La Stampa

«I GIOVANI ORMAI LE USANO COME RAFFORZATIVO DI UN CONCETTO»

«Le parolacce, un’abitudine che non è reato»

Nuova sentenza della Cassazione

16 giugno 2002

di Flavia Amabile

ROMA Via libera alle parolacce. D'ora in poi «non rompere i c.» si potrà utilizzare tranquillamente, senza rischiare guai con la giustizia. La Cassazione, infatti, ha cambiato idea in materia, adeguandosi alle abitudini sempre più diffuse: dopo varie sentenze di condanna, ha assolto il modo di dire colorito cui spesso si ricorre quando si vogliono allontanare coloro che ci infastidiscono.

 

Si tratta di «un'espressione certamente volgare - riconoscono i giudici di piazza Cavour - e riprovevole sul piano morale» ma che, «riferita soprattutto ai giovani», deve essere considerata come «intercalare o come rafforzativo di un pensiero» che non ha alcuna «carica offensiva», non più almeno visto l’uso che se ne compie al giorno d’oggi.

 

Il caso, che ha portato l'Alta Corte a rivedere i propri orientamenti in fatto di parolacce, è stato offerto da una lite sorta tra due giovani perugini in un parcheggio di auto. Roberto B., appoggiato alla sua macchina, si era visto sfiorare da un'altra vettura che stava effettuando la manovra. Immediata la reazione del giovane che, dopo aver chiesto spiegazioni al conducente (con un «che cosa stai facendo?» ancora normale nei toni), Francesco B., era stato raggiunto da un «non rompermi i c.». I due giovani, a dire il vero, erano anche venuti alle mani.

 

La vicenda è poi finita in un'aula di tribunale dove il giudice di Perugia condannava Francesco B. per ingiuria ad una pena pecuniaria. Una punizione apparsa eccessiva a Francesco B. che si è quindi rivolto con successo alla Corte di Cassazione che ha annullato, e anche senza rinvio, la sentenza impugnata «perchè il fatto non sussiste». I giudici dell'Alta Corte, nell'assolvere l'espressione usata dal giovane, hanno rilevato che «si è trattato di una lite tra ragazzi automobilisti, contesto nel quale vengono usate frasi particolarmente colorite che hanno il senso della espressione, non certo offensiva: non mi scocciare».

 

«Sovente - annotano i giudici di piazza Cavour - tra i più giovani, espressioni di tal fatta sono usate come intercalare o come rafforzativo di un pensiero; si tratta di espressioni certamente volgari, riprovevoli sul piano morale e indici spesso di scarse capacità espressive, ma che non possiedono nessuna carica offensiva». Una licenza alla parolaccia giustificata anche dal fatto che la «coscienza sociale ormai diffusa - scrivono ancora i giudici - arresasi dinanzi al diffondersi di gratuite volgarità anche attraverso il mezzo televisivo, ritiene che non vi sia alcuna carica offensiva nelle espressioni in considerazione».

 

E «tutto ciò -rilevano ancora - è ancor più vero se si fa riferimento all'ambiente giovanile ed a quello degli automobilisti, che utilizzano con frequenza e disinvoltura un linguaggio molto volgare». Dopo la Cassazione anche i linguisti assolvono le parolacce tra i giovani. A prendere le difese dell'automobilista assolto per aver pronunciato l'espressione «non rompere i c.» durante una lite, è Gianfranco Lotti, lessicologo esperto di linguaggi alternativi, e autore del «Dizionario degli insulti». «Sono d'accordo con la Cassazione - ha osservato il linguista -.

 

L'insulto è un assalto alla moralità, ma la parolaccia non può esserlo in alcun modo. Il turpiloquio tutt'al più è disdicevole, sgradevole, ma non è punibile penalmente, non è una trasgressione alle leggi. Può offendere ma non è reato penale. La cosa spiacevole, purtroppo, è che sempre più donne oggi si stanno adeguando al malcostume. A prendersi a parolacce non sono soltanto i giovani».