È dal primo delitto dell'umanità e allora erano pochissimi in circolazione, un fratello uccise il fratello e subito negò, che i limiti vengono continuamente superati. Non c'è mai stato un argine all'orrore, purtroppo, la soglia dell'inferno è stata superata una, mille, milioni di volte. La vicenda di Bologna non ha niente di più e niente di meno di tragico e di agghiacciante rispetto a Novi Ligure e a molte storie raccontate in questi anni dai giornali. Certo capisco la sua amarezza e la sua sfiducia non tanto nella giustizia quanto nella certezza della pena. Il problema non è la giustizia è la certezza di questa giustizia. Non credo sia possibile all'assassino di Bologna o agli altri di salvarsi soltanto perchè ha un bravo avvocato. E quando i giudici sentenziano l'incapacità di intendere e volere non lo fanno certamente per fare un piacere all'imputato. Nemmeno, penso, che la soluzione consista nel rendere la giustizia una puntata supplementare del "Grande Fratello" televisivo con criminali in giro e collegati in diretta con i telegiornali della serata. Si rischierebbe, per i tempi che attraversiamo, di farne personaggi fissi dei vari talk-show. Non solo: la tv, a seconda dell'uso che se ne fa, può trasformare persino l'orrore in un sentimento profondamente diverso, magari in curiosità. C'è chi è arrivato a uccidere pur di apparire in tv e chi per ammazzare ha scelto la diretta televisiva.
Non si tratta di cancellare tolleranza e comprensione per imbracciare armi che portano lontanissimo. Si tratta, invece, di prevenire, di far valere la capacità di uno Stato di far rispettare le leggi e di saper difendere sempre e comunque i suoi cittadini, specie i più deboli. Richiamarsi ai vecchi e evidentemente non più solidi valori non basta più. Intanto, quali sono i valori? E quelli che valgono per una generazione sono gli stessi della generazione precedente o della successiva? Certo, la famiglia è importantissima, come lo sono la scuola e la religione e le istituzioni che costruiscono e formano la società. Insieme devono combattere la pedofilia, informando soprattutto, mettendo con parole adatte e informazioni corrette anche i bambini in condizione di riconoscere i pericoli. C'è da combattere la pedofilia via internet, da combattere il turismo sessuale che porta non pochi italiani in paesi dove i bambini vengono venduti come oggetti.
Ma c'è un altro aspetto della vicenda di Bologna che mi ha lasciato perplesso. Ho visto medici e magistrati e inquirenti che dopo aver assistito all'autopsia della piccola Sarah, hanno sentito il dovere di raccontare ogni cosa alle tv e ai giornali. Naturalmente senza omettere particolari, specie quelli agghiaccianti e più in grado di destare orrorre. Hanno esibito in tv il visto e il sentito. Non ci è stato risparmiato niente, soprattutto niente è stato risparmiato alla memoria di Sarah e al dolore della famiglia. Ma non esistono il segreto istruttorio e quello professionale? Non sarebbe giusto fermarsi davanti al rispetto per la morte e per la sofferenza? Ma forse un meccanismo perverso, appena si accende una telecamera, spinge molti a dire quello che passa loro per la testa e anche quello che non si vuole. È sull'orrore, alimentato dai particolari non necessari e dai luoghi comuni che gridano più forte del giusto dolore e del giusto risentimento, che persino giornali che vantano cento e più anni di civiltà si sono sentiti autorizzati a invocare la pena di morte. La strumentalizzazione è facile, non ci vuole niente a passare dalla giustizia al giustizialismo, dalla tolleranza alla forca. Basta premere il tasto giusto. Negli Usa in questi giorni c'è chi è disposto a pagare cifre assurde per un biglietto. Lo spettacolo è indubbiamente eccezionale: si assiste in diretta all'esecuzione di un condannato a morte. Venghino, venghino signori, avanti c'è posto.