Domenica 29 Aprile 2001
SOCIETÀ DELL’INFORMAZIONE
I bambini e la violenza

Anzitutto una premessa. Due sono i volti dell’aggressività: impulso alla violenza e stimolo a progredire. Ma ciò che più preoccupa nell’attuale degrado dell’etica sono le radici culturali della violenza. La verità è che esiste una cultura che stimola, giustifica, estetizza la violenza, la rende fotogenica ed accettabile. I comportamenti devianti ad impronta violenta sono sotto gli occhi di tutti, al punto da avere assunto un ruolo egemone e da essere diventati i protagonisti del nostro vivere quotidiano. Ma l’aggressività non è un tratto negativo (aberrante) del carattere, un aspetto da esorcizzare e da correggere ad ogni costo, soprattutto nei soggetti in età evolutiva. Se ne parla molto e non sempre a proposito.
Fondamentalmente si tratta di uno dei tanti parametri del comportamento normale, nei limiti beninteso in cui le condizioni dell’individuo e dell’ambiente lo consentono. Senza una grinta mordace, senza un pizzico di propositività, l’uomo sarebbe come una macchina scarica. La nostra aggressività è quella che ci fa discutere e che spinge ognuno di noi ad approfondire i problemi, a sollevare il tono vitale, a crescere nell’estensione più ampia, ad essere competitivi.
Quante volte ci è stata rivolta, dal profano e non, la domanda: c’è differenza tra aggressività e violenza? E noi a rispondere: certamente sì, la violenza è la patologia dell’aggressività allo stesso modo di come l’insonnia è la patologia del normale equilibrio sonno-veglia e che impedisce nello specifico il riposo notturno. L’aggressività può subire delle variazioni, e non è più normale quando perde di vista o travalica certi finalismi di scarico fisiologico, salutista, e diventa ripetitiva. Ne consegue che se è doveroso contrastare la propensione alla violenza è senz’altro utopico, se non controproducente, il contenimento dell’aggressività.
Viviamo - l’abbiamo detto - in un’epoca rissosa, turbolenta, solo apparentemente dialettica e, peggio, subdolamente ancorata ai principi tanto strombazzati di solidarietà-amicizia-cordialità-mutuo soccorso. Nessun dubbio: le violenze espresse nei film danneggiano le menti fragili dei soggetti psicologicamente più indifesi, già portati a non confrontarsi con la realtà. Costoro possono essere indotti a cercare un rapporto alternativo col prossimo sviluppando quelle attitudini violente, espresse nel messaggio informativo per immagini.
Si parla molto degli effetti della violenza televisiva sui bambini e c’è chi sostiene che non è nociva come si dice, in quanto la violenza è un aspetto dell’esistenza che bisogna conoscere. Non si tiene però conto di un criterio-guida fondamentale, quello di gradualità. Se è vero che assistere a qualche scena di violenza può servire ad esorcizzare la paura e a prendere contatto in una forma indiretta con la dinamica del reale, il vedere però troppi spettacoli con scene molto forti può avere conseguenze opposte.
I bambini sono più vulnerabili alle rappresentazioni scabrose degli adulti perché sono ai primi stadi dello sviluppo di attitudini e valori relativi alle interazioni sociali, cosicché quelli che vedono molti spettacoli violenti possono, pur non avendo fatto esperienze traumatizzanti "in proprio", sviluppare paure eccessive nei confronti del mondo e degli altri, ed un senso esagerato del pericolo. Non è vero, dunque, che il messaggio forte in tivù insegna il coraggio.
L’approccio dei bambini al brivido ed alla distruttività dovrebbe avvenire semmai (il condizionale è d’obbligo) in una maniera graduata e flessibile se si vuole che il messaggio stesso aiuti a crescere più intraprendenti e coraggiosi, e che porti dunque a comportamenti responsabili. È necessario che i bambini maturino la convinzione di potere in qualche modo difendersi o sottrarsi agli effetti distruttivi dell’aggressività maligna, o violenta (con riferimento al distinguo che precede), di poterla fronteggiare e tenere sotto controllo.
Un conto è, inoltre, la violenza storicizzata delle favole, della mitologia o dei libri dei banchi di scuola, elaborata caso per caso, utilizzata selettivamente, e un’altra cosa è la violenza allegra, disinvolta, pervicace, prodotta all’ingrosso alla catena di montaggio dell’industria dello spettacolo: essa non produce orrore o disadattamenti, proprio perché può convincere il bambino, che ha poca esperienza, che sia un mezzo lecito da usare.
Nel concreto, sebbene crescendo i bambini abbiano modo di capire sempre di più ciò che vedono e di distinguere sempre meglio la fiction dalla realtà, è lecito domandarsi quanto sia opportuno lasciarli da soli e per un tempo illimitato di fronte al piccolo schermo. Alcune rappresentazioni possono spaventarli, eccitarli, provocare inutili timori, e ancora delle reazioni aggressive o un’immagine distorta della realtà. Questo accade anche perché, quanto più sono piccoli, tanto più essi hanno difficoltà a cogliere il filo conduttore delle storie: vedono e ricordano le sequenze, provviste di tutta la loro carica ansiogena, non mitigata da un finale che ridimensioni gli avvenimenti. Un concetto che però afferrano guardando troppi programmi di azione-avventura, è che se uno vuole ottenere una cosa e ha più potere di un altro la ottiene: da questo a convincersi che "il più forte ha sempre ragione" il passo è breve.
Umberto Signorato

neuropsichiatra

Pubblicato su : "IL Giornale di Vicenza" 29/04/2001