Il Messaggero 23/09/2001

La separazione
e il mancato rispetto

ATTENZIONE a come trattate vostra moglie; se, infatti, vi permettete un atteggiamento meno che rispettoso, rischiate - giustamente - di vedervi addebitare la separazione. A stabilirlo è stata la prima sezione del Tribunale Civile di Roma, che ha criticato il comportamento di un bisbetico signore, ritenendolo, proprio a causa dei modi irrispettosi nei confronti della moglie, "colpevole" della crisi matrimoniale. Iris lavora come funzionario in un ministero, Gianni invece è impiegato in un’azienda privata. Dalla loro unione è nata Alessandra, una bimba di soli sei anni. Gianni ha sempre avuto un carattere difficile: scontroso, introverso, geloso. Iris certo non ne è mai stata contenta ma pensava di poterlo cambiare: con il matrimonio e poi con la nascita della figlia tutto sarebbe andato per il meglio. Purtroppo non è stato così. Niente botte, né violenze fisiche: ma un atteggiamento ostile che la donna non ce l’ha fatta più a sopportare. Iris non poteva ricevere amiche, né dedicarsi a niente altro che non fosse la casa. Persino sua madre, che pure l’aiutava a tenere Alessandra durante l’orario di lavoro, doveva sbrigarsi ad andar via prima che Gianni tornasse: non desiderava incontrarla.
Ebbene, Iris non ce l’ha fatta più e ha deciso di rivolgersi al Tribunale. Non vuole accordi: chiede che la separazione sia addebitata al marito. Comincia la causa. La donna porta in giudizio prove inconfutabili. Vengono sentiti i testimoni: tutti erano al corrente del fatto che quando Gianni rientrava a casa, nessuno doveva essere presente; tutti riferiscono al Giudice del modo arrogante e irrispettoso con il quale si rivolgeva a sua moglie. Lui tenta di difendersi e di giustificarsi ma le sue parole non vengono credute. Si arriva alla sentenza. Il Tribunale di viale Giulio Cesare accoglie la richiesta di addebito formulata dalla signora. Durante il procedimento è emerso, infatti, che "l’atteggiamento dell’uomo non era improntato a quei principi di solidarietà, di rispetto reciproco e di consapevolezza della pari dignità dei coniugi che appaiono propri del vincolo matrimoniale". Insomma al Tribunale il comportamento di Gianni che considerava la moglie "non come compartecipe della vicenda familiare ma piuttosto come un fedele e pronto esecutore dei suoi desideri" non è piaciuto affatto. E se a tutto questo si aggiunge "che il marito si rivolgeva alla donna con un atteggiamento di superiorità e di distacco, tanto da far nascere in quest’ultima persino il timore che venissero scoperte le tracce di una pregressa permanenza della madre", l’addebito ci sta tutto. Difficile non essere d’accordo.
Marianna De Cinque,
avvocato, esperta in diritto
di famiglia