Stragi, è colpa della famiglia?

Nelle ultime settimane le mura di casa sono state il teatro di orribili delitti. Per alcuni le cause di tanta violenza si nascondono proprio nei rapporti tra parenti. Ma gli esperti sono divisi. A partire dalla psicologa e dal criminologo che abbiamo intervistato

di Antonella Trentin
28/1/2004

Massimo Picozzi, psichiatra e criminologo clinico

«Guai a trarre conclusioni affrettate dalle statistiche! È vero, i dati del ministero dell’Interno mostrano un aumento degli omicidi tra parenti stretti: nel 2002 avrebbero rappresentato da soli l’80 per cento del totale dei delitti nel nostro Paese. E allora? C’è persino chi sottolinea che le stragi in famiglia hanno superato quelle della malavita e delle organizzazioni criminali. Bella scoperta: il numero di quest’ultimo tipo di delitti è crollato. Nel 1991 erano 1.800 all’anno, nel 2001 poco più di 600.
Siamo proprio sicuri, invece, che gli assassinii tra parenti siano aumentati così tanto? Non è che parlarne è diventata una moda, come si faceva con gli adolescenti criminali proprio tre anni fa dopo i fatti di Novi Ligure? Nonostante le apparenze, infatti, i numeri non sono sufficienti a puntare il dito contro la famiglia.
Noi criminologi sappiamo che bisogna maneggiare le statistiche con grande cautela e scavare più a fondo. L’ambiente domestico, il luogo degli affetti e dei conflitti per eccellenza, è l’elemento che accomuna questi delitti, è vero, ma soltanto perché è lo scenario in cui si svolgono. Per questo, forse, la gente tende a considerare gli omicidi in famiglia come un problema unico, con le stesse cause e le stesse motivazioni.
Ma sbaglia di grosso. Non è la stessa cosa se chi uccide lo fa per vendetta, per gelosia, per incapacità di reggere un abbandono, oppure se lo fa perché soffre di psicosi o di grave depressione.
È il caso di alcuni omicidi degli ultimi tempi: chi li ha commessi si sentiva talmente disperato da vedere il mondo sotto una luce delirante, da pensare alla morte come alla soluzione migliore, forse l’unica, per porre fine alla propria sofferenza e a quella dei suoi cari. Si chiama "suicidio allargato": per l’assassino, badate bene, è un atto d'amore verso i familiari, non una violenza. Insomma, se una persona è schizofrenica o soffre di deliri, non possiamo dire che sia la famiglia la causa della sua follia e di un gesto omicida. Diverso è se un delitto matura per incomprensioni, problemi di potere all’interno della coppia oppure tra genitori e figli.
Mi rendo conto: a tutti noi sembra inaccettabile che la famiglia, da sempre bene supremo per gli italiani, possa nascondere conflitti mortali. Ma la violenza è parte integrante dell’essere umano, può esplodere da un momento all’altro, e i criminologi, che hanno per compagna una buona dose di disincantato cinismo, si stupiscono semmai che i delitti siano così pochi. Certo, se invece di dibattere sulla riapertura dei manicomi si cercasse di prevenire questi delitti, sarebbe senz’altro meglio.
Penso che lo Stato dovrebbe investire molti più soldi nei servizi pubblici che forniscono spazi di ascolto a chi soffre. Tanti, troppi delitti in famiglia sono compiuti da persone che vivono in uno stato di disagio mentale o che attraversano un periodo di depressione. Se qualcuno parlasse con loro, li aiutasse a uscire dal tunnel in cui sono finiti, di stragi familiari ce ne sarebbero meno».

Anna Oliverio Ferraris, docente di psicologia dell’età evolutiva

«Sfogliare i giornali negli ultimi tempi è stato terribile. Le stragi familiari si sono susseguite a un ritmo impressionante: un omicidio un giorno sì e uno no, secondo l’istituto di ricerca Eurispes. È innegabile che ogni delitto sia una storia a sé, ma questi assassinii dimostrano che la famiglia sta attraversando un momento davvero critico.
Perché? Perché non esistono più ruoli precisi, quelli codificati dalla tradizione: l’uomo che comanda e porta i soldi a casa, la donna madre e custode degli affetti. Oggi marito e moglie sono alla pari, lavorano entrambi, entrambi hanno rapporti sociali al di fuori del contesto domestico. Sempre più spesso, poi, la moglie chiede al marito di impegnarsi maggiormente nella famiglia e nella cura dei figli. Questo cambiamento di ruoli è in contrasto con la cultura tradizionalista dei rapporti tra i due sessi, che purtroppo resiste. E si creano così tensioni e conflitti.
Nei periodi di crisi economica come quello che stiamo vivendo, infatti, è facile che il capofamiglia maschio vada in tilt quando perde il lavoro o quando i soldi non bastano: si sente sminuito di fronte alle persone che ama. Senza contare il fatto che oggi nessuno aiuta la coppia a risolvere le incomprensioni e i momenti difficili, come facevano una volta il parroco o i parenti. È così che si può creare un silenzio assordante, molto pericoloso. Convivere è diventato un lavoro difficile, che richiede, oltre alla capacità di tenere sotto controllo i propri impulsi, una comunicazione continua. E purtroppo molte persone non sono in grado di farlo.
Ecco perché dico che la colpa dei delitti in famiglia è nella famiglia stessa. Buona parte degli italiani crede nei miracoli, nei maghi, magari nei gesti risolutivi anche se tragici. È sacrosanto domandarsi come mai la casa sia il luogo in cui si sfogano le frustrazioni accumulate altrove, per esempio in ufficio. Perché invece di sparare a un odiato datore di lavoro, evento abbastanza raro, si prendono di mira i propri cari?
Purtroppo, per le persone poco equilibrate è più facile scaricare la rabbia su chi vive accanto a loro, spesso sui più deboli. Magari un marito torna a casa dopo una giornata difficile in ufficio, di quelle che ti fanno sentire un fallito, e la moglie lo tratta male o distrattamente. Ecco che un uomo fragile, invece di vedere i fatti nella giusta luce, può identificare nella compagna la causa di tutti i suoi mali.
Molti mi chiedono quanto pesi il fattore emulazione. Credo che abbia un’influenza, ma solo sulle persone particolarmente deboli: per loro leggere sui giornali che altri hanno ucciso può essere un elemento scatenante, una specie di autorizzazione a imitare quel gesto. In più, le recenti feste natalizie hanno peggiorato le cose. In vacanza si rompe il ritmo della giornata lavorativa, si ha più tempo per stare con se stessi, per cadere prigionieri delle proprie ossessioni. Non a caso molti pazienti con disturbi psichici vengono trattati con l’ergoterapia, che è appunto la cura del lavoro. Avere un impegno occupa i pensieri e dà un ruolo a chi l’ha perduto».

Articolo tratto da Donna Moderna