanto riguarda la giustizia sociale: considerata dal 70% delle ragazze "molto" importante rispetto al 56,7% dei ragazzi. La giustizia sociale e cioè il valore dell'uguaglianza delle opportunità tra maschi e femmine, poveri e ricchi, deboli e forti, rappresenta per le ragazze un valore importante tanto quanto l'amore e l'amicizia. Questo dato è ulteriormente confermato dalla scelta della solidarietà come valore "molto" importante per le ragazze (53,4%) rispetto ai ragazzi (41,6%).
Rispetto alla graduatoria dei valori, se per le ragazze alla famiglia, al lavoro, seguono giustizia sociale, amore e amicizia, per i ragazzi seguono libertà, amore, amicizia. Un'ulteriore differenza tra i sessi è data dal fatto che per le ragazze la religione è molto importante nel 36% dei casi mentre per i ragazzi nel 23% dei casi.
Tab. 1 - Le cose importanti nella vita (%)
Molto Abbastanza Poco Per niente
Famiglia 80.9 17.5 1.3 0.4
Lavoro 80.5 19.1 0.4 0.0
Amore 69.0 27.4 3.4 0.3
Libertà 68.9 28.4 2.6 0.1
Giustizia sociale 63.2 30.4 5.2 1.3
Amicizia 62.7 34.4 2.6 0.3
Solidarietà 47.3 45.2 6.4 1.1
Religione 29.0 40.5 21.2 9.3
Tradizioni 11.1 38.7 39.4 10.8
Tab. 1a - Valori "molto" importanti disaggregati per sesso (%)
Totale
Maschi
Femmine
Famiglia 80.9 80.1
81.7
Lavoro 80.5 79.4 81.7
Amore 69.0 70.0 67.9
Libertà 68.9 71.6 65.9
Giustizia sociale 63.2 56.7 70.1
Amicizia 62.7 61.1 64.5
Solidarietà 47.3 41.6 53.4
Religione 29.0 22.7 35.8
Tradizioni 11.1 12.2 10.0
Lo scenario delle cose che i giovani studenti salentini ritengono importanti presenta degli elementi di diversità interessanti rispetto allo scenario esposto nelle indagini nazionali. Nell'ultima indagine IARD (Buzzi er al. 1997) il lavoro si colloca al quinto posto nella graduatoria dei valori del campione nazionale, dopo famiglia, amore, amicizia, libertà e democrazia e al nono posto nella graduatoria del gruppo di età inferiore ai 18 anni. Al contrario, per gli studenti del Salento, il lavoro eguaglia la famiglia per la centralità del significato che assume nella vita.
Tentando di sintetizzare in un quadro d'insieme i risultati emersi possiamo concludere come emerga uno scenario valoriale orientato da bisogni di sicurezza fisica, sociale ed economica, simbolicamente rappresentati da valori quali famiglia e lavoro, uno scenario in cui agli ideali di giustizia, solidarietà, amore, amicizia, si preferiscono ambiti maggiormente ancorati all'essenzialità, alla quotidianità e alla strumentalità dell'esistenza. Se le società postématerialistiche si caratterizzano per l'affermazione di orientamenti di valore incardinati su bisogni di autorealizzazione e di qualità delle relazioni umane più che su bisogni di sicurezza tipici delle società materialiste (Inglehart 1977, trad. it. 1983) per i giovani salentini il centrare su famiglia e lavoro il proprio universo di valori indica il prevalere di una cultura della sicurezza fisica, sociale e materiale più che espressiva e relazionale.
In tale scenario, le ragazze appaiono maggiormente sensibili verso dimensioni legate a valori egualitari e solidaristici quali giustizia sociale e solidarietà, e più impegnate sul versante religioso rispetto ai ragazzi che appaiono proprio per questi elementi esprimere un più marcato orientamento esistenziale materialista e pragmatico ed una maggiore chiusura verso gli altri e le loro istanze sociali. Le parole d'ordine degli studenti salentini sembrano essere: prima di tutto la famiglia come luogo di sicurezza affettiva e materiale ed il lavoro come àncora per il proprio futuro.
2. Morale sociale e morale individuale
Il divario tra morale sociale e morale individuale è sempre stato considerato un elemento specifico e caratterizzante la condizione giovanile. Ai giovani viene ascritta una maggiore tendenza trasgressiva rispetto agli adulti, orientamenti morali più liberi, permissivi e meno vincolanti l'agire individuale, più esploratori e meno convenzionali rispetto alla generazione più adulta. Inoltre, i giovani tendono a valutare se stessi come più permissivi, tolleranti e meno rigidi rispetto al mondo adulto. Questo divario dopo essere stato stabile negli anni '80 (Cavalli e De Lillo 1988) ha iniziato negli anni '90 a farsi più marcato, indicando una ulteriore distanza tra mondo adulto e giovani, che è andata sempre più aumentando negli ultimi anni registrando un ulteriore incremento della tendenza a trasgredire non solo regole culturali e di costume ma anche a violare norme legali codificate (2). Questo aumento della propensione trasgressiva delle ultime generazioni è particolarmente evidente nella accresciuta tolleranza verso l'abuso di alcool e soprattutto verso il consumo di droghe leggere.
Al fine di delineare il contesto etico all'interno del quale i giovani salentini intervistati si collocano, abbiamo posto una serie di domande relative alla percezione morale comune e alla loro morale personale. Per quanto riguarda la morale comune abbiamo chiesto agli intervistati quale siano dal loro punto di vista i comportamenti che percepiscono come condannati dalla società. Ciò consente di indagare la percezione che i ragazzi hanno delle azioni biasimate nell'ambiente di vita immediato. Si tratta di sondare quel vasto insieme di regole e norme che segnano il limite tra comportamenti trasgressivi e devianti. In altre parole, si delinea in tal modo, da un lato, la rappresentazione dei codici morali di riferimento presenti nel contesto sociale immediato, dall'altro, l'atteggiamento di accettazione o rifiuto rispetto ad essi. Riguardo quest'ultimo aspetto, relativo all'etica individuale, sono state poste due domande: una relativa alla reazione emotiva degli intervistati rispetto ai comportamenti elencati e uma seconda riguardante quali degli stessi comportamenti non si esclude di poter mettere in atto. Quest'ultima domanda consente di valutare la propensione trasgressiva dei giovani e di delineare il ventaglio di azioni possibili ed ammesse nell'ambito della propria morale personale.
Per una più agevole esposizione abbiamo suddiviso i temi proposti nelle seguenti aree tematiche (3).
- area delle regole e dei doveri quotidiani. In quest'area sono stati raggruppati quei comportamenti legati al rapporto con le regole del vivere quotidiano dei ragazzi: marinare la scuola, viaggiare sui mezzi pubblici senza biglietto, rifiuto delle regole familiari, rifiuto delle regole scolastiche, prendere qualcosa in negozio senza pagare;
- area della morale sessuale. Quest'area comprende una serie di comportamenti legati alla sessualità e ai rapporti con l'altro sesso: avere esperienze omosessuali, tradire il proprio partner, andare con una prostituta, avere rapporti sessuali senza essere sposati, convivere senza essere sposati;
- area dell'ingiustizia e della violenza. I comportamenti considerati in quest'area fanno riferimento ad azioni chiaramente distruttive sia verso le persone che verso le cose: co,pere azioni terroristiche, teppismo, razzismo, sopraffazione dei più deboli, fare a botte per far valere le proprie ragioni;
- area della cura di sè. Vengono qui presi in considerazione alcuni dei più frequenti comportamenti pericolosi verso se stessi e la propria salute: uso di droghe pesanti, fumare marijuana, ubriacarsi;
- area del valore della vita umana. I comportamenti inseriti in quest'ambito sono aborto e suicidio e riguardano quindi il valore della vita umana prima della nascita e il suo valore davanti ad un'azione estrema di negazione di essa.
Per ogni area di comportamenti presenteremo le risposte emerse riguardo la percezione della morale sociale (Tab. 2), le reazioni soggettive che i comportamenti presenti in tali area hanno suscitato nei ragazzi (Tab. 3) e i comportamenti che i ragazzi non escludono di poter mettere in atto (Tab. 4).
2.1 Percezione della morale sociale
È certamente difficile separare contesti intrinsecamente correlati quali morale comune e morale individuale e ciò non solo per l'interdipendenza connaturata a questi ambiti ma soprattutto per l'artificiosità di una dicotomizzazione che rischia di occultare la ricorsività dei processi implicati. Mondo esterno e mondo interno, codici esterni e codici interni, morale comune o sociale e morale individuale, declinano un rapporto tra se stessi e gli altri caratterizzato da complessità e da scambi simbolici che contrassegnano la posizione individuale rispetto al mondo esterno. In tale complesso scambio tra sè e il mondo l'individuo può collocarsi su posizioni diverse di conformismo o di antagonismo, di accettazione o di rifiuto, in una dinamica che richiama i processi di identificazione con gli altri e i codici esterni e di differenziazione dagli altri e dai codici esterni. Identificazione e rappresentazione rappresentano i poli di continuum processuale che modula e modella la nostra identità personale e sociale e, in definitiva, il nostro modo di essere nelle relazioni con gli altri e con i codici normativi e valoriali (4). Nell'adolescenza si verifica una situazione nella quale i bisogni di differenziazione, di distinzione dagli altri emergono con forza e affliggono con un altrettanto forte bisogno di appartenenza, di identificazione con gli altri. Non è infatti certamente raro osservare l'alto grado di omologazione interno ai gruppi adolescenti e l'altrettanto visibile e accentuata differenziazione da altri gruppi di adolescenti e dagli adulti. In tale prospettiva, chiedersi quale percezione gli adolescenti abbiano della morale comune e quale sia la propria posizione rispetto ad essa acquista il significato di una definizione di se stessi rispetto al mondo adulto, alla società e alle sue regole.
Nella nostra indagine tra gli studenti salentini, l'area delle regole e dei doveri quotidiani offre uno spaccato dello scenario etico che i ragazzi percepiscono intorno a loro riguardo le regole di comportamento inscritte nei contesti sociali di vita più prossimi (cfr. Tab. 3). Si tratta di uno scenario che si presenta globalmente molto permissivo e tollerante. In primo luogo, "viaggiare sui ,ezzi pubblici senza biglietto" è considerato dal 75% del campione un comportamento non suscettibile di condanna sociale, solo un quarto del campione lo considera un comportamento "abbastanza" (18,6%) o "molto" (6,6%) condannato. Nello stesso modo, "prendere qualcosa in un negozio senza pagare", rappresenta, per il 63% dei giovani salentini, un comportamento "poco" o "per niente" condannato, un comportamento in qualche modo tollerato o comunque tale da non determinare una condanna forte tant'è che solo per l'8% del campione rubare in un negozio è considerata un'azione "molto" condannata.
Per quanto riguarda il sistema di regole che governa la vita quotidiana dei ragazzi e cioè le regole scolastiche e le regole familiari, marinare la scuola è per la stragrande maggioranza dei ragazzi un comportamento "poco" (33,3%) o "per niente" (43,8%) condannato; solo un 6% lo considera "molto" condannato. I ragazzi registrano un atteggiamento permissivo verso le assenze ingiustificate e verso quella forma di trasgressione dall'obbligo della presenza, un dato questo che trova conferma nel fatto che solo il 10% percepisce una forte condanna verso atteggiamenti di rifiuto delle regole scolastiche. In altre parole, i ragazzi sembrano percepire intorno a sé un atteggiamento di tolleranza verso comportamenti di rifiuto dei codici scolastici. Anche per quanto riguarda le regole familiari si registra lo stesso atteggiamento di tolleranza: solo il 16,3% del ca,pione considera il rifiuto delle norme familiari un fatto ",olto" condannato dalla società mentre il 57% dei casi come "poco" o "per niente" condannato.
Tab. 2 - comportamenti condannati dalla società (%)
Molto Abbastanza Poco Per niente
Area delle regole e dei doveri quotidiani
Rifiuto delle regole familiari 16.4 35.1 32.7 15.7
Rifiuto delle regole scolastiche 10.2 32.7 40.4 16.8
Prendere qualcosa in un negozio senza pagare 8.5 28.0 44.1 19.4
Viaggiare sui mezzi pubblici senza biglietto 6.6 18.6 45.2 29.7
Marinare la scuola 6.1 16.8 33.3 43.8
Area dell morale sessuale
Avere esperienze omosessuali 23.5 25.0 25.1 26.4
Tradire il proprio partner 17.4 24.0 29.4 29.3
Andare con una prostituta 16.5 24.2 32.8 26.6
Avere rapporti sessuali senza essere sposati 14.0 13.1 29.1 43.8
Convivere senza essere sposati 13.4 22.6 29.8 34.2
Area dell'ingiustizia e della violenza
Compiere azioni terroristiche 39.0 32.2 21.8 7.1
Razzismo 37.6 27.1 23.2 12.0
Sopraffazione dei deboli 24.9 25.5 30.0 19.6
Teppismo 23.6 24.3 46.3 5.8
Fare a botte per far valere le proprie ragioni 10.3 22.9 42.6 24.2
Area della cura di sé
Uso di droghe pesanti 26.6 26.3 38.3 8.8
Fumare marijuana 17.4 23.1 40.2 19.4
Ubriacarsi 13.7 28.1 34.1 24.1
Area del valore della vita umana
Aborto 34.7 29.0 20.5 15.8
Suicidio 21.7 29.5 29.9 18.9
Nell'area della morale sessuale, il comportamento percepito come più condannato riguarda le esperienze omosessuali: circa la metà degli studenti intervistati avverte una morale comune che biasima "molto" o "abbastanza" i rapporti omosessuali. Per gli altri comportamenti dell'area si registra una certa tolleranza che segnala come i comportamenti legati all'area della sessualità siano sempre più inscritti nell'ambito della sfera di una morale privata che non pubblica.
Tra le azioni aggressive verso persone e cose presenti nell'area dell'ingiustizia e della violenza, le azioni di teppismo sono per il 52% dei ragazzi "poco" o "per niente" condannate. Per più della metà dei ragazzi si tratta di azioni che sono in qualche modo di lieve entità e che non suscitano un allarme sociale forte e significativo. Nell'elenco dei comportamenti che abbiamo messo a disposizione dei ragazzi quello che è considerato il più grave dal punto di vista della condanna e del biasimo sociale è il compiere azioni terroristiche: Per il 71% dei ragazzi si tratta di azioni "molto" (39%) o "abbastanza" (32%) condannate contro un 29% che considera "poco" o "per niente" condannate. Il 67% del nostro campione percepisce un atteggiamento di scarsa o inesistente condanna verso azioni in cui le proprie ragioni vengono affermate con la forza. Solo il 10% dei ragazzi considera il "fare a botte per far valere le proprie ragioni" un comportamento "molto" condannato rispetto ad un 43% che lo considera "'poco" condannato e un 24% "per niente". Traspare qui evidente come venga percepito dai ragazzi un atteggiamento di tolleranza verso l'affermazione forte delle proprie ragioni anche attraveso l'uso della forza fisica.
Nell'area della cura di sé, la maggior parte dei ragazzi considera l'assunzione di droghe pesanti un comportamento "poco" condannato nella nostra società. Il campione si divide praticamente in due tra chi ritiene tale comportamento "molto" o "abbastanza" condannato e chi percepisce la reazione ad esso come "poco" o "per niente" condannato. L'uso di droghe pesanti è percepito come ",olto" condannato solo da un 27% circa del campione.
Fumare marijuana è considerato un comportamento socialmente "poco" o "per niente' condannato. Abbiamo preferito specificare "marijuana" e non mettere un generico "uso di droghe leggere" allo scopo di indagare quanto l'assunzione della sostanza più leggera in circolazione sia vissuta dai ragazzi come socialmente tollerata ed allo scopo di evitare confusioni con sostanze come l'extasy che possono essere a torto considerate leggere. L'uso di marijuana è solo per il 17% dei ragazzi un comportamento "molto" condannato nella società rispetto ad un 40% che lo considera "poco" condannato.
Passando dal consumo di droghe agli alcoolici, abusare di alcool fino ad ubriacarsi è visto dai ragazzi come un comportamento "poco" o "per niente" condannato nel 58% dei casi contro un 42% che lo vede come "molto" o "abbastanza" condannato.
L'area del valore della vita umana segnala un orientamento sociale di forte condanna verso l'aborto. Su questo tema i ragazzi avvertono un atteggiamento che il 35% definisce di forte condanna ed un altro 29% considera "abbastanza" condannato.
Sul suicidio il campione si divide a metà tra chi percepisce nell'ambiente sociale un atteggiamento di condanna e chi al contrario lo considera "poco" o "per niente" condannato.
Nel complesso, dalla rappresentazione degli studenti salentini emergeuno scenario etico tollerante epermissivo per gran parte dei comportamenti proposti. I giovani non sentono una condanna sociale forte se non per alcuni comportamenti quali l'aborto, il terrorismo e il razzismo. Per il resto segnalano una scarsa condanna sociale nell'area delle regole e dei doveri quotidiani i cui comportamenti vengono considerati dalla maggior parte del campione come non suscettibili di biasimo e condanna sociale nell'ambito della morale sessuale indica che i giovani percepiscono un'apertura sempre maggiore verso comportamenti un tempo stigmatizzati.
Preoccupante è invece l'allentamento etico che i giovani percepiscono riguardo nell'area dell'ingiustizia e della violenza. Qui, se da un lato viene registrata una forte condanna sociale per terrorismo e razzismo, dall'altro, comportamenti di sopraffazione dei più deboli, di teppismo e soprattutto di legittimazione dell'uso della forza per affermare le proprie ragioni, vengono considerati da una consistente quota di studenti non condannati. Sembra prendere corpo la sensazione, emersa riguardo la scala dei valori, di una noncuranza dell'altro che qui assume i connotati della giustificabilità sociale di una affermazione di sé anche quando ciò comporti il mettere in una posizione di difficoltà l'altro. In altre parole, trova conferma come, in un universo di valori dominato da un orientamento individualista, pragmatico, e strumentalmente volto alla realizzazione di bisogni primari di sicurezza, le istanze degli altri, anche piu deboli, siano in qualche modo secondarie rispetto a sé stessi e alle proprie ragioni.
Nella direzione della percezione di un venir meno generale di un'etica sociale forte anche i comportamenti inclusi nell'area della cura di sè vengono percepiti come "poco" o "per niente" condannati tant'è che fare uso di marijuana e ubriacarsi sono considerati da circa il 60% dei giovani intervistati comportamenti che non destano allarme e condanna sociale.
L'impressione generale che si ricava è che i ragazzi si sentano immersi in un sistema di regole e di norme eticamente fluide e permissive che, salvo eccezioni, non pongono loro vincoli e divieti insormontabili.
2.2. Morale individuale
Dopo aver delineato l'insieme di comportamenti che i ragazzi intervistati sentono più o meno disapprovati dalla società, vediamo ora quali sono le loro reazioni personali rispetto agli stessi comportamenti. Le risposte a tale domanda e alla successiva, relativa ai comportamenti che non si esclude di poter mettere in atto, ci consentiranno di comporre lo sfondo morale di riferimento personale.
Rispetto alla gamma di comportamenti proposti le reazioni emotive considerate sono: rabbia, preoccupazione, indifferenza, tolleranza e curiosità. Si va quindi da un livello massimo di indignazione e disapprovazione ad un massimo di attrazione verso i comportamenti proposti.
L'area delle regole e dei doveri quotidiani (Tab. 3) si caratterizza come un'area ampiamente permissiva e tollerante. Viaggiare senza pagare il biglietto e marinare la scuola sono comportamenti che non suscitano reazioni emotive forti. Al contrario, è interessante notare come il rifiuto delle regole poste in famiglia, e quindi la contrapposizione con il mondo familiare, sia vissuta con preoccupazione dai ragazzi.Solo in un 19% del campione il "prendere qualcosa in un negozio senza pagare" suscita un sentimento di rabbia. Si conferma qui una sostanziale omogeneità tra morale sociale e morale individuale in cui la prima viene ancor più dilatata e resa flessibile.
Tab. 3 - Reazione rispetto ai seguenti comportamenti (%)
Rabbia Preoccupazione Indifferenza Tolleranza Curiosità
Area delle regole e dei doveri quotidiani
Rifiuto delle regole familiari 15.6 49.9 16.3 14.3 3.8
Rifiuto delle regole scolastiche 10.2 35.1 32.4 15.8 6.4
Prendere qualcosa in un negozio senza pagare 19.4 33.3 29.9 12.4 5.0
Viaggiare sui mezzi pubblici senza biglietto 8.3 16.9 44.6 22.1 8.1
Marinare la scuola 3.8 13.7 44.0 22.9 15.6
Area della morale sessuale
Avere esperienze omosessuali 14.9 24.3 31.9 20.4 8.5
Tradire il proprio partner 43.8 21.7 17.7 10.8 6.1
Andare con una prostituta 12.3 23.3 31.8 10.1 11.5
Avere rapporti sessuali senza essere sposati 6.7 14.1 41.3 25.7 12.3
Convivere senza essere sposati 8.3 11.5 45.1 26.7 8.4
Area dell'ingiustizia e della violenza
Compiere azioni terroristiche 64.9 28.7 4.3 0.9 1.3
Razzismo 79.5 13.2 3.7 2.6 1.0
Sopraffazione dei più deboli 78.6 15.4 3.4 1.9 0.6
Teppismo 54.9 36.3 3.9 2.4 2.5
Fare a botte per far valere le proprie ragioni 40.7 25.8 17.1 13.6 2.9
Area della cura di sè
Uso di droghe pesanti 26.1 55.0 13.0 3.4 2.5
Fumare marijuana 18.8 39.5 22.6 9.6 9.6
Ubriacarsi 20.9 42.1 22.3 10.6 2.0
Area del valore della vita umana
Aborto 53.4 20.3 10.5 14.8 1.0
Suicidio 36.9 43.9 10.9 4.9 3.4
Più coinvolgente dal punto di vista delle reazioni, e non poteva che essere così, è l'area della morale sessuale. Qui, rispetto ad una generale permissività che vede i ragazzi flessibili e tolleranti, il tradimento balza immediatamente in evidenza come comportamento che suscita nei ragazzi innanzitutto rabbia. Rispetto alla morale comune si delinea una posizione di minor permissivismo: i giovani si propongono come più intransigenti degli adulti riguardo il tradimento. Si tratta di un dato che trova conferma nelle indagini nazionali (Buzzi 1993, 1997) e indica come l'orientamento giovanile verso la sessualità sia aperto e tollerante, comprese le esperienze omosessuali, ma rigoroso nei rapporti di coppia e verso, come vedremo più avanti, una scelta morale importante quale l'aborto.
Nell'area dell'ingiustizia e della violenza, morale sociale ed individuale appaiono distanziate. La grande maggioranza dei ragazzi intervistati ha reazioni emotive di rabbia e di preoccupazione rispetto al terrorismo, al razzismo e al teppismo percepiti come azioni in molti casi "poco" o "per niente" condannate dalla società. Si conferma la tradizionale tendenza dei giovani a percepirsi come più coinvolti e reattivi rispetto agli adulti verso i temi dell'ingiustizia sociale e dei soprusi verso i più deboli. La stessa tendenza, anche se in misura più ridotta rispetto agli altri comportamenti, si afferma per il far valere le proprie ragioni con la forza. Dinanzi ad una morale sociale che, per il 67% del campione, condanna "poco" o "per niente" l'uso della forza, i ragazzi si pongono provando rabbia (40,7%) o preoccupazione (25,8%). Il resto del campione ha un orientamento di maggior permissivismo rispetto all'iso della forza fisica come mezzo per far valere le proprie ragioni: un 17% è indifferente verso tali manifestazioni, un 14% tollerante ed un 3% curioso. In sintesi, per un 34% dei giovani salentini l'affermazione di sè può anche passare attraverso l'uso delle mani. È un risultato su cui occorre riflettere e che viene confermato dalle risposte alla domanda successiva riguardante i comportamenti che non si esclude di poter mettere in atto, in cui, come vedremo nel prossimo paragrafo, un 24% dei ragazzi (cfr. Tab. 4) ipotizza di poter ricorrere ad un tale comportamento.
L'area della cura di sé, racchiude una serie di domande relative all'assunzione di sostanze quali alcool e droga. Sia rispetto alle droghe pesanti che verso la marijuana, i giovani sentono allentato il biasimo e la riprovazione sociale tant'è che un'ampia parte del campione considera la loro assunzione come "poco" o "per niente" condannata dalla società.
Le droghe pesanti suscitano soprattutto preoccupazione (55%) e rabbia (26,1%) nei ragazzi. C'è comunque una quota di indifferenti, tolleranti e curiosi verso tali sostanze che aumenta sensibilmente quando si tratta di marijuna. Rispetto a quest'ultima esiste una sostanziale similitudine nell'orientamento dei ragazzi tra marijuna e alcool. E' come se fossero considerate in qualche modo simili o cumunque vicine negli effetti e nelle implicazioni emotive. I valori delle risposte nell'abuso di alcool sono praticamente sovrapponibili all'uso di marijuna con un'unica differenza degna di nota a carico dei curiosi (2%) che sono in minor numero rispetto a chi dichiara di provare curiosità verso l'uso di marijuna (9,6%). Questo dato può essere letto come una maggiore contiguità dei giovani con l'alcool e quindi con una minore curiosità. In linea generale, ed in concordanza con altre ricerche su un campione nazionale (Buzzi 1994) prevale una tendenza a sdrammatizzare l'uso di marijuna e l'abuso di alcool.
Nell'area del valore della vita umana, si segnala una concordanza tra l'orientamento verso l'aborto degli studenti e la morale comune. Più della metà degli intervistati prova verso l'aborto un sentimento di rabbia ed un 20% di preoccupazione.
Il suicidio desta nei ragazzi innanzitutto preoccupazione (43,9%) e rabbia (36,9%) rispetto ad una morale sociale che per il 39% del campione si occupa "poco", nel senso che non ha forti reazioni di disapprovazione, di fronte ad un evento così rilevante. E' quindi un ambito che coinvolge i ragazzi e suscita forti reazioni emotive. Non meno importante è la quota di ragazzi che si dichiarano indifferenti rispetto a questo comportamento (10,9%). Ancor più allarmante è quel 5% che ha un atteggiamento di tolleranza, nel senso che ognuno può far quel gli pare, e quel 3,4% che si dichiara curioso.
Il quadro di sintesi che emerge da questo sondaggio delle reazioni soggettive vede i giovani intervistati provare sentimenti di rabbia soprattutto nell'area dell'ingiustizia e della violenza. E' in quest'area che i giovani esprimono maggiormente i propri sentimenti egualitari e di riprovazione dei comportamenti violenti e ingiusti eccezion fatta per il "fare a botte per far valere le proprie ragioni" che nel 17% del campione suscita indifferenza e in circa il 14% tolleranza. Nelle altre aree la sensazione di rabbia domina nei riguardi dell'aborto e del tradimento. A fronte di un ampio permissivismo e liberalità dei comportamenti, comprese le esperienze omosessuali, l'aborto provoca reazioni di rabbia in più della metà dei ragazzi intervistati così come "tradire il proprio partner" è fonte di rabbia per 44 ragazzi su 100.
Sul versante dei comportamenti che suscitano preoccupazione occorre segnalare come tale sentimento prevalga in tutti i comportamenti inscritti nell'area della cura di sé ed in particolar modo verso l'uso di droghe pesanti. Oltre a tale area, comportamenti che preoccupano la metà dei ragazzi del campione sono legati al "rifiuto delle regole familiari". Evidentemente pur vivendo in un contesto sociale in cui non viene percepita una grave condanna sociale verso l'opposizione ai codici familiari ed alle sue regole quotidiane comunque il conflitto inerente il rigetto delle regole familiari mette i ragazzi in uno stato di apprensione e di inquietudine.
Rispetto al panorama dei comportamenti che determinano rabbia e preoccupazione, comportamenti verso i quali si registra un'ampia zona di indifferenza e tolleranza sono comportamenti legati ad una morale sessuale sempre più comprensiva dei rapporti prematrimoniali e delle convivenze e sempre meno stigmatizzante gli orientamenti omosessuali. L'area della morale sessuale si caratterizza pertanto come un'area in cui domina la libertà di espressione individuale e di diversità di orientamento.
L'indifferenza e la tolleranza dominano anche nell'area dei doveri quotidiani legati al "marinare la scuola" e al "viaggiare sui mezzi pubblici senza biglietto", comportamenti che i ragazzi sentono socialmente accettati e verso i quali hanno reazioni che confermano e amplificano l'ampia permissività sociale.
I comportamenti che destano curiosità sono soprattutto legati alla sfera delle pratiche sessuali (avere rapporti sessuali, andare con una prostituta, avere esperienze omosessuali), al marinare la scuola, ed al fumare marijuana. Riguardo quest'ultimo comportamento è certamente rilevante che più del 40% del campione si senta indifferente o tollerante quando non esplicitamente curioso (circa il 10% dei ragazzi dichiara di avere un atteggiamento di curiosità) verso questa esperienza.
1) Cfr. tra gli altri: Buzzi, Cavalli e De Lillo 1997; Cavalli e De Lillo 1993; Labos 1988.
2) Cfr. Buzzi 1993, 1997; Colozzi 1997.
3) In tale suddivisione abbiamo seguito in parte quella proposta da Buzzi 1993, 1997.
4) Su questi temi cfr. Doise e Palmonari 1984; Rielli 1991; Sciolla 1983.
3. Trasgressioni e devianza possibili
Dopo aver sondato la percezione che gli studenti hanno della morale sociale che li circonda ed aver esplicitato le reazioni personali suscitate dagli stessi comportamenti, abbiamo chiesto, rispetto all'elenco di comportamenti proposti, quali tra questi potrebbero essere agiti (5). Abbiamo inteso con questa domanda indagare quanto i ragazzi ritengano probabile la messa in atto di azioni che vanno dalla violazione di regole e doveri quotidiani ad altre più esplicitamente trasgressive o devianti (cfr. Tab. 4).
Come abbiamo sottolineato in precedenza, l'area delle regole e dei doveri quotidiani costituisce per gli studenti salentini un ambito etico percepito come tollerante e permissivo. In linea con tale orientamento, il 72% del campione non esclude di "marinare la scuola", un 44% di "viaggiare sui mezzi pubblici senza biglietto", un 34% di eludere le regole familiari e le regole scolastiche (28,4%) ed infine circa il 10% di "prendere qualcosa in un negozio senza pagare". Le differenze di genere indicano in generale una maggiore propensione maschile alla trasgressione rispetto al campione femminile con un'unica eccezione di rilievo riguardante le regole familiari. È un dato su cui riflettere perché se da un lato è ampiamente scontata la minore tendenza si inverta nell'ambito delle regole familiari. In tale ambito, sono proprio le ragazze a manifestare la possibilità di disattendere le regole poste in famiglia in percentuale del 42% sul totale del gruppo femminile. Una chiave di lettura di questo dato potrebbe essere rintracciata nella minore libertà delle ragazze rispetto ai ragazzi: sulle ragazze pesa un controllo familiare maggiore e codici di comportamento più rigidi rispetto ai coetanei maschi tali da includere la possibilità di un loro rifiuto e da rendere più facile accettare i vincoli scolastici che non quelli familiari. Per comprendere meglio questo risultato è opportuno richiamare i dati esposti precedentemente (cfr. Cap. II "Gli studenti e la famiglia") dai quali emerge come, se per un verso è vero che sulle ragazze gravi un controllo maggiore, come è evidente dal fatto che debbano nel 48% dei casi, contro il 22% dei ragazzi, "sempre" rispettare gli orari stabiliti, dall'altro, non è la sola reattività al controllo familiare ed una richiesta di minor controllo a spingere le ragazze a disattendere le regole familiari. Se consideriamo infatti le risposte date dalle ragazze alle domande "Ti senti capito dai tuoi genitori?" e "In famiglia manca e vorrestiÉ" emerge una condizione esistenziale in cui le ragazze si sentono, più dei ragazzi, "poco" capite dai propri genitori e avvertono la mancanza e vorrebbero più confronto, più dialogo, piuttosto che "minor controllo". Le ragazze hanno quindi una condizione relazionale in famiglia maggiormente caratterizzata da conflittualità rispetto ai ragazzi tant'è che 34 ragazze su 100 indicano nel "litigi tra genitori e figli" l'area "problema" in famiglia ed il 14% segnala una "mancanza di comunicazione". Alla luce di tali considerazioni, emerge con più chiarezza quanto il trasgredire le regole familiari sia per le ragazze legato a vissuti inerenti il bisogno di sentirsi comprese e di un maggiore confronto e dialogo su se stessi e sulle regole da rispettare. In sintesi, le ragazze, meno trasgressive e più tolleranti in genere delle regole e dei vincoli rispetto ai ragazzi, aderiscono, negli ambiti significativamente pregnanti dal punto di vista affettivo e relazionale, a regole e vincoli che possono essere rispettati solo se in sintonia con un codice interno ancorato alla qualità dei rapporti con gli altri. In altre parole, a fronte di una generale adesione normativa alle norme legali e istituzionali, nel dominio delle relazioni affettive la coerenza tra morale sociale e morale individuale appare connessa ad un codice affettivo più che normativo: le regole sono rispettate se scaturiscono all'interno di un contesto sociale caldo, comprensivo, accogliente le istanze individuali e relazionali.
Tab. 4 - Comportamenti che non si esclude di poter mettere in atto
Totale Maschi Femmine
f f% f f% f f%
Area delle regole e dei doveri quotidiani
Rifiuto delle regole familiari 271 34.0 109 26.3 162 42.3
Rifiuto delle regole scolastiche 226 28.4 129 31.2 97 25.3
Prendere qualcosa in negozio senza pagare 197 9.8 128 30.9 69 18.0
Viaggiare sui mezzi pubblici senza biglietto 351 44.0 221 53.4 130 33.9
Marinare la scuola 574 72.0 309 74.6 265 69.2
Area della morale sessuale
Avere esperienze omosessuali 31 3.9 24 5.8 7 1.8
Tradire il proprio partner 185 23.2 118 28.5 67 17.5
Andare con una prostituta 96 12.0 93 22.5 3 0.8
Avere rapporti sessuali senza essere sposati 481 60.4 281 67.9 200 52.2
Convivere senza essere sposati 350 43.9 199 48.1 151 39.4
Area dell'ingiustizia e della violenza
Compiere azioni terroristiche 34 4.3 29 7.0 5 1.3
Razzismo 43 5.4 33 8.0 10 2.6
Sopraffazione dei più deboli 47 5.9 37 8.9 10 2.6
Teppismo 78 9.8 73 17.6 5 1.3
Fare a botte per far valere le proprie ragioni 189 23.7 148 35.7 41 10.7
Area della cura di sè
Uso di droghe pesanti 34 4.3 25 6.0 9 2.3
Fumare marijuana 139 17.4 92 22.2 47 12.3
Ubriacarsi 181 22.7 113 27.3 68 17.8
Area del valore della vita umana
Aborto (proprio o del partner) 87 10.9 29 7.0 58 15.0
Suicidio 58 7.3 30 7.2 28 7.3
Risposte multiple
L'area della morale sessuale si caratterizza come zona abbastanza libera da vincoli morali e sempre più ancorata alla sfera della responsabilità e libertà individuale tanto che 60 ragazzi su 100 non escludono di avere rapporti sessuali prima del matrimonio e circa il 44% di convivere senza sposarsi. In entrambi i casi il campione maschile si presenta come più possibilista rispetto al campione femminile. La possibilità di vivere tali esperienze è senza dubbio per le ragazze legata oltre che ad una diversa visione dei rapporti tra i sessi ad una valutazione delle difficoltà da superare rispetto alla sopravvivenza di una cultura familiare e sociale di tipo tradizionale.
Il tradimento, che nell'ambito della morale sociale è visto come "poco" o "per niente" condannato da circa il 60% del campione, suscita, come abbiamo precedentemente sottolineato, soprattutto un sentimento di rabbia. La quota di studenti che non escludono di "tradire il proprio partner" è pari al 23% ed anche qui il campione maschile si distingue per il maggior numero di trasgressori rispetto al campione femminile.
In rapporto alle esperienze omosessuali, più della metà dei giovani intervistati percepisce una morale comune non stigmatizzante rispetto alla quale si colloca in una posizione ancor più aperta e rispettosa degli orientamenti sessuali individuali. In riferimento alla possibilità di attuare esperienze omosessuali, il 4% dei ragazzi si dichiara disponibile. È nel campione maschile il maggior numero di quanti dichiarano tale disponibilità: 24 ragazzi, pari al 5,8% del campione maschile, non escludono la possibilità di vivere rapporti omosessuali.
I comportamenti inclusi nell'area dell'ingiustizia e della violenza vede solo piccole quote di ragazzi che non escludono di potervi ricorrere ad eccezione dell'uso della forza come strumento per far valere le proprie ragioni. In tale area, i giovani sentono di vivere immersi in un contesto morale che condanna nel complesso i comportamenti inclusi ed in particolar modo le azioni di terrorismo e di razzismo. Rispetto a questa percezione gli studenti si sentono ancor più intransigenti indicando di provare nella quasi totalità dei casi sentimenti di rabbia o di preoccupazione verso azioni violente e di sopraffazione. Con questo orientamento sembrano indicare come la morale sociale che li circonda se da un lato biasima e condanna terrorismo e razzismo dall'altro non è abbastanza forte nell'esprimere un orientamento etico di disapprovazione di comportamenti di sopraffazione, di teppismo e soprattutto di affermazione delle proprie ragioni attraverso l'uso della forza fisica. Così, a fronte di una generale percezione di condanna sociale riguardo terrorismo e razzismo, il 67% dei giovani ritiene "poco" o "per niente" condannato il ricorso alla forza fisica come mezzo per far valere le proprie ragioni e circa la metà ritiene "poco" o "per niente" condannate azioni di sopraffazione dei più deboli e di teppismo (cfr. Tab. 2).
In linea con tale orientamento e coerentemente con una generale e massiccia reazione emotiva di rabbia e preoccupazione verso i comportamenti inclusi nell'area dell'ingiustizia e della violenza (cfr. Tab. 3) la stragrande maggioranza degli intervistati esclude di poter mettere in atto azioni violente e di sopraffazione.
Dato l'interesse che quest'area riveste nell'economia della nostra indagine è opportuno fermarsi a considerare anche i piccoli numeri e cioè quella quota che seppur ampiamente minoritaria non esclude di poter mettere in atto azioni violente e distruttive. Sono 34 i ragazzi che dichiarano di poter attuare azioni terroristiche, 43 azioni di razzismo, 47 di sopraffazione dei più deboli e 78, corrispondente a circa il 10% del campione totale, di teppismo. Certamente occorre tenere in considerazione l'aspetto di provocazione o di ribellismo esasperato implicito in affermazioni di questo tipo e ribadire ancora una volta che il manifestare la possibilità di attuare un determinato comportamento non ne comporti necessariamente la conseguente messa in atto, d'altro canto non bisogna neanche sottovalutare il malessere e la difficoltà di contenimento della propria aggressività che risposte di questo tipo lasciano trasparire. La violenza esplicitamente esibita in tali risposte esprime un bisogno di protagonismo e rinvia ad una funzione espressiva della violenza (Labos 1988) attraverso la quale gli intervistati comunicano vissuti di disagio. Rispetto al biasimo generale espresso chiaramente dalle morale adulta e ancor più dalla morale giovanile, questi ragazzi avvertono il bisogno di differenziarsi e di dichiarare la propria disponibilità a compiere azioni distruttive verso persone e cose.
Il bisogno di affermazione e di protagonismo espresso dalla disponibilità a compiere azioni ingiuste e violente appare ancor più evidente in quei 189 ragazzi, pari a circa il 24% del campione, che non escludono di poter "fare a botte per far valere le proprie ragioni" (Tab. 4). Si conferma qui una tendenza già segnalata in precedenza sia nella percezione della morale sociale che nelle reazioni soggettive ad avere un atteggiamento non rigido e non eccessivamente stigmatizzante verso una proposizione forte di se stessi se ciò dovesse rendersi necessario al fine di affermare se stessi.
Verso le azioni incluse nell'area dell'ingiustizia e della violenza le differenze di genere diventano marcate: le ragazze assumono un atteggiamento di generale distacco e disapprovazione esprimendo chiaramente come non sia in quest'area il luogo di affermazione di sé e dei propri orientamenti. Per citare qualche dato, solo 1,3% del campione femminile non esclude di mettere in atto azioni di teppismo contro il 17,6 del campione maschile e circa l'11% del campione femminile include la possibilità di "fare a botte per far valere le proprie ragioni" contro il 36% del campione maschile (Tab. 4). Rispetto quest'ultimo dato è comunque necessario rilevare come, pur se non in modo così rilevante in confronto ai ragazzi, anche per una parte delle ragazze l'affermazione delle proprie ragioni possa passare per l'uso della forza fisica.
Nell'area della cura di sé, circa il 23% dei ragazzi non esclude di ubriacarsi, il 17% di fumare marijuana e circa il 4% di far uso di droghe pesanti. Sono soprattutto i maschi i più possibilisti verso tali pratiche.
Il valore della vita umana viene affermato con forza nell'orientamento degli studenti riguardo l'aborto. In tale campo, indagini recenti (6) segnalano un irrigidimento della morale giovanile che appare in controtendenza rispetto alla sempre maggiore permissività sociale registrata sia nell'ambito dei doveri civici e quotidiani che nella sfera della morale sessuale. Per i giovani salentini l'aborto è una possibilità presa in considerazione solo da circa l'11% del campione. La disaggregazione dei dati per sesso mette in rilievo come nel campione femminile il 15% non escluda di poter ricorrere ad una interruzione di gravidanza a differenza del campione maschile in cui solo il 7% dichiara la propria disponibilità all'aborto da parte della propria partner. A nostro avviso questo risultato più che essere letto nel senso di una maggiore rigidità maschile rispetto all'aborto può essere interpretato come una maggiore distanza, una minore attenzione dei ragazzi verso un ambito di esperienza percepito come tipicamente femminile. Per le ragazze, al contrario, si tratta di un'esperienza con cui non è escluso debbano fare i conti.
Preoccupante è il 7% di ragazzi che non escludono di poter ricorrere al suicidio: si tratta di ben 58 ragazzi. Certamente questo dato non implica alcuna correlazione diretta con l'attuazione di una condotta suicidaria ma comunque segnala la presenza di fantasie in tale direzione che vengono direttamente esplicitate attraverso una risposta affermativa alla domanda posta. Le differenze di genere non indicano alcuna differenza tra i sessi riguardo la possibilità di suicidio; sia nel campione maschile che in quello femminile la percentuale di coloro che indicano tale possibilità si colloca intorno al 7%.
4. Conclusioni
Ripercorrendo idealmente il percorso fin qui delineato che va dagli elementi fondanti l'universo di valori alle azioni trasgressive e devianti possibili, attraversando la rappresentazione della morale sociale, emergono alcuni elementi qualificanti la condizione giovanile.
In primo luogo gli studenti intervistati privilegiano, all'interno del proprio universo valoriale, valori ancorati a bisogni primari di sicurezza e sostegno proponendo uno scenario all'interno del quale famiglia e lavoro dominano rispetto all'amore, alla libertà, all'amicizia. Proprio rispetto all'amicizia è interessante rilevare come, pur facendo parte nel 91% dei casi di un gruppo fisso di amici e dichiarandosi, all'incirca nella stessa percentuale, molto o abbastanza soddisfatti del proprio gruppo, questa dimensione relazionale significativa e fondante l'essere adolescenti, all'interno di un quadro valoriale più ampio, si collochi al settimo posto surclassata da altri ambiti valoriali più legati a bisogni di sicurezza materiale (lavoro) e affettiva (famiglia).
Passando dal mondo dei valori alle norme che compongono la morale sociale, così come essa viene percepita e respirata dai ragazzi, lo scenario che si delinea vede gli studenti intervistati proporre una rappresentazione del contesto morale esterno complessivamente permissiva e tollerante. Ad eccezione di aborto, terrorismo e razzismo, per i restanti comportamenti inclusi nelle diverse aree, si afferma la tendenza a considerarli non soggetti a biasimo e condanna sociale. In tale direzione, l'area delle regole e dei doveri quotidiani appare particolarmente permissiva segnalando un allentamento dei doveri civici e delle regole del vivere quotidiano. Allo stesso modo, l'area della morale sessuale, risulta sempre più liberata da vincoli morali e libera nella regolazione di comportamenti privati e nell'espressione degli orientamenti individuali. Anche nell'area dell'ingiustizia e della violenza, ad eccezione di terrorismo e razzismo, e nell'area della cura di sé i comportamenti inclusi sono considerati per lo più poco o per niente condannati dalla società. Ad esempio, "fare a botte per valere le proprie ragioni" è considerato poco o per niente condannato da circa il 67% dei ragazzi, allo stesso modo circa il 60% avverte una ampia zona di tolleranza verso l'uso di marijuana e l'abuso di alcool.
Rispetto ad una morale sociale sentita come permissiva e tollerante, gli studenti salentini propongono una morale giovanile che se da un lato segue le linee di tendenza della morale sociale dall'altro le accentua e radicalizza. Le reazioni emotive suscitate dai comportamenti proposti vede la quasi totalità dei giovani studenti provare sentimenti di rabbia e preoccupazione verso comportamenti ingiusti e violenti. In tale prospettiva, i ragazzi si sentono ancor più intransigenti e intolleranti verso forme di trasgressione che violano i diritti dell'altro e verso i comportamenti violenti: tra gli studenti intervistati il rifiuto di tali comportamenti è più esteso di quello ritenuto diffuso nella società. Lo stesso orientamento emotivo si registra nelle altre arre, soprattutto nell'area della cura di sé, e verso il "rifiuto delle regole familiari" (fonte di preoccupazione per la metà del campione), l'aborto ed il tradimento.
Infine, passando dalle reazioni emotive alla possibilità di attuazione dei comportamenti proposti nelle diverse aree, trova conferma la tendenza a ritenere possibile l'attuazione di quei comportamenti vissuti come poco sanzionati nella società e che suscitano reazioni emotive di indifferenza, tolleranza o curiosità. In tale direzione, tra i comportamenti proposti, quelli che vengono ritenuti personalmente più attuabili sono proprio i comprtamenti inclusi nell'area delle regole e dei doveri quotidiani e quei comportamenti legati alla sfera della libertà sessuale.
5) La domanda era rivolta in questi termini: "Quali tra i seguenti comportamenti non escludi di poter mettere in atto?".
6) Buzzi et al. 1997; Cavalli e De Lillo 1993.
CAPITOLO SESTO
La violenza sui minori
1. Le forme di maltrattamento all'infanzia
Il maltrattamento infantile è un fenomeno sempre esistito. "La storia dell'umanità è costellata da forme e da episodi di violenze e di sopraffazione nei confronti dei bambini" (Bandini e Gatti, 1990).
La sua complessità richiede un approccio multilaterale ed è per questo che nel trattare il delicato tema della violenza all'infanzia si è ritenuto utile iniziare con un breve richiamo a quelle che rappresentano le tappe fondamentali del difficile percorso di studio e focalizzazione del problema.
Solo di recente si è incominciato a prestare attenzione ai problemi dell'infanzia riconoscendo il bambino come soggetto di diritto.
È nel 1962 che il problema del maltrattamento all'infanzia è ufficialmente riconosciuto e scientificamente organizzato in un quadro concettuale organico che costituirà da allora in poi una sorta di manifesto del problema stesso.
In quell'anno, infatti, Kempe coniò in un suo scritto il termine "Battered child syndrome" cioè sindrome del bambino percosso. Si tratta di un quadro clinico in cui il soggetto in età pediatrica presenta lesioni riconducibili ad una violenza perpetrata solitamente da un genitore o da un sostituto.
Nel 1976 sempre Kempe, allarga il concetto di sindrome del bambino maltrattato ad altre forme d'abuso quali, ad esempio, la trascuratezza, le carenze d'affetto, la malnutrizione, che non necessariamente compromettono la sopravvivenza del bambino (Child Abuse and Neglet).
Egli comunque classifica i casi di maltrattamento dei bambini secondo le seguenti tipologie:
- violenza fisica
- trascuratezza fisica ed affettiva
- abuso psicologico
- abuso o sfruttamento sessuale
Tale classificazione risulta tuttora valida ed utilizzabile come schema di riferimento da cui muovere per una rilettura più contestualizzata ed attualizzata delle varie forme di violenza, alla luce delle nuove acquisizioni scientifiche e dei mutamenti culturali della società.
Incominciamo col dire che spesso le varie forme di violenza sono simultaneamente presenti sul bambino e contrariamente a quanto si pensa la violenza fisica, secondo le ultime stime ufficiali (Rapporto 1996 sulla condizione dei minori in Italia), non supera il 30% dei casi, mentre quella sessuale è inferiore al 10%. La maggior consistenza del fenomeno riguarda il maltrattamento psicologico e l'incuria, o trascuratezza, per ben il 65% del totale dei casi segnalati.
Sicuramente la violenza fisica è la forma di violenza più semplice da individuare a causa degli evidenti segni che lascia sul corpo della giovane vittima (lesioni, bruciature, fratture, ferite, ...).
Molto spesso i comportamenti violenti dei genitori sono il risultato di interventi disciplinari a carico dei figli. A tal proposito è stato dimostrato che le punizioni fisiche sopprimono solo temporaneamente la cattiva condotta del bambino, mentre contribuiscono all'apprendimento di comportamenti violenti nonché all'adozione di modalità aggressive nell'interazione con gli altri e nell'approccio con la soluzione dei problemi. L'effetto negativo è presente anche nelle situazioni di violenza indiretta, cioè di semplice testimonianza a punizioni fisiche inflitte ad altri.
I genitori maltrattanti sono individui che, pur ricorrendo a comportamenti violenti, conservano aree di rapporti affettivi con i propri figli tali da sviluppare comunque un attaccamento verso di loro. Pur essendo picchiati e maltrattati questi bambini mantengono un segreto assoluto sulla violenza dei genitori.
La violenza fisica induce nella vittima sentimenti di paura che possono intaccare il senso di libertà e di sicurezza fisica.
La trascuratezza fisica e affettiva non è sempre visibile e perciò può durare più a lungo e con effetti più deleteri per la salute psicofisica del bambino. Essa spesso si caratterizza per l'incapacità dei genitori di assumere adeguati comportamenti d'accudimento dei propri figli. Può riguardare ceti sociali svantaggiati o essere collegata a particolari momenti di vita del nucleo familiare, o a patologie psichiche dei genitori. Pur non essendo necessariamente collegata ad atti intenzionali e consapevoli, nondimeno il bambino ne è vittima e pertanto ha diritto ad interventi di tutela istituzionale.
La trascuratezza fisica si esplicita attraverso un insufficiente nutrimento, od omissione di cure mediche. In questi casi i bambini mostrano un ritardo nella crescita e scarsa igiene. Essi appaiono poco inclini all'interazione, depressi, apatici e con un ritardo nello sviluppo psicomotorio.
La trascuratezza affettiva rientra nel tema più generale del maltrattamento psicologico. Essa si manifesta attraverso comportamenti o atteggiamenti che compromettono lo sviluppo emotivo-affettivo del bambino, il processo di costruzione dell'identità, intaccando l'autostima.
Nei casi estremi la trascuratezza è assimilata dalla giurisprudenza alla "mancanza d'assistenza morale e materiale" che induce a riconoscere lo stato d'abbandono e quindi a ricorrere all'adottabilità del minore (Legge 184/83).
Il maltrattamento psicologico comprende quegli atti e quelle omissioni come punizioni, minacce, segregazioni, intimidazioni, disinteresse, mancanza d'affetto, richieste sproporzionate all'età del bambino, coinvolgimento eccessivo nei conflitti e nei problemi degli adulti, compiuti da figure con le quali intrattiene una significativa relazione affettiva, che possono danneggiare il suo sviluppo psico-affettivo (A.M. Campanini, 1993).
Solo in apparenza il danno prodotto è meno grave rispetto ad altri tipi d'abuso. Infatti, le conseguenze sugli aspetti strutturali della personalità sono molto più profonde e devastanti. È una forma di violenza subdola e sfuggente, difficile da rilevare e quantificare.
Attengono ai comportamenti suscettibili di produrre violenza psicologica quelle separazioni di coppia molto conflittuali in cui il bambino diventa strumento di transazione e patteggiamento. Potremmo definirle come le "nuove" forme d'abuso, probabili espressioni di un mutato ordine sociale e di valori.
2. I bambini contesi nelle separazioni conflittuali
Attraverso un esame dei dati statistici sulle separazioni, appare evidente come la famiglia appaia sempre più fragile ed incapace di far fronte ai momenti di crisi del suo ciclo vitale. In alcuni casi le percentuali di divorzio si assestano su livelli europei del 24-25%. Il fenomeno dell'instabilità familiare vede coinvolti un numero sempre crescente di figli minori; dai 6.067 del 1969, si è passati ai 33.242 del 1992 (Rapporto sulla condizione dei minori in Italia 1996). Inoltre è da ricordare come la prassi seguita dai giudici in materia d'affidamento è ancora quella di privilegiare l'affidamento materno (quasi il 90% dei figli è affidato alla madre) anche nelle separazioni consensuali.
Molti si è discusso sulle conseguenze negative della separazione dei coniugi sui figli. La rottura della coppia genitoriale impone un cambiamento dei punti di riferimento nei ragazzi alimentando ansie ed insicurezze. Ma il disagio aumenta allorquando la coppia coinvolge nel conflitto i figli attraverso la ricerca di pericolose alleanze. Il figlio diventa oggetto di contesa o mezzo attraverso cui punire l'altro.
La giovane età dei ragazzi (nella realtà italiana al momento della separazione più della metà dei figli hanno meno di dieci anni), non consente utili strategie di difesa verso questi comportamenti che secondo certa parte di letteratura, si possono considerare vere e proprie forme di maltrattamento psicologico.
Alla Magistratura ed ai Servizi Sociali è noto come il bambino viene manipolato per ottenerne l'affidamento soprattutto allo scopo di punire l'altro coniuge.
In questa delicata problematica si inserisce anche la sostanziale inconsistenza dell'attuale intervento giudiziario che paradossalmente, per le modalità in cui si svolge, si configura come ulteriore forma di violenza (istituzionale).
Val la pena ricordare come la coppia che decide la separazione è lasciata sola a gestire questo difficile momento esistenziale. Il diritto ha inadeguatamente disciplinato la materia ed i Servizi Sociali non si fanno carico della gestione della crisi familiare per favorire il superamento del conflitto e l'elaborazione del "divorzio psichico".
In questa profonda solitudine trovano terreno fertile quelli che possiamo definire squilibri relazionali: rancori, accuse di responsabilità del fallimento dell'unione, arroccamenti difensivi.
Una delle strategie più perverse messe in atto dalla coppia è la demolizione del partner anche agli occhi del figlio al quale si chiede di aderire alle valutazioni negative costringendolo a cambiare il suo "naturale oggetto d'amore" in figura "cattiva", responsabile di tradimenti e fallimenti.
In tal modo il rapporto genitoriale è definitivamente compromesso ed il figlio sarà privato di quell'apporto fondamentale dell'altro genitore che non sarà mai più libero d'amare.
In tale contesto relazionale patologico le conseguenze sui figli possono essere particolarmente negative.
L'esperienza di essere conteso e strumentalizzato proprio dalle figure genitoriali, fonte d'amore e sicurezza, produce nel bambino disagio psicologico e può incidere negativamente sulla personalità in formazione.
In queste delicate e complesse dinamiche s'inserisce l'intervento della Magistratura che si risolve in un formale tentativo di riconciliazione tra le parti. I giudici, che mancano di competenze specifiche, sono del tutto incapaci di cogliere la dinamica familiare e quindi, la sentenza di separazione si risolve in una decisione standardizzata attraverso un pronunciamento di formule giuridiche stereotipate, in cui spesso sono disattesi anche i diritti dei minori.
Questi vedono ratificata, seppure in modo provvisorio, la perdita dell'altro genitore e talvolta l'affidamento al genitore ritenuto maggiormente idoneo, non è quello corrispondente ai loro reali desideri e bisogni.
L'esame sui possibili danni psicologici determinati nei figli nelle separazioni conflittuali ci impone di indicare in linee molto generali, alcuni spunti teorici recentemente elaborati in materia di Mediazione Familiare. Si tratta di un intervento extragiudiziale mirato a prevenire l'insorgenza di contenziosi legali, che offre alla coppia spazi per elaborare e gestire il conflitto coniugale e la funzione genitoriale (Malagoli Togliatti 1990).
L'intervento mediativo si pone come obiettivo prioritario la riorganizzazione delle relazioni familiari dopo la separazione o il divorzio. È uno strumento di ricomposizione dei conflitti e può considerarsi realizzata allorché i coniugi, nell'interesse dei figli si riappropriano, anche se separati, della responsabilità genitoriale comune.
Lo sviluppo della Mediazione Familiare si può collocare all'interno delle importanti trasformazioni sociali, riguardanti i mutamenti evolutivi della dissociazione coniugale. Essa fa riferimento ad un modello di giustizia deformalizzata che trova nell'ambito delle relazioni familiari un punto di riferimento privilegiato considerando prioritari i valori della negoziazione e della collaborazione costruttiva.
In Italia la Mediazione Familiare è ancora poco diffusa e stenta a trovare una precisa collocazione. Essa sembra costituire la risposta più adeguata nella regolazione della crisi coniugale e perciò sarebbe auspicabile una sua maggiore e più capillare diffusione, magari all'interno dei servizi socio-assistenziali territoriali offerti alla comunità e nei consultori familiari adeguatamente potenziati ed organizzati, senza lasciare ai soli organismi privati la sua pratica.
Da segnalare in proposito la proposta di legge Tortoli (Camera dei deputati n. 2197) presentata in Parlamento nella XII Legislatura che prevedeva l'istituzione di appositi Consultori Familiari specializzati nella mediazione familiare.
3. L'abuso sessuale
C.H. Kempe definisce l'abuso sessuale come "il coinvolgimento di bambini ed adolescenti, soggetti immaturi e dipendenti, in attività sessuali che essi non comprendono ancora completamente, alle quali non sono in grado di acconsentire con totale consapevolezza, che sono tali da violare i tabù vigenti nella società circa i ruoli familiari" (Kempe, 1989).
L'ultimo rapporto Asper rileva che il 10% delle femmine ed il 6% dei maschi ha subito violenza sessuale da parte di parenti stretti. Queste cifre sono in linea con altri paesi auropei in cui si parla rispettivamente di 12% e 8% (Baker & Duncan, 1985).
Incominciamo col dire che l'abuso sessuale è un fenomeno tipicamente intrafamiliare, nella maggior parte dei casi l'abusante è un genitore, generalmente il padre.
Lo studio di tali casi ha consentito di verificare che l'abuso avviene all'interno di relazioni familiari già patologiche e dannose per i ragazzi e che la vittima affronta l'esperienza della violenza in condizioni di fragilità psicologica preesistente.
Tutti i dati in letteratura concordano sul fatto che tale forma di violenza è trasversale ai vari ceti sociali. L'apparente prevalenza in situazioni di degrado ambientale deriva dalla maggiore visibilità delle famiglie disagiate più soggette all'attenzione dei Servizi.
Si è notato come al momento dello svelamento l'abuso dura già da tempo, indipendentemente dall'età della vittima. In genere non si tratta mai di un episodio isolato, di un'aggresisone brutale, come accede per lo stupro, quanto piuttosto di una seduzione lenta e progressiva. L'aggressore, solitamente il padre, fa apparire gli atti sessuali come un "gioco" tanto che la vittima diventa inconsapevolmente sua complice costruendosi l'illusione di un'elezione esclusiva e gratificante da parte del genitore.
Nei casi più comuni d'incesto padre-figlia la distanza emotiva della madre può giocare un ruolo stabilizzante e di rafforzamento del legame incestuoso. Di contro il padre diventa una figura calda, più affettiva da cui cercare amore. È così che la bambina rimane vittima di questo gioco perverso del quale percepisce l'illiceità (anche le più piccole la avvertono) ma al quale non può sottrarsi perché costretta e minacciata.
In un contesto di distacco affettivo con la madre anche il tentativo di confidarsi con lei è sminuito o non raccolto. Ed è proprio per queste dinamiche che la violenza può consumarsi per anni, prima che qualcuno, all'esterno, colga i segnali di disagio della vittima.
Le conseguenze derivanti dall'abuso sessuale sono molteplici; i bambini, infatti, possono manifestare fobie, problemi a livello di linguaggio, regressioni, perdita d'abilità già acquisite, giochi post traumatici in cui riproducono in maniera compulsiva, talvolta in modo simbolico, aspetti dell'abuso. Inoltre possono manifestare comportamenti aggressivi, atteggiamenti sessualizzati autoriferiti o agiti verso coetanei.
Sorprendenti sono anche le conseguenze dell'incesto a distanza, in età adulta. Si è calcolato che il 30% delle donne che ricorre a cure psichiatriche ha alle spalle storie di abusi.
Particolarmente collegati a tali traumi sono i disturbi dell'alimentazione; si pensi che il 25% delle bulimie insorge in donne abusate sessualmente (Pessina, 1995). Anche la prostituzione, sia maschile sia femminile, può essere l'esito di una scelta determinata da queste esperienze.
Val la pena di sottolineare un altro importante aspetto che pertiene questo tipo di violenza, il "ciclo dell'abuso" cioè la coazione a ripetere ciò che si è subito: quasi sempre nei casi d'incesto uno dei genitori è stato a sua volta abusato (Malacrea e Vassalli, 1990). Da ciò emerge la necessità di interventi specifici, mirati a spezzare la ripetitività dei comportamenti abusanti.
A tal proposito va detto che da una recente indagine effettuata sul nostro territorio, tesa ad accertare le modalità di intervento dei soggetti che a vario titolo intervengono nel trattamento di questo particolare problema, è emerso che la risposta istituzionale al tema dell'abuso è piuttosto approssimativa e scoordinata. Magistratura, Forze dell'Ordine, operatori della scuola e dei servizi sociosanitari, non dispongono di competenze specifiche, né di strumenti di osservazione e diagnosi adeguati al problema che tra l'altro li coglie impreparati a gestire l'emotività che esso suscita (Zacheo, 1998). È importante aggiungere che i meccanismi di difesa messi in atto dagli operatori minorili, spesso si traducono in una scorretta gestione dei casi di abuso sessuale che, talvolta, può essa stessa diventare fonte di abuso per i minori da tutelare. Secondo alcuni autori manca una autentica cultura dell'aiuto sia per il minore abusato che per la sua famiglia e le istituzioni finiscono con l'esercitare una mera funzione di controllo, assistenzialismo e punizione nei riguardi dei nuclei portatori del problema (Roccia e Foti, 1994).
4. I reati sui minori: risultati della ricerca
Come si evince dai dati riportati nella tabella n. 1, il 65,3% del campione da noi intervistato è persuaso che la violenza più grave perpetrata a danno di un minore è l'abuso sessuale.
Tale forma di violenza, dunque, è vista come la più offensiva e lesiva della dignità degli esseri umani più deboli. Nonostante la violenza sessuale sui minori sia sempre esistita essa, oggi, gode di una maggiore attenzione da parte dei media che danno grande risonanza al fenomeno. Questi ultimi hanno contribuito, se pure con un'informazione non sempre corretta, alla diffusione di una coscienza sociale del problema.
In linee generali ci sembra di poter affermare che l'abuso sessuale sui bambini è entrato a far parte in maniera più netta e precisa del nostro orizzonte cognitivo ed emotivo. È come se finalmente si fosse trovata la disponibilità interiore a prenderne in considerazione l'esistenza. È stato un percorso lento, faticoso e ancora non del tutto concluso. Sicuramente non è cosa facile in quanto l'impatto emotivo suscitato da casi del genere è enorme e spesso il meccanismo di difesa più classico è quello della negazione. Proprio questa negazione collettiva ha consentito che la realtà dell'abuso sessuale sui bambini fosse così a lungo misconosciuta (Pessina, 1995).
Vero è che negli ultimi anni nel nostro Paese è andata crescendo una maggiore attenzione al mondo dell'infanzia e dell'adolescenza. Le scienze umane hanno studiato ed indagato con metodo i soggetti in età evolutiva, scoprendo i loro disagi ed i loro bisogni e svelando quanto, carenze e vuoti relativi alla prima età, compromettano quel delicato e complesso processo di costruzione dell'uomo adulto.
Un importante elemento che ha fatto crescere l'attenzione alle problematiche dell'infanzia è stata la Convenzione sui Diritti del Fanciullo dell'ONU (1989), recepita dal nostro ordinamento giuridico con la legge 179/91.
La Convenzione ONU ha, infatti, inteso sensibilizzare la comunità e gli organi istituzionali ad elaborare ed attuare programmi di carattere generale, in cui la condizione minorile fosse tenuta nella giusta considerazione. L'intento complessivo è stato quello di migliorare la qualità della vita dell'infanzia e dell'adolescenza tutelando e promuovendo, altresì, la personalità del minore ed i suoi diritti.
Ai Paesi firmatari è stato chiesto un impegno reale affinché il tema dell'infanzia divenisse d'interesse prioritario, culturale e politico.
In realtà ci sembra di poter dire che l'adesione alla Convenzione non abbia rappresentato fino in fondo, per il nostro Paese, un reale momento di ripensamento sulla condizione minorile mancando a tutt'oggi convincenti linee programmatiche di politica sociale in quella direzione.
In questo senso l'Italia appare ancora in ritardo ed incapace di porsi in modo più positivo e costruttivo con le nuove generazioni.
Ciò che si rende necessario, dunque, è un rinnovato e costante impegno istituzionale (capace di prescindere dall'alternanza dei Governi) in favore di una più adeguata cultura dell'infanzia che si radichi nella società civile e divenga costume.
Tab. 1 - La violenza più grave sui minori
Totale M F
Abuso sessuale 65.3 57.8 73.3
Violenza fisica 12.1 14.1 9.9
Sfruttamento della prostituzione 10.7 13.4 7.9
Negazione cure elementari 3.4 4.9 1.8
Carenza affetto 3.4 4.1 2.6
Maltrattamento psicologico 5.1 5.6 4.5
Totale 100.0 100.0 100.0
Ma tornando all'esame delle risposte osserviamo come il campione, con il 12%, identifica nella violenza fisica la seconda forma di violenza agita sui minori.
Questo tipo di malatrattamento è il più facile da riconoscere a causa dei segni evidenti che provoca sul corpo delle giovani vittime, sebbene sia quello che lascia meno tracce dal punto di vista psicologico così come approfondiremo in seguito.
Al terzo posto i giovani intervistati pongono lo sfruttamento della prostituzione con l'11% delle risposte. A tal proposito possiamo dire che questa forma di violenza sessuale minorile mercificata è in costante e rapida crescita.
La Preoccupazione espressa dal campione, infatti, coincide con il reale affermarsi del fenomeno che tende ad assumere proporzioni consistenti e che vede coinvolti in Italia, soprattutto minori provenienti dai Paesi dell'Est, in particolare Albania, ex Iugoslavia, Romania, Repubblica Ceca (Presidenza del Consiglio dei Ministri, 1996).
Sebbene al 4º posto col 5% delle risposte, la violenza psicologica, è un dato che merita a nostro avviso una riflessione più attenta di quanto in apparenza non richieda.
Infatti, mentre quella fisica è una violenza che "sul momento brucia di più" e fa più male (Labos 1988), quella psicologica è una violenza più sottile e perversa che segna più in profondità intaccando il senso di sicurezza della persona e compromettendo il processo di costruzione di un'identità positiva.
La violenza psicologica può nascere dall'incapacità del genitore di cogliere le reali esigenze del bambino, da un'insufficiente conoscenza delle sue caratteristiche personali, dall'ignorare il diritto del bambino a maturare in un clima di sicurezza, stabilità ed affetto.
Il maltrattamento psicologico è considerato come il nodo centrale della violenza sui minori, giacché in ogni forma di maltrattamento le conseguenze più devastanti e durature sono, in genere, di natura psicologica (Cirillo e Di Blasio, 1989).
Questo tipo di violenza all'infanzia è difficilmente riconoscibile e rilevabile, pertanto l'entità del fenomeno è sicuramente superiore ai dati ufficiali posseduti.
Uno sguardo alla differenza di genere ci consente immediatamente di cogliere una netta demarcazione tra i sessi: il 73% delle femmine (contro un 57,8% dei maschi) identifica nell'abuso sessuale la forma di violenza più grave sui minori; lo stesso tipo di violenza di cui esse stesse sono spesso vittime.
Tab. 2 - Le cause delle violenze sui minori
Totale M F
Alcolismo/Tossicodipendenza dei genitori 71.2 70.9 71.5
Genitori poco maturi 41.5 3939 43.3
Figlio indesiderato 37.4 36.9 37.9
Difficile relazione tra i genitori 34.5 37.2 31.6
Disturbi personalità dei genitori 33.5 31.3 35.8
Violenza subita dai genitori 28.3 25.2 31.6
Situazione economica precaria 18.2 21.0 15.1
Handicap del bambino 10.6 13.0 8.1
Bambino eccessivamente irrequieto 6.3 7.6 5.0
* Risposte multiple
Ma quali sono le possibili cause alla base dei comportamenti violenti dei genitori sui figli?
Il 71% dei ragazzi intervistati individua nell'alcolismo e nella tossicodipendenza dei genitori le cause che maggiormente favoriscono il ricorso alla violenza.
Questo tipo di risposta sembra individuare in un alterato stato psichico, dovuto all'assunzione di sostanze alcoliche o stupefacenti, il motivo di violenza intrafamiliare.
Non dunque un comportamento intenzionale o un gesto compulsivo incontrollabile genera violenza, bensì alterati stati mentali. Un dato che appare confermato anche il quel 34% che indica come causa di violenza la personalità disturbata dei genitori.
Seguono nell'ordine genitori poco maturi con il 41,5%, un figlio indesiderato 37%, mentre un 34,5% sostiene che la causa del maltrattamento è da ricercare nella difficile relazione tra la coppia.
Il 28% degli studenti sostiene invece che le violenze subite dai genitori durante l'infanzia indurrebbe gli stessi a commettere violenze sui figli.
Questa risposta sembra essere in linea con la teoria secondo la quale ogni individuo maltrattato da piccolo è un potenziale adulto maltrattante.
Il comportamento maltrattante in quest'ottica si "apprende" in famiglia attraverso l'identificazione neu modelli genitoriali e la sperimentazione dell'aggressività intesa come modalità d'interazione.
Infine il campione è del parere che anche una situazione economica precaria può indurre comportamenti violenti (18%) mentre solo il 6% riconosce nel bambino irrequieto la causa della violenza agita dalle figure genitoriali sui figli.
In particolare la differenza tra ragazzi e ragazze si esplicita nella tendenza di queste ultime a fornire motivazioni di carattere più psicologico (genitori poco maturi 43%, figlio indesiderato 38%, disturbi della personalità dei genitori 36%, violenza subita dai genitori 31,6%), indipendentemente dalla fascia di età. I ragazzi appaiono, per così dire, più concreti ed adducono fatti e situazioni più oggettive: handicap del bambino 13%, difficile rapporto di coppia 37%, situazione economica precaria 21%.
Tab. 3 - Gli interventi sul bambino per violenza dei genitori
Totale M F
Adozione del minore 35.5 34.1 37.0
Affidamento eterofamiliare 26.0 28.5 23.4
Psicoterapia al bambino 23.6 20.2 27.3
Affidamento del minore al Servizio Sociale 11.9 13.3 10.5
Affidamento minore ad Istituto 2.9 3.9 1.8
Totale 100.0 100.0 100.0
Una volta indicate le cause della violenza sui minori si è chiesto al campione di pronunciarsi in merito all'intervento più congruo da adottare in favore dei bambini che hanno subito violenza dai propri genitori. Ciò che è emerso dalle risposte è veramente di notevole interesse.
Il 36% dei ragazzi è favorevole ad interventi risolutivi del rapporto attraverso il decadimento della potestà genitoriale ed il pronunciamento dello stato d'adottabilità del minore; essi, dunque, non mostrano tentennamenti o dubbi, sono per risposte radicali e definitive: l'infanzia violentata ha pieno diritto ad essere tutelata dalle Istituzioni attraverso nuove "opportunità genitoriali"; è l'adozione, infatti, la soluzione più gettonata dai giovani studenti, seguita subito dopo da un intervento legislativo vicino al precedente ma non così radicale e definitivo: l'affidamento ad un'altra famiglia (istituto previsto dalla legge 184/83); una soluzione temporanea in attesa del possibile rientro del minore nel nucleo d'origine.
In proposito c'è da dire che tale istituto giuridico, fiore all'occhiello della legge 184/83, è a tutt'oggi ancora poco applicato e che, in particolare al Sud, i bambini che necessitano di un allontanamento temporaneo dalla famiglia continuano ad essere ricoverati in istituti prevalentemente di carattere religioso. Per il pagamento delle rette, lo Stato spende, attraverso gli Enti locali, cospicui fondi di denaro pubblico a fronte di un'assenza pressoché totale di politiche sociali in favore delle famiglie in difficoltà. I ritardi nelle riconversioni degli istituti in case famiglia o comunità di tipo familiare, sono ormai inaccettabili anche perché aggiungono paradossalmente violenza a violenza.
Infatti è appena il caso di accennare che le caratteristiche di asetticità e standardizzazione dei comportamenti comunicativi interni agli istituti, costituiscono grave pregiudizio per la costruzione di una sana affettività ed identità. Per non tacere poi, su altre forme di violenza consumate proprio all'interno degli istituti e che spesso emergono nelle storie di vita di quei bambini diventati adulti.
L'affidamento familiare è comunque un istituto giuridico di difficile applicazione, sia per l'esiguità delle famiglie disponibili ad accogliere temporaneamente bambini privi di un idoneo ambiente familiare, sia per la concreta difficoltà d'elaborazione e realizzazione di un progetto d'affido.
A distanza di 15 anni dall'entrata in vigore della legge soprattutto nel nostro territorio questo particolare istituto giuridico considerato, peraltro, un importante strumento di prevenzione del disagio, stenta ad affermarsi e cosa ancora più grave, manca di riferimenti normativi regionali che ne orientino e supportino l'applicabilità.
A conferma di quanto detto, pur mancando cifre complete, secondo una stima del Ministero degli Affari Sociali i minorenni presenti negli istituti a vario titolo sono stimabili intorno alle 36.000-37.000 unità. A fronte di un così elevato dato di minori istituzionalizzati ci sembra utile ricordare che oltre ai danni sul piano personale il ricovero in istituto comporta dei costi sociali elevatissimi che si possono sintetizzare in tre punti (Presidenza del Consiglio dei Ministri 1996):
1- deresponsabilizzazione degli Enti pubblici
2- depauperamento delle risorse
3- deresponsabilizzazione dei parenti e della comunità.
1) Per quanto attiene il primo punto possiamo affermare che i soggetti istituzionalizzati, diventano degli emarginati, dei dimenticati, destinati a sopravvivere in strutture asettiche ed impersonali, senza speranza pr un futuro diverso. Talvolta troppo cresciuti per essere desiderati ed adottati, talvolta troppo "disturbati" per un improbabile rientro in un nucleo d'origine rimasto, quasi certamente, inidoneo.
2) Come già accennato il ricovero in istituto significa impedire che una grossa parte delle risorse pubbliche sia destinata all'assistenza ed ai servizi mentre ciò favorisce indirettamente il mantenimento di forti interessi privati e di carattere religioso in materia di custodia dei minori.
3) L'istituzionalizzazione ingenera la delega nelle figure parentali e nella comunità all'interno della quale si manifesta il problema, distruggendo ogni atteggiamento solidaristico di quest'ultima che pure è un contenitore di risorse.
Tali considerazioni ci portano a concordare con gli studenti intervistati che con saggezza hanno suggerito l'affido familiare come risposta alternativa al ricovero in istituto.
Il richiamo ai concetti di "Community Care e Community Empowerment" ci sembra evidente. L'affidamento familiare, infatti, chiama in causa una comunità competente, intesa non come mera fruitrice di servizi, ma cme soggetto capace di acquisire potere attraverso l'esercizio di una precisa soggettività politica. Insomma il modello auspicato è quello di una comunità locale che prenda consapevolezza del ventaglio dei bisogni della popolazione e che di conseguenza si dota delle risorse necessarie (gruppi di self-help, case famiglia, familgie affidatarieÉ), per rispondere ai bisogni emersi al suo interno.
Tornando alle soluzioni proposte vediamo come il 24% degli intervistati è per sottoporre il bambino ad interventi psicoterapici, cioè riparativi del danno ricevuto; il 20% lo affiderebbe alla tutela del Servizio Sociale per gli opportuni interventi di recupero, mentre solo un 3% si dichiara favorevole al ricovero del minore in istituto.
Quest'ultimo dato mette in evidenza come l'istituto sia visto, a giusta ragione, come soluzione residuale, d'estrema ratio, il che dimostra quanto sia radicata la cultura della deistituzionalizzazione in favore di scelte più umane e promozionali dell'individuo.
Ancora una volta un dato significativo ci viene dalla differenza di genere: infatti il 27,3% delle ragazze suggerisce come intervento più adeguato per il bambino violentato trattamenti psicoterapici, contro un 20,2% dei ragazzi; le stesse inoltre si dicono più a favore dell'adozione (37% le ragazze e 34% i ragazzi).
Tab. 4 - I provvedimenti per genitori violenti
Totale M F
Interdizione potestà 37.8 34.5 41.4
Carcere 23.2 27.5 18.6
Ergastolo 17.7 13.9 21.7
Pena di morte 9.7 11.4 7.9
Altro 6.6 6.6 6.5
Manicomio 5.0 6.1 3.9
Totale 100.0 100.0 100.0
Riguardo al tipo di pena da infliggere ai genitori che commettono violenza sui figli nella tabella n.4 si può vedere l'ordine con cui i vari provvedimenti punitivi sono stati scelti dal campione e come la differenza di genere incida sulle risposte date.
Il 38% è per il decadimento della potestà genitoriale, una soluzione drastica e senza appello che conferma, peraltro, il dato della tabella precedente in cui lo stesso campione si pronuncia a favore dell'adozione del minore vittima di violenza; segue il carcere con il 23% e l'ergastolo con un 18%. Da segnalare un 10% che infliggerebbe addirittura la pena di morte ai genitori che hanno commesso violenza nei confronti dei propri figli. Qui la differenza di genere è nettamente in favore dei maschi con l'11,4% contro un 8% di femmine.
Se pure in percentuale ridotta, il dato sulla pena capitale è indicativo di risposte abnormi che non fanno parte della nostra cultura e dei nostri valori, poco democratiche e perciò stesso preoccupanti soprattutto se si tiene conto che sono proprio i più grandi (oltre i 18 anni) quelli che propendono per tale soluzione.
Infine un 5% recluderebbe padri e madri che commettono violenza sui propri figli in manicomio, ritenendoli evidentemente dei malati psichici e pertanto abbisognevoli di strutture a forte contenimento psichiatrico.
Uno sguardo alla differenza di genere ci consente di cogliere una maggiore durezza nelle ragazze soprattutto tra i 16 ed i 18 anni, che sono le più inclini ai provvedimenti più rigidi: il 41% è per il decadimento della potestà genitoriale e circa il 22% si pronuncia per il carcere a vita.
Tab. 5 - Le ragioni della violenza sui minori
Totale M F
Società che abitua alla violenza 42.9 41.7 44.2
Crisi famiglia 36.5 37.1 35.7
Società che non tutela i deboli 24.5 21.4 21.7
Violenza mass-media 23.3 24.3 22.2
Crisi valori tradizionali 16.5 15.3 17.7
Società indifferente all'infanzia 13.8 12.6 15.1
Società ingiusta 14.6 14.8 14.3
Società permissiva 7.1 8.5 5.6
Società basata sul successo 7.1 6.1 8.2
Società basata sui consumi 4.2 3.6 4.8
Società competitiva 1.5 2.2 0.8
Risposte multiple
A conclusione di questa prima serie di quesiti tesi ad indagare il fenomeno della violenza agita sui minori, l'ultima domanda chiede al campione di individuare le ragioni che sottendono tale violenza.
Da una lettura dei dati (tabella n.5) appare chiaro che per il 43%, le cause del fenomeno sono radicate innanzitutto nella società che abitua alla violenza. Il 36,5% individua nella crisi della famiglia un'altra causa importante della violenza sui minori.
I ragazzi avvertono il momento assai problematico vissuto dall'istituto familiare ed in esso intravedono una causa scatenante del problema. In realtà assistiamo ad un crescente e rischioso depotenziamento funzionale della famiglia che sempre più delega all'esterno l'assolvimento di una quantità di compiti dapprima di sua esclusiva pertinenza. La presenza di una molteplicità di agenzie di formazione, erode spazi educativi e di socializzazione sempre più consistenti alla famiglia che appare così sempre più svuotata di senso e funzioni.
Ma ce n'è anche per i mezzi di comunicazione. Il 23% del campione afferma, infatti, che è la violenza cinematografica e televisiva a generare altra violenza; se si sommano poi le risposte che riguardano la società, che vede come per oltre il 70% dei ragazzi sia quest'ultima più feconda produttrice di violenza. Essa ad esempio non tutela le categorie più deboli (24,5%), è iniqua (14,6%), allena alla competizione (1,5%) e premia chi ha successo (7%).
Ci sembra che il quadro di società che emerge dalle risposte non sia per nulla rassicurante soprattutto se si tiene conto che i soggetti intervistati sono in piena fase evolutiva e pertanto fortemente impegnati in un momento importante di "assimilazione ed accomodamento" al contesto che li circonda. L'immagine negativa che i nostri giovani ci restituiscono ci deve far riflettere sul tipo di società che consegniamo nelle loro mani e quindi sulle responsabilità degli adulti in tal senso.
Una violenza dunque, quella sui minori, spiegata come esito di disagi familiari, ma anche frutto di un più complessivo degrado e disorientamento sociale.
CAPITOLO SETTIMO
La violenza dei minori
1. Per comprendere la devianza minorile
Il fenomeno della devianza minorile sta conoscendo un rinnovato interesse da parte degli esperti, degli organi di stampa, dell'opinione pubblica. Ciò è dovuto ai ripetuti fatti di cronaca e ad una maggiore denuncia del problema che si pensa in costante aumento.
Incominciamo col dire con Luhmann che come ogni altro fenomeno sociale, anche quello della devianza minorile appare complesso e sistemico e perciò difficilmente interpretabile in modo univoco e definitivo. È per questo motivo che tutti i tentativi di ricostruzione della devianza in un quadro di lettura onnicomprensiva del fenomeno si sono rivelati insufficienti.
Essa, oggi, ci appare con un volto nuovo; la tipologia dell'atto deviante minorile appare mutata per ciò che attiene le modalità e i significati attraverso cui si sostanzia. Interessante a tal proposito risulta la distinzione operata da alcuni autori tra delinquenza minorile "fisiologica" e delinquenza minorile "patologica" (Merzagora e Paolillo, 1991). Secondo la prima l'atto deviante equivale a forme di trasgressione e ribellione tipiche dell'età evolutiva; la seconda attiene, invece, a reati più gravi sempre più frequentemente connessi alle attività della criminalità organizzata.
Questa nuova problematicità risulta confermata dall'aumento del numero dei minori denunciati alle Procure presso i Tribunali per i Minorenni a cui corrisponde l'aumento dei minori per i quali l'Autorità Giudiziaria ha dato inizio all'azione penale. La crescente attenzione e preoccupazione verso la devianza minorile è data, inoltre, dalla precocizzazione dei comportamenti devianti; secondo dati dell'Ufficio Centrale di Giustizia Minorile i minori infraquattordicenni denunciati alle Procure del nostro Paese nel decennio '86 - '96 sono aumentati dal 3,4% al 13%. Tale dato è anche influenzato dalla crescente presenza di minori immigrati stranieri e comunque l'aumento della delittuosità negli adolescenti si evince da un'analisi del tipo di reati commessi. Crescono i delitti contro la persona: nel 1993 ben 48 minorenni sono stati denunciati per omicidio consumato, 68 sono quelli denunciati per tentato omicidio (De Salvatore, 1996). Aumentano anche i reati contro il patrimonio che testimoniano il progressivo coinvolgimento dei minori nella criminalità organizzata soprattutto nelle regioni meridionali dove il fenomeno è particolarmente presente.
La crescente tendenza di cooptazione di minori da parte delle organizzazioni criminali nel nostro territorio è confermata dalla relazione sull'andamento della giustizia minorile nel Distretto, presentata dal Presidente del Tribunale per i Minorenni di Lecce in occasione dell'inaugurazione dell'anno giudiziario 1996. Più in generale appare emergere un'attenzione specifica da parte della criminalità organizzata a quei gruppi di giovani appartenenti alle subculture urbane caratterizzate da povertà ed emarginazione e che trovano nelle organizzazioni criminali la possibilità di una collocazione sociale, altrimenti improbabile.
Il quadro appena delineato desta profonda preoccupazione e pertanto richiede l'individuazione di politiche più efficaci di prevenzione, concretamente spendibili all'interno di interventi coordinati ed integrati tra le varie istituzioni.
Il volto della devianza minorile, dunque, muta, continuamente influenzato dalle trasformazioni dei fenomeni sociali. Ciò conferma il carattere di complessità del problema che lo rende inspiegabile attraverso la ricerca di precisi fattori causali. L'esperienza professionale sul campo, infatti, insegna come non tutti i devianti provengono da nuclei familiari problematici, da periferie degradate, o sono emarginati, disoccupati. Purtuttavia, nel tentativo irrinunciabile di comprendere cosa sia oggi la delinquenza minorile, torna utile rappresentarla come un processo, un percorso graduale piuttosto che l'effetto di fattori e cause antecedenti. L'assunto di base da cui muovere è dunque che devianti non si nasce, bensì si diventa.
La costruzione di una carrira deviante si snoda lungo un percorso fatto di tappe fondamentali (non uguali per tutti gli adolescenti), che in linee generali fanno riferimento alle reti sociali primarie e secondarie con le quali un'individuo interagisce (Stefanizzi, 1998).
Senza dubbio la prima tappa è legata all'ambiente familiare. Da sempre la famiglia ha rappresentato un fecondo terreno di indagine nello studio della devianza minorile, nel tentativo di cercare in seno ad essa le caratteristiche e le condizioni particolari che spiegassero in temini eziologici il fenomeno.
Oggi, la famiglia che affluisce ai Servizi Sociali del territorio per le motivazioni più disparate, pur non manifestando particolari forme di degrado, povertà o patologia, si mostra sempre più incapace di svolgere adeguati compiti educativi utili a garantire una crescita sociale, ma anche cognitiva ed emotiva, dei ragazzi. Tale tendenza è trasversale a tutte le classi sociali e conferma una generale "sofferenza" dell'istituto familiare contemporaneo.
Un'altra tappa può essere considerata la carriera scolastica. L'esperienza scolastica riveste un ruolo importante, quasi esclusivo, nella vita dei ragazzi impegnati evolutivamente nel raggiungimento di un'identità sociale. Essa, pertanto, occupa un posto di particolare rilievo per ciò che attiene la trasmissione di valori importanti anche in un'ottica di recupero dei comportamenti a rischio. Ma la scuola talvolta, può diventare causa di emarginazione, tramutandosi in esperienza negativa e frustante che allontana, orientando il ragazzo verso l'abbandono scolastico. Ciò è molto grave in quanto oltre al senso di rifiuto e di insuccesso vissuto dai ragazzi, essi non acquisiscono quegli strumenti di base che potrebbero facilitare l'inserimento nella vita.
Anche la frequentazione di reti amicali afflitte da problemi di devianza, può costituire un'ulteriore fase di passaggio verso la costruzione di una possibile carriera deviante. Il soggetto, inserito in questi gruppi, incomincia a "nutrirsi" di un certo tipo di (sub)cultura che conferma la percezione di sé come soggetto diverso. In questa fase, particolarmente delicata e rischiosa, aumenta la sensibilità alle interazioni devianti, cioè la tendenza a sentirsi attratti da soggetti e gruppi antisociali.
La fase conclusiva di questo travagliato iter potrebbe essere quella dell'ingresso in un gruppo deviante organizzato caratterizzato, cioè, da comportamenti antisociali, quali microcriminalità, consumo e spaccio di sostanze stupefacenti, ecc. Questa fase si caratterizza per l'alta probabilità di stabilizzazione del percorso deviante.
Ciò che conta in questo percorso è l'aspetto sommatorio delle varie fasi; pensiamo, infatti, purtroppo confortati dall'esperienza di lavoro con adolescenti a rischio, che un nucleo familiare problematico ed educativamente incompetente, ponga le basi per un percorso scolastico caratterizzato da insuccessi e questo, a sua volta, induca il ragazzo a cercare rifugio e affermazione in gruppi disadattati, e via di questo passo.
Se un adolescente pecorre le tappe di questo percorso, la possibilità che egli proceda verso una stabilizzazione di identità deviante diventa molto alta e consistente. Le storie di vita di adolescenti finiti nel circuito penale, confermano questa linea interpretativa.
Un importante contributo teorico che intendiamo valorizzare per la comprensione del problema è quello dell'approccio comunicativo alla devianza che si rifà alla teoria della comunicazione (De Leo, 1990). Ci sembra, infatti, che tale approccio risulta particolarmente applicabile in ambito minorile perchè la devianza è una delle possibilità comunicative dell'essere umano e in particolar modo dell'adolescente. Oggi i fenomeni del teppismo, del vandalismo e delle bande giovanili, vengono studiati proprio con questa chiave di lettura. I comportamenti devianti si leggono come atti comunicativi, ci si chiede cioè cosa i ragazzi intendono comunicare con tali azioni. È il caso per esempio degli hooligans, degli skinheads, degli squatters, i ragazzi dei centri sociali così "arrabbiati" e contro tutto e tutti. Bisogna interrogarsi circa il messaggio contenuto nei loro comportamenti così trasgressivi e "contro". Questi vanno letti in termini di esternazione di bisogni riferiti essenzialmente all'identità, alle relazioni alle domande sociali in merito alle politiche del tempo libero, della scuola, della città, dell'occupazione ecc. (Milani, 1995).
Secondo questo modello teorico la devianza ha il potere di richiamare l'attenzione dei sistemi cui si riferisce, sollecitando le risposte del controllo sociale. Dunque anche queste ultime possono leggersi come forme di comunicazione che tornano al soggetto attraverso la circolarità del processo comunicativo. L'autore del comportamento deviante scelglie questa modalità espressiva per rendere più eclatante il suo messaggio e richiamare l'attenzione del contesto in cui agisce. Ma il messaggio può essere letto da chi lo riceve (la società) solo in termini di "disturbo" tralasciando, cioè, il vero contenuto sottinteso. Il controllo sociale, dunque, opera una squalifica della comunicazione (Watzlawich, Beavin, Jackson, 1967) che viene etichettata in termini negativi ed esclusivamente devianti.
La teoria della comunicazione consente altresì di cogliere gli effetti paradossali contenuti nelle risposte istituzionali le quali, talvolta, nel tentativo di scoraggiare la devianza finiscono con il rinforzarla e stabilizzarla quando, per esempio, mantengono un'attenzione esclusiva su certe categorie e soggetti particolari.
La fecondità di questo modello interpretativo in ambito minorile è data anche dal fatto che la componente espressiva della devianza in età adolescenziale prevale su quella strumentale tipica dell'età adulta (si ruba per arricchirsi, si uccide con un movente ecc).
L'adolescente, dunque, attraverso l'azione deviante oltre ad esprimere bisogni legati alle identità e alle relazioni, manifesta il proprio disagio esistenziale tipico dei soggetti in età evolutiva.
Ben si comprende come una lettura della devianza in termini di comunicazione, può risultare utile per una decodificazione dei tanti comportamenti trasgressivi giovanili che spesso risultano non intelligibili per il mondo degli adulti. Look azzardati, capelli variopinti, corpi tatuati, percing disseminati sul corpo, possono essere letti come messaggi comunicativi, come segni di soggettività in evoluzione; ma anche nel contesto scolastico, un comportamento provocatorio e ribelle, o un altro totalmente assente e distratto, hanno sempre una valenza comunicativa che la scuola, idoneamente supportata al dovere di raccogliere.
Quando parliamo di devianza e dei necessari interventi di prevenzione, particolare attenzione occorre prestare alla selettività dell'impostazione delle politiche sociali. A tal proposito si vuole richiamare il concetto relativo ai rischi da intervento .
Il criterio che fino ad oggi ha sotteso la progettualità degli interventi in ambito minorile, infatti, è stato quello della individuazione di soggetti a rischio e di fattori di rischio. Appare chiaro come questo tipo criterio guida, risponda ad una logica interpretativa della devianza in termini di ricerca di cause e condizioni costanti del fenomeno. Ma come abbiamo visto l'orientamento è quello di tralasciare la ricerca eziologica del problema in favore di schemi interretativi più complessi, capaci di evidenziare le interazioni tra i soggetti, i loro sistemi di azione, i sistemi normativi e quelli di controllo sociale.
Attualmente, la tendenza è quella di considerare tutta una nuova costellazione di fattori di rischio tra cui un posto particolare occupano le risposte del controllo sociale. Più precisamente ci riferiamo ai rischi che possono scaturire dalle risposte paradossali di talune forme di controllo, di intervento e di trattamento operate dagli organi di polizia, dalla magistratura, dai servizi, dagli operatori sociali, che risultano essere etichettanti e stigmatizzanti. Il paradosso possibile sta, dunque, nel fatto che le risposte/interventi istituzionali possono, essi stessi, incanalare e accelerare il percorso a rischio verso l'esito deviante che si intende prevenire.
Altri possibili fattori di rischio possono essere interni agli interventi stessi coi soggetti e si sostanzierebbero nello spontaneismo non scientifico, nella carenza di sistematicità e specificità, nell'iperprotezione, nell'abbandono; in latri termini nella qualità dell'intervento stesso.
Pare che risposte di questo tipo possono dare origine ad interazioni a rischio di amplificazione della devianza (Labos 1994).
2. I minori e i reati: risultati della ricerca
Si è aperta una nuova sezione del questionario articolata in dieci quesiti. Essa tende ad indagare quale posizione assumono gli intervistati nei confronti della devianza dei propri coetanei e se l'atteggiamento verso la pena da comminare è di tipo punitivo-repressivo o educativo-riabilitativo e perciò più orientata ad una derubricazione e giustificazione dei comportamenti violenti.
Tab. 1 - L'affermazione che meglio definisce il concetto di reato
Sesso Fasce d'età
Totale M F 14-15 16-18 >18
Violazione della legge 52.9 58.5 46.7 55.3 50.9 50.0
Comportamento pericoloso socialmente 18.6 18.8 18.3 16.5 21.0 11.8
Trasgressione delle regole morali 11.8 9.3 14.6 10.6 12.7 14.7
Comportamento in contrasto con gli interessi collettivi 11.2 8.8 3.8 9.2 12.4 17.6
Non so 4.7 3.6 5.8 7.0 2.8 3.0
Altro 0.8 1.0 0.8 1.4 0.2 2.9
Totale 100.0 100.0 100.0 100.0 100.0 100.0
Incominciamo subito col chiarire che significato assume per il camione il termine reato.
Il 53% risponde che esso rappresenta una violazione della legge mostrando così di avere ben presente l'esistenza di un codice normativo che regola i comportamenti sociali che non può essere trasgredito. Segue immediatamente dopo un comportamento socialmente pericoloso (19%); una trasgressione delle regole morali (12%) ed un comportamento che contrasta con gli interessi collettivi (11%). Uno sguardo alla differenza di genere evidenzia come i maschi sembrano maggiormente padroneggiare la "materia". Essi riconoscono il reato come violazione della legge (58,5% contro il 46,7% delle ragazze) che, in quanto tale, contrasta con gli interessi collettivi (8,8% contro il 3,8% delle femmine). Le ragazze mostrano di avere una lettura più etica dell'infrazione tanto che per il 14,6% il reato è una trasgressione delle regole morali. La distribuzione per classi di età ci mostra una sostanziale identità di vedute sebbene sono soprattutto i ragazzi più giovani a considerare il reato come una violazione della legge (55,3%), mentre quelli tra i 16 e i 18 anni e i maggiorenni lo giudicano come un cmportamento pericoloso per la società (21% e 12%). Più in generale si nota come i ragazzi appartenenti alle classi di età più alte tendono a sottolineare la ricaduta negativa dell'atto deviante sulla collettività, quasi ad evidenziare un maggiore senso di identità sociale e di integrazione nella società. Dalle risposte fornite emerge comunque netta la percezione del reato come infrazione della norma, come atto pregiudizievole e dannoso per la comunità sociale, se pure con sfumature diverse a seconda dell'età e del genere.
Tab. 2 - Il reato più grave
Sesso Fasce d'età
Totale M F 14-15 16-18 >18
Omicidio 51.0 52.8 49.1 51.2 51.4 44.1
Violenza sessuale 15.2 8.3 22.6 14.4 15.6 17.6
Associazione di tipo mafioso 14.0 19.7 7.9 14.7 13.6 11.8
Violenza sui minori 6.3 3.6 7.2 5.5 7.1 5.9
Spaccio di sostanze stupefacenti 3.3 3.6 2.9 4.4 2.5 0.0
Sequestro di persona 2.1 2.4 1.8 1.9 2.3 2.9
Furto 1.9 2.2 1.6 1.7 2.3 0.0
Attentati dinamitardi e incendiari 1.6 1.7 1.6 1.1 2.3 0.0
Violenza sugli extracomunitari 1.5 1.9 1.0 1.9 0.8 5.9
Corruzione 1.1 1.5 0.8 1.1 0.8 5.9
Estorzione 1.0 1.2 0.8 1.1 1.1 0.0
Contrabbando 0.3 0.5 0.0 0.3 0.3 0.0
Atti vandalici 0.3 0.2 0.3 0.3 0.0 0.3
Inquinare 0.3 0.2 0.3 0.3 0.0 2.9
Non pagare le tasse 0.1 0.0 0.3 0.0 0.3 0.0
Truffa 0.0 0.0 0.0 0.0 0.0 0.0
Rapina 0.0 0.0 0.0 0.0 0.0 0.0
Totale 100.0 100.0 100.0 100.0 100.0 100.0
Ovviamente il reato più grave è l'omicidio con il 51% delle risposte; questo risulta però essere più vero per i maschi che sorpassano le femmine di circa quattro punti (52,8% contro 49,1%). Segue nell'ordine la violenza sessuale con il 15% e l'associazione di tipo mafioso che con il 14% delle risposte quadagna un meritato terzo posto. Fa quasi piacere vedere come i ragazzi, nonostante la loro giovane età, pongano nella rosa dei primi posti l'associazione di stampo mafioso. Può darsi che l'interminabile serie di film per la tv de "La piovra" abbia contribuito a diffondere la consapevolezza di uno dei più gravi problemi che storicamente assillano il notro Paese (!), fatto sta che i nostri ragazzi non hanno esitato a denunciare la gravità di questo reato, quasi a dimostrare quanto sia diffuso e forte il bisogno di una rinnovata ed autentica cultura della legalità. Sono soprattutto i ragazzi più giovani, quelli tra i 14 e i 16 anni, ad indicare la mafia tra i reati più gravi (15%); in questa fascia di età infatti, nonostante la spinta oppositiva è particolarmente presente il bisogno di credere in valori fondanti quali la legalità, la giustizia, la libertà, la democrazia. Ed è proprio grazie a questo sentimento di avversione verso la criminalità organizzata, di recente radicata anche nel nostro territorio con la S.C.U (Sacra Corona Unita), che potrebbero trovare spazio nelle scuole incontri tra rappresentanti della magistratura, impegnati nella lotta contro le varie forme di mafia e di giovani studenti. Ciò potrebbe costituire, tra l'altro, un reale momento di compenetrazione tra scuole e territorio. Sarebbe bello pensare ai nostri magistrati intenti in un progetto educativo mirato alla crescita delle nuove generazioni. Essi potrebbero testimoniare in prima persona l'impegno dello Stato contro la cultura dell'illegalità, così come fece il giudice Caponnetto in un momento particolarmente oscuro della storia del nostro Paese. Tutti ricordiamo come egli, successivamente agli assissini dei giudici Falcone e Borsellino e degli uomini delle rispettive scorte, scese in Sicilia scegliendo come destinatari e interlocutori privilegiati dei suoi discorsi, per nulla retorici, proprio gli studenti delle scuole dell'Isola.
Ma riprendiamo ad esaminare le risposte del campione. Ancora una volta è molto interessante il dato relativo alla differenza di genere. Così come già accaduto in precedenti risposte, sono prevalentemente le ragazze ad indicare la violenza sessuale come reato più grave (22,6% contro un 8,3% dei maschi). Lo scarto è veramente notevole e ribadisce il processo di identificazione delle femmine nella vittima della violenza, situazione che, peraltro, conferma in pieno il dato di realtà.
Tab.3 - Le punizioni più idonee
Nessuna pena Risarcimento danni Carcere Carcere in isolamento Ergastolo Pena di morte
Furto 0.8 52.1 43.1 2.8 0.5 0.8
Associazione di tipo mafioso 0.6 0.8 37.4 30.4 23.6 7.2
Omicidio 0.3 0.5 6.8 10.2 44.1 38.2
Corruzione 2.2 12.5 58.4 18.3 6.1 2.5
Spaccio di sostanze stupefacenti 3.4 1.1 45.7 29.0 13.0 7.8
Estorsione 0.9 9.2 52.5 23.4 11.2 2.8
Violenza sessuale 1.9 1.4 14.7 30.8 31.0 20.2
Attentati dinamitari ed incendiari 1.1 13.5 39.0 20.7 18.7 7.0
Contrabbandono 14.1 11.7 66.4 5.7 1.3 0.9
Atti vandalici 2.9 27.1 48.5 16.9 2.9 1.7
Sequestro di persona 0.3 1.3 19.9 34.2 37.2 7.2
Non pagare le tasse 7.5 48.8 35.1 5.1 2.3 1.2
Violenza sui minori 0.6 0.9 14.8 25.7 37.9 20.1
Inquinare 20.1 39.6 28.1 5.2 4.6 2.3
Violenza sugli extracomunitari 3.4 2.9 37.8 26.5 18.5 10.8
Truffa 1.7 41.1 49.8 5.1 1.7 0.6
Rapina 0.8 16.6 57.8 17.5 5.6 1.8
A questo punto veniva richiesto ai ragazzi di indicare quale tipo di pena, tra sei proposte, fosse la più congrua a punire i diversi tipi di reati. Nella tabella n.3 si può vedere l'ordine delle risposte fornite dal campione. Le pene più idonee a punire i reati contro la pìersona sono state l'ergastolo, la pena di morte, la reclusione in cella d'isolamento; invece per i reati contro il patrimonio, il carcere, il risarcimento economico dei danni e, talvolta, il carcere in isolamento.
È interessante notare come forme di punizione più rigide ed estreme quali la pena di morte, l'ergastolo, il carcere in isolamento, siano state indicate dal campione molto spesso. Un dato che val la pena commentare è quel 14% che non comminerebbe alcuna pena per i reati di contrabbandono. Ci sembra di poter leggere in questo dato una sorta di abitudine, quasi un'assuefazione, dei giovani a questo tipo di reato. La distribuzione illecita di sigarette è, infatti, diventata ormai così capillare che a qualunque ora del giorno, gli angoli delle strade e i semafori cittadini sono presidiati da individui che impunemente vendono merce di contrabbando; ciò avviene anche in pieno centro cittadino, sotto lo sguardo distratto e tollerante delle Forze dell'Ordine. Tutto questo è molto diseducativo per i ragazzi che finiscono col non distinguere più il lecito dall'illecito. Comunque la Puglia e in particolare la penisola salentina, è diventata da tempo terra di confine, zona d'ingresso e smercio di grossi quantitativi di merce clandestina proveniente dai Paesi dell'est. Le coste della regione sono prese di mira dai potentissimi mezzi dei contrabbandieri che hanno affinato tecniche sempre più sofisticate per eludere il controllo della Guardia di Finanza. Attualmente il problema non si pone più soltanto in termini di lotta e repressione giacché il commercio di sigarette, per il giro di affari raggiunto e per il numero consistente di gente arruolata, è ormai diventato una vera e propria industria capace di colmare i grandi vuoti occupazionali e di prospettive della gente del sud. Centinaia di famiglie vivono grazie a questo genere di traffici su cui si basa una considerevole parte dell'economia locale. Ecco come è possibile che esso sia considerato sempre meno reato e sempre più una forma di occupazione tollerata e talvolta legittimata, quasi un costume della nostra società meridionale che in questo modo scivola pericolosamente nella legalizzazione dell'illegalità.
Tab.4 - Le categorie sociali più colpite dalla violenza
Sesso Fasce d'età
Totale M F 14-15 16-18 >18
Bambini 52.9 48.0 58.0 52.5 53.2 52.9
Donne 22.9 22.4 23.5 25.8 21.3 11.8
Emarginati 12.0 14.4 9.5 10.0 13.2 20.6
Handiccapati 6.6 6.8 6.3 6.1 6.8 8.8
Detenuti 2.8 4.6 0.8 3.1 2.5 2.9
Forze dell'Ordine 2.3 3.2 1.3 1.7 2.8 2.9
Malati 0.5 0.6 0.6 0.8 0.2 0.1
Totale 100.0 100.0 100.0 100.0 100.0 100.0
Le categorie sociali più frequentemente colpite da atti di violenza (tabella n.4), sono i bambini (52,9%), un dato sul quale convergono tutti gli intervistati, indipendentemente dalla fascia di età di appartenenza, ed in secondo luogo le donne (22,9%); seguono gli emarginati (12%), e i portatori di handicap (6,6%), i detenuti, i tutori delle Forze dell'Ordine ed i malati sono i soggetti ritenuti meno frequentemente colpiti da atti di violenza. Un dato sul quale val la pena riflettere è quello relativo ai detenuti. Se pure con un esiguo 2,8% i ragazzi del campione ritengono che questa fascia di popolazione sia destinataria di forme di violenza, istituzionale si suppone. Ed è vero. Come negare, ad esempio, il problema del sovraffollamento delle carceri italiane e delle condizioni di vita veramente problematiche dei detenuti ai quali vengono negati, talvolta, alcuni diritti umani fondamentali. Il dibattito civile e politico in merito è vivace ma l'adeguamento delle strutture e del sistema carcerario è lento e farraginoso.
Tab.5 - L'infrazione più diffusa tra i giovani
Sesso Fasce d'età
Totale M F 14-15 16-18 >18
Spaccio di droga 24.6 21.0 28.5 26.7 21.8 35.3
Scippo 15.5 18.6 12.0 15.2 16.0 11.8
Consumo di droghe 14.1 12.1 16.2 9.9 17.3 20.6
Vandalismo 11.3 12.8 9.7 11.3 11.8 8.9
Furto 9.9 10.9 8.9 8.3 11.3 11.8
Violenza negli stadi 7.5 6.0 9.2 9.4 6.0 5.9
Infrazione codice stradale 6.0 7.2 4.7 6.9 5.8 0.0
Risse 5.0 6.0 3.9 4.7 5.5 2.9
Violenza sessuale 3.8 2.9 4.7 5.0 2.8 2.9
Violenza su extracomunitari 1.8 1.7 1.8 1.9 1.8 0.0
Rapina 0.3 0.5 0.3 0.6 0.0 0.0
Detenzione armi 0.2 0.3 0.1 0.3 0.0 2.9
Totale 100.0 100.0 100.0 100.0 100.0 100.0
Alla domanda di indicare quale infrazione fosse maggiormente diffusa tra i giovani il campione (tabella n.5) ha collocato al primo posto lo spaccio di stupefacenti 24,6%, segue lo scippo con il 15,5% ed il consumo di droghe leggere con il 14%. Come si può ben notare due risposte che attengono il tema della droga, sicuramente uno dei problemi più sentiti dai giovani e sempre presenti all'interno dei gruppi di appartenenza. Oltre al vandalismo (11,4%) ed al furto (10%) interessante è la risposta fornita sulla violenza negli stadi (7,5%), uno dei fenomeni che contraddistingue il mondo giovanile "dei tifosi" assurto più volte alla ribalta, anche nel nostro Paese, attraverso tragici episodi di cronaca.
Questo fenomeno è tristemente comune a molti Paesi e cresce la preoccupazione colletiva per le manifestazioni di violenza dentro e fuori gli stadi.
Si pensi al fenomeno degli hooligans inglesi, alla violenza devastante che li contraddistingue nelle occasioni calcistiche (Mondiali '98) e che nulla ha a che spartire con lo sport "giocato". Alcune ricerche condotte sulla violenza negli stadi (Labos, 1988) che si riconducono a precedenti indagini svolte non a caso in Inghilterra, tendono a stemperare i toni di allarmismo che circondano il calcio, riconoscendo a quello sport una componente aggressiva intrinseca.
Il calcio sarebbe dunque, secondo un ottica antropologica, una forma di spettacolo che di per sé spinge ad una logica di battaglia, consolida l'appartenenza di gruppo, suscita comportamenti di arrogante sicurezza e quindi di provocazione verso il gruppo avversario; caratteristiche queste, tipiche di soggetti giovani impegnati "evolutivamente" in un percorso di acquisizione di identità individuale e sociale. Da considerare con attenzione, invece, gli effetti amplificatori dei media che equiparano l'aspetto simbolico dei comportamenti aggressivi a manifestazioni di reale violenza teppista, dando origine così a pericolosi processi di stigmatizzazione. Più in particolare tale processo tenderebbe a creare pericolosi fenomeni sociali di "etichettamento" di categorie devianti.
Un altro effetto deleterio dei media è la sollecitazione alla spettacolarità che deriva dagli inevitabili meccanismi di notorietà delle immagini televisive: la partita di calcio diventa, in altri termini, un palcoscenico su cui andare in scena.
Le differenze di genere sottolineano una diversa percezione della consistenza e dell'autore del reato. Ciò riflette la diversità dei ruoli sociali dei due sessi: le femmine hanno maggiore propensione ad identificarsi con la vittima di un'azione violenta, auto o eterodiretta (violenza sessuale 5%, violenza su extracomunitari 2%, consumo di droghe 16%); mentre i maschi sono più spostati verso la focalizzazione sugli autori della violenza (scippo 19%, vandalismo 13%, furto 11%, infrazione del codice stradale 7%, risse 6%).
In particolare sono i più piccoli (14-15 anni) ad affermare che tra le infrazioni più diffuse tra i giovani ci sono la violenza negli stadi, lo spaccio di sostanze stupefacenti ed il vandalismo. Mentre gli scippi, l'uso di droghe ed i furti sono indicati dai ragazzi più cresciuti nella fascia dai 16 anni in sù.
Tab. 6 - I fattori che spingono ai reati
Cattive compagnie 80.0
Situazione familiare difficile 51.1
Precarietà economica 44.5
Mancanza di valori 35.1
Emarginazione sociale 34.0
Bisogno di affermazione 27.5
Ambiente familiare violento 27.0
Mancanza di istruzione 21.9
Una famiglia incapace di educare 17.9
Mancanza di dialogo tra genitori e figli 17.5
La ricerca di emozioni forti 17.5
Tendenza naturale 16.5
Una società che non garantisce benessere e lavoro 16.0
Influenza dei mass-media 13.0
Una società che propone modelli violenti 11.2
Un modo per dimostrare di avere coraggio 10.4
Influenza mezzi di comunicazione 7.7
Una società che non educa a convivenza civile 6.9
Una società troppo permissiva 5.0
Una condizione di solitudine 4.3
Una famiglia troppo rigida 4.3
Una scuola che non trasmette valori e modelli di comportamento 3.5
L'insuccesso scolastico 2.4
Scuola selettiva e competitiva 1.0
* risposte multiple
Ma quali sono i fattori che spingono a commettere reati? L'80% del campione dice che sono le cattive compagnie. Qui il riferimento alla prospettiva interazionista è evidente. È chiamata in causa la rete di relazioni e di rapporti di cui un individuo fa parte. Nel nostro caso il concetto richiamato è il gruppo.
L'importanza del gruppo nei processi di costruzione di identità personale e sociale è ormai indiscussa. I risultati della nostra ricerca in questo senso segnalano come quasi il 90% dei ragazzi intervistati, faccia parte stabilmente di un gruppo di amici con il quale intrattiene rapporti di frequentazione quotidiana.
L'eterogeneità dei membri consente al singolo di confrontarsi simultaneamente con un ventaglio giovanil molto ampio; ciò facilita i processi di socializzazione e, al contempo, di costruzione del Sé. Il gruppo risponde alle spinte di autonomia e di "sganciamento" dalle figure genitoriali e, più in generale adulte, tipiche dell'infanzia.
Il gruppo è un micro sistema sociale che si caratterizza per il tipo di comunicazione che si sviluppa all'interno particolarmente mirata alla "personalizzazione". Questo fa sì che l'adolescente trovi in esso la possibilità di agire i suoi bisogni di comunicazione interpersonale, dapprima soddisfatti nella famiglia. Il gruppo diventa perciò sostitutivo di contesti dapprima importanti ed è capace, per le particolari regole che vigono all'interno, di condizionare i comportamenti. Ed è proprio in questo senso che ci sembra di poter leggere la risposta data dal campione. Il gruppo in questo caso assume una valenza negativa connotandosi, come direbbero gli ecosistemici, come "ambiente non nutritivo" (Dal Pra Ponticelli, 1985) ove i membri che sperimentano, se pure indirettamente, comportamenti trasgressivi/violenti dei compagni, possono essere da questi condizionati ed indotti ad agirli personalmente. Infatti la fedeltà dei membri al gruppo è totale e la presenza di soggetti devianti, anziché allontanare, sollecita negli ltri il sostegno e l'aiuto sviluppando comportamenti solidaristici. Se ciò per certi versi è positivo, anche ai fini dell'acquisizione di un sistema valoriale (altruismo, solidarietà,É), dall'altro allerta ed allarma per i rischi che può comportare.E
sperienze di lavoro con gruppi di adolescenti all'interno dei C.I.C. (Centri di Informazione e Consulenza) nelle scuole superiori di Lecce confermano, infatti, una tendenza di taluni a conformarsi ai modelli devianti presenti nel gruppo, nonostante gli intenti solidaristici di partenza.
Procedendo nell'esame delle risposte vediamo che il 51% dei ragazzi individua in una situazione familiare difficile il presupposto della violenza: se accorpassimo il dato già di per sé consistente, alle altre risposte che pertengono la famiglia, verificheremmo come i ragazzi salentini ricorranno spesso ad essa per riconoscerle una grande responsabilità nel causare l'insorgenza di comportamenti devianti negli adolescenti.
La famiglia, infatti, spinge a commettere reati qua,do: è incapace di svolgere un'adeguata funzione educativa (18%); nel suo interno manca un sistema di comunicazione fluida, funzionale alla crescita dei suoi membri (17,5%); è violenta (27%); è rigida (4,3%).
In particolare la rigidità della famiglia, letta in un'ottica sistemica, è una caratteristica che nuoce notevolmente alla tenuta della sua struttura. J.Haley ha considerato la famiglia come un organismo che cresce e si sviluppa in stadi successivi, non solo a livello biologico, ma anche sul piano psicosociale, attraverso l'interazione e l'interdipendenza dei suoi membri e di questi con il sistema sociale (J.Haley, 1976).
Secondo questa chiave interpretativa la famiglia è studiata secondo il concetto di "ciclo vitale". L'approccio evolutivo spiega come le fasi del suo sviluppo 1) Formazione della coppia, 2) Nascita dei figli, 3) Confronto con la società, 4) Adolescenza dei figli, 5) Distacco dei figli, 6) Ricomposizione della coppia, rappresentano eventi critici che rompendo l'omeostasi, impongono al sistema una rielaborazione delle sue modalità (comunicative) di funzionamento. Ed è proprio in queste "crisi evolutive" che la famiglia dimostrerà le sue capacità di adattamento e di cambiamento. Se prevarranno la duttilità e l'elasticità, il sistema si evolverà passando di volta in volta alle fasi successive; se, di contro, il processo di riorganizzazione delle parti non avviene e la famiglia tende maggiormente alla rigidità ed alla correzione omeostatica dei cambiamenti, può andare in contro a disagio e patologia (Lerma, 1992).
L'approccio del ciclo vitale è particolarmente utile per un'agevole lettura delle problematiche delle famiglie con adolescenti. In questa fase, il compito particolarmente ingrato dei genitori (ma ce ne sono altri!) è quello di favorire il processo di differenziazione dei figli (dal sistema) per facilitare in essi una graduale acquisizione di autonomia ed autodeterminazione. A questo punto la difficoltà è dettata dalla necessità di saper oscillare tra comportamenti prescrittivi e normativi, ancora orientati a mantenere la convergenza/appartenenza dei figli al nucleo familiare, e comportamenti di sganciamento ed accompagnamento verso l'esterno.
Il 44,5% è invece persuaso che una precaria situazione economica possa alimentare atti di devianza. In realtà sappiamo esistere una certa correlazione tra devianza giovanile e povertà e più in generale tra devianza e percezione stessa della crisi economica. In ricerche del tipo qualitativo, condotte attraverso raccolte di storie di vita, i giovani hanno raccontato la disperazione e la paura per la mancanza di prospettive occupazionali e quindi la difficoltà di "conferire senso" al proprio esistere (Labos 1988).
Quasi a ribadire quanto appena detto, un 16% del campione riconosce nella società che non garantisce benessere e lavoro e che genera emarginazione sociale (34%), uno dei fattori che spinge a commettere reati.
Un dato interessante è quello che individua nella perdita del sistema valoriale (35%) il fattore scatenante dei reati. Risulta evidente come gli stessi ragazzi del campione avvertano il vuoto dei valori che caratterizza il nostro tempo, determinato dai grossi mutamenti sociali e dalle logiche spietate di mercato che considerano, in modo particolare, i giovani meri consumatori di beni creati da un sistema economico artificioso.
La scuola rappresenta per gli studenti intervistati, una possibile causa di violenza perché respinge gli studenti (2,4%), perché è incapace di trasmettere valori (3,5%) e allena alla competizione (1%). Ciò è molto grave tenuto conto che l'esperienza scolastica riveste un ruolo fondamentale nel processo evolutivo della persona. Per molti ragazzi essa è, dunque, fonte di delusioni e frustrazioni che inducono di sovente all'abbandono scolastico. Si pensi che in Italia ogni anno sono 75.000 gli alunni che abbandonano i banchi; tale fenomeno è molto presente nel nostro territorio, tanto che la provincia di Lecce è stata inserita, nel 1993, nel Progetto ministeriale per la lotta alla dispersione scolastica.
Il dato è ancor più grave se si tiene conto che un'alta percentuale di ragazzi che fa il suo ingresso negli istituti penali minorili non ha ultimato gli studi della scuola dell'obbligo (De Salvatore, 1993). Esiste, infatti, una certa correlazione tra evasione scolastica e devianza. Il ragazzo che abbandona precocemente la scuola spesso appartiene a nuclei familiari disagiati, anaffettivi, numerosi, privi di stimoli, in cui il disimpegno e il disinteresse verso l'esperienza scolastica dei figli costituiscono un fattore importante nella decisione dell'abbandono degli studi. È pur vero che in casi del genere la scuola si mostra inadeguata a svolgere un ruolo di recupero e di coinvolgimento del minore svantaggiato. Essa soffre di un eccesso di rigidità apparendo, talvolta, più preoccupata di adempiere ai suoi compiti di istruzione piuttosto che a quelli di formazione. L'incapacità di assumere atteggiamenti più accoglienti del disagio e di trovare nuove strategie per suscitare interesse negli studenti meno motivati, di fatto determina approcci negativi coi soggetti a rischio, spesso sbrigativamente etichettati come insufficienti mentali o delinquenti. Accade così che la scuola mandi dei chiari messaggi di rifiuto e di allontanamento a questi ragazzi che sperimentano anche in ambito scolastico, esperienze di vita negative. Da qui all'abbandono scolastico il passo è breve, anzi brevissimo. E infatti, ci si chiede perché mai ragazzi già difficili, carichi di problemi, precocemente adultizzati, dovrebbero continuare ad esporsi alla frustrazione di un atteggiamento giudicante ed espulsivo della scuola. Una volta fuori, però, l'alternativa è la strada dove diventano facile preda di gruppi violenti organizzati, all'interno dei quali sperimentano accettazione incondizionata, sviluppano appartenenza e costruiscono gradualmente la propria identità deviante.
Continuando con l'esame dei fattori che spingono ai reati si evince che soltanto un 16% indica la tendenza naturale come causa dei comportamenti violenti: l'innatismo di lombrosiana memoria appare ormai relegato nei testi classici di criminologia.
Un altro dato sul quale val la pena riflettere è quello che denuncia una certa correlazione tra fruizione di mass-media e violenza (il dato sommato è quasi del 21%).
Questo è un tema assai dibattuto e varie e corpose ricerche sono state condotte sull'argomento, spesso commissionate dai governi di alcuni Stati. In proposito possiamo affermare che l'uso del mezzo televisivo, anche come forma di impiego di tempo libero, rappresenta sicuramente uno dei comportamenti più diffusi tra i bambini e gli adolescenti.
Da recenti ricerche è emerso che i bambini tra i 3 ed i 5 anni guardano la TV in media dalle due alle quattro ore al giorno con punte preoccupanti di "parcheggio televisivo" di 5-6 ore giornaliere. La guardano in condizione di solitudine nelle ore mattutine e pomeridiane, mentre durante il pranzo, la cena ed il dopo cena, l'ascolto è di tipo familiare. La fruizione della TV aumenta col crescere dell'età fino anche a sei ore al giorno soprattutto nelle ore serali ed in compagnia dei familiari (Presidenza del Consiglio dei Ministri 1997).
È da segnalare come la "fruizione solitaria" di TV da parte del bambino acuisca la condizione di isolamento che permane anche quando davanti al video ci sono più bambini; anche in presenza del gruppo, infatti, ciascuno trova rifugio in una nicchia soggettiva (Lussato, 1990).
Oltre ai noti danni di tipo psicologico derivanti da un'eccessiva esposizione al mezzo televisivo, si aggiungono i danni derivanti da una programmazione indiscriminata e qualitativamente scadente. Manca, infatti, una programmazione scientificamente mirata ai bisogni dell'infanzia e dell'adolescenza; i palinsesti televisivi offrono spesso cartoni animati d'importazione, di scarsa qualità e violenti, o programmi scadenti da un punto di vista contenutistico, per non parlare dei martellanti e edulcorati messaggi pubblicitari destinati ad allevare schiere di consumatori. Un'apposita Commissione Governativa per l'Infanzia ha stilato un "Codice di autoregolamentazione dei rapporti tra TV e minori" con l'intento di migliorare la qualità del palinsesto per i ragazzi e l'istituzione di fasce orarie protette. Accanto a questo tipo di iniziative istituzionali (ancora di esito incerto), per arginare gli esiti negativi di un'eccessiva ed indiscriminata fruizione televisiva, è necessaria una maggiore presenza dell'adulto accanto al ragazzo. La mediazione dell'adulto nella decodifica e nell'elaborazione del messaggio è, infatti, di fondamentale importanza nell'orientamento rispetto al messaggio stesso.
Ciò consentirebbe ai genitori di conservare il ruolo di interlocutori privilegiati del mondo infantile o comunque di "filtro" rispetto alle altre agenzie educative (Dorr, 1990).
Ma che rapporto c'è tra i messaggi mediali e l'apprendimento della violenza?
Esiste un "sapere di senso comune" veicolato dagli stessi media col quale si asserisce, in termini di causalità lineare, che esiste una correlazione positiva tra una notevole esposizione alla violenza in televisione ed un comportamento aggressivo (Spedicato, 1998). Pur tuttavia gli studi condotti in tale direzione (oltre 3.500) ad incominciare dalla prima grande ricerca della Payne Foundation del 1933 suglie effetti della violenza cinematografica sui bambini hanno dimostrato seppure con approcci metodologici differenti, che non esiste correlazione diretta in termini di causa-effetto tra l'esposizione al video ed i comportamenti devianti. Le conclusioni raggiunte confermano quanto già contenuto in uno studio della Himmelweit del 1958 in cui si affermava che gli effetti della violenza televisiva sugli atteggiamenti devianti avevano come destinatari privilegiati quei soggetti che avevano già sperimentato ed interiorizzato stili comportamentali violenti nel nucleo d'origine.
Alle stesse conclusioni sono pervenuti, in occasione dell'ultimo convegno internazionale dell'UNESCO, i ricercatori di 60 paesi diversi i quali hanno affermato che non esiste correlazione tra violenza televisiva e delinquenza giovanile. Se da un lato ciò è rassicurante, che dire allora dell'effetto massificante ed omologante prodotto dai media nel mondo giovanile esposto contemporaneamente, in tutte le parti del globo, ad identici messaggi?
Da un esame complessivo delle risposte si evince come alla base della devianza per i nostri studenti vi siano prevalentemente comportamenti reattivi a fattori situazionali negativi, contesti relazionali difficili ed inquinati. Come a dire, dunque, che non si tratta di comportamenti devianti agiti intenzionalmente, innati o dovuti al carattere, bensì scatenati da situazioni specifiche che prescindono dalla volontà del soggetto.
Possiamo ragionevolmente affermare che il campione intervistato tende ad assumere un atteggiamento comprensivo e giustificazionista dei propri coetanei e perciò a considerarli meno colpevoli.
Tab. 7 - Le giustificazioni per un minore reo
Totale M F
Problemi psichici 51.9 47.9 56.2
Normale per la famiglia compiere reati 24.1 24.4 23.6
Precarietà economica 23.5 30.1 16.5
Mai giustificabile 20.3 17.8 22.8
Frequenta gruppo che compie reati 17.2 20.5 13.6
Consuma droghe 16.7 18.6 14.7
Consuma alcool 5.2 6.6 3.7
Non so 2.3 2.0 2.6
Altro 2.0 1.5 2.6
* risposte multiple
Ma quali possono essere più in concreto le condizioni attenuanti per un minore che abitualmente compie reati?
Il 52% degli studenti risponde che solo problemi psichici possono giustificare atti violenti, cioè a dire che la sola devianza ammessa è quella non intenzionale ma dovuta a stati alterati della psiche; il 24% chiama di nuovo in causa la famiglia quando in seno ad essa comportamenti devianti sono già la norma. In tal caso il ragazzo reao può essere giustificato e ciò deve essere tenuto in conto nella valutazione della personalità potendo costituire attenuante in sede di giudizio. Il 23,5% del campione sostiene che il minore deviante è giustificabile se spinto da una situazione economica precaria. Questo dato sembra confermare quanto già affermato dal campione in risposte precedenti.
Segue un 20% di ragazzi che invece non transige. Secondo questi i comportamenti devianti non sono mai giustificabili escludendo, così, la possibilità di considerare circostanze attenuanti. Un significativo 17% sottolinea come l'appartenenza ad un gruppo, solitamente deviante, influenzi i membri condizionandone negativamente il comportamento.
Infine un 16,7% è disponibile a giustificare un ragazzo colpevole di reati, quando fa uso di sostanze stupefacenti che ne alterano le capacità cognitivo-emotive.
Anche in questo caso risulta interessante uno sguardo alla differenza di genere che sembra sottolineare la diversità dei ruoli sociali tra i sessi. Dalle risposte si evince una maggiore severità delle ragazze le quali affermano (22,8%) che un minore reo non è mai giustificabile, i ragazzi lo dicono per il 17,8%. Essi inoltre adducono come motivo di giustificazione la precarietà economica (30% contro un 16% delle ragazze), l'attenzione al problema economico è stato un dato costantemente a favore dei maschi, anche nelle precedenti risposte.
Tab. 8 - Le figure idonee ad intervenire nei casi di devianza
Totale M F
Familiari 69.5 71.6 67.2
Psicologo 63.3 54.1 73.3
Gruppo di amici 59.0 62.7 55.0
Assistente sociale 32.4 28.6 36.5
Sacerdoti 14.3 15.8 12.7
Insegnanti 13.8 15.6 11.9
Forze dell'ordine 11.0 13.3 8.5
Giudici 7.7 6.9 8.5
* risposte multiple
Interessante è stato chiedere quali figure dovrebbero intervenire nei casi di devianza minorile.
Circa il 70% degli studenti salentini (tabella n. 8) considera i familiari le figure maggiormente in grado di affiancare i minori devianti. Questo è più vero per i ragazzi che rispondono in una percentuale del 71,6% contro il 67,2% delle ragazze.
Ancora una volta, dunque, i nostri giovani ricorrono alla famiglia individuandola, in questo caso, come risorsa fondamentale, "luogo" privilegiato di sostegno ed aiuto per i suoi membri.
È il palese riconscimento degli adulti come le figure affettivamente più importanti, insostituibili punti di riferimento nel percorso evolutivo dei figli. Forse si tratta di un richiamo agli adulti affinché essi si assumano fino in fondo la responsabilità di quei ruoli genitoriali che, oggigiorno, abbiamo visto essere sfumanti, evanescenti, quasi smarriti. È come se al crescente senso di smarrimento della famiglia facesse riscontro una maggiore richiesta dei giovani di figure significative, porti sicuri dove poter tornare anche in caso di devianza.
Anche il gruppo dei pari (59%) è indicato come "figura" in grado di affiancare e sostenere i suoi membri in caso di devianza. Ancora una volta, dunque, è ribadita l'importanza del gruppo come entità capce di accogliere e proteggere i comportamenti trasgressivi dei suoi componenti.
Il minore che delinque ha dunque bisogno di avere accanto presenze stabili, durature ed affettivamente importanti (familiari ed amici), ma al contempo necessita di figure professionali specializzate in ambito psicologico e sociale. Il 63% indica, infatti, lo psicologo come la figura professionale più idonea ad occuparsi di minori che compiono reati; ciò è più vero per le ragazze che lo pongono in pole position (73,6%) anche rispetto alla famiglia; segue l'assistente sociale con un 32,4%, sempre più gettonato dalle ragazze (36,5%) mentre Forze dell'Ordine e Sacerdoti raccolgono percentuali poco indicative. I giudici seguono dopo tutti e gli insegnanti prendono il 13,8%, un dato inferiore a quello raccolto dai sacerdoti. Questo è un dato sul quale, forse, val la pena riflettere. Ci sembra che esso denunci uno scollamento tra l'istituzione scolastica e il mondo degli studenti, fatto di problemi, angosce, paure, timori, dubbi, un mondo carico di emozioni e di vissuti cui difficilmente è concesso varcare i cancelli degli edifici scolastici; tutto ciò non pare avere diritto di cittadinanza in una scuola sempre più smarrita, confusa e in difficoltà. Essa si configura come un'istituzione obsoleta anche rispetto alla sua funzione di formazione, quasi impermeabile alla carica di vitalità di cui i ragazzi sono portatori; e probabilmente per questo motivo viene avvertita da loro lontana, corpo separato, altro da sé.
Un riesame dei dati rilevati, ci mostra come i ragazzi tendano complessivamente ad identificare il reato come un'infrazione della norma che si verifica per cause e circostanze indipendenti dalla volontà individuale, prevalentemente addebitabile alla famiglia, alla società più vasta, alla scuola, ad alterati stati mentali. In forza di ciò essi ritengono necessari per i comportamenti devianti dei loro coetanei, interventi psicoterapici e di sostegno sociale da parte di professionisti del settore, mirati ad un complessivo recupero della personalità del soggetto e, ove possibile, del suo contesto familiare.
Tab. 9 - Se fossi un giudice quali provvedimenti adotteresti?
Sesso
Totale M F
Comunità di recupero 43.0 40.1 46.1
Istituto di rieducazione 26.2 26.4 25.9
Carcere 20.4 21.3 19.4
Arresti domiciliari 6.3 7.6 5.0
Perdono giudiziale 2.4 3.2 1.5
Ospedale psichiatrico 1.7 1.4 2.1
Totale 100.0 100.0 100.0
Nella penultima domanda del questionario si è sollecitato i ragazzi a riflettere su quale provvedimento avrebbero adottato nei confronti di un minore reao qualora essi stessi fossero stati giudici.
Per la maggior parte del campione (43%) il provvedimento più idoneo è il ricovero in comunità di recupero, immediatamente seguito dall'istituto di rieducazione (26%); un 20% invece vorrebbe i minori devianti regolarmente puniti e reclusi in prigione a scontare la pena comminata; solo un 2,4% si pronuncia per il perdono giudiziale.
In sostanza ci sembra che i ragazzi non intendono soprassedere su un reato che viola una legge dello Stato, anche se commesso da un minore; ma proprio in virtù della giovane età invocano una risposta istituzionale orientata a soluzioni più morbide ed essenzialmente mirate al recupero dei coetanei devianti. Infatti, gli obiettivi degli interventi sui minori indicati dai nostri intervistati (Tab. n. 10), devono tendere ad aiutare il ragazzo ed il suo nucleo familiare (36%), reinserirlo senza traumi nella società (33%), anche attraverso interventi rieducativi 17,4%.
Coloro i quali ritengono di doverlo punire severamente ed in modo esemplare sono una percentuale residuale.
Tutto sommato le differenze di genere non sembrano particolarmente sottolineate salvo a mostrare una maggiore indulgenza nei maschi che sono più generosi di interventi riabilitativi, mentre si nota una severità più pronunciata nelle classi di età dai 16 ai 18 anni; questi ragazzi sono infatti più favorevoli all'adozione di punizioni severe ed esemplari (55% e 51%).
Tab. 10 - Gli obiettivi dell'intervento sul ragazzo
Sesso Fasce d'età
Totale M F 14-15 16-18 >18
Aiutare lui e la famiglia 32.6 37.7 34.8 50.7 45.8 3.5
Reinserirlo nella società senza traumi 32.6 47.2 48.4 45.7 48.8 5.4
Rieducarlo 17.4 49.9 44.5 39.9 56.5 3.6
Punirlo severamente 8.7 19.1 20.4 37.7 55.1 7.2
Punirlo in modo esemplare 4.4 20.3 21.5 48.6 51.4 0.0
Altro 0.6 1.5 1.8 40.0 60.0 0.0
* risposte multiple
Alla luce di quanto emerso ci sembra di poter cogliere una certa coerenza tra le posizioni piuttosto "morbide" assunte dal campione nei confronti della devianza e l'intervento penale in ambito minorile.
La filosofia che permea il nuovo Codice di Procedura Penale Minorile (DPR n. 448/1988) è, infatti, profondamente mutata e la giustizia minorile si sta orientando sempre più nelle direzioni di depenalizzazione, della decarcerazione e della deistituzionalizzazione in un'ottica generale di destigmatizzazione del minore reo. Nel Nuovo Codice vengono inoltre rimarcate la "centralità" del minore, inteso come protagonista nel processo penale, e la specialità della giustizia minorile, particolarmente attenta alla ricerca delle forme più adatte al recupero del ragazzo.
La consapevolezza delle conseguenze devastanti che derivano da una più o meno prolungata permanenza di soggetti in età evolutiva nelle strutture di giustizia, ha spinto il legislatore a perseguire l'obiettivo di ridurre al minimo la presenza del minore all'interno dell'intervento penale.
In proposito De Leo sostiene che esso (intervento penale) deve connotarsi anche come esperienza sociale tale da garantire risposte rispettose della personalità e della storia del minore, dei suoi bisogni e diritti, della sua fase evolutiva. Si tratta di una risposta penale volta ad attivare nel minore livelli di consapevolezza del proprio agire deviante in favore di un'assunzione di responsabilità rispetto al sistema penale che definisce una determinata azione come violazione di una norma codificata (De Leo, 1990). È interessante cogliere il "comune sentire" tra il legislatore e il nostro campione di studenti.
La maggior parte dei ragazzi intervistati, infatti, ha definito il reato come violazione della legge che necessita di interventi del sistema giudiziario purché orientati al recupero e alla crescita del minore.
Ma come raggiungere tale ambizioso obiettivo? A questo punto il Nuovo Codice chiama addirittura in causa i servizi sociali istituiti dagli Enti Locali (art. 6).
L'apertura agli Enti Locali (Consultori Familiari, ComuniÉ ) in ambito penale, può essere letta come una restituzione al territorio ed alla comunità più vasta delle responsabilità di attivazione di risorse e di offerte "nutritive" per il trattamento della devianza in una logica di community empowerment, un concetto di cui si è già accennato.
Un'ultima precisazione va fatta in merito ai compiti di prevenzione del disagio e della devianza svolti o programmati dalla rete dei servizi istituzionali e del privato sociale, presenti sul territorio.
Per evitare di incorrere in pericolosi meccanismi di "etichettamento" gli obiettivi di prevenzione del disagio e della devianza, vanno perseguiti con forme di programmazione a-specifica, cioè di carattere generale.
Più precisamente i progetti di intervento devono avere come popolazione bersaglio non solo i soggetti a rischio ma l'intera popolazione giovanile per la quale le offerte di servizi possano costituire reali momenti di socializzazione e di crescita sana, finalizzati alla costruzione di identità positive.
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