Convegno di Vicenza del 4/5/2002 organizzato da F.I.A.B.A.
in collaborazione con
S.O.S. Infanzia onlus - Vicenza - Rompere il Silenzio- Marcia degli Angeli (Luciano Paolucci) - Artemisia - La Sentinella - Etica 2001
Sezione: “ Perché testimoniare?”
3° intervento -Testimonianza di una vittima
E’
difficile condensare il vissuto di anni trascorsi all’inferno e le
battaglie di una vita. Ma è necessario che possiate rendervi conto di
quanto e come un abuso perpetrato su una bambina, quando negato e in assenza di
aiuto ed interventi protettivi e riparatori, possa influenzarne l’intera
vita ed avere dei costi altissimi anche per chi, come me, nonostante tutto
riesca a realizzarsi come persona autentica e matura.
Fino
a 10 anni fa circa, quando iniziai la mia 2° psicoterapia, ero una
sopravvissuta senza un’identità reale e profonda, che aveva dovuto
lottare duramente e faticosamente per portare a termine gli studi universitari e
trovare un lavoro stabile, che aveva coltivato delle grandi amicizie e mantenuto
degli interessi vitali malgrado tutto e pagando sempre un prezzo troppo alto. Ma
che si sentiva ed era come un albero secco, orrendamente mutilato da colpi
d’ascia mortali, non più vitale, inutile testimone di una vita
possibile e ormai definitivamente spezzata. Certo gli anni
dell’adolescenza in cui mi sono sentita uno zombie, una morta vivente che non riusciva più a camminare, né
a respirare, né ad alzarsi dal letto erano alle spalle…..ma ancora per
lungo tempo ho continuato a trovare parole e pensieri che potessero esprimere la
mia storia e la mia sofferenza senza voce, solamente nei racconti e nelle
testimonianze dei sopravvissuti ai lager nazisti. Solo tra di essi mi sono
sentita a casa e non più sola. La stessa disumanizzazione; lo stesso
senso di impotenza e vergogna; la stessa distruzione psico-fisica;
l’essere ridotti a larva umana; l’odio e la volontà di
ridurti a nulla che ti entrano dentro come acido incadescente, dentro ogni
cellula e che diventano il tuo stesso DNA; lo stesso senso di colpa per essere
sopravvissuta a differenza di molti morti per suicidio, per droga, alcool o per
lesioni subite dall’aggressore o per condotte autodistruttive, lo stesso
senso di degradazione e indegnità meritevole di condanna a morte. Portavo
nascoste dentro di me le voci di chi non ce l’aveva fatta e oggi parlo
anche per loro, perché per quanto ognuno di noi sia unico, il male appiattisce
le nostre storie in binari consueti e banali.
Oggi
invece, dopo un ulteriore pezzo di cammino umano e spirituale molto intenso e
una terza psicoterapia, a 45 anni, sono finalmente viva, sposata ad un uomo
sensibile, ho un lavoro qualificato e di grande responsabilità che amo
molto, sono abitata in profondità da una grande pace che per me,
credente, è un dono del Dio che dimora in noi ma che è anche
esperienza comune a tutti coloro che, indipendentemente dalle proprie credenze,
hanno scoperto la propria identità più profonda. Ancora però
porto in me le cicatrici delle ferite che mi sono state inferte e il dolore per
i 2 figli che sono morti prima ancora di nascere a causa di quelle ferite allora
ancora sanguinanti.
-Vi
do ancora qualche altro dato.
Cresco
in un unico contesto familiare allargato piccolo-borghese - genitori, sorella
maggiore, nonni, zia e zio materni- molto attento alla facciata di
“persone per bene”, che non risponde ai miei bisogni più
profondi, che sostanzialmente non mi riconosce come persona autonoma, che vede
giustificata la mia esistenza su questa terra solo come ricettacolo delle
proprie proiezioni, fantasie, desideri. Io esistevo solo per assumere di volta
in volta i vari ruoli che mi venivano cuciti addosso nel teatrino domestico e di
fronte al mondo esterno. E’ un contesto che recita la parte della famiglia
iperprotettiva, sollecita, perfetta, in modo tale che è per me un
miracolo mantenere la sanità mentale di fronte ad atteggiamenti,
sollecitazioni, messaggi espliciti ed impliciti altamente contradditori e
confusivi. E’ una famiglia chiusa su se stessa in modo morboso, con scarsi
legami sociali significativi. L’abusante principale nella mia storia- un
altro zio- era dirigente in una grande azienda e discendente da una nobile e
ricca famiglia maltrattante. Dico questo per coloro, se ce ne fossero ancora,
che si illudono che questo crimine colpisca solo famiglie emarginate, ove magari
sono presenti patologie psichiatriche conclamate. L’abuso, purtroppo, i
dati in letteratura lo confermano, è ubiquitario e non è un
fenomeno esclusivamente odierno. Si è abbattuto su generazioni di bambini
per secoli e spesso è stato giustificato culturamente in società
diverse nel tempo e nello spazio ma unite dallo stesso adultocentrismo e
disprezzo per la debolezza e la vulnerabilità, perché ricorda loro la
fragilità della condizione umana.
Nasco
da una coppia malassortita per la quale il matrimonio è stato una
condanna all’ergastolo, un padre grezzo con la mentalità- a quei
tempi- del “padre-padrone” e in realtà messo ai margini delle
reali dinamiche familiari. Lo sarà ancora di più quando andrà
a lavorare all’estero al compimento dei miei 8 anni e vi rimarrà
per una decina d’anni circa. Una madre che non mi vuole, ma che non ha il
coraggio di abortirmi. Ha avuto però il coraggio di farmi pagare la mia
venuta al mondo dal 1° giorno e i miei naturali e vitali bisogni, quali
soprattutto, la fame da lei considerati abominevoli e mostruosi espressioni di
ributtante egoismo, da spezzare con pugno di ferro.
Poi
a 7-8 anni iniziano gli abusi sessuali da parte dello zio che ha traslocato nel
nostro stesso condominio e con il quale si trascorrono i weekend in campagna.
Abusi che durano fino ai 13 anni e negli ultimi anni quasi quotidianamente e
spesso con mia madre e mia zia nella camera accanto, quando non a pochi passi di
distanza senza che scorgano mai nulla di anomalo. Ad esclusione di alcuni
isolati tentativi di stupro, penso che egli abbia coscientemente evitato la
penetrazione per non lasciare tracce visibili della sua violenza. Del resto gran
parte del suo piacere l’ha tratto nell’esercitare il suo potere su
di me, nello sporcarmi con la sua perversità, nel cercare di rendermi
simile a lui, nel sentirsi onnipotente nel suo piccolo e meschino mondo. Sono
stata il suo illusorio e piacevole antidoto contro la vulnerabilità, la
sofferenza, le malattie e la morte. In quest’arco di tempo o più
probabilmente dai 9-10 anni, si inseriscono altri episodi estemporanei di abuso
da parte di altri parenti. Ma il fatto più grave è che questo zio,
con la complicità perversa di mia madre, ha tentato di asservirmi con un
costante e programmato lavaggio del cervello che è quello che ha avuto le
conseguenze più nefaste.
-Quali
conseguenze?
Se nella prima infanzia sono cresciuta come bambina deprivata, con un primo episodio depressivo nei primi mesi di vita, disturbi del sonno e dell’alimentazione, una salute cagionevole, alcune difficoltà nelle abilità sociali soprattutto dopo un soggiorno di parecchi mesi da una zia in Belgio insieme alla nonna, tutto sommato l’intreccio tra la mia grande carica vitale, quanto ricevuto da adulti positivi, quanto di buono mi arrivava dalla mia stessa famiglia, la mia notevole intelligenza, il temperamento forte ed orgoglioso mi hanno permesso di svilupparmi ugualmente con le modeste risorse a disposizione. Però in questa situazione sfavorevole ma non compromessa l’abuso si è inserito con la potenza e la dinamica di un uragano e un terremoto messi insieme. Nelle prime aggressioni insieme alla confusione su quanto stava succedendo, alla paura, la sorpresa e all’inondazione di un magma di sensazioni, emozioni e pensieri ingestibili, è emersa alla mia consapevolezza la mia invisibilità e totale inesistenza per quegli adulti che erano il mio amato centro del mondo. L’impotenza e la solitudine esistenziale sono duri da affrontare per un adulto, ma per una bambina inerme è addirittura impossibile, pena la morte. Allora la mia mente ha cominciato a reagire scindendosi in più parti in modo più sistematico che nei miei primi anni di vita. Quando poi il verme dalla violenza verbale e fisica e dalle intimidazioni dei primi approcci è passato alla fase successiva del suo piano che consisteva nel dimostrarmi la mia malvagità intrinseca e cioè che il mio corpo sollecitato ovviamente rispondeva con eccitazione, dallo shock provato per queste sensazioni nuove e misteriose è nato il senso di colpa e la vergogna. Col tempo ho smesso di fuggirlo e di lottare contro il suo corpo forte e imbattibile . Nel frattempo il criminale ha nutrito il mio cuore e il mio cervello denutriti con il latte avvelenato dell’ affetto interessato e di apparenti attenzioni verso ciò che pensavo e la mia fame di conoscenza e di apprendimento. …E così mi ha avuto completamente in pugno: meglio sentirsi colpevole e complice che sola, indifesa e non amata. Sul momento ti permette di sopravvivere, ma il prezzo da pagare non si può estinguere!
Anoressia
e turbe del carattere, bronchiti continue ,2 broncopolmoniti, coliche gravi, la
ricomparsa di sintomi depressivi a 10anni e i primi pensieri di suicidio dagli
undici anni sono stati il grandissimo fardello da portare fino alla pubertà.
In
3° media dopo il vertice di una borsa di studio cittadina, il rendimento
scolastico cala bruscamente travolto dal ribollire di forti emozioni che rompono
i precari equilibri precedenti .Iniziano le ribellioni. Picchio con tutte le mie
forze lo zio ubriaco che non osa più toccarmi. Ma questo ai miei occhi mi
condanna negli anni successivi a sentirmi ancora più colpevole
dell’abuso. Sotto l’influenza mentale di mio zio sentirò
ancora per molto tempo, di essere stata io l’attrice principale del nostro
presunto rapporto paritario. In sostanza pensavo, anzi no sentivo: “Se non
ti fosse piaciuto, gli avresti dato un sacco di legnate. Se non l’hai
fatto, è perché lo volevi più di lui.” Avevo nel frattempo
scordato la disparità di forza fisica, le minacce e le violenze dei primi
tempi, a causa dei primi disturbi di memoria e della capacità di
concentrazione. Inoltre non avevo ancora compreso come quanto era successo fosse
stato progettato da mio zio così come un ragno tesse la sua tela intorno
alla preda.
Tre
tentativi infruttuosi di rivelare quanto stava accadendo aggiungono altro dolore
e provocano un ulteriore trauma. L’ultimo a 14 anni si conclude con il
rinnegamento brutale da parte di mia madre e l’ostracismo contro mia
sorella di 25 anni, che mi aveva creduto.
Da
quel momento la situazione è andata peggiorando dal congelamento della
capacità di provare emozioni e l’uso massiccio di razionalizzazioni
fino alla depressione grave a 18 anni, un episodio psicotico, idee
deliranti, una grave amnesia , la perdita di buona parte delle capacità
mentali e non solo. Tutto questo senza che in casa nessuno si accorgesse di
nulla, sino a quando non ho perso l’anno scolastico. Anche dopo
l’elenco delle conseguenze di quanto vissuto è sovrapponibile a
buona parte di quanto si trova in letteratura: personalità multiple, dal
rifiuto di ogni relazione affettiva sono passata all’opposto ad una grande
promiscuità, episodi di prostituzione, esperienze anche omosessuali,
comportamenti asociali quali vagabondaggio, accattonaggio e furto. A 20anni
fallisco un tentativo di suicidio che mi porta al coma. Mi salvo per la mia
forte fibra e nonostante arrivi in ospedale dopo quasi 24 ore
dall’ingestione dei farmaci, grazie all’intervento deciso di mio
cognato che mi porta al Pronto Soccorso contro l’inerzia dei miei che mi
lascerebbero morire nel letto.
Quando
poi 10 anni fa grazie alla 2° psicoterapia, alla pratica dello yoga e della
meditazione e alla lettura dei libri della Alice Miller, la vita ha ricominciato
a fluire dalla mia identità più profonda finalmente contattata e
sono guarita dalla depressione, mi sono comunque ritrovata a fare i conti
con problemi di memoria e di linguaggio per altri anni ancora.
-Ho accettato di portare qui la mia esperienza perché convinta dell’importanza di iniziative come questa, dell’urgenza di rompere il muro di silenzi, diniego ed omertà ed altresì di combattere le mistificazioni ed il sensazionalismo dei media intorno al fenomeno dell’abuso sessuale sui minori, ma questa decisione è stata per me fonte di sofferenza e di molta ansia. Ho dovuto vincere la mia paura di parlare in presenza di più persone; in passato più che una incapacità o semplice timidezza è stata una vera e propria fobia, derivata dall’esperienza di abuso e dal non essere stata creduta quando ho tentato di rivelarlo.
-Vi
ringrazio della vostra attenzione quindi. Inoltre la vostra disponibilità
vi ha permesso di sperimentare che l’ascolto è una delle chiavi per
poter sia comprendere, sia modificare, la realtà dell’abuso.
L’ascolto benevolente è un atteggiamento esistenziale
indispensabile per poter divenire pienamente umani, cioè capaci di amare
e di ricevere amore. Solo essendo capaci d’ascolto dei propri sentimenti
ed emozioni, dei propri desideri, della propria storia si può essere
capaci di ascolto degli altri, si può entrare in relazione con gli altri.
Solo ascoltando con atteggiamento rispettoso ed accogliente il proprio dolore e
le proprie ferite si può non proiettare sugli altri i propri conflitti ed
il male ricevuto, generando così altro dolore ed altro male.
Un’altra
chiave per entrare agli inferi ove occultiamo questa realtà
dell’abuso perché troppo dolorosa è la consapevolezza. La
consapevolezza come nostra capacità mentale naturale da esercitare e
sviluppare quotidianamente al nostro interno sui nostri vissuti e
all’esterno nelle nostre relazioni, nel lavoro, in famiglia, in tutto ciò
che viviamo. Bisogna nutrire la capacità di vedere le cose come sono
ovvero la capacità- come mi disse una volta una mia amica monaca- di
“chiamare le cose col loro nome”, il coraggio di vedere la realtà
in profondità oltre le idealizzazioni, oltre l’orrore che rende
l’abuso impensabile e quindi invisibile. In altri termini bisogna cercare
la verità perché per quanto dolorosa , sconvolgente e intollerabile,
solo passando attraverso di essa si può essere autenticamente se stessi e
vivere in pienezza. Per me l’intuitiva speranza che mi ha guidato talora
ciecamente per molti anni si è tramutata in certezza: la visione profonda
degli avvenimenti contiene in sé insieme ad una sofferenza lancinante ed
ineffabile anche il balsamo che rimargina le ferite e mi ha permesso la nascita
a nuova vita.
Concludo
su un punto fondamentale. Gli esseri umani hanno a disposizione notevoli risorse
per tendere costantemente verso la vita, come gli alberi verso la luce, e per
quanto l’abuso faccia sempre e comunque male e sia per me da considerare
un crimine contro l’umanità, dalla sofferenza si può
emergere se è possibile usufruire di aiuti esterni