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Ines Rielli

 Giacomo Toriano

 Giovanna De Luca

 

 

ADOLESCENZA, AMBITI RELAZIONALI

E ORIENTAMENTI NORMATIVI

 

 

 

Introduzione

Perchè ancora una ricerca sui giovani?

 

La prima risposta che viene in mente è che igiovani sono ingombranti per noi adulti, poiché non riusciamo a definire chi essi veramente siano, e, di conseguenza, siamo smarriti nel comprendere e agire conloro e per loro.

L'unica provvisoria certezza che abbiamo è che la giovinezza è una fase del processo biologico dell'uomo, che inizia con la nascita e si completa con la maturità. Provvisoria certezza, poiché è difficile definire quando inizi la maturità e cosa essa significhi; ancora più difficile definire quando inizia la giovinezza, contigua all'infanzia-adolescenza, avendo osservato molti antropologi, ad esempio; che dall'ultimo secolo la maturazione sessuale sia più precoce.

A ragione in uno dei più diffusi manuali di Sociologia è scritto «...i fatti biologici relativi alla bigrafia dell'uomo non offrono alcuna indicazione definitiva sia per quanto riguarda la durata sia per quanto riguarda i contenuti culturali della gioventù» (1)

Il concetto di gioventù, quindi, diventa sempre più vago. E' sempre più problematico stabilire quando inizia e quando finisce: sempre più precocemente i bambini si comportano come adolescenti, e i giovani raggiungono sempre più in ritardo lo status di adulto, nel senso di un'esistenza garantita e una identità compiuta.

In compenso siamo prossimi al definire un trentenne come "post-adolescente", un quarantenne "giovane promettente" e così via. In tal senso "essere giovani" diventa uno stile di vita sempre più attraente, indipendentemente dall'età: una sorta di lazzaretto della creatività in cui sfumano le differenze tra le classi di età. L'"essere giovani" finisce con il divenire tutto ciò che si definisce "essere giovani". Se è vero, come affermava uno dei maggiori autori dell'interazionismo simbolico William I. Thomas (2), che quando una situazione viene definita come reale produce delle conseguenze reali, allora possiamo ritenere che la "gioventù" diventa oggetto di patteggiamento sociale.

Tuttavia i giovani esistono come entità sociale, di cui si occupano e preoccupano le famiglie, gli insegnanti, gli operatori sociali, i politici, insomma il mondo degli "adulti". E proprio perchè il concetto di gioventù è sempre più incerto, continuiamo a parlare di giovani e di "condizione giovanile", sicuramente per il bisogno di ridurre una variegata complessità, che, per quanto ci sforziamo di distinguere, non può essere esemplificata più di tanto.

Se la domanda «che cosa è la gioventù?» non trova più una risposta netta e contenuti universalmente riconosciuti, esistono differenti visioni (e rappresentazioni) dei giovani, spesso persino ben definite nell'empiria, in una sorta di pluralizzazione della gioventù.

Proviamo ad elencare alcune differenti risposte (e atteggiamenti) alla domanda «che cosa è la gioventù», naturalmente dal punto di vista degli adulti.

 

A) la gioventù è il futuro della società:

 

- La gioventù deve conoscere la storia per non commettere gli errori delle generazioni passate.

- La gioventù perpetuerà ciò che noi abbiamo costruito.

- La gioventù saprà vivere meglio di noi.

- La gioventù realizzerà tutte le nostre speranze.

- La gioventù rinnoverà le nostre speranze.

- La gioventù rinnoverà la nostra società (variante "cultura").

- La gioventù saprà trovare la propria strada.

 

B) La gioventù di oggi comporta pericoli per la società:

 

- La gioventù non ha più valori.

- La gioventù distrugge le tradizioni e ciò che hanno costruito le generazioni precedenti.

- La gioventù non ha rispetto per gli adulti e le istituzioni.

- La gioventù vive alla giornata e non si impegna per il futuro.

- La gioventù è egoistica.

- La gioventù trova (variante "vuole") tutto facile, pensa soprattutto al divertimento e poco al lavoro.

- La gioventù non ha il senso della responsabilità e manca di disciplina.

- La gioventù di oggi gode di troppa libertà, corre il pericolo di essere sedotta da falsi miti e, di conseguenza, assumere comportamenti negativi; per questo occorre un controllo costante da parte delle istituzioni.

 

C) La gioventù è una fase particolare della vita

 

- La gioventù è un periodo di crescita e di maturazione.

- La gioventù non merita attenzioni particolari, tutti hanno i loro problemi.

- La gioventù deve adempiere i suoi doveri, i diritti se li deve prima meritare.

- Essere giovani significa prepararsi alla vita da adulti e trovare una propria identità.

- I giovani hanno bisogno di comprensione e dell'aiuto degli adulti.

- I giovani devono poter decidere da soli come vivere, quale lavoro scegliere.

- Essere giovani non è un periodo di transizione tra l'infanzia e la vita adulta, ma una fase della vita indipendente, caratterizzata da una cultura particolare.

- Gli adulti in molte cose possono imparare dai giovani.

- I giovani hanno il diritto di criticare il mondo degli adulti e di sperimentare proprie forme di vita, anche quando non hanno una loro autonomia.

 

Da questa poliedricità di risposte/opzioni emerge con chiarezza che quando si parla di gioventù, spesso non si esplicita a cosa ci si riferisce veramente: alla visione (o ricordi biografici) degli adulti, ad alcuni giovani in particolare, ad alcune caratteristiche generali della gioventù, a come i giovani dovrebbero essere (mai intanto non sono) ecc..

Un esempio eclatante è dato da uno degli ultimi sondaggi sui giovani in Italia, condotto da un noto Istituto di indagini demoscopiche e pubblicato da un quotidiano a diffusione nazionale. Il campione d'indagine era composto da 388 giovani (sic!) su tutto il territorio nazionale, a da questa "approfondita" indagine risultavano le seguenti generalizzazioni, come risulta dai titoli e confermato negli articoli:

 

a) GIOVANI la generazione sperduta.

b) Infantili e saggi, cinici e ingenui al Nord come al Sud.

c) Scarsamente tentati dalla protesta, cercano rifugio nel privato.

d) Delusi dalla scuola, dalla società, dalla politica, in cerca di sicurezza e di conferme affettive.

e) Non aspettano nulla dal futuro. Nel loro orizzonte solo famiglia e amici.

f) La paura di diventare adulti.

Si sa benissimo che questo tipo di indagine può produrre solo ampie generalizzazioni. Ma vengono spontanei almeno due quesiti:

 

a) è tutto così uniforme l'"universo giovanile" senza distinzione tra chi lavora e chi è disoccupato, tra chi è ricco e chi è povero, tra chi cerca nuove esperienze e chi prefirisce la protettività della famiglia e dei gruppi amicali, ecc.?

b) Molti di questi atteggiamenti sono solo dei giovani o non anche di tutti gli altri (come la scarsa volontà di protestare, il rifugio nel privato, la delusione della politica e della società, la non fiducia nel futuro, ecc.)?

E allora perchè attribuirli, come caratteristica, a una generazione?

Generalmente si ritiene che gli adulti, in particolare gli esperti e gli studiosi, abbiano una conoscenza approfondita sulla loro vita quotidiana e i loro problemi. Ma a cosa valgono effettivamente queste informazioni quando si arriva a tali livelli di generalizzazioni?

A tal punto la "gioventù" diventa una realtà fittizia: le sue immagini sono solo modelli di identificazione, di comportamenti, di interpretazione; descrizioni di informazioni parziali sui giovani realmente esistenti, ma più sovente proiezioni e aspettative loro indirizzate.

Vorremmo invece sottolineare che i giovani non sono una categoria unitaria, ma che esistono grandi diversità tra di loro: sono quelli che in una famosa indagine furono definiti "la generazione della vita quotidiana", differenziati tra di loro come sono differenziate le realtà in cui vivono, le situazioni di partenza da cui provengono, le esperienze e le occasioni che hanno avuto.

È importante tenere in conto queste differenze nel lavoro con i giovani inteso come progetto di integrazione sociale (nel senso più ampio). Infatti nei programmi loro rivolti bisogna interrelare due elementi, non facilmente coincidenti: da un canto occorre tenere conto delle aspettative del mondo degli adulti nei loro confronti e cosa promette loro la "società"; dall'altro delle loro specifiche condizioni di vita e dei loro mondi vitali.

Nella realizzazione di tali programmi un ruolo determinante hanno gli "educatori" (a vario titolo) soprattutto perchè debbono saper proporre le possibili alternative.

Da questi elemnti di consapevolezza, allora, come costruire una ampia rete di punti di riferimento per dare consistenza ad un progetto educativo che sconfigga stereotipi e generalizzazioni?

Potrebbe valere un progetto con punti irrinunciabili per "educatori" che lavorino con/per i giovani:

 

- Dare ai giovani le capacità per orientarsi nei processi di mutamento.

- Insegnare ai giovani le basi di un habitus democratico.

- Correlare i giovani alle loro realtà sociali.

- Dare ai giovani una consapevolezza sul proprio ruolo nella società.

- Sviluppare nei giovani le competenze professionali e culturali.

- Stimolare nei giovani le capacità critiche.

- Accrescere nei giovani il senso di responsabilità e di solidarietà nella competitività del libero mercato.

- Elaborare con i giovani prospettive comuni con gli adulti per il futuro.

 

 

 

Questa griglia è un tentativo per far sì che non si verifichi ciò che scriveva Paul Goodman in un testo classico, pubblicato nel 1956, a proposito della "condizione giovanile": «...l'aspetto principale è quello che essi hanno in comune: lo spreco d'umanità. Nella nostra società bambini intelligenti e vivaci, potenzialmente capaci di conoscenza, di nobili ideali, di sforzi onesti e di qualche forma di realizzazioni intrinsecamente valide, vengono trasformati in bipedi inutili e cinici, o in giovani per bene chiusi in trappola o precocemente rinunciatari, sia dentro che fuori del sistema organizzato. Il mio scopo è semplicemente questo: dimostrare come oggigiorno sia disperatamente difficile, per un bambino normale, crescere sino a farsi uomo, perchè il nostro attuale sistema sociale organizzato non richiede uomini: sono pericolosi, non convengono.» (4).

 

  Luigi Za

Coordinatore Scientifico della Ricerca

 

 

 

 

(1) P. Berger - B. Berger, Sociologia. La dimensione della vita quotidiana, Il Mulino, Bologna, 1977, p. 285.

 

(2) W.I. Thomas, Source book for Social origins, The University of Chicago Press, Chicago, 1909.

 

(3) cfr. F. Garelli, La generazione della vita quotidiana. I giovani in una società differenziata, Il Mulino, Bologna, 1984.

 

(4) P. Goodman, La gioventù assurda, Einaudi, Torino, 1964, p.28.

 

 

 

CAPITOLO PRIMO

 

Caratteristiche del campione

 

La ricerca è stata effettuata nelle scuole superiori della provincia di Lecce, nel 1955, utilizzando un questionario compilato dagli stessi studenti. La scelta degli istituti scolastici è avvenuta in base a criteri territoriali e tenendo conto della specificità formativa, in modo da ottenere un'adeguata rappresentatività.

L'universo di riferimento risulta costituito da 1.915 classi, delle quali 652 di istituti tecnici, 543 di istituti professionali, 504 di licei classici e scientifici, 120 di licei artistici e istituti d'arte, 96 di istituti magistrali. Da questo universo è stato estratto un campione di 50 classi, mantenendo sostanzialmente la stessa distribuzione per tipo di scuola.

 

Tab. 1 - Totale numero di classi e numero di classi del campione, per tipo di scuola

 

 Totale

 Classi

 Campione

 

Licei 504 26.3% 13 26%

Istituti Magistrali 96 5% 3 6%

Istituti Tecnici 652 34% 19 38%

Scuole Artistiche 120 6.3% 2 4%

Istituti Professionali 543 28.4% 13 36%

Totale 1915 100% 50 100%

 

L'autosomministrazione del questionario ha comportato, come prevedibile, un'elevata quota di risposte non valide, perché incongruenti o mancanti, pertanto dei 1.000 questionari distribuiti ne sono stati utilizzati 797 in sede di elaborazione statistica dei dati. Si tratta comunque di un numero notevolmente elevato, se raffrontato all'universo di riferimento.

Rispetto ad alcune variabili fondamentali sono stati assunti i seguenti criteri di classificazione:

- l'età degli intervistati è stata distinta in tre categorie: 14-15 anni, 16-18 anni, oltre 18 anni. Oltre alla classe frequentata è stata dunque considerata come criterio di "anzianità" anche l'età anagrafica, in quanto indipendente dai percorsi scolastici.

- Il luogo di residenza degli intervistati è stato classificato in cinque categorie, in base alla popolazione dei comuni: capoluogo, 15-30.000 ab., 10-15.000 ab., 5-10.000 ab., meno di 5.000 ab.

 

Il campione è risultato composto da 797 studenti, di cui 414 maschi e 383 femmine, che sono rispettivamente il 52% e il 48% del totale.

La fascia di età più numerosa è quella intermedia (16-18 anni), che conta poco più del 50% degli intervistati, mentre i più giovani (14-15 anni) rappresentano oltre il 45% del totale degli intervistati. Infine coloro che hanno più di 18 anni sono il 4% del campione.

Ovviamente risulta più equilibrata la distribuzione per classe frequentata, dove in tutte le classi troviamo valori di poco oscillanti intorno al 20%. Il confronto per genere evidenzia che in quasi tutte le fasce di età i maschi sono più numerosi, con l'eccezzione della fascia 14-15 anni dove ragazzi e ragazze sono in egual numero.

 

Tab. 2 - Intervistati, per genere

 

 n. %

M 414 51.9

F 383 48.1

 ---------- ----------

 797 100.0

 

Tab. 3 - Intervistati, per fasce di età

 

 n. %

14-15 363 45.5

16-18 402 50.4

>18 33 4.1

 ---------- ----------

 797 100.0

 

Tab. 4 - Intervistati,  per genere e fascia  di età (valori percentuali)

 

 M F

14-15 49.9% 50.1%

16-18 53.5% 46.5%

>18 54.5% 45.5%

 

Tab. 5 - Intervistati,  per classe frequentata

 

 n. %

1^ 157 19.8

2^ 176 22.1

3^ 163 20.4

4^ 152 19.0

5^ 149 18.7

 ---------- ----------

 797 100.0

 

Riguardo al luogo di residenza i gruppi più numerosi li troviamo nei comuni di 5-10.000 ab. (27%) e 15-30.000 ab. (26%). I comuni della fascia intermedia (10-15.000 ab.) sono rappresentati dal 17%, e la città di Lecce dal 13%. Infine il 12% degli intervistati risiede nei comuni più piccoli. La distinzione per genere mostra una preponderanza dei maschi nei comuni della provincia, mentre le femmine sono più numerose nel capoluogo.

Per ciò che concerne il tipo di scuola - in conformità alla popolazione scolastica complessiva - gli istituti tecnici soni i più rappresentati con il 41% degli intervistati, seguiti dai licei (31%) e dai professionali più del 2%. Disaggregando i dati per genere ritroviamo una distribuzione per certi versi "tradizionale", con netta prevalenza dei ragazzi negli istituti tecnici e delle ragazze negli istituti magistrali. Queste ultime sono la maggioranza anche nei licei, mentre i maschi sono più numerosi nelle scuole artistiche. E' interessante notare la relazione fra tipo di scuola frequentata e comune di residenza: troviamo infatti nei comuni della provincia una maggiore presenza di studenti delle scuole professionali, rispetto alla città di Lecce.

 

Tab. 6 - Intervistati, per residenza

 

 n. %

Lecce 103 12.9

15-30 mila ab. 205 25.7

10-15 mila ab. 137 17.2

5-10 mila ab. 214 26.8

<5 mila ab. 96 12.0

n. r. 42 5.4

 -------- --------

 797 100.0

 

Tab. 7 - Intervistati, per genere e comune di residenza

 

 M F

Lecce 43.7 56.3%

15-30 mila ab. 51.2 48.8%

10-15 mila ab. 54.0 46.0%

5-10 mila ab. 54.7 45.3%

<5 mila ab. 54.2 45.8%

 

Tab. 8 - Intervistati, per tipo di scuola

 

 n. %

Istituti Tecnici 327 41.0

Licei 243 30.6

Professionale 172 21.6

Magistrali 38 4.8

Scuole Artistiche 17 2.1

 -------- --------

 797 100.0

 

Tab. 9 - Intervistati, per genere e tipo di scuola frequentata

 

 M F

Istituti tecnici 63.6 36.4

Licei 42.6 57.4

Professionali 50.6 49.4

Magistrali 13.2 86.8

Scuole artistiche 58.8 41.2

 

Tab. 10 - Intervistati, per tipo di scuola e comune di residenza (valori percentuali)

 

 Lecce 15-30000 10-15000 5-10000 <5000

Ist. Tecnici 56.3 43.4 28.5 37.4 4.06

Licei 30.1 36.6 28.5 27.1 27.1

Professionali 4.9 16.1 36.5 27.1 20.8

Magistrali 6.8 2.9 1.5 5.6 11.5

Artistiche 1.9 1.0 5.1 2.8 

 

Molto significativa - anche a proposito di quanto si dirà più avanti - è la correlazione fra la scuola frequentata dai ragazzi e titolo di studio/occupazione dei genitori. In questo caso è molto marcato l'orientamento verso i licei da parte delle famiglie del ceto medio e medio-alto (medici, insegnanti, liberi professionisti). La presenza nelle scuole professionali di ragazzi appartenenti a queste famiglie è marginale, al contrario di quanto avviene per le classi medio-basse. Resta perciò diffuso un certo orientamento culturale verso determinati tipi di scuola, in base alla considerazione che le famiglie hanno della propria posizione sociale e alla percezione delle finalità dei diversi tipi di scuola. A questa stessa riflessione può essere ricondotta la quasi assenza nelle scuole professionali delle ragazze residenti nella città di Lecce, mentre nei comuni della provincia troviamo percentuali che vanno dal 18% al 41%. Evidentemente sono diverse le aspettative (o la percezione delle opportunità future) e diversa è la composizione sociale del capoluogo rispetto ai comuni della provincia. Per inciso va rimarcato che i comuni più grandi (15-30.000 ab.) presentano spesso andamenti divaricati: da un lato ritroviamo addirittura ampliati certi orientamenti che emergono nel capoluogo, dall'altro osserviamo andamenti in linea con quelli osservati nei comuni più piccoli. Si tratta di fenomeni collegati alla progressiva urbanizzazione (in senso economico e culturale) dei comuni più grandi, dove gli strati sociali trainanti hanno ormai assunto una mentalità "cittadina", ma dve è ancora forte la presenza di un tessuto sociale più tradizionale. Ma prima di andare troppo oltre su questa linea di riflessione è opportuno precisare: a) che tale divaricazione tra "modernità" e "tradizione" è rilevabile su scala molto più ampia, riguardando per molti versi tutto il Mezzogiorno, pertanto ciò che viene sottolineata è la particolare evidenza del fenomeno in determinate aree; b) il tessuto sociale e la cultura "tradizionale" così come oggi si manifestano non sono affatto il retaggio dei "bei tempi andati", riducendosi spesso ad elementi marginali e sostanzialmente disancorati dal reale contesto socio-economico. Citiamo ad esempio il processo di terzializzazione dei lavoratori agricoli e dei piccoli proprietari terrieri, i quali negli ultimi decenni sono stati assunti in gran numero nel pubblico impiego, con qualifiche medio-basse, ma continuano a condurre (per lucro o per passione) gli appezzamenti agricoli. Nella maggior parte dei casi i loro figli sono del tutto disinteressati alla campagna e al lavoro agricolo, con il risultato di vivere in un contesto dove la modernizzazione è limitata alla burocrazia statale e ad un "sistema di consumi" propagato dai mass-media, mentre la cultura locale sopravvive in forme residuali o ritualizzate. Ovviamente questo processo - che agisce più profondamente nelle aree rurali - possiede considerevoli valenze generazionali e quindi un notevole rischio di disgregazione sociale.

 

Passando ad esaminare il titolo di studio dei genitori è necessario innanzitutto rammentare che gli studenti intervistati non costituiscono un campione rappresentativo di tutto l'universo giovanile della provincia di Lecce, ma - essendo studenti delle scuole superiori - rappresentano quella parte di giovani che continuano la carriera scolastica dopo aver conseguito la licenza media e che ammonta (su base provinciale, secondo gli studi più recenti) a poco più dell'84% dei giovani tra i 14 e i 19 anni (1). La stessa recente indagine richiamata in nota ci informa che il tasso di scolarizzazione dei genitori è molto più basso di quello riscontrabile attualmente tra i giovani. La presente ricerca conferma pienamente quei risultati, dato che oltre l'80% dei genitori degli studenti intervistati non possiede un titolo di studio superiore alla licenza media (80% dei padri, 84% delle madri). Posto che, come emerge dai dati, il vantaggio di scolarizzazione dei padri rispetto alle madri non è eclatante, è significativo il fatto che i titoli di studio superiori tendono a concentrarsi nelle stesse famiglie; in effetti, il livello di istruzione influisce sui modelli di vita e sulle frequentazioni sociali, degli individui, selezionando i contesti sociali in cui le persone agiscono e condizionando non di rado anche la percezione delle affinità interpersonali. In altre parole, troviamo che nelle famiglie in cui il padre è laureato, è molto probabile che sia laureata o diplomata anche la madre ènel nostro campione lo riscontriamo nell'83% dei casi). Pertanto, pur se l'accesso al sistema scolastico non è più una prerogativa eminentemente maschile, si dimostra - qualora ce ne fosse bisogno - che l'istruzione resta uno dei più importanti criteri di individualizzazione, distinzione e stratificazione sociale.

 

E' noto che la struttura occupazionale della provincia di Lecce si è profondamente modificata negli ultimi decenni. In effetti osservando l'occupazione dei genitori degli studenti intervistati riscontriamo una presenza quasi marginale del lavoro agricolo, in cui sono impegnati poco più del 6% dei padri e il 7% delle madri; ed è lecito supporre, date le caratteristiche della struttura produttiva locale, che questa quota di lavoro agricolo femminile si riferisca ampiamente a lavoratrici stagionali e saltuarie. E' opportuno tuttavia considerare, come dianzi accennato, che esiste un'occupazione agricola "sommersa' dovuta all'applicazione partime di persone che svolgono prevalentemente un altro lavoro; si pensi, ad es., ad alcune categorie di dipendenti pubblici, che sono anche piccoli proprietari terrieri e che dedicano alcune ore pomeridiane a piccole attività produttive nelle campagne. In questa sede è importante mettere in luce come l'abbandono del lavoro agricolo non comporta immediatamente l'abbandono di una "cultura della campagna", poiché questa resta ampiamente presente nella generazione dei padri degli attuali studenti. E' piuttosto proprio nell'attuale generazione che essa va perdendosi definitivamente, essendo ormai quasi assente nel processo di socializzazione e di trasmissione culturale. L'interruzzione di questa funzione di trasmissione, tradizionalmente interne alla stessa familgia, costituisce una delle fratture generazionali tipiche della modernizzazione e che dovrebbe essere colmata da istituzioni esterne, innanzitutto dalla scuola. Ed è molto spesso nella scuola che infine si manifestano i problemi dello sfasamento fra: a) l'universo dei valori di riferimento interno alla famiglia; b) le aspettative e i comportamenti sociali dei singoli, soprattutti dei giovani; c) le finalità formative e normative del sistema scolastico, che per certi aspetti è autoreferenziale.

In alcuni casi si può configurare quindi un diverso adeguamento culturale delle famiglie di fronte al disarmonico processo di modernizzazione di un tessuto sociale che era tipicamente rurale.

La trasformazione della struttura occupazionale emerge anche dall'analisi dell'occupazione delle madri degli studenti intervistati. Infatti, a parte la scontata prevalenza delle casalinghe (che si potrebbe supporre disoccupate, se in possesso di un titolo di studio professionalizzante), riscontriamo tra le occupate una maggioranza (29% del totale) che opera nel terziario, con funzioni generalmente qualificate (medici, insegnanti, impiegate, commercianti, libere professioniste), mentre operaie, artigiane e contadine non superano di molto il 10%. Per i padri la percentuale dei lavoratori qualificati del terziario sale al 45%, ma in questo caso operai, contadini e artigiani superano il 31%. E' da notare come i disoccupati siano solo il 2%, risultato che conferma la diffusa presenza del lavoro sommerso.

In definitiva, dall'esame dei titoli di studio e dell'occupazione dei genitori, ricaviamo un quadro in cui i segni evidenti della modernizzazione (in primo luogo le attività lavorative) vanno messi a confronto con la forte persistenza di elementi culturali tradizionali, laddove questa coesistenza si manifesta non soltanto all'interno delle singole famiglie, ma anche nel tessuto sociale nel suo complesso, determinando una particolare stratificazione basata sul diverso grado di congruenza fra appartenenze culturali e posizione nel sistema sociale.

Ne risulta un quadro in cui l'adesione ai valori della modernità non corrisponde, in concreto, né ad adeguate posizioni nel sistema produttivo, né a un consolidato sviluppo della struttura economica. Da qui i segni di scollamento del tessuto sociale, visibili in particolar modo tra i giovani proprio perché essi rappresentano il termine di confronto generazionale, il "come i dovrebbe essere".

 

Tab. 11 - Titolo di studio dei genitori

 

 padre madre

analfabeta 2.9% 3.1%

elementari non completate 15.9% 20.8%

licenza elementare 26.4% 28.3%

medie non completate 5.8% 6.1%

licenza media 25.2% 22.6%

qualifica professionale 9.3% 7.5%

superiori non completate 3.1% 1.9%

diploma 5.9% 5.0%

università non completata 1.8% 1.4%

laurea 2.3% 1.9%

n.r. 1.5% 1.4%

 -------- --------

Totale 100.0% 100.0%

 

Tab. 12 - Associazione del titolo di studio di entrambi i genitori

 

 madri

diplomate madri

laureate madri

altro titolo totale

padri laureati

 38.9% 44.4% 16.7% 100.0%

 

Tab. 13 - Occupazione dei genitori

 

 padre madre

casalinga  59.6%

impiegato/a 20.2% 5.3%

operaio 15.4% 1.5%

libero professionista 11.2% 0.9%

artigiano/a 9.8% 1.5%

commerciante 9.3% 4.4%

pensionato/a 7.1% 3.0%

contadino/a 6.3% 7.5%

medico/insegnante 6.0% 10.8%

disoccupato 2.3% 

altro 12.5% 5.5%

 -------- -------

totale 100.0% 100.0%

 

 

 

CAPITOLO SECONDO

 

Gli studenti e la famiglia

 

Prima di esaminare i risultati della ricerca riguardo al rapporto fra gli studenti e la famiglia, è opportuno richiamare brevemente alcuni concetti di base, utili a delineare il quadro di riferimento. Innanzitutto va ricordato come la famiglia non rappresenta un modello "universale" soggetto ad un'evoluzione uniforme, ma è, come tutte le altre istituzioni sociali, condizionata dalla realtà sociale, sia nelle sue mediazioni esterne che nelle relazioni interne.

Come abbiamo già accennato in precedenza, uno dei nodi problematici fondamentali è costituito dal passaggio dalla famiglia "tradizionale" e quella "moderna", le cui forme coesistono in diversa misura, sia nel tessuto sociale salentino nel suo insieme, sia nelle singole famiglie.

L'economia della provincia salentina si è fondata, fino ai primi anni '70, sull'agricoltura e su alcune forme di artigianato, collegato soprattutto all'edilizia. In effetti la struttura della proprietà terriera - latifondistica da una parte e frazionatissima per il resto - non ha fornito una base economica sufficiente alla diffusione capillare della "famiglia allargata"; tuttavia una realtà di piccoli centri urbani ha comunque favorito l'affermazione di solidi rapporti parentali, in cui le funzioni tipiche della famiglia allargata venivano garantite all'interno della comunità. La società tradizionale presentava una scarsissima dinamica sociale, con poche possibilità di mobilità per gli individui: chi nasceva contadino era destinato al lavoro agricolo e difficilmente avrebbe potuto emanciparsi da quella posizione. Miseria ed analfabetismo costituivano il cosiddetto "ciclo della miseria". Tuttavia in quel sistema sociale ogni individuo era completamente inserito, per tutta la vita: dall'infanzia alla giovinezza, dalla maturità alla vecchiaia, ognuno conosceva i propri ruoli e le proprie responsabilità, e queste gli erano riconosciute; si tratta insomma di un sistema di norme e valori stabili e largamente condivisi, all'interno di un mondo comune.

Lo sviluppo economico e l'intervento assistenziale dello Stato, dal dopoguerra in poi, hanno progressivamente migliorato le condizioni economiche, riducendo l'incidenza e il rischio della miseria assoluta; un rischio che negli ultimi anni è riemerso e che insidia soprattutto le famiglie colpite da difficoltà economiche o di salute, e che spesso restano escluse dall'assistenza pubblica perché prive di un lavoro "regolare". Ma anche condizioni di prolungate difficoltà economiche possono innescare processi di emarginazione, aggravati e accelerati dall'indebolimento della comunità e della rete parentale. Così i soggetti e le famiglie più deboli possono soffrire di una doppia povertà: quella materiale (di beni economici e di servizi istituzionali) e quella dovuta alla progressiva dissoluzione delle relazioni informali e relazionali. Nella società tradizionale la miseria era una condizione largamente diffusa in determinate classi sociali. Nella società post-industriale emergono nuove povertà - soggettive e relazionali - che non colpiscono soltanto le fasce sociali più deboli (che comunque restano le più esposte al rischio), ma anche quelle che godono di un certo benessere materiale (si pensi, ad es., alla diffusione delle tossicodipendenze o delle sindromi depressive).

Come si vede si tratta di tematiche che rendono inadeguate sia la vecchia concezione assistenziale, sia l'attuale impostazione di fondo delle politiche sociali. Un punto è però rimasto fermo: come l'istruzione è stata in passato la leva per spezzare il "ciclo della miseria', così oggi si affida al sistema della formazione - e quindi ancora alla scuola - il compito di favorire l'integrazione sociale.

Nel processo di mutamento sociale la famiglia si è dunque trasformata: ma quali sono gli elementi di questo cambiamento? Una risposta che ha fatto molto discutere è venuta dalla voce autorevole di N. Luhmann(2), il quale ha affermato che la famiglia diventa sempre meno importante per la società, essendo ormai priva di ruoli funzionali; essa resta confinata nella sfera dell'affinità e della comunicazione interpersonale. La famiglia quindi non opera più alcuna mediazione importante fra gli individui e i vari sottosistemi sociali (scuola, lavoro, servizi, ecc.) non può più essere condizionato dall'appartenenza familiare, dato che questa non costituisce più un criterio di selezione sociale. Né la famiglia può ancora essere considerata un sottosistema essa stessa, dato che non svolge funzioni specifiche e insostituibili: lo stesso allevamento dei figli è largamente delegato al sistema dei servizi e al sistema scolastico. Allo stesso modo, la relazione coniugale e la distinzione fra i sessi non incide sulle scelte politiche, sulle attività economiche, sulla partecipazione sociale, ecc. Anche per quanto riguarda il rapporto fra le generazioni, la mediazione familiare svanisce: i genitori di fatto non influenzano più di tanto la socializzazione dei fligli e perciò viene meno la stessa funzione educativa. In definitiva la famiglia - secondo questa interpretazione - mantiene un'importanza solo nell'ambito ristretto della comunicazione quotidiana fra gli individui, puramente soggettiva e privatizzata, connotandosi semplicemente come forma di convivenza (forma che presenta tra l'altro diverse varianti). Laddove l'influenza familiare travalica questi ambiti ci troviamo - secondo Luhmann - di fronte a forme di arretratezza sociale e di disfunzionalità della vita pubblica (mafia, camorra, ecc.).

I limiti di una simile interpretazione sono già stati evidenziati in ambito sociologico: la prospettiva strettamente funzionalista non può essere applicata alla famiglia se non in misura limitata; altrimenti si finisce per osservare qualcosa che non è la famiglia, in tutta la sua complessità, ma una sua proiezione sul piano delle funzioni sociali. Il funzionamento dei sistemi è solo una parte (o un "a parte"?) della società. Inoltre, sulla base di quanto esposto in precedenza sulle differenze tra la famiglia tradizionale e la famiglia moderna, va osservato come lo stesso mutamento sociale se da un lato indebolisce alcune caratteristiche della famiglia tradizionale, dall'altro genera nuove mediazioni e rigenera le relazioni fra i suoi componenti. In effetti l'importanza della famiglia rispetto alle altre sfere sociali, e non solo persistenza tradizionale, è confermata dalle ricerche sociologiche e dai dati empirici. Pertanto «la "società degli individui" non elimina punto la "società delle famiglie", ma dà a quest'ultima una configurazione del tutto nuova. Certamente scompare la "società delle famiglie" intesa come organizzazione sociale in cui era la famiglia a definire lo status sociale dell'individuo (oggi, per fortuna, non esistono più i 'figli dei contadini', i 'figli degli artigiani', i 'figli dell'aristocrazia', ecc.) [su questo punto ci sarebbe da discutere, specialmente in relazione alla selezione scolastica, n.d.a.], ma non per questo la famiglia non conta più nulla come mediazione sociale. Al contrario, essa diventa soggetto di nuove mediazioni, ovvero, se si preferisce, si fa soggetto di relazioni che mediano in maniera imprevista le appartenenze - scelte o vincolate - degli individui a varie sfere sociali».(3)

Ad ogni modo l'interpretazione funzionalista di Lhumann mette in luce un conflitto, che non può essere ignorato, tra la famiglia e gli obblighi funzionali e produttivi richiesti agli individui dai sistemi sociali. E' vero che quella disfunzionalità dell'istituto familiare è osservabile soprattutto in contesti metropilitani ad elevato sviluppo economico, piuttosto che in territori - come la provincia salentina - dove è ancora presente una cultura tradizionale. Si tratta però di un modello verso il quale si sta procedendo. Inoltre non si può escludere che proprio in questa mescolanza di elemnti tradizionali alla deriva e "disfunzionalità postmoderna" risieda uno dei nodi problematici centrali per le famiglie del Mezzogiorno. E' evidente che alla progressiva scomparsa della cultura tradizionale non si sono accompagnati solidi processi di costruzione di nuovi valori in grado di orientare la vita delle persone e di rinforzare il senso di appartenenza ad un mondo comune. I valori tradizionali appaiono ancora vivi, ma sempre più stratti dalle norme, mentre di "moderno" si osservano più che altro comportamenti orientati al consumo.

 

La famiglia è la prima e fondamentale istituzione cui è affidata la socializzazione degli individui, ovvero l'apprendimento e il rispetto delle norme etiche e di comportamento stabile da una determinata cultura. Poiché con il processo di crescita cambia la posizione dell'individuo nella società, la socializzazione attraversa diverse fasi e alla famiglia si affiancano altri soggetti, in primo luogo la scuola. Il percorso che conduce la persona ad una solida identità individuale, all'integrazione e alla partecipazione sociale non può prescindere dalla qualità della comunicazione interpersonale, soprattutto in quella delicata fase della crescita che coincide con la frequenza della scuola superiore.

Alla domanda "ti senti capito dai tuoi genitori?" gli studenti del nostro campione hanno risposto "molto" o "abbastanza" per il 75%, "poco" per il 22%; il 3% ha risposto "per niente". Si tratta di un dato in qualche modo prevedibile, se si pensa che in tutte le ricerche sui giovani, ormai da diversi anni, ciò che i giovani ritengono più importante è proprio la famiglia. Comunque il 25% degli studenti intervistati si sente poco o niente capito dai genitori, e sono soprattutto le ragazze a non sentirsi capite. Infatti solo il 14% delle ragazze risponde "molto" (a fronte del 22% dei ragazzi), mentre il 25% risponde "poco" e più del 4% "per niente". La differenza tra ùaschi e femmine è davvero significativa e pone un problema di "sintonia" tra i desideri e le aspettative delle ragazze e le convinzioni normative dei genitori (che vanno poi ricondotte al contesto culturale complessivo). Un'indicazione in tal senso è fornita dal fatto che nelle famiglie di operai e contadini (che dovrebbero essere le più "conservatrici" in fatto di tradizioni) si registra un maggior senso di incomprensione da parte delle ragazze.

Da un certo punto di vista il risultato può essere messo in relazione con i tipici conflitti adolescenziali, ma un'analisi più approfondita mostra che il dato non è particolarmente influenzato dall'età, poiché le risposte si distribuiscono in modo sostanzialmente uniforme in tutte le fasce di età.

Le risposte "per niente" sono quasi assenti nelle famiglie in cui almeno uno dei genitori è diplomato o laureato. Il fattore culturale appare dunque il più incisivo, a conferma del fatto che le relazioni tra genitori e figli non possono essere ricondotte ad un astratto psicologismo dei rapporti interpersonali, dovendosi invece allargare alla sfera di interessi e di rapporti (le mediazioni, appunto) tra l'ambito familiare e i contesti sociali. Si tratta perciò di relazioni che presuppongono da parte dei genitori una certa capacità di "lettura" e interpretazione delle "cose del mondo", ivi comprese le sottovulture giovanili.

Alla domanda "in famiglia manca e vorrestiÉ" risponde che "non gli manca nulla" il 32% degli intervistati, mentre vorrebbe "più benessere" il 17%, "più armonia" il 14%, "meno controllo" il 12% e "più dialogo" il 10%. In particolare sono soprattutto i più piccoli (14-15 anni) ad affermare che non gli manca nulla, mentre nella fascia di età più adulta è maggiore l'esigenza di più benessere e più armonia. Ma ancora una volta il dato più significativo lo ritroviamo nelle differenze di genre: infatti solo il 30% delle ragazze afferma che in famiglia non gli manca nulla (mentre i maschi sono il 33,5%). In particolare, la differenza tra ragazzi e ragazze si manifesta nell'esigenza di più dialogo (14% delle ragazze, 6% dei maschi).

La totale mancanza di dialogo è però denunciata più dai maschi (5%) che dalle femmine (4%), risultato che indica una maggiore radicalizzazione dei conflitti nei confronti (o da parte) dei figli maschi.

Invece, contrariamente a quanto si potrebbe pensare seguendo gli stereotipi della "cultura contadina", solo il 10% delle ragazze desiderano "meno controllo", anzi questo desiderio è maggiormente espresso dai maschi. Né emergono particolari differenze fra la città e i piccoli centri. Appare quindi marginale l'eventuale presenza di restrizioni della libertà concessa alle ragazze, mentre emerge con chiarezza l'esigenza di una maggiore, e migliore, comunicazione tra genitori e figlie. D'altronde il cambiamento della condizione femminile è più attuale e profondo, e ciò può comportare maggiori difficoltà di comprensione. A questo proposito è opportuno sottolineare ancora una volta come l'"acculturazione" dei genitori rispetto a certi fenomeni sociali possa rappresentare una risorsa, mentre appare inadeguato - rispetto alle esigenze delle giovani donne - il retaggio tradizionale.

Va rimarcato come il bisogno di "maggiore disponibilità di denaro" non emerga particolarmente (5% dei maschi, 2% delle femmine), ed è anzi meno importante di un "maggiore rispetto e comprensione".

 

Tab. 14 - Ti senti capito dai genitori (valori percentuali)

 

 M F Totale

molto 22.1% 14.4% 18.4%

abbastanza 57.7% 55.9% 56.8%

poco 18.5% 25.3% 21.8%

per niente 1.7% 4.4% 3.0%

 

Tab. 15 - In famiglia manca e vorresti

 

 M F Totale

non mi manca nulla 33.5% 29.8% 31.7%

più benessere 18.4% 16.2% 17.4%

più armonia 13.8% 15.4% 14.6%

meno controllo 14.3% 10.7% 12.6%

più dialogo 5.8% 14.1% 9.8%

più rispetto e comprensione 7.3% 8.4% 7.8%

più disponibilità di denaro 4.9% 2.4% 3.7%

più regole e controllo 1.0% 1.6% 1.3%

più protezione 0.7% 0.8% 0.8%

altro 0.2% 0.5% 0.4%

 

Per quanto riguarda la presenza e la percezione di problemi in famiglia dobbiamo registrare che oltre la metà degli intervistati (54%) dichiara che in famiglia non c'è nessun problema. In effetti la presenza di gravi problemi oggettivi (infermità, dipendenze da sostanze) è abbastanza limitata, così come i comportamenti violenti fra i genitori o verso i figli. Nonostante l'apparente scarso peso numerico queste presenze non sono trascurabili, essendo il segno tangibile di problematiche molto acute e che riguardano circa il 3% delle famiglie del nostro campione.

Il problema familiare più segnalato dai nostri intervistati riguarda i litigi fra genitori e figli (30%); al secondo posto troviamo i litigi fra i genitori (16%), al terzo la mancanza di comunicazione fra genitori e figli (12%). Come è ormai prevedibile, alla luce delle risposte alle domande precedenti, sono soprattutto le ragazze a lamentare queste disarmonie. Infatti in tutte e tre queste problematiche la percentuale delle ragazze è superiore a quella dei ragazzi, con una differenza particolarmente sensibile nei litigi fra genitori e figli (34% contro 27%).

L'età più critica per le ragazze è fra i 16 e i 18 anni, invece per i maschi i litigi e la mancanza di comunicazione si acuiscono dopo i 18 anni.

È da notare come le giovani intervistate dimostrino maggiore sensibilità anche verso i litigi fra i genitori.

 

Tab. 16 - Problemi in famiglia

 

nessun problema 54.2

litigi fra genitori e figli 30.1

litigi fra genitori 15.6

mancanza di comunicazione gen.-figli 12.0

genitori separati 2.7

tossicodipendenza di un figlio 0.8

violenza dei genitori vs i figli 0.8

malattia mentale di un familiare 0.5

violenza del padre vs madre 0.4

alcolismo di un familiare 0.4

altro 2.8

 

Tab. 17 - Problemi in famiglia per genere

 

 M F

litigi fra genitori e figli 26.7% 33.9%

litigi fra i genitori 13.6% 17.7%

mancanza di comunicazione 10.6% 13.5%

 

Una delle esperienze più significative dell'adolescenza è rappresentato dal gruppo degli amici (il cosiddetto "gruppo dei pari"), in cui i ragazzi imparano a misurarsi con se stessi e con gli altri, strutturando così i caratteri della propria personalità. Infatti quella delle "cattive compagnie" è considerata una delle preoccupazioni tipiche dei genitori. Dalle risposte dei nostri intervistati risulta tuttavia che solo il 12% dei ragazzi dichiara di essere "poco o nulla" libero nella scelta degli amici, mentre rispondono "abbastanza" il 57% e "molto libero" il 31%. Sembra quindi che il "filtro" dei genitori sia poco diffuso. Come è lecito attendersi le maggiori limitazioni riguardano i più giovani (14-15 anni), senza particolari differenze fra maschi e femmine; né emergono chiare differenze rispetto alle dimensioni della città di residenza.

Le limitazioni imposte dalla famiglia riguardano piuttosto gli orari, dato che il 35% degli intervistati deve rispettare "sempre" degli orari stabiliti e il 57% "a volte". Solo l'8%, che non è tuttavia una quota trascurabile, dichiara di non doverli "mai" rispettare. Ma un approfondimento dell'analisi ci porta non solo a registrare qualche differenza in relazione all'età dei ragazzi (per cui i più giovani sonon un po' più controllati), ma soprattutto a sottolineare un'accentuata differenza fra maschi e femmine. Infatti quasi la metà delle ragazze (48%) sono tenute ad osservare "sempre" gli orari stabiliti (per i maschi la percentuale scende al 22%). Con il crescere dell'età quest'obbligo per le ragazze tende ad attenuarsi, ma solo il 3% (contro il 13% dei maschi) afferma di non dover "mai" rispettare orari stabiliti.

 

Tab. 18 - Sei libero nella scelta degli amici

 

molto 30.6%

abbastanza 57.3%

poco 10.4%

per niente 1.5%

n. r. 0.3%

 

Tab. 19 - Devi rispettare orari stabiliti

 

 M F Totale

sempre 22.2% 48.2% 34.7%

a volte 65.0% 49.0% 57%

mai 12.8% 2.9% 3%

 

Ma chi stabilisce le regole per i figli? A questa domanda il 37% risponde che "se ne discute insieme", il 34% che lo stabiliscono "entrambi i genitori", mentre l'8% risponde "nessuno in particolare". L'autorità prevalente di uno dei genitori si manifesta nell'11% di risposte "il padre" e nel 9% di risposte "la madre"; in quest'ultimo caso le regole prescritte dalla madre riguardano soprattutto le ragazze (12%). È da notare inoltre come le risposte "nessuno in particolare" siano relativamente più frequenti nei piccoli centri, il che potrebbe essere un segno di quel conflitto fra modernità e tradizione cui abbiamo accennato in precedenza.

Ovviamente, oltre ad essere stabilite, le regole devono essere rispettate. A questo proposito riscontriamo che solo il 26% afferma di rispettarle "sempre", il 55% "a volte", il 15% "raramente" e il 4% "mai". Anche in questo caso riscontriamo maggiore rispetto delle regole da parte delle ragazze, ma nello stesso tempo riemerge l'attitudine adolescenziale a sottrarsi al controllo familiare. Per comprendere questo comportamento bisogna tornare al problema di chi stabilisce le regole: infatti quanto più i ragazzi vengono responsabilizzati nelle decisioni, tanto più ci si può aspettare che si attengano a quanto stabilito. Si tratta di un principio diffuso e che viene confermato dai fatti. È tuttavia degno di attenzione il fatto che la più bassa incidenza di trasgressioni la si ritrovi nei casi in cui le regole vengono stabilite dal padre, che evidentemente riafferma in questi casi un energico ruolo normativo.

Il rispetto degli orari e delle regole stabilite non è solo una questione di disciplina, ma soprattutto di adesione ai principi da cui le norme discendono. D'altro canto l'adolescenza è una fase della vita in cui anche i principi vengono "messi alla prova". Infatti risponde che è "sempre giusto" attenersi alle regole solo il 13%, mentre l'80% ritiene che "dipende dalle circostanze". Un atteggiamento decisamente ribelle è invece manifestato dal 4% che lo considera "sbagliato".

La differenza più sensibile riguarda i ragazzi già maggiorenni, i quali si dimostrano più insofferenti delle regole familiari: infatti per il 15% è "sbagliato" rispettarle (17% dei maschi, 13% delle femmine). Si potrebbe dedurre, seguendo una certa linea di pensiero, che questo rifiuto delle regole familiari da parte dei ragazzi più grandi scaturisca da una non più tollerabile limitazione della libertà; invece questa motivazione è del tutto assente in questa fascia di età, essendo massima (45%) fra i ragazzi più piccoli e decrescendo via via. In realtà la motivazione più frequentemente espressa è quella per cui le regole "ignorano i miei bisogni", che supera il 37% di coloro che ritengo sbagliate le regole familiari. Invece l'atteggiamento, che si potrebbe definire tipicamente adolescenziale, di chi "non sopporta imposizioni" è limitato al 12% dei casi. Va anche sottolineato che solo il 6% lamenta che le regole "non sono state decise con me"; si direbbe quindi che non è tanto importante, per i ragazzi, la partecipazione alle decisioni (che può essere a volte più formale che sostanziale) quanto percepire una reale attenzione verso i propri bisogni.

Questa considerazione ci riporta al problema della qualità delle relazioni interpersonali all'interno della famiglia. Negli ultimi anni molta attenzione è stata dedicata ai giovani e ai loro problemi, nella prospettiva di conoscere meglio la loro condizione e approntare specifiche politiche di supporto e di intervento. Quando il discorso si sposta sul problema del rapporto fra giovani e famiglia si resta il più delle volte concentrati esclusivamente sulla condizione giovanile, trascurando le problematiche familiari nel loro insieme. In particolare si prendono di rado in considerazione le problematiche degli adulti, cioè dei genitori. Nel modello, o nelle stereotipo, familiare cui facciamo più o meno implicitamente riferimento, i genitori rappresentano dei ruoli solidamente inseriti nei sistemi sociali, garanti del benessere economico della famiglia, della rettitudine dei principi morali, dediti all'educazione dei figli, al sostegno morale e materiale e così via. Nella realtà invece troviamo che il mondo degli adulti è stato largamente contagiato dalla precarietà sociale: precarietà lavorativa, economica, morale. Il tempo che gli adulti dedicano alla famiglia (e che si è andato via via limitando) è dunque molto spesso un tempo in cui gli individui continuano a essere preoccupati da altri impegni. In sostanza, il raggiungimento dell'età adulta e le responsabilità familiari non sono sempre accompagnati da una qualche forma di appagamento delle ambizioni personali. Inoltre bisogna considerare come, già a partire dalla fine degli anni Sessanta, le trasformazioni culturali, per quanto rivolte verso ideali sociali e comunitari, hanno alimentato un progressivo individualismo basato su elevati, quanto astratti, progetti di realizzazione personale. A ciò va aggiunta la crescita enorme dei mass-media e l'incremento delle funzioni da essi svolte nella socializzazione, nel tempo libero e nella costruzione dei sistemi simbolici.

Di fronte ad una siffatta condizione critica degli adulti e alla "stretta sistemica" che obbliga sempre più gli individui a "comportamenti funzionali", emergono conflitti e incompatibilità dei diversi ruoli, sociali e familiari, che l'individuo deve svolgere. La famiglia quindi - e qui ritroviamo Luhmann - è in un certo senso disfunzionale al sistema. Sul piano personale questa situazione viene percepita come un freno che la famiglia costituisce per le attività sociali. A questo punto se si vogliono rigenerare i valori fondamentali su cui si fonda l'istituzione familiare - e a cui spesso si fa riferimento per superare l'attuale "crisi dei valori" - bisogna ridurre la distanza tra i sistemi e i "mondi vitali" delle persone. In questi termini diventa necessario pensare a nuove politiche per la famiglia, riconoscendone senza retorica le reali condizioni e sostenendone le funzioni vecchie e nuove, evitando nel contempo eccessive deleghe ad altre istituzioni.

 

Tab. 20 - Chi stabilisce le regole per i figli

 

si discute insieme 37.2%

entrambi i genitori 33.8%

padre 11.0%

madre 9.4%

nessuno in particolare 8.1%

n. r. 0.4%

 

Tab. 21 - Rispetti le regole stabilite in famiglia

 

sempre 25.6%

spesso 54.9%

raramente 14.9%

mai 3.8%

n. r. 0.9%

 

Tab. 22 - Rispetti le regole stabilite in famiglia - Chi stabilisce le regole per i figli

 

 sempre spesso raramente mai

padre 9.4% 12.3% 10.9% 6.7%

madre 6.9% 8.4% 13.4% 16.7%

entrambi i genitori 33.7% 34.7% 37.0% 20.0%

si discute insieme 46.0% 38.6% 24.4% 16.7%

nessuno in particolare 4.0% 5.9% 14.3% 40.0%

 

Tab. 23 - Attenersi alle regole stabilite è:

 

sempre giusto 13.4%

dipende dalle circostanze 79.9%

sbagliato 4.0%

non so 2.3%

n. r. 0.4%

 

Tab. 24 - Se è sbagliato, perché:

 

ignorano i miei bisogni 37.5

limitano la mia libertà 31.3

non sopposrto imposizioni 12.5

non decise con me 6.3

non mi ci riconosco 6.3

altro 6.3

 

2) N. Luhmann, Il sistema sociale famiglia, in "La Ricerca Sociale" n. 39, 1989.

 

3) P. Donati, a cura di, Terzo rapporto sulla famiglia in Italia, Edizioni San Paolo, 1993, p. 28.

 

 

 

CAPITOLO TERZO

 

Le relazioni tra pari

 

1. Il ruolo del gruppo

 

Gran parte della letteratura psicologica e sociologica sull'adolescenza ha negli ultimi decenni centrato il suo interesse sullo studio dei gruppi giovanili e sulle interazioni tra pari. Si è in tal modo aperto e consolidato un ambito teorico e di ricerca che continua ad interrogarsi sul ruolo che le relazioni tra coetanei svolgono nella costruzione dell'identità e nella trasmissione dei valori.

La dimensione gruppo ha così acquisito un ruolo significativo e caratterizzante l'età adolescenziale tanto che, pur da prospettive teoriche diverse, psicologi e sociologi concordano nel considerare il gruppo dei pari come un luogo ed un tempo che, proprio perché differenziato dalla famiglia e dal mondo degli adulti, rappresenta un ambito di grande importanza per lo sviluppo sociale degli individui.

Da una prospettiva psicologica, l'adolescenza comporta due "universali evolutivi" (Sherif 1984, trad. it. 1988, 173): i cambiamenti corporei propri della pubertà e i cambiamenti relazionali connessi alla necessità di abbandonare la condizione di dipendenza dagli adulti tipica dell'infanzia. Questi due "universali evolutivi" mettono in discussione il modo di vedere se stessi e gli altri e richiedono di modificare le strutture psicologiche funzionali nell'infanzia ma divenute inadeguate nell'adolescenza. Con l'adolescenza si crea una situazione di discontinuità, di ambiguità, di incertezza, su se stessi e il proprio mondo che richiede di "É ri-modellare quelle parti del sistema del Sé che risultano discontinue rispetto alle esperienze della fanciullezza mentre prendono forma nuove strutture volte a far fronte al modificarsi delle circostanze e alle nuove esperienze che l'adolescente si trova davanti" (Ibidem, 175).

Per fronteggiare questa situazione di incertezza, per "ri-modellare" il sistema del Sé, gli adolescenti cercano nuovi ancoraggi nel gruppo dei pari, dei coetanei, allontanandosi dalla famiglia e dal mondo degli adulti in genere per aderire ad un habitat sociale all'interno del quale è possibile sperimentare nuovi ruoli, nuove modalità relazionali, condividere nuovi valori. Il gruppo di amici, assume la valenza di un gruppo di riferimento e cioè di un gruppo al quale si desidera aderire, che comporta un forte coinvolgimento personale dell'adolescenza (Sherif e Sherif 1965). Il gruppo dei pari diventa un vero e proprio laboratorio sociale all'interno del quale sperimentare la propria autonomia dagli adulti, confrontare le proprie scelte, condividere i propri dubbi e sostenere reciprocamente le incertezze.

Muovendo da tale prospettiva, la letteratura socio-psicologica(1) ha focalizzato l'attenzione sulle interazioni all'interno dei gruppi e tra i gruppi cercando di cogliere nei processi e nella dinamica delle relazioni l'influenza reciproca della dimensione psicologica (il "sistema del Sé"(2) e i cambiamenti connessi al nuovo ancoraggio sul gruppo dei pari), della dimensione sociale (relazioni di genere, posizione sociale, origine sociale e culturale, ecc.), e delle azioni sociali(3).

La letteratura sociologica(4) ha privilegiato una lettura della condizione giovanile in termini generazionali inscrivendo la comprensione dei gruppi giovanili all'interno di una cornice teorica che, partendo dalle caratteristiche proprie di una società complessa e differenziata, considera i gruppi d'età una esigenza specifica di questo tipo di società ed una risposta che compensa il venir meno di altre agenzie di socializzazione quali la famiglia (Eisenstadt 1956, trad. it. 1971).

Nelle società post-moderne, i processi di crescente differenziazione sociale, hanno creato, da un lato, con la scolarizzazione di massa un contenitore eccezionale, il sistema scolastico, che mette in rapporto reciproco leve d'età contigua e di estrazione sociale diversa costituendo una rete di comunicazione autonoma tra pari e, dall'altro, una struttura policentrica in cui alle tradizionali agenzie di educazione e socializzazione si sono affiancate altre agenzie. Tali processi hanno sostituito quelli di tipo verticale, da genitori a figli, dando luogo ad un tipo di comunicazione trasversale tra leve di età contigua (Sciolla 1993).

Il moltiplicarsi di agenzie di socializzazione che hanno affiancato o che si sono sostituite alla famiglia, ha per molti versi compensato il venir meno della famiglia nello svolgimento del suo ruolo tradizionale di socializzazione ed educazione (Cristofori 1990, Garelli, 1984). Agenzie quali i mass-media, in particola modo la televisione, il moltiplicarsi di associazioni e gruppi di giovani formali e informali, hanno determinato un policentrismo di modelli di vita e valori offrendo così uno scenario plurale e diversificato su cui ancorare i processi di identificazione e di differenziazione (Rielli 1991, Sciolla 1993). Si determina in tal modo un coinvolgimento in diverse cerchie sociali tra le quali non c'è più, come avveniva in passato, un legame di continuità tra una cerchia e l'altra. In altre parole, si moltiplicano gli ambiti sociali in cui l'individuo è coinvolto ma viene meno un collegamento tra tali ambiti che non sia di mera contiguità.

Il moltiplicarsi delle cerchie sociali è rilevabile nel fenomeno ampiamente segnalato nelle ricerche sui giovani delle pluriappartenenze. Nel terzo rapporto Iard (Cavalli e De Lillo, 1992) si rivela come l'86,5% dei giovani abbia un gruppo fisso di amici e più della metà appartenga almeno ad una associazione. In molti casi, un giovane può far parte del gruppo scuola o lavoro, di un gruppo sportivo, di un gruppo di volontariato religioso o laico, di un gruppo di amici, ecc. Ci troviamo di fronte ad un contesto sociale in cui si offrono alle nuove generazioni più opportunità aggregative, più contesti sociali e culturali in cui vivere la propria socialità e fondare la propria identità.

 

2. Gruppi informali e gruppi formali

 

Le indagini nazionali sulla condizione giovanile(5) hanno rilevato come il fenomeno dell'associazionismo abbia un peso sempre più crescente. Sullo sfondo della centralità che i coetanei, gli amici, assumono nel periodo adolescenziale si possono distinguere due ambiti di socializzazione diversi: i gruppi informali i i gruppi formali.

I gruppi informali sono dei gruppi di amic che si formano in modo spontaneo e naturale sulla base di criteri di provenienza sociale e culturale comune, di stili di comportamento e modalità espressive comuni, in una parola, sulla base di ciò che rende simili. Il senso dello stare insieme è fondato sulla frequentazione fine a se stessa, sul trascorrere il tempo libero e divertirsi, sul tenersi compagnia, sul parlare insieme. La coesione del gruppo è garantita dal coinvolgimento personale di ognuno alla vita del gruppo e dalle esperienze comuni che via via compongono la vita del gruppo. I luoghi dello stare insieme sono spazi autonomi e fuori dal controllo degli adulti: panchine, piazze, bar, discoteca, ecc.

Il gruppo informale è pertanto luogo e spazio di autonomia e libertà da organizzare e gestire con norme e valori che, pur ancorate al contesto sociale e culturale di appartenenza, assumono forme ed espressioni peculiari che servono a regolare i comportamenti ammessi e prescritti all'interno del gruppo. Nella rete amicale informale rientrano tutti i gruppi di amici, le cosiddette compagnie. Sono gruppi che coinvolgono l'86,5% dei giovani italiani (Cavalli e De Lillo 1993), composti nella stragrande maggioranza da non più di venti persone e in cui sono presenti entrambi i sessi con una leggera prevalenza dei maschi.

Al contrario, i gruppi formali sono gruppi che hanno una struttura organizzata e formalizzata, sono orientati al raggiungimento di obiettivi specifici, spesso la presenza degli adulti è determinante per le finalità e l'organizzazione delle attività. Sono gruppi in cui il senso dell'appartenenza è fondato sulla cndivisione degli scopi che l'associazione si pone e lo stare insieme assume un senso diverso a seconda dei valori e dei codici di cui l'associazione è portatrice. Nella rete associativa formale rientrano le associazioni sportive, religiose, culturali, di volontariato sociale e assistenziale, politiche, ecologiste, ecc.

Nel delineare il profilo dei giovani inseriti nella rete associativa formale(6) occorre subito segnalare come la partecipazione non sia legata al tempo libero a disposizione, al contrario, la più alta percentuale di non associati si trova proprio tra quanti non studiano né lavorano. Sono soprattutto gli studenti, sia delle scuole secondarie che dell'università, e gli studenti lavoratori ad essere maggiormen,te coinvolti nelle attività associative. Il fenomeno associativo sembra dunque legato alla condizione di studente, alla classe sociale di appartenenza e ancor più al retroterra culturale della famiglia d'origine.

Per quantio riguarda la localizzazione geografica, il Mezzogiorno, oltre ad avere tradizionalmente tassi di partecipazione sociale più bassi rispetto al Nord-Ovest, al Nord-Est e al Centro, negli ultimi anni registra una netta diminuzione della partecipazione rispetto a tali aree. Inoltre, se la partecipazione ad associazioni formali vede coinvolti sul territorio nazionale in uguale misura maschi e femmine, nel Sud ed Isole si registra una tendenza delle ragazze ad una minore partecipazione rispetto ai coetanei maschi (Buzzi et al. 1997).

Sono soprattutto i giovanissimi a far parte della rete associativa formale. La partecipazione ai gruppi organizzati tende a diminuire dai 14-15 anni sia per i maschi che nelle femmine. Nei primi anni delle scuole superiori i ragazzi cominciano a prediligere maggiormente spazi informali e non organizzati in cui essere liberi e affrancati dalla presenza degli adulti, le preferenze associative si spostano dunque verso appartenenze di tipo informale.

Circa le diverse tipologie associative, i ragazzi partecipano pim delle ragazze ad associazioni culturali, ricreative e sportive. Al contrario le ragazze sono più presenti nelle associazioni religiose. E' interessante notare che se l'appartenenza a gruppi formali declina all'aumentare dell'età in tutte le forme aasociative, questa tendenza è ancor più marcata per l'associazionismo religioso (Ibidem). Si tratta di un fenomeno ampiamente accertato e la cui spiegazione è legata all'uscita graduale dai circuiti parrocchiali man mano che i ragazzi diventano più grandi e acquisiscono più libertà e autonomia(7).

Per quanto riguarda le differenze tra le due forme di appartenenza vi è una tendenza, soprattutto nell'area degli studi sociologici sui gruppi, a considerare l'associazionismo formale più adeguato per la definizione di un'identità stabile. L'appartenenza associativa formale, pur veicolando valori e stili di comportamento diversi, legati agli scopi e ai contenuti che l'associazione si prefigge, dà origine ad una forma di impegno che rappresenta un potente fattore di strutturazione dell'identità. Chi partecipa ad associazioni formali, comprese le aasociazioni sportive, ha, un campo morale ed idee politiche meglio definite (Sciolla e Ricolfi, 1989). «Quanto più si è coinvolti in cerchie sociali indipendenti, in tipi diversi di gruppi e associazioni, tanto piùÉl'identità si presenbta definita e strutturata sia sul piano politico-ideologico sia sul piano morale ed ideale e psicologicamente equilibrata e autonoma» (Ibidem, 11).

Rispetto a tali posizioni, una serie di ricerche di impronta sociopsicologica (Palmonari, Pombeni e Kirchler 1989, 1990, 1992) ha dimostrato come non vi sia conferma all'ipotesi che il gruppo formale favorisca l'impegno ed agevoli la maturazione mentre i gruppi informali rappresentino un fattore di rischio per la definizione dell'identità e un possibile luogo di elaborazione di comportamenti devianti. Più che il tipo di gruppo, ciò che è importante è il tipo di relazione che si stabilisce tra l'adolescente e il suo gruppo: è il grado di coinvolgimento, il livello d'identificazione, a delineare le peculiarità dell'esperienza relazionale. I gruppi informali non sono carenti di strutturazione interna, essi elaborano delle regole, dei codici di comportamento, un linguaggio propri e, pertanto, il loro ruolo e la loro funzione non è meno importante per la definizione del Sé e dell'identità rispetto ai gruppi formali.

 

2.1. Gruppi informali salentini

 

In linea con le ricerche sui gruppi informali(8) la nostra indagine ha messo in evidenza alcuni elementi fondamentali e caratterizzanti i gruppi di amici degli studenti salentini. Innanzitutto occorre sottolineare come il gruppo rappresenti una dimensione socializzante talmente importante da coinvolgere la quasi totalità degli intervistati costituendo un mondo "familiare" inscritto nella quotidianità dei vissuti e delle esperienze dei ragazzi e delle ragazze del Salento.

La partecipazione degli studenti a gruppi stabili di amici è molto elevata: il 91% del nostro campione dichiara la propria appartenenza a grupépi informali (Tab.1). Si tratta di un fenomeno che vede coinvolti più maschi delle femmine: nel sottogruppo maschile la quasi totalità dichiara di avere un gruppo di amici mentre tra le ragazze circa il 14% non frequenta abitualmente alcun gruppo di amici.

Per quanto riguarda l'età non esistono sostanziali differenze tra le diverse fasce se non per una tendenza all'incremento della partecipazione associativa informale nel sottogruppo che supera i 18 anni.

 

Tab.1 - Partecipazione ad un gruppo fisso di amici (%)

 

 Totale Maschi Femmine 14-15 16-18 >18

Si 91.0 95.2 86.4 91.0 90.8 94.1

No 9.0 4.8 13.6 9.0 9.3 5.9

Totale 100.0 100.0 100.0 100.0 100.0 100.0

 

N=797

 

Da questo primo excursus nelle amicizie dei giovani studenti salentini emerge un quadro che vede la stragrande maggioiranza dei ragazzi impegnati in fraquentazioni stabili. Ma vediamo più in dettaglio la composizione dei gruppi informali. La maggior parte dei ragazzi (30.7%) frequenta gruppi composti da 6-10 persone. Segue un 26% che frequenta gruppi di 3-5 persone ed un 25% gruppi con più di 15 persone (Tab.2).

 

Tab.2 - Composizione dei gruppi informali (%)

 

Numero dei

componenti Totale Maschi Femmine

3-5 25.9 27.0 24.6

6-10 30.7 32.4 28.6

11-15 18.8 16.1 22.2

>15 24.5 24.5 24.6

Totale 100.0 100.0 100.0

 

Percentuali calcolate solo su quanti hanno dichiarato di far parte di un gruppo fisso di amici (N=725)

 

Il primo dato che si può trarre da tale frequentazione segnala una partecipazione a gruppi abbastanza estesi: più del 40% dei ragazzi frequenta compagnie ampie composte da più di 10 persone. Nell'ambito dei sottogruppi maschile e femminile non si registrano differenze di rilievo, in entrambi c'è una leggera preferenza per gruppi composti da 6-10 persone. Si tratta di amici che nella metà dei casi si incontrano quasi tutti i giorni (Tab.3). Ciò è rilevante soprattutto per i maschi (62,2% contro il 29,3% delle ragazze) mentre le ragazze si incontrano con i propri amici soprattutto nel fine settimana. Evidentemente i ragazzi hanno spazi liberi più ampi rispetto alle ragazze.

Interessante è la risposta "quando ne ho voglia": il 13,5% dei ragazzi e il 19,3% delle ragazze dichiarano di incontrare i propri amici al di là di un calendario prefissato e sulla base di una scelta legata al momento. Questa risposta rinvia alla libertà e all'informalità della partecipazione che d'altra parte ben si concilia con l'estensione dei gruppi. Il gruppo è quindi un luogo aperto e informale, raggiungibile appunto "quando ne ho voglia", un tempo della socialità avulso da regole prescritte e contrassegnato da flessibilità ed autonomia.

 

Tab.3 - Quando incontri i tuoi amici? (%)

 

 Totale Maschi Femmine

Tutti i giorni o quasi

 47.2 62.2 29.3

2-3 vole la settimana

 16.9 16.6 17.4

Fine settimana 19.4 7.4 33.8

1-2 volte al mese 0.7 0.3 1.2

Quando ne ho voglia 15.7 13.5 19.3

Totale 100.0 100.0 100.0

 

Percentuali calcolate solo su quanti hanno dichiarato di far parte di un gruppo fisso di amici (N=725)

 

Al proprio interno i gruppi sono composti per i maschi "in maggior parte da maschi" mentre le ragazze prediligono, nel 44% dei casi, gruppi composti in "egual misura" da ragazzi e ragazze (Tab.4). E' inoltre interessante notare come la percentuale di ragazzi che frequentano un gruppo composto solo da maschi è di gran lunga superiore ai gruppi interamente femminili: solo nel 7,7% dei casi le ragazze frequentano gruppi interamente femminili. Per queste ultime, oltre a prevalere la frequentazione di gruppi composti in egual misura da maschi e femmine, un dato che distingue le loro frequentazioni da quelle dei ragazzi riguarda il frequentare gruppi in cui domina la presenza maschile: il 30,4% delle ragazze frequenta tali gruppi a differenza dei ragazzi che solo nel 3,1% dei casi frequentano gruppi in cui prevale la presenza dell'altro sesso.

 

Tab.4 - Composizione del gruppo (%)

 

 Totale Maschi Femmine

In uguale misura 36.4 30.0 44.2

In maggior parte ragazzi 36.0 40.7 30.4

Solo ragazzi 14.5 26.0 0.6

In mggior parte ragazze 9.5 3.1 17.2

Solo ragazze 3.6 0.3 7.7

Totale 100.0 100.0 100.0

 

Percentuali calcolate solo su quanti hanno dichiarato di far parte di un gruppo fisso di amici (N=725)

 

Tra i luoghi d'incontro (Tab.5) quello preferito è senza dubbio la piazza o la strada sia per le ragazze che per i ragazzi: più della metà del nostro campione elegge a proprio domicilio tali spazi liberi. Sono dati che confermano un bisogno evidente di spazi aperti soprattutto per le ragazze. Al secondo posto, troviamo uno spazio di socialità più controllato ed anche più intimo e cioè la "casa di amici". Anche qui non ci sono particolari luoghi rispetto ai maschi (cfr. Donati e Colazzi 1997). Le differenze di genere sono accentuate invece per i luoghi tradizionalmente frequentati dai ragazzi come il bar e sale giochi.

 

Tab.5 - I luoghi d'incontro (%)

 

 Totale  Maschi Femmine

Piazza/Strada 52.5 42.7 64.3

Casa di amici 24.7 23.3 26.5

Bar 11.0 17.1 3.7

Sala giochi 7.7 12.8 1.5

Campo sportivo/palestre 3.5 3.6 3.4

Discoteca 0.6 0.5 0.6

Totale 100.0 100.0 100.0

 

Percentuali calcolate solo su quanti hanno dichiarato di far parte di un gruppo fisso di amici (N=725)

 

Consideriamo ora quanto l'appartenenza alla propria compagnia venga considerata qualitativamente soddisfacente. Più della metà dei ragazzi che frequentano un gruppo stabile di amici si dichiara "abbastanza" soddisfatto di tale appartenenza e circa il 35% si reputa "molto" soddisfatto (Tab. 6). Al contrario "una minoranza" segnala la propria insoddisfazione: l'8,8% si dichiara "poco" soddisfatto e circa il 2% "per niente" soddisfatto. Sono soprattutto le ragazze ad essere meno soddisfatte del proprio gruppo di amici rispetto ai coetanei maschi. Ciò è probabilmente dovuto ad esigenze di maggiore intimità e vicinanza delle ragazze.

Se ci soffermiamo a considerare le diverse fasce di età è evidente come all'aumentare dell'età diminuisca il grado di soddisfazione per la propria compagnia: cala la percentuale di quanti si dichiarano "molto soddisfatti", aumenta la percentuale di coloro che si dichiarano "abbastanza" o "poco" soddisfatti. Ciò vuol dire che all'aumentare dell'età i ragazzi diventano più esigenti verso il proprio gruppo di amici. In altre parole, oltre alle differenze di genere, l'età gioca un ruolo importante nel definire il valore ed il grado di soddisfazione della propria appartenenza. L'entusiasmo dei primi anni di frequentazioni informali sembra pian piano a calare per cedere il passo verso il rapporto di coppia.

 

Tab. 6 - Sei soddisfatto del tuo gruppo? (%)

 

 Totale Sesso Classi di età

  M F 14-15 16-18 >18

Molto 34.7 36.5 32.4 39.2 30.9 31.3

Abbastanza 54.6 55.1 53.9 52.9 55.9 56.3

Poco 8.8 7.1 10.9 5.8 11.3 12.5

Per niente 1.9 1.3 2.7 2.1 1.9 0.0

Totale 100.0 100.0 100.0 100.0 100.0 100.0

 

Percentuali calcolate solo su quanti hanno dichiarato di far parte di un gruppo fisso di amici (N=725)

 

Entrando ancor più all'interno della vita dei gruppi, vediamo ora se ci sono problemi all'interno dei gruppi, quali siano e come vengano affrontati. A tale proposito, abbiamo chiesto ai ragazzi se nel proprio gruppo qualcuno ha dei problemi di particolare rilevanza. A questa domanda il 34% del campione ha risposto di "si" contro il 65,8% che ha dichiarato l'assenza di problemi all'interno del proprio gruppo.

Son le ragazze a segnalare in maggior misura la presenza di situazioni problematiche all'interno del gruppo: tra le ragazze che frequentano un gruppo di amici stabile circa il 40% segnala situazioni di disagio, di malessere, a carico di componenti il gruppo (Tab. 7). Prima di commentare tale dato è opportuno dare uno sguardo ai problemi in questione.

 

Tab. 7 - Qualcuno nel gruppo ha dei problemi particolari? (%)

 

 Totale Maschi Femmine

Si 34.2 29.7 39.6

No 65.8 70.3 60.4

Totale 100.0 100.0 100.0

 

Percentuali calcolate solo su quanti hanno dichiarato di far parte di un gruppo fisso di amici (N=725)

 

I problemi con cui i ragazzi si confrontano (Tab. 8) sono in primo luogo riferibili al contesto familiare. Si tratta quindi di un ambito relazionale in cui il confronto non sempre è così sereno come sembrava emergere dalle risposte iniziali (vedi capitolo precedente) tantè che nel 57% dei casi è proprio a tale ambito che vanno ascritte le maggiori difficoltà. Altri problemi sono legati al mondo della scuola e riguardano in particolare il comportamento in classe (22,3%) ed alle cattive amicizie (21,5%). Nell'ambito della vita dei gruppi si segnalano ancora problemi di tossicodipendenza (10,5%) e di abuso di alcool (15%). Occorre inoltre segnalare problemi legati a comportamenti aggressivi, indicati nel 17% dei casi e con la giustizia (11,7%).

Le differenze di genere hanno un ruolo importante nel definire gli ambiti del disagio e del malessere giovanile. Le ragazze indicano prioritariamente l'ambito familiare come luogo di origine dei problemi dei loro amici. Altri problemi sono individuati a carico delle cattive amicizie, della cattiva condotta in classe, dell'alcool e della tossicodipendenza.

 

Tab. 8 - Problemi all'interno del gruppo (%)

 

 Totale Maschi Femmine

Problemi familiari 57.1 46.2 66.9

Cattiva condotta in classe 22.3 28.2 16.9

Frequenta cattive amicizie 21.5 24.0 19.2

Comportamenti aggressivi 17.0 22.2 12.3

Abuso di alcool 15.0 19.7 10.8

Problemi con la giustizia 11.7 15.4 8.5

Tossicodipendenza 10.5 11.1 10.0

 

Percentuali calcolate solo sui soggetti che hanno segnalato l'esistenza di problemi all'interno del gruppo (N=247).

Risposte multiple.

 

La vita all'interno dei gruppi non è quindi tranquilla e spensierata come potrebbe apparire all'esterno. Circa il 34% dei ragazzi che hanno un gruppo fisso di amici si confronta con i problemi dei propri amici ed in qualche modo cerca, pur con le difficoltà intrinseche alla natura dei gruppi che, nella maggior parte dei casi, per l'estensione che hanno e per l'informalità della frequentazione che li caratterizza, sembrerebbero non consentire intimità e vicinanza emotive, di dare risposte e sostegno a chi è in difficoltà. Nella stragrande maggioranza dei casi, l'atteggiamento è solidale e di aiuto: circa l'83% dei ragazzi risponde in termini di maggiore vicinanza e sostegno. A fronte di tale atteggiamento generale, circa l'8% dei ragazzi delega ad altri la risoluzione dei problemi dei loro amici, il 3% cerca di espellerli dal gruppo, il 4% li frequenta "perché incuriosito dal loro comportamento".

Le ragazze hanno un atteggiamento più solidaristico, meno evitante e meno delegante dei loro coetanei maschi, evidentemente si sentono maggiormente competenti a dare una mano in prima persona.

 

Tab. 9 - Atteggiamento verso gli amici che hanno dei problemi (%)

 

 Totale Maschi Femmine

Cerco di aiutarli e comunque sto con loro 82.2 74.3 90.3

Consiglio loro di rivolgersi a qualcuno per chiedere aiuto 8.2 11.9 4.8

Continuo a frequentarli perché incuriosito dal loro comportamento 3.9 5.5 2.4

Cerco, insieme agli altri, di allontanarli dal gruppo 3.0 3.7 2.4

Li evito perché ho paura di rimanere coinvolto 1.7 3.7 0.0

Non li frequento più e cambio gruppo 0.4 0.9 0.0

Totale 100.0 100.0 100.0

 

Percentuali calcolate solo sui soggetti che hanno segnalato l'esistenza di problemi all'interno del gruppo (N=247)

 

Il profilo dell'associazionismo informale salentino presenta una serie di elementi coerenti con le rilevazioni nazionali del fenomeno. Innanzitutto è confermata la grande partecipazione dei giovani a tali forme aggregative con una tendenza ad una maggiore presenza maschile rispetto alla femminile. Nella maggior parte dei casi sono gruppi composti in egual misura da ragazzi e da ragazze o con una prevalenza di presenze maschili all'interno del gruppo. Sono soprattutto le ragazze a preferire gruppi misti e sono sempre le ragazze a scegliere spazi di incontro informali e aperti. Se infatti i luoghi della socialità tra pari sono per tutti soprattutto le piazze e le strade (più della metà del campione), la grande maggioranza delle ragazze (64,3%) predilige tali luoghi liberi ancor più dei ragazzi. Si registra qui una differenza rispetto ad indagini su campioni nazionali (Donati e Colozzi 1997).

Per i tempi dello stare insieme invece sembrerebbe che i ragazzi abbiano maggiori possibilità di incontro, difatti, se i maschi si incontrano tutti i giorni o quasi, tra le ragazze prevalgono gli incontri del fine settimana.

Complessivamente circa il 55% degli intervistati si dichiara abbastanza soddisfatto della propria appartenenza. Rispetto ai più grandi, i giovanissimi si dichiarano più entusiasti della propria compagnia: il grado di soddisfazione tende a diminuire con l'età. Ciò probabilmente è dovuto alle aumentate esigenze di intimità ed allo spostarsi dell'interesse verso la relazione di coppia, oppure perché si diventa via via più esigenti e meno soddisfatti di una frequentazione fine a se stessa e fondata sul mero stare insieme e divertirsi.

All'interno dei gruppi ci sono comunque dei problemi e sono problemi legati alla condizione adolescenziale ed al vivere una situazione di malessere che si esprime in diverse forme. È soprattutto in famiglia che i ragazzi sperimentano situazioni difficili (57,1% di quanti dichiarano l'esistenza di problemi) e sono soprattutto le ragazze (66,9% contro il 46,2% dei ragazzi) a essere coinvolte. Al contrario, i maschi segnalano maggiormente problemi inerenti il comportamento in classe, comportamenti aggressivi, e problemi con la giustizia. Oltre a ciò, l'abuso di alcool sembra costituire un ambito di malessere più presente tra i maschi.

Rispetto agli amici che hanno dei problemi, nella stragrande maggioranza dei casi l'atteggiamento prevalente è di sostegno e vicinanza. I ragazzi cercano di risolvere tra loro i problemi della vita quotidiana ed è probabilmente solo nelle situazioni più difficili che scatta il meccanismo dell'espulsione dal gruppo.

 

2.2. Gruppi formali salentini

 

Come abbiamo sottolineato in precedenza, il fenomeno dell'associazionismo formale (sportivo, religioso, di impegno civile, di volontariato sociale e assistenziale, ecologista, ecc.) coinvolge un numero elevato di adolescenti e giovani e si connota come un fenomeno storicamente rilevante strettamente legato all'attuale generazione. Inoltre, la presenza di associazioni sul territorio costituisce un importante indicatore di benessere per una comunità. «Le associazioni, in particolare quelle a prevalente vocazione giovanile, sembrano poter funzionare oggi nelle società avanzate come risorsa e riserva simbolica della società civile, di ciò che permette alla società civile di autoregolarsi, autodifendersi e autoriprodursi. Esse agiscono, sempre più, come attori collettivi - micro/macro - capaci di recepire domande e bisogni sociali vecchi e nuovi, di rappresentarli in qualche modo nei confronti delle istituzioni, della macro-organizzazioni del potere politico, economico e del controllo sociale» (Pace 1993, 88). La presenza di associazioni è pertanto oltre che indicatore di benessere di una comunità una risorsa che sollecita e veicola valori e comportamenti che creano un collegamento all'interno di una stessa generazione e tra le generazioni. Da tale prospettiva, un importante indicatore di malessere deriva proprio dalla non adesione ad alcuna esperienza associativa: molti adolescenti e giovani esprimono così la propria condizione di disagio sociale (Ibidem).

Al fine di sondare la partecipazione sociale ed il grado d'impegno dei giovani studenti salentini abbiamo chiesto loro se al momento della rilevazione frequentino delle associazioni.

Tra i giovani intervistati solo il 25% partecipa regolarmente e con impegno ad attività associative, il 35% partecipa con minore regolarità, circa il 40% non ha mai frequentato associazioni (Tab. 10). Sono in particolare le ragazze a segnalare di non aver mai partecipato ad attività associative: circa la metà del gruppo femminile contro il 33,3% di quello maschile.

Se consideriamo le diverse fasce d'età, si registra una tendenza all'appartenenza formale inversamente proporzionale all'età: i non associati rappresentano circa il 31% dei giovani tra i 14-15 anni, il 45% di quanti hanno un'età compresa tra i 16-18 anni, e circa il 68% tra quanti superano i 18 anni. Si può pertanto affermare che l'associazionismo formale è un fenomeno che coinvolge i minori di 18 anni ed in particolare i ragazzi della prima fascia d'età.

 

Tab. 10 - Partecipazione ai gruppi formali (%)

 

  Sesso Classi di età

 Totale M F 14-15 16-18 >18

Si. Spesso 25.3 29.0 21.3 29.2 23.9 00.0

Si. A volte 35.0 3737 32.0 39.4 31.2 32.4

No. Mai 39.7 33.3 46.7 31.4 45.0 67.6

Totale 100.0 100.0 100.0 100.0 100.0 100.0

 

N=797

 

Tra le associazioni frequentate "spesso" e "a volte" quelle preferite sono innanzitutto, nel 56% dei casi, le associazioni sportive e le associazioni religiose (36%), seguono i "club di tifosi", le associazioni di volontariato sociale e quelle politiche (Tab. 11).

I maschi frequentano, nel 66% dei casi, associazioni sportive e nel 19% dei casi club di tifosi. L'associazionismo maschile si configura pertanto come connesso direttamente, attraverso la pratica sportiva, o indirettamente, attraverso le tifoserie, al mondo dello sport. Occorre comunque sottolineare l'appartenenza ad associazioni religiose (21% dei casi) e politiche (14% dei casi).

Il quadro dell'associazionismo femminile si presenta diverso rispetto a quello maschile. le ragazze frequentano prioritariamente associazioni religiose (57%) ed in secondo luogo associazioni sportive. Inoltre, rispetto ai cotanei maschi frequentano maggiormente associazioni di volontariato sociale e meno asociazioni politiche.

Oltre al sesso anche l'età incide sulle scelte legate alla partecipazione sociale. Tra i giovanissimi, la partecipazione ad associazioni sportive e alle tifoserie assorbe gran parte delle scelte associative. Anche l'associazionismo religioso é fortemente presente in questa fascia di età.

Nell'età tra i 16-18 anni avvengono dei mutamenti importanti nelle preferenze associative. pur rimanendo elevato l'interesse per la pratica sportiva e le tifoserie, cala la partecipazione a gruppi religiosi ed aumenta l'impegno verso associazioni culturali, politiche e di volontariato sociale. lo sganciarsi dai gruppi parrocchiali probabilmente consente di esprimere altre forme di impegno e di sondare altri ambiti sociali.

 

Tab. 11 - L 'associazionismo formale (%)

 

  Sesso Classi di età

 Totale M F 14-15 16-18 >18

Sportive 55.9 66.3 41.5 57.0 56.0 27.3

Religiose 36.1 21.0 57.0 40.6 30.6 45.5

Ambientaliste 3.4 2.9 4.0 3.2 3.7 0.0

Culturali 8.2 8.3 8.0 4.4 12.5 9.1

Volontariato sociale 11.6 8.0 16.5 8.0 14.4 36.4

Politiche 10.5 13.8 6.0 5.2 16.2 18.2

Club di tifosi 11.8 19.2 1.5 12.4 11.1 9.1

Altre 6.9 6.9 7.0 8.0 6.0 0.0

 

Percentuali calcolate solo sui soggetti che hanno dichiarato di partecipare "spesso" o "a volte" ad associazioni (N=476).

 

In sintesi, da questo breve sguardo sull'associazionismo giovanile salentino, emerge l'esistenza di appartenenze multiple sia per i maschi che per le femmine. In altre parole, chi frequenta associazioni ne frequenta più di una, così come è dimostrato dalla presenza di risposte multiple. In tale quadro le differenze di genere si rendono evidenti nelle diverse scelte effettuate dai ragazzi e dalle ragazze. L'associzionismo appare quasi del tutto schiacciato nell'ambito delle attività sportive a differenza delle ragazze che esprimono in altri ambiti, quali l'impegno religioso e sociale, le loro preferenze associative.

 

3. Conclusioni

 

Nell'ambito dell'associazionismo formale e informale salentino entrambe le appartenenze assumono un notevole rilievo nell'esperienza degli adolescenti. la rete informale coinvolge la quasi totalità dei ragazzi intervistati mentre la rete formale coinvolge, in diversa misura, circa 60 giovani su 100.

Con l'aumentare dell'età, pur diminendo il grado di soddisfazione per il proprio gruppo di amici, l'appartenenza informale tende a crescere a differenza della partecipazione sociale formale che tende a decrescere man mano che si diventa più grandi.

Presenti in modo consistente nella rete informale, le ragazze frequentano soprattutto gruppi misti (tra le ragazze solo poco meno dell'8% fa parte di gruppi interamente femminili) ed esprimono più dei ragazzi un bisogno di libertà e di autonomia scegliendo spazi aperti (piazza e strada) come luoghi di incontro con i propri amici. Meno soddisfatte della propria appartenenza a gruppi informali rispetto ai ragazzi, le ragazze sono più attente a cogliere la presenza di problemi tra i loro amici e amiche e più pronte a prestare loro aiuto e sostegno.

Nella rete formale le ragazze, nel complesso meno presenti (46,7% di non associate) rispetto ai maschi, esprimono la loro partecipazione sociale scegliendo in primo luogo associazioni religiose, sportive e di impegno sociale.

La nostra indagine pur non consentendo di entrare dentro la vita dei gruppi apre comunque uno spaccato interessante su cui val la pena riflettere per progettare ulteriori indagini specifiche sui gruppi e a carattere qualitativo. In particolare, i dati relativi agli atteggiamenti rispetto agli amici della compagnia che hanno dei problemi offre indicazioni importanti sulla disponibilità dei ragazzi a sostenersi ed aiutarsi reciprocamente. Questa disponibilità potrebbe essere la base da cui partire per stimolare le funzioni naturali di sostegno emotivo che il gruppo possiede. Si tratta di una potenzialità importante che può essere esercitata proprio in un'ottica di reciprocità e di auto-aiuto. Il gruppo può sostenere, può aiutare, può curare. Si tratta, da parte degli adulti e di quanti si occupano di politiche giovanili, di pensare e progettare insieme a loro, un ambiente fisico e sociale che, nell'assoluto rispetto dell'autonomia, libertà e informalità dei gruppi, consenta la realizzazione e l'espressione della socialità e di una rete di comunicazione e sostegno tra pari.

 

1) LMa letteratura socio-psicologica sul ruolo delle relazioni amicali in adolescenza è molto ampia. Per una rassegna dei contributi più significativi si veda tra gli altri: Amerio, Boggi Cavallo, Palmonari e Pombeni 1990; Coleman ed Hendry 1980, trad. it. 1992; Doise e Palmonari 1984, trad. it. 1988; Palmonari 1993; Palmonari, Carugati, Ricci Bitti e Sarchielli 1979; Palmonari, Pombeni e Kirchler 1989, 1990, 1992; Pietropolli Charmet 1990.

 

2) Per la definizione di "sistema del Sé", si rimanda a Sherif 1984, trad. it. 1988.

 

3) Su questa impostazione teorica si veda: Amerio et al. 1990; Doise e Palmonari 1984, trad. it. 1988; Palmonari 1989.

 

4) Altrettanto vasta è la letteratura sociologica. Occorre precisare inoltre che in molti casi è difficile separare gli ambiti teorici in quanto proprio lo studio dei gruppi di adolescenti ha richiesto l'articolazione ed il coordinamento di più livelli teorici con frequenti rimandi dalla sociologia alla psicologia e viceversa. Per una parziale rassegna teorica e di ricerca si veda: Altieri 1988; Ansaloni e Borsari 1993; Ansaloni e Rolli 1984; Baraldi e Casini 1991; Buzzi, Cavalli e De Lilli 1997; Cavalli e De Lillo 1988, 1993; Cospes 1995; Donati e Colozzi 1997; Durando 1990; Garelli 1984; Sciolla 1983; Sciolla 1993; Sciolla e Ricolfi 1990.

 

5) Cfr. fra gli altri: Buzzi et al. 1997; Cavalli e De Lillo 1988, 1993; Donati e Colozzi 1997; Cospes 1995; Durando 1990; Garelli 1984; Ispes 1991.

 

6) Cfr. Cavalli 1990; Buzzi et al. 1997; Donati e Colozzi 1997.

 

7) Per un'analisi più approfondita si veda Baraldi e Casini 1991.

 

8) Cfr tra gli altri: Altieri 1988; Ansaloni e Rolli 1984; Cavalli e De Lillo 1988, 1993; Cospes 1995; Durando 1990; Garelli 1984; Ispes 1991.

 

 

 

CAPITOLO QUARTO

 

Scuola, senso dello studio, relazioni e vissuti di abbandono

 

1. Luci ed ombre del sistema scolastico

 

Il sistema scolastico italiano presenta un quadro di luci ed ombre su cui occorre soffermarsi al fine di delineare il contesto di riferimento all'interno del quale le realtà scolastiche territoriali assumono specifiche peculiarità.

Innanzitutto le luci: il livello di istruzione si è andato progressivamente innalzando negli ultimi anni. Il tasso di diploma in Italia, pur con notevoli differenze territoriali, è in continua crescita (Censis 1996) indicando che un numero sempre maggiore di giovani completa il ciclo di studi secondari superiori. Ad una più approfondita lettura questo risultato positivo è offuscato dalle ombre scaturite da una patologia intrinseca a tutto il sistema scolastico del nostro Paese e cioé il fenomeno della dispersione scolastica.

IL termine "dispersione scolastica", introdotto nel 1972 dall'UNESCO, ha sostituito quello di "mortalità scolastica" includendo nella sua accezione fenomeni che comprendono non solo l'abbandono scolastico ma anche i ritardi formativi e le ripetenze. In altre parole, con "dispersione scolastica" si indicano i percorsi non lineari in direzione del conseguimento del titolo di studio che comportano un'interruzione o un rallentamento dell'iter formativo.

Sempre più negli ultimi anni è aumentata la consapevolezza da parte degli operatori scolastici che il fenomeno della dispersione riveli non solo una dimensione di fallimento formativo del singolo studente e dei rispettivi docenti coinvolti ma che esso costituisca un indicatore delle improduttività del sistema scolastico in generale. Da tale prospettiva si evince che più è basso il tasso di dispersione scolastica, intesa nell'accezione ampia proposta dall'UNESCO, maggiori caratteristiche di funzionalità e produttività sono attribuibili al sistema scolastico in generale ed alla specifica tipologia scolastica in particolare. Riguardo tale improduttività il 28º Rapporto Censis (1994) segnala, da un lato, la difficoltà del sistema scolastico nel controllo e nella gestione dei percorsi formativi all'interno delle diverse tipologie di scuola, dall'altro, l'accentuarsi di tale difficoltà nella transizione da un ordine di scuola all'altro. Se infatti negli ultimi anni si registra una tendenza crescente del tasso di passaggio dalla media inferiore alla superiore è pur vero che su 10 giovani 4 non completano il ciclo delle superiori. Ciò significa che, a fronte di una domanda formativa crescente che si direziona verso l'innalzamento della scolarità obbligatoria, di fatto l'ingresso alle scuole superiori è accompagnato da un elevato tasso di abbandoni e di insuccessi che diventa allarme in determinati tipi di scuola quali gli istituti professionali ed i tecnici.

Nel 29º Rapporto Censis (1995) la situazione appare ulteriormente aggravarsi. Si conferma, per un verso, la tendenza generale all'aumento del tasso di passaggio alla media superiore (dall'86% nell'a.s. 1990-91 al 91,2% nell'a.s. 1993-94) e del tasso di scolarità (1) (dal 67,2% nell'a.s. 1990-91 al 70;6% nell'a.s. 1993-94), per un altro, l'ggravarsi dei processi di dispersione. Queste due tendenze contrapposte, iniziale valenza attrattiva dell'istruzione superiore e successiva spinta centrifuga, indicano l'incapacità del sistema a sostenere i curricula più deboli che si traduce in una selettività che allontana l'utenza più debole frustrandone le aspettative. Nel marzo del 1995, il 5% degli studenti delle prime classi si era già ritirato ed è stato registrato un tasso di ripetenza di circa il 10%. Nelle prime classi degli istituti professionali la percentuale dei ritirati raggiunge l'8% con un tasso di ripetenza dell'11,5%.

A molti può apparire paradossale ma il nostro sistema formativo conserva un carattere di forte esclusività. La scuola più che promotrice di mobilità sociale e di opportunità appare sempre più riprodurre le differenze sociali, culturali, territoriali, di origine. Come riportato nel 29º Rapporto Censis (1995), i dati Istat relativi al censimento del 1991, segnalano che tra i giovani di età compresa tra i 24 ed i 26 anni appartenenti a famiglie operaie oltre il 70% ha conseguito al massimo il diploma di licenza media inferiore rispetto al 13% di coetanei provenienti da famiglie di dirigenti e liberi professionisti. Ciò dimostra, secondo il Censis, un "rallentamento della mobilità educativa" inter generazionale e socioculturale che assume una connotazione territoriale specifica se si considera che nel Mezzogiorno circa il 7% dei giovani tra i 15 ed i 25 anni ha conseguito al massimo la licenza elementare mentre nelle altre regioni d'Italia tale percentuale è inferiore al 3% e più della metà dei giovani al di sotto dei 25 anni non ha alcun titolo di studio.

Se si considera l'intero ciclo dell'obbligo circa il 14% dei giovani tra i 15 ed i 19 anni residenti nel sud ed isole non ha conseguito la licenza media inferiore, un valore più alto di quello nazionale (8,5%) e lontano dal dato del Nord-Est (3,5%). «Tali dati disegnano una mappa dell'istruzione fortemente disomogenea, un quadro di accentuate sperequazioni, dove parametri come la classe sociale o l'appartenenza geografica tornano ad essere (rimangono) evidenti fattori di disuguaglianza e di discriminazione» (Censis 1995, 104).

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