Carenze di cure familiari e istituzionalizzazione

Gabriella Cappellaro

1 Psicologa, relazione tenuta al Convegno 20.000 Bambini hanno diritto a una famiglia ma restano in istituto, Taranto 18 novembre 2000

I fatti di cui quotidianamente si occupa la cronaca e che hanno per protagonisti i bambini sono fatti quasi sempre gravissimi, e purtroppo sono quasi sempre rilevati e commentati in forma poco precisa e perciò confondente: i diritti del bambino sono stati o non sono stati violati? di quali diritti si parla? ha diritti il bambino? e i diritti dell'adulto sul bambino valgono di più? che senso hanno?

La situazione che si é creata attorno alla pedofilia é assai eloquente in questo senso.

Inizialmente, quando si é avanzato il problema, tutti hanno gridato allo scandalo, ma poi a queste grida di scandalo si sono sovrapposte voci confondenti e allora si è spostato il problema su altre linee: ma chi ha sollevato lo scandalo aveva o non aveva diritto di farlo? e chi ha gridato è legittimato o no ad intervenire? E intanto il problema di chi, i bambini, sta patendo di condizioni inimmaginabili, finisce per slittare in secondo piano. E così va a finire che l'argomento in discussione non è più il bambino che soffre e il suo diritto ad essere protetto dalla sofferenza, ma riuscire ad individuare chi ha diritto di ascoltare il pianto del bambino. Con il risultato che il bambino resta nella identica situazione di sofferenza.

Analogamente accade per i bambini che vivono condizioni di maltrattamento all'interno della famiglia e debbono essere allontanati da situazioni di grave pregiudizio. Dopo l'allontanamento, la preoccupazione si sposta, in forma più o meno accanita, più o meno velata, sul conflitto d'interesse: é vero o non é vero che i tali genitori maltrattano i loro bambini? la loro carenza é temporanea o si prevede permanente? potranno o non potranno riprendere la loro funzione genitoriale? é stato o non é stato dimostrato il maltrattamento? é dimostrabile o non dimostrabile? Nell'attesa di risolvere questo conflitto, che oggi è diventato una specie di business legal-giuridico, l'attenzione partecipe ai bisogni del bambino sfuma fino alla più completa indifferenza, mascherata da ragionamenti adultocentrici. Così del bambino e del suo bisogno-diritto di famiglia anche quando viene allontanato dalla sua famiglia, soprattutto quando viene allontanato dalla sua famiglia, in special modo quando piccolissimo e tanto più bisognoso di non sperimentare interruzioni o carenze nelle cure materne all'interno di un sistema-famiglia, ecco, su tutto questo il pensiero degli adulti troppe volte sorvola, adducendo che la famiglia delle origini non va penalizzata, che presto capirà e si metterà a posto, che il bambino in fondo é tanto attaccato alla sua famiglia e che il legame di sangue é un legame insostituibile.

Per questo oggi più che mai risulta importante capire che cosa significa stare dalla parte dei bambini, ed é una posizione che deve essere qualificata e argomentata se davvero si vuole diventare interpreti e fautori efficaci dei bisogni di cui i bambini sono portatori e che rappresentano i diritti di cui l'adulto deve rendersi garante. Mettersi dalla parte dei bambini significa:

- riconoscere che il bambino é persona a tutti gli effetti, con tutti i diritti di cittadino fin dalla nascita. Il bambino non é in grado di esercitare i suoi diritti, ma deve poterne godere, poiché gli adulti se ne assumono la responsabilità (Convenzione internazionale dei Diritti del Bambino, 1991): di questi diritti, quello alla famiglia é fondamentale;

- riconoscersi adulti in senso pieno e quindi doverosamente in grado di proteggere i bambini;

- coltivare la convinzione che l'esperienza della relazione adulto/bambino é l'aspetto fondamentale per la crescita dei bambini.

La relazionalità é lo specifico di ogni persona. Il bambino é fin dalla nascita socialmente competente, attrezzato per la relazione (dà subito delle risposte alle cure che la figura materna gli presta), bisognoso di relazione (reclama la presenza della figura materna, ne patisce l'assenza e la carenza) e dunque portatore di diritto alla relazione (ha diritto alla presenza della figura materna).

Ed é altrettanto chiaro che non si giunge a maturità, vale a dire a completa socializzazione, se non attraverso la relazione. Ce ne accorgiamo con grande pena quando impattiamo giovani gravemente immaturi, devianti o asociali e constatiamo purtroppo che la loro esperienza di famiglia non é stata positiva.

Riflettendo allora sulla qualità della relazione che si instaura tra un bambino e l'adulto che si occupa di lui ci accorgiamo che:

- é relazione assolutamente e irrevocabilmente "a due", nel senso che nessuno dei due può essere uno qualunque, perché é indispensabile un coinvolgimento emotivo reciproco tale che ciascuno dei due é necessario all'altro;

- é relazione intesa come luogo psicologico dove trova soddisfazione il bisogno di crescita del bambino, e deve trattarsi quindi di un luogo specifico e speciale, convenientemente attrezzato dal punto di vista psicologico;

- é relazione intesa come occasione necessaria della risorsa-maturità dell'adulto, e ci vuole quindi un adulto davvero maturo che sia capace di entrare in uno scambio continuo, in un processo di arricchimento costante. Il bambino ha bisogno di relazione, ma diventa fin da subito anche produttore di relazione; l'adulto offre la sua capacità relazionale, ma continua ad aver bisogno di alimentarla per nutrire la sua adultità.

Per questi motivi si può davvero affermare che queste condizioni sono soddisfatte in un solo luogo, la famiglia, perché é l'unico luogo dove può trovarsi quella circolarità di affetti maturi e gratuiti che consente a una donna di essere una buona madre, disponibile alla relazione speciale "a due" con il bambino.

Nel bambino il bisogno e la capacità di relazione si modulano attraverso due fondamentali movimenti emotivi: attaccamento e separazione per l'individuazione. Si tratta di concetti fondamentali nella cura del bambino e parallelamente di concetti che sono stati troppo spesso stravolti e manipolati. Indispensabile chiarirli.

Infatti il rapporto adulto-bambino in grado di favorire il bambino non é qualsiasi attaccamento, ma deve trattarsi di un buon attaccamento, con un adulto capace di funzione materna o paterna, e la separazione che fa crescere é quella spinta all'intraprendenza individuale che ogni buona figura materna o paterna sa fornire al proprio bambino nei passaggi maturativi per portarlo a sempre maggiori livelli di autonomia.

L'attaccamento positivo produce sicurezza, fiducia negli altri, senso positivo della vita; la separazione per l'individuazione produce senso del Sé, della propria identità.

È importante fare molta attenzione a distinguere: tra buon attaccamento che fornisce al bambino una base sicura e attaccamento patologico dove la base offerta al bambino non é per niente una base sicura perché malata e motivo di sentimenti negativi per il bambino; tra separazione per la crescita e quella separazione traumatica che si verifica quando un genitore rifiuta il proprio figlio o quando un bambino deve essere allontanato da genitori maltrattanti, separazione quest'ultima per la quale é necessario avviare quanto prima misure sostitutive.

È importante perché solo così si riesce poi a capire che non tutti i contesti sono adatti e/o sufficienti alla crescita del bambino, perché non tutti i genitori biologici sono in grado di produrre buon attaccamento, mentre il buon attaccamento é condizione indispensabile, linfa vitale alla crescita, e l'assenza, vicino al bambino, di un adulto disponibile ad un positivo attaccamento, é condizione di carenza estrema e traumatica che va immediatamente riparata.

Per riflettere sulla relazione, pensiamo a quanto accade tra una madre e il suo bambino neonato: é evidente che il bambino ha assoluto bisogno della relazione con la madre, senza la quale non sopravviverebbe. Naturalmente per relazione si intende non solo tutte le cure materiali con cui la madre circonda il suo bambino, ma anche la sua tenerezza, la sua trepidazione, il suo desiderio di maternità, la sua capacità di identificarsi con il suo bambino.

Tutto questo fa sì che madre e bambino vivano, nei primi tempi, in una specie di cerchio magico, quello che uno studioso di bambini, Daniel Stern, chiama "costellazione materna", nucleo specialissimo che una madre costruisce nei primi tempi attorno al suo bambino, prototipo della relazionalità successiva.

Il rapporto madre/bambino, assolutamente essenziale per la crescita del bambino, é il risultato di una serie di esperienze, ognuna delle quali deve contenere tre elementi: sensorio (il bambino percepisce), motorio (il bambino agisce), affettivo (il bambino si sente oggetto di un interesse speciale da parte della madre). Solo a queste condizioni le singole esperienze saranno internalizzate dal bambino e diventeranno parte della sua mente.

Ancora Stern afferma che i neonati cominciano a sperimentare il senso di un Sé emergente fin dalla nascita.

Dunque, affinché le cure di allevamento abbiano effetto, la presenza della dimensione affettiva é determinante.

Dunque, affinché le cure di allevamento offrano al bambino delle opportunità sensate alla costruzione della sua personalità, deve esserci costanza e continuità nei protagonisti delle unità di esperienza, e cioè la stessa figura materna con lo stesso bambino, una coppia originale e irripetibile, in grado di rendere "storia" le esperienze vissute assieme.

Sempre a proposito di attaccamento e separazione, quali fondamentali movimenti emotivi attraverso cui si modulano il bisogno e la capacità di relazione, vale la pena di riprendere l'ormai ampiamente diffusa e condivisa teoria di J.Bowlby. Questo famoso pediatra e psicoanalista, attraverso studi diretti, ha dimostrato che il bambino privato di cure materne manifesta uno sviluppo ritardato fisicamente, intellettualmente e socialmente, fino ad instaurare veri e propri disordini fisici e mentali.

I bambini che sono cresciuti in istituto e che non hanno potuto conoscere una figura materna stabile non mostrano reazioni di sofferenza alla separazione: questo non é un segno di normalità o di maturità, ma la conseguenza del fatto che il loro sviluppo affettivo é già stato intaccato. Infatti la reazione normale alla separazione é quella violenta, di protesta, mentre la rassegnazione apatica é il sintomo di uno stato patologico; così, più marcata è la carenza materna nei primi anni, più il bambino appare solitario ed asociale, mentre, più la carenza si alterna a periodi di soddisfazione, più il bambino diventa ambivalente e asociale.

È a questo punto molto pertinente considerare alcuni concetti elaborati molti anni fa da una neuropsichiatra francese, N.Quémada, ricercatrice nel campo della salute mentale e consulente dell'OMS. Sulla base di lunghe osservazioni sul bambino, N.Quémada considera la madre e il bambino come parti vitali di un'organizzazione speciale, in cui ciascuno dei due forma e perfeziona l'altro. La madre costruisce l'ammaternamento perchè il bambino possa sentirsi amato, il bambino a sua volta stimola la madre a sentirsi tale, diventa autore del processo di maternizzazione nella madre.

Quando N.Quémada parla di "madre" intende riferirsi alla persona (solitamente una figura femminile) che si prende cura continuativamente del bambino, non necessariamente coincidente con la madre "biologica".

Analogamente accade con il padre: appaternamento e paternizzazione costruiscono organizzazioni a due che sono il fondamento del senso di appartenenza e dell'identità.

Il bambino dunque si riconosce figlio non solo perchè è stato curato e protetto dai suoi genitori (intesi non come i procreatori del bambino, bensì quelli che si curano di lui, siano essi i genitori biologici o affidatari o adottivi), ma perché con le sue richieste ha stimolato la madre e il padre a sentirsi tali. È cioè l'investimento affettivo e la sua circolarità nello scambio reciproco che qualificano la funzione genitoriale: senza il contatto costante con un figlio che ne attivi le capacità, la procreatrice e il procreatore non possono dirsi madre e padre.

Se il bambino, fin dalla nascita, si trova in condizioni di non-ammaternamento, si stabilisce per lui una condizione di vita, anche se le cure materiali gli fossero assicurate, carica di conseguenze per lo sviluppo della sua personalità fino all'instaurarsi di turbe psicotiche e vere e proprie psicosi, che possono risultare poi solo parzialmente risolvibili, sempre comunque attraverso l'inserimento in una famiglia accuratamente scelta e lunghi interventi di psicoterapia.

A chi si occupa di bambini non riconosciuti alla nascita e lasciati in ospedale in attesa di una definizione giuridica é capitato troppe volte di constatare come questi bambini si lasciassero andare ad una situazione di apatia tale da non chiedere più di nutrirsi e da rivelare una preoccupante debolezza di tutto il tono muscolare. Ed é anche fortunatamente capitato di constatare come questi bambini, affiancati da una madre affidataria, abbiano cominciato a riprendere in poco tempo le loro funzioni vitali, anche se purtroppo quel periodo di mancate cure emotivo-affettive resterà impresso nella loro memoria biologica.

Altrettanto grave può risultare per un bambino l'esperienza di de-ammaternamento, quando è allontanato dalla madre e "la carenza di cure materne segue allo choc della separazione". La regressione delle turbe che ne conseguono dipenderà dalla proposta di legame che un altro adulto potrà fare al bambino.

Il de-ammaternamento del bambino che viene istituzionalizzato è sicuramente il più grave e destinato alla cronicità, con la conseguenza di danni irreversibili sulla costruzione della sua personalità, a motivo di turbe caratteriali molto profonde, per un'aggressività che non trova più contenimento affettivo e un'inibizione travestita da indifferenza per lenire il dolore della perdita.

Solo l'affido ad un nucleo familiare stabile, in grado di offrire nuovi legami affettivi e di farli circolare in uno scambio reciproco continuo, può rendere meno drammatica la condizione di de-ammaternamento e offrire qualche probabilità di ri-ammaternamento.

Ma perché é tanto necessario un attaccamento positivo?

L'attaccamento é una condizione per cui un individuo è legato emotivamente ad un'altra persona percepita come più grande, forte, saggia, nei confronti della quale si attivano: la richiesta di vicinanza, il fenomeno della "base sicura" (la situazione di sicurezza fornita dalla figura di attaccamento viene ricercata dal bambino nei momenti di pericolo, malattia, stanchezza, dopo una separazione), la protesta per la separazione.

Fondamentale é l'attaccamento nei primi mesi di vita, quando il neonato impara a distinguere una figura particolare che in genere è la madre e sviluppa un forte e riconoscibile desiderio di starle vicino. Il comportamento di attaccamento è specifico e durevole: è diretto verso uno o pochi individui solitamente in un definito ordine di preferenza e persiste per gran parte del ciclo della vita. I primi attaccamenti non vengono abbandonati facilmente anche se possono attenuarsi, per esempio nell'adolescenza, diventare complementari ad altri attaccamenti ed essere talvolta sostituiti.

Il ciclo evolutivo dell'attaccamento è dunque una successione di relazioni a due, che, asimmetriche nell'età infantile, diventano simmetriche o quasi simmetriche nell'età giovanile-adulta e tornano, in parte, nella maturità, nuovamente asimmetriche come conseguenza dell'inversione dei ruoli nel rapporto genitore-figlio.

In questi anni le ricerche sull'attaccamento hanno conseguito nuovi traguardi, i concetti di attaccamento e di base sicura hanno ormai oltrepassato il dato biologico e si aprono a più allargate considerazioni: la famiglia come unità emozionale (comprendente cioè anche i fratelli e le sorelle, i nonni e tutti gli altri congiunti che hanno rapporti significativi con il bambino), la coppia dei genitori nella proposta di attaccamento, la possibilità di integrazione delle figure di attaccamento, al fine di modificare la rischiosità di attaccamenti primari ansiosi, evitanti, disorganizzati.

Gli studi evidenziano inoltre continuità tra il modello di attaccamento del bambino piccolo e quello di cui la madre ha a suo tempo goduto e ha fatto suo nell'arco della sua esistenza.

Ma l'attaccamento, che si sviluppa sempre in relazione alla figura di riferimento, anche in caso di grave maltrattamento, non sempre è positivo, e cioè un attaccamento sicuro.

Può trattarsi di attaccamento insicuro, ambivalente, disorganizzato e comportare perciò, quando non viene posto rimedio, difficoltà immediate e future per la vita emotivo-affettiva dei bambini.

Per modificare i risultati di un attaccamento non equilibrato è necessario un lavoro di riflessione.

Se l'individuo ha goduto di un buon attaccamento, l'esperienza infantile di essere stato amato, che si traduce nelle aspettative di essere accettato, favorisce la graduale rinuncia all'attaccamento infantile rispetto ai genitori e la progressiva attribuzione delle funzioni di rifugio e base sicura in parte ai legami fra pari e in particolare al partner. Così la persona matura diventa a sua volta fonte di supporto e figura di attaccamento.

Da questa prospettiva, risulta di estrema importanza fornire al bambino, che viene allontanato dalla propria famiglia maltrattante, subito e immediatamente un contesto familiare alternativo che costituisca una base sicura, una comprensione empatica, una disponibilità affettiva atta a trasformare gli affetti negativi, specialmente quelli in relazione alla separazione e alla perdita.

I recentissimi sviluppi di questi studi, su come l'attaccamento primario, entrando nella trama della rete familiare e dei suoi cicli di sviluppo divenga lo stile di attaccamento che l'adulto, per come lo ha ricevuto, destina ai propri figli , confermano come sia di vitale importanza consentire al bambino attaccamenti sicuri, prima di tutto nell'ambito della propria famiglia o, laddove questo non sia possibile, nell'ambito di una famiglia sostitutiva.

I bambini maltrattati sono stati colpiti, in modo non occasionale o accidentale, in quella sfera di rapporti e di relazioni vitali che è indispensabile alla loro evoluzione.

È dunque molto di più di errori educativi, inadempienze, difficoltà momentanee dei genitori, perché si tratta di vere e proprie modalità relazionali deformate, patologiche e distruttive.

Gli effetti del maltrattamento non sono limitati nel tempo: continuano a manifestarsi anche nelle età successive.

La continuità della violenza traumatica subita, come attaccamenti patologici non sostituiti, come relazioni distorte non sanate, produce cambiamenti nella personalità, deformazioni nelle relazioni e nell'identità e una particolare vulnerabilità alla ripetizione di esperienze simili.

Emblematica a questo proposito la storia di Ketti.

Ketti ha ora vent'anni. Lei e i fratelli hanno conosciuto un'infanzia tristissima con un padre etilista violento, una madre assolutamente inadeguata a proteggere i suoi bambini, lei stessa ancora bambina bisognosa di affetto.

Dopo la prima infanzia, il suo caso é stato affrontato dai servizi. Ketti é stata allontanata da casa e sistemata in un istituto. Ha trascorso lì la sua fanciullezza e la preadolescenza, in un deserto di significati affettivi, dato che oggi non ricorda neppure il nome di chi si occupava di lei, ha affrontato la scuola con un blocco massiccio nella capacità di apprendere nonostante i sostegni forniti.

È cresciuta con tanti appoggi esterni, ma senza che nessuno si preoccupasse di quello che le accadeva "dentro" in base a quelle prime relazioni di violenza e trascuratezza subite.

Sul finire dell'adolescenza, tutte le sue incompiutezze e le frammentazioni attraverso le quali era cresciuta sono diventate evidenti e il raggiungimento di un'identità appare per lei un difficile traguardo.

La definizione di un proprio ruolo nel lavoro é estremamente incerta: ha cambiato già molti lavori, si rende sempre disponibile , ma non é mai in grado di esprimere continuità, velocità e precisione, i suoi ritmi sono interrotti, sembra non essere presente a quello che fa, soffre perché non riesce a fare.

Non ha acquisito alcuna opinione personale circa il contesto sociale: procede per frasi fatte, interpretazioni banali ed é sempre disposta a cambiarle.

Non ha compiuto una buona separazione dai genitori: nei confronti della madre prova dolore per non riuscire a proteggerla, i suoi bisogni di ascolto insoddisfatti la spingono ad un rapporto distorto con la madre che lei, Ketti, sente di dover ascoltare. Ma, al tempo stesso avverte il mancato soddisfacimento dei suoi bisogni come ostacolo ad una vera relazione. Richiesta di raccontare come vede sua madre, così si esprime: "per me mia madre é un muro".

Di fronte al padre esprime indifferenza, ma il vuoto lasciato da questa assenza é un vuoto della persona Ketti.

Ketti, con una madre bambina, un padre da dimenticare e nessuna figura di attaccamento sostitutiva, é diventata donna fisicamente, ma non sa che cosa significhi essere donna, quale sia il modo di accedere all'intimità psicologica, come possa modularsi un rapporto di coppia. Con la maggiore età ha iniziato una convivenza all'insegna di una superficialità patente, convivenza assolutamente priva di dialogo, di possibilità di esprimere le emozioni proprie e dell'altro, tanto da risultare ben presto, agli occhi della stessa Ketti, come frustrante.

Ketti é così lontana da una sua identità, così fragile e insicura che non osa mai rivelare se stessa, quello che pensa o vuole: il suo intimo le appare talmente lontano e proibito che Ketti si manifesta solo attraverso la menzogna.

Il bambino maltrattato é dunque un bambino che non fruisce di attaccamenti positivi, ha stabilito una relazione distorta con i suoi genitori, che non hanno saputo fornirgli cura e protezione sufficiente o modello di identificazione sessuale adeguato perché a loro volta, nella loro infanzia, non hanno sperimentato figure di attaccamento adeguate.

Nell'approccio con il bambino maltrattato è fondamentale tener presente che il bambino ha comunque sviluppato un legame con i suoi genitori, a volte fortissimo, perché pensa che il mondo delle relazioni funzioni così, perché si sente in colpa, perché è vittima attiva di maltrattamento, perché è un bambino adultizzato e pensa che lui deve fare qualcosa per i suoi genitori ecc.

Questo pensiero e le riflessioni ad esso connesse hanno portato e portano tuttora a moltissimi equivoci e pregiudizi: i legami di sangue sono superiori ai legami di affetto, il bambino maltrattato deve restare nella sua famiglia perché dove il bambino nasce deve restare, il bambino non ha poi tanto sofferto perché appare assai adattato alla sua famiglia, il bambino anzi è cresciuto più in fretta ed è già un piccolo adulto ecc.

Certo, correggere le distorsioni di un attaccamento mal posto è un percorso lungo, complesso e non facile, ma questa non è una ragione sufficiente perché non lo si debba fare, perché è vero che l'attaccamento insicuro, ambivalente o, peggio, disorganizzato si radica nei primi anni di vita, ma è anche vero che il bambino dispone anche di altre risorse di vita emotiva, affettiva e intellettiva che possono aiutarlo a metabolizzare, superare le sofferenze passate e stabilire attaccamenti più rispondenti ad una serena maturità.

Aiutare un bambino maltrattato intervenendo sul sistema di attaccamento è essenziale per la sua rasserenazione, perché la conseguenza della violenza è determinante circa il modo in cui il bambino vede se stesso, il modo in cui il bambino vede gli altri, le aspettative del bambino verso chi entra in rapporto con lui, i comportamenti che il bambino mette in atto.

Il bambino maltrattato, perché a questa categoria appartengono i bambini che sono allontanati dalla loro famiglia, non possono se non con loro grave ulteriore danno, essere sistemati in istituto, perché é un luogo che non può fornire né sistemi familiari ricchi di circolarità affettiva né figure di attaccamento, intese come figure di investimento affettivo e di identificazione positiva.

Solo la famiglia, una famiglia sana, può offrire quel contesto di unità emozionale in grado di produrre attaccamento positivo.

Il bambino che viene allontanato dalla sua famiglia e sistemato in istituto é un bambino che viene messo al riparo da relazioni patologiche, ma al tempo stesso costretto a sopravvivere senza relazioni. Se il bisogno di relazione é paragonabile al bisogno di cibo, é come se a quel bambino mandassimo questo messaggio: tu contentati di non mangiare cibo avvelenato, contentati di non mangiare!

Se siamo capaci di risconoscerci adulti in senso pieno e quindi doverosamente in grado di proteggere i bambini, questa é condizione che non possiamo accettare.


ANFAA /Associazione Nazionale Famiglie Adottive e Affidatarie

Bollettino 02/2001 - Aprile / Giugno 2001

 


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