Il Giornale di Vicenza 23/01/2003

Ma un bambino può soffrire di depressione?

Gentile psicologo, in questi giorni dagli organi di stampa si è appreso che negli Stati Uniti è stato consentito l'uso degli antidepressivi in pediatria. Per il lavoro che svolgo, medico di base, ho una buona esperienza dell'uso di questi farmaci in età adulta. Premesso che ho sempre avuto riserve per l'uso di farmaci in patologie di natura psicologica e pertanto non frequentemente li prescrivo ai miei pazienti, la mia esperienza personale ha potuto arricchirsi di nuove verifiche fatte durante l'estate scorsa quando mi sono accorta che alcuni colleghi massimalisti, da me sostituiti, prescrivevano antidepressivi a piene mani. Mi sono trovata davanti un numero abbastanza significativo di persone che, pure assumendo il farmaco, non ritenevano d'aver risolto il loro problema. La risposta è immediata ed intuitiva. Il farmaco, qualora risulti efficace, risolve il sintomo, attraverso un arco di tempo abbastanza lungo e per tempi imprecisati, ma non riuscirà mai a rimuovere le cause che hanno portato al sintomo e quindi alla malattia depressione. Trasferendo il discorso alla pediatria, questo, a mia avviso, si fa più complesso. Mi riferiva un informatore scientifico che l'antidepressivo nella formulazione pediatrica, pare, possa essere somministrata dai quattro anni in poi. Voleva in tal modo affermarne la maneggevolezza d'uso. Mi risulta alquanto difficile pensare che un bambino a tale età possa essere già depresso. Un neuropsichiatria infantile afferma che non si possono applicare gli stessi criteri diagnostici utilizzati negli adulti ai bambini. Difficilmente ci si troverà di fronte ad un bambino con sintomi identificabili con la patologia depressiva. Ci si troverà di fronte, invece, a comportamenti espressione di un disagio, ma mai si potrà parlare di depressione vera. Allora mi viene da pensare che le motivazioni che hanno spinto i pediatri americani e la FDA a rendere utilizzabili tali farmaci in pediatria sono basate su motivazioni di ben altra natura di quelle che dovrebbero muovere i sanitari a svolgere il loro compito. Da una parte si sa che le case farmaceutiche hanno un grosso potere economico, dall'altra parte c'è un modello culturale basato sulla convinzione che un problema, se esiste, va rimosso senza però andarne alla radice. Il bambino disturbato non va considerato come un problema da risolvere con un farmaco. Questo bambino è un soggetto debole che ha bisogno di cure, attenzioni. Non si può aspettare che il farmaco faccia effetto dopo otto mesi e poi sospesa la terapia il piccolo si ritrovi di nuovo a tu per tu con le sue paure, le sue evasioni, le sue assenze. Non gli si possono anestetizzare le emozioni per mettere a tacere le coscienze degli adulti che hanno prodotto in lui tali disagi. Per concludere non si può, come nella pedofilia, dare risposte inadeguate. Bisogna prendere coscienza dei problemi dei nostri figli per accompagnarli serenamente verso un percorso di recupero che in primo luogo si basa sull'attenzione alle loro esigenze, ai loro bisogni, ai loro disagi e poi sulla cura che, per mia esperienza, non deve passare attraverso un farmaco che, tra l'altro, non è scevro da effetti collaterali. Lettera firmata


------ Un medico intelligente, con una visione d'insieme della persona. Un medico profondo che si sforza di leggere il sintomo all'interno della storia del suo paziente. Un medico scrupoloso che si prende il tempo di riflettere sulla storia di un malessere psicofisico. Un medico sensibile che sa che le emozioni di una persona, i suoi sentimenti, la sua affettività, possono trasformarsi in energia rigenerante o condizione di disagio e dolore. Merita profonde riflessioni la frase "Non si possono anestetizzare le emozioni di un bambino per mettere a tacere le coscienze degli adulti che hanno prodotto in lui tali disagi". Il problema fondamentale è insomma il rapporto sgangherato o sofferente tra adulti e bambini. Essi, i piccoli, sono il termometro del clima emotivo ed affettivo che esiste tra i genitori. Soltanto nella mia odierna giornata lavorativa, una giovane donna mi ha raccontato della freddezza, del disamore e della cruenta conflittualità che ha percepito tra i suoi genitori per anni. Lei è diventata anoressica, poi bulimica; da dieci anni sta lottando, con ricoveri in cliniche varie, per venirne fuori e per avere una vita normale. Fino ad oggi -sconvolgente- nessuno l'ha incoraggiata a tirare fuori il suo dolore, le sue paure di affrontare la vita; tutti attenti ai suoi sintomi. Altro caso: una giovane mamma che è uscita da un'importante depressione, con un bambino di sette anni, illuminata mi ha confessato: "Sa dottore che, da quando io sono guarita, mio figlio non ha più avuto problemi di salute". Da recenti ricerche internazionali emerge come quasi un bambino o un adolescente su sei soffra di qualche disturbo psichico, ogni anno negli Stati Uniti 14 milioni di bambini vengono sottoposti a una visita psichiatrica. In Italia i Servizi per la salute mentale seguono il 4% della popolazione in età evolutiva, ma si stima che un numero oscillante fra 8 e 22 bambini su 100 soffrano di disturbi psichici di vario genere che spesso vengono ignorati o sottovalutati dai genitori. Lo stato definito "di nervosismo", ad esempio, interessa - secondo una recente indagine Eurispes, quasi il 30% dei ragazzi che frequentano le superiori, percentuale che va aggiungersi al quasi 10% che denuncia uno stato di stress, mentre più del 6% dichiara di soffrire di depressioni e il 5% di una condizione di ansia. Un adolescente su due dichiara di vivere in uno stato di sofferenza psichica e l'8,6% fa uso di tranquillanti e antidepressivi. "Attenzione, però", afferma Tonino Cantelmi, professore di psicopatologia all'Università Gregoriana di Roma, "il rischio è di vedere il farmaco come 'la soluzione', mentre, fondamentale, accanto a quella farmacologica resta la terapia psicologica e cognitiva". Il "no" alla "pillolina miracolosa che cambia la testa o le situazioni" è espresso anche dalla Federazione dei medici pediatri che rivendicano un ruolo importante, avendo la conoscenza diretta della famiglia e del bambino, nell'interpretare i sintomi e il comportamento. "Il bambino ha tutto il diritto a non dover subire scorciatoie - ha ribadito il sottosegretario alla Salute, Antonio Guidi - perché oggi vive in una società che si dice più sensibile alle sue esigenze, ma che lo considera soprattutto come possibile acquirente, allontanandolo da se stesso e dall'adulto. Ma servono" ha concluso "più servizi di ascolto per l'infanzia e la famiglia". Ha preso posizione in modo categorico anche il professor Giovanni Bollea di fronte alla notizia che, negli Usa, la Food and drug administration ha dato il via libera all'uso del famoso antidepressivo anche per i bambini dai 7 ai 17 anni che soffrono di depressione o di disturbi ossessivi compulsivi. "Non prescrivo il Prozac o altri farmaci antipsicotici ai bambini sotto i 12 anni". Ma pone anche il quesito se sia corretto parlare di depressione per bambini di 7 anni. "La depressione", prosegue, "è una parola "ombrello" che può voler dire tante cose. Dal punto di vista clinico le crisi depressive vere e proprie, quelle che preoccupano, arrivano di norma solo nella preadolescenza, vale a dire intorno ai 12 anni. Il problema è che i bambini non sono come gli adulti ed è difficile diagnosticare la depressione infantile perché i minori non esprimono il loro disagio a parole, ma con tante e diverse modalità". In ogni caso, se i genitori individuano nei loro figli segnali di sofferenza possono rivolgersi a professionisti competenti nel campo della neuropsichiatria infantile e della psicologia dell'età evolutiva per ottenere una diagnosi e una terapia che li coinvolga attivamente in un processo di trasformazione dell'intero ambiente familiare. Devono diffidare di chi individua nel bambino "il problema", isolandolo dal contesto di relazioni nel quale vive e cresce. Il medico perspicace può in tali casi assumere un prezioso ruolo nell'effettuare invii mirati e motivati a tali specialisti. Resta comunque il fatto che l'attenzione sulla depressione infantile si aggiunge a quella, prevalente fino a qualche anno fa, sul Disturbo da Deficit di Attenzione/ Iperattività. Per ogni sintomo, c'è subito pronto un farmaco che risolve il problema. Di questo passo attueremo una preoccupante deresponsabilizzazione dei genitori, ai quali forniremo una risposta chimica per ogni problema di relazione con i figli. Tutto questo rischia di essere diseducativo e non onesto, poiché a volte alcuni genitori creano situazioni che alimentano risposte depressive nei figli piccoli. Il bambino infatti necessita della dedizione, del tempo, della cura, dell'amore degli adulti. Se questa promessa non è mantenuta, l'organismo perde energia e il tono emotivo ne soffre. Il bambino, così, attraverso sintomi o comportamenti preoccupanti, chiede comprensione e affetto. Non un bicchiere d'acqua ed una pasticca. Lino Cavedon

Psicoterapeuta

 


Stampa questa pagina