Messaggero
di S.Antonio ottobre 2001
Abuso in famiglia
dott.ssa Gabriella Cappellaro
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Silenzio
omertoso e incredulità spesso accompagnano le violenze sessuali
all’interno della famiglia. Non c’è ragione che tenga: chi sa deve
denunciare. C’è sempre tempo, dopo, per ricostruire legami spezzati. Un
genitore che abusa sessualmente di un figlio minore, devastandone
l'affettività fa orrore e Ma sarà proprio vero? Si tratta, purtroppo, di un diffuso modo di pensare, per niente schierato dalla parte della piccola vittima. I molti dubbi suscitati da tali vicende (ma sarà proprio vero? ... mi sembra impossibile...) invece che essere approfonditi e verificati, vengono messi a tacere. Ciò è spesso dovuto a una certa titubanza, più o meno diffusa, ad assumere un atteggiamento critico quando si parla di argomenti riguardanti la famiglia (in fondo è pur sempre suo padre... non si può rovinare una famiglia...). È come se il mettere in discussione i legami familiari sia sempre e comunque, anche dinanzi a un incesto, quasi sacrilego Dove si radica tale convinzione? Quali distinzioni occorre fare? Tacere o denunciare? Si prenda a esempio un caso che di frequente viene dibattuto: che cosa deve fare una donna quando si accorge che il marito commette incesto con la figlia minore? Può tacere per salvare il matrimonio o deve denunciare? Una
donna che scopre il comportamento incestuoso del marito; può essere
paragonata a chi assiste a un delitto: dovrebbe forse starsene lì a
riflettere sul valore della fraternità, sul fatto che l'uomo è stato
creato per entrare in relazione con i suoi simili? La
riflessione va bene, ma dopo. Subito, questa donna deve cercare con ogni
mezzo a sua disposizione di fermare la mano omicida, deve fare il
possibile per soccorrere la vittima, deve inchiodare il colpevole alle
sue responsabilità. Allo
stesso modo, di fronte a una violenza pesante, quale l'abuso sessuale,
la donna dovrebbe riuscire a far cessare al più presto la violenza. Poi
sarebbe necessario prendersi cura della vittima, metterla in salvo,
considerare quanto profonda e da quanto tempo sia iniziata la sua
sofferenza e come lei, la madre, possa proteggerla e tutelarla. È
ormai indispensabile aver chia Denuncia,
e poi? Mentre la moglie
potrà darsi da fare in seguito per salvare il matrimonio, a seconda
della profondità della ferita e del malessere che le sono stati
inferti, il padre incestuoso va senza ombra di dubbio denunciato, per
una serie di ragioni tutte importantissime. Intanto,
c'è una vittima e c'è un reato. Poi, esiste un obbligo di legge: se la
madre a conoscenza dell'abuso non denuncia il marito, potrebbe essere
denunciata a sua volta per comportamento omissivo. Infine, la denuncia
è utile anche per chi ha compiuto l'abuso, che in tal modo viene
inchiodato alle proprie responsabilità. A proposito del padre incestuoso, va infatti sottolineato che solo la denuncia e il conseguente processo potranno davvero aiutarlo a intraprendere un percorso di reale pentimento. Solo l'ammissione pubblica del reato commesso, davanti alla legge della società, con sua propria responsabilità, con la conseguenza di un danno inflitto da altri, può diventare il presupposto c# un efficace cammino di conversione, come uomo e come cristiano. La
denuncia, quindi, fa parte del sistema protettivo da mettere in atto in
favore della vittima, per garantirle che quanto ha subito non succederà
più. E il matrimonio? Quanto, infine, al matrimonio, esso va preso in considerazione solo dopo aver provveduto a proteggere la vittima. L'incesto scardina alle fondamenta i piani generazionali e l'incestuoso infrange sia con Dio che con la sua donna quel patto di alleanza su cui si fonda il sacramento del matrimonio. Allora, più che di salvare il matrimonio, si può caso mai parlare di ricostruirlo, posto che gli interessi primari della vittima (cfr. Matteo 18,6) lo consentano, che il padre incestuoso faccia tutto quello che va fatto per ammettere la propria colpa e che la vittima sia posta nelle condizioni migliori per sentirsi discolpata (ricordiamo che la Chiesa, molto saggiamente, alcuni secoli fa chiedeva ammenda pubblica di alcuni peccati). E, infine, che la donna riesca, pur dopo essere giunta al perdono cristiano, a convivere con l'idea che per la figlia, danni a parte, il grave ricordo sarà purtroppo indelebile. Il
senso di colpa. Chi
opera a contatto con la profonda e intricata sofferenza di bambini/e e
ragazzi/e vittime, ha anche imparato a spartire con loro l'enorme
difficoltà a uscire dalla stigmatizzazione che hanno subìto con
l'abuso e che li blocca in un senso pervasivo di colpa. È un senso di
colpa che nulla ha a che fare con il peccato, perché di altri è il
peccato di abuso e di abuso sessuale. Tuttavia, quel peccato subìto ha
il nefasto potere di inquinare il loro benessere presente e di
compromettere il loro diritto a una esistenza futura serena. Un
qualsiasi adulto, come tale portatore di quella genitorialità che è
dovere di tutti, genitori biologici o me no, che si imbatta nella
violenza nei confronti dei bambini non può rimanere indifferente. Tanto
più se vuole essere Chiesa. |