29
Parte
prima
Premesse
teoriche e culturali.30.31
Aiutare
gli insegnanti per aiutare gli allievi
di
Claudio Foti
1.
Bisogni, competenze, responsabilità degli insegnanti di
fronte
al maltrattamento degli allievi
Nella
riflessione successiva alla tragica vicenda dell’assassinio del pic-colo
Silvestro
Delle Cave è stato evidenziato il mancato ruolo di prevenzio-ne
dell’abuso
sessuale da parte della scuola. È stato riportato che gli inse-gnanti
di
Silvestro hanno affermato di non aver percepito nel loro allievo,
nei
mesi precedenti l’omicidio, cambiamenti significativi o forme di partico-lare
disagio:
in realtà è più probabile che non abbiano saputo accorgersi di
quei
segnali che ogni bambino vittima di gravi forme di maltrattamento ten-de
a
manifestare sul piano delle comunicazioni verbali, ludiche, sintomatiche
e
del comportamento scolastico. Sembra per es. che Silvestro si assentasse
ripetutamente
da scuola e assumesse fra l’altro marcati atteggiamenti pale-semente
adultizzati,
che avrebbero potuto facilmente destare
nell’osservatore
fortissime preoccupazioni. I segnali che un bambino vit-tima
di
abuso manifesta nel suo ambiente sono inevitabilmente rilevan-ti
e
reiterati e pertanto possono risultare inesistenti soltanto per un
educatore
che non è emotivamente e culturalmente attrezzato a deco-dificarli.
Ovviamente
non si tratta di mettere sul banco degli imputati gli
insegnanti
del piccolo Silvestro, ma di approfondire una riflessione sulle
complesse
e diffuse responsabilità sottese ai crimini ai danni dell’infanzia
che
vanno al di là delle ovvie e principali responsabilità degli autori di tali
cri-mini.
Nella
vicenda specifica che ha portato all’assassinio del bambino di
Cicciano
abbiamo altrove analizzato le carenze della famiglia e della
scuola,
che rinviano a loro volta al mancato intervento istituzionale di
chiarificazione
e sostegno nei confronti di genitori ed insegnanti e,
ad
un
altro livello, alle responsabilità collettive legate alla rimozione
culturale
e sociale dell’abuso sessuale in danno dei minori 1
..32
ciale
dell’abuso sessuale in danno dei minori 1
.
Nel
sottolineare l’impegno e la responsabilità della scuola nella preven-zione
del
maltrattamento all’infanzia occorre trovare il modo di sollecitare il
coinvolgimento
soggettivo degli insegnanti sul problema, di stimolare il loro
interesse
e di favorire il loro arricchimento sul piano professionale ed uma-no.
Se
è vero che in molte situazioni si possono determinare vere e proprie
collusioni
di fatto tra gli autori della violenza ai danni di alcuni bambini e la
mancanza
di competenza e di responsabilità degli educatori e degli operatori
scolastici
a contatto con quei bambini, è anche vero che non si otterrà, nella
scuola,
alcuna crescita di consapevolezza e di impegno sui temi della vio-lenza
all’infanzia,
assumendo una posizione di colpevolizzazione nei con-fronti
degli
insegnanti e di scarsa identificazione nei confronti dei loro pro-blemi
e
delle loro difficoltà.
Occorre
piuttosto prendere avvio dal riconoscimento e dalla valo-rizzazione
dei
bisogni dei docenti: il bisogno di
essere riconosciuti ed
apprezzati
da parte della comunità sociale per i compiti di educazione e di
prevenzione
a loro assegnati, il bisogno di essere aiutati ad affrontare il pe-so
delle
complesse problematiche psicologiche ed esistenziali degli allievi; il
bisogno
di essere considerati e sostenuti dai servizi socio-sanitari di fronte
ai
casi più impegnativi; il bisogno di ricevere una formazione viva ed effica-ce,
capace
di sviluppare le competenze emotive e relazionali, indispensabili
per
individuare e trattare nella scuola le manifestazioni del disagio e del
maltrattamento
dei soggetti in età evolutiva, ecc. I bisogni degli insegnanti
vengono
così a convergere con il bisogno degli allievi di trovare nella scu o-la
figure
adulte sufficientemente attente, disponibili e preparate sul piano del
comportamento
di ruolo e del comportamento di persona.
Il
discorso prioritario sui bisogni degli insegnanti porta necessariamente
a
specificare e ad approfondire l’attribuzione delle loro competenze. Solo su
un’ampia
considerazione dei bisogni degli insegnanti (e degli allievi) e su
una
nuova definizione delle competenze degli operatori della scuola, può es-sere
fondata
l’attribuzione a questi operatori di precise responsabilità nella
comprensione
e nell’intervento sul disagio e sul maltrattamento degli allie-vi
2
.
1
Cfr. C. Foti, “L’impatto di un
assassinio: dalla rimozione della sofferenza infantile alla
proiezione
della colpa (e ritorno)”, Minorigiustizia, Angeli, Milano, 1997, n. 2.
2
Questa è la linea culturale sottesa alla
“Dichiarazione dei principi e degli impegni sul ruolo
degli
insegnanti e dei dirigenti scolastici di fronte al maltrattamento dei bambini e
dei ragaz-zi”,
promossa
dall’Associazione Rompere il Silenzio; cfr. C. Foti, C. Bosetto, A. Maltese (a
cura
di), Il maltrattamento invisibile. Scuola, famiglia, istituzioni, Angeli,
Milano,
2000..33
Per
quanto riguarda le competenze indispensabili per affrontare nella
scuola
i compiti di prevenzione dell’abuso e di altre forme di sofferenza dei
minori,
derivanti da relazioni educative distorte, elenchiamo i seguenti aspet-ti:
la
competenza all’ascolto empatico e al dialogo; la disponibilità ad
identi-ficarsi
con
il bambino portatore di disagio e a prendere coscienza dei mec-canismi
difensivi,
che portano a chiudere gli occhi o a raffreddare il cuore
nei
confronti del bambino maltrattato; la capacità di stimolare negli allievi la
messa
in parola e la discussione dei sentimenti circolanti nella relazione e-ducativa
e
nel gruppo classe; la capacità di decodifica dei segnali di soffe-renza
e
di maltrattamento; l’assertività educativa, l’autorevolezza e la coe-renza
nella
trasmissione di regole; la disponibilità al confronto e alla messa
in
discussione delle proprie difficoltà emotive e relazionali con gli allievi
all’interno
di contesti collaborativi, ecc...
Va
chiarito, a questo riguardo, un punto fondamentale della proposta
formativa
rivolta dal Centro Studi Hänsel e Gretel agli insegnanti e a tutti gli
operatori
e i professionisti delle istituzioni educative, sociali, sanitarie, giudi-ziarie
a
contatto con minori: la formazione all’ascolto e alla relazione
inter-personale
-
indispensabile nella prevenzione del disagio e dell’abuso dei mi-nori
-
non coincide assolutamente con la formazione specifica, relativa alle
conoscenze
professionali e tecniche richieste dai diversi ruoli e non può es-sere
genericamente
affidata al senso “civico o morale” dell’individuo.
All’insegnante,
oltre alle competenze culturali e didattiche, occorrono
competenze
emotive e relazionali, cioè quelle
competenze che risultano
sempre
indispensabili per affrontare quella dimensione emotiva e relaziona-le
che
interseca quotidianamente l’attività scolastica e la trasmissione delle
conoscenze
da un soggetto ad altri soggetti.
2.
L’impegno relazionale dell’insegnante
Un
aspetto fondamentale della professionalità dell'insegnante consiste
nell'impegno
a strutturare una buona relazione interpersonale con gli al-lievi
per
stabilire un canale di comunicazione utile all'apprendimento, per
valutare
le potenzialità e le caratteristiche della personalità del bambino, per
tentare
d'individuare eventuali problemi o difficoltà di quest'ultimo che pos-sono
incidere
nei suoi processi di socializzazione, di maturazione e di cresci-ta
culturale.
L'insegnante
si trova di fronte a soggetti con tratti personologici e psico-logici
complessi,
non facilmente definibili, provenienti da situazioni socio-culturali
e
da storie familiari assai diverse fra loro, rispetto alle quali l'utilizzo.34
di
schemi stereotipati si rivela del tutto inutile e controproducente: ogni
al-lievo
è
portatore di una problematica personale originale con la quale occor-re
entrare
in relazione. La valutazione della personalità dell’allievo non è un
compito
facile in primo luogo perché ci si trova di fronte a comportamenti
ed
atteggiamenti nell'ambito scolastico che solo in parte possono essere
comprensibili
a partire da quanto accade nel contesto scolastico stesso, de-rivando
per
molti aspetti da una rete di relazioni e da un groviglio di
esperienze,
non di rado conflittuali o addirittura traumatiche 3
, groviglio che
ha
coinvolto e coinvolge il minore al di fuori della scuola e che il minore
stesso
porta con sé venendo in classe.
L’insegnante
non conosce a pieno la realtà esistenziale e psicologica che
ha
condizionato e condiziona l'allievo all'esterno della scuola, anche se im-patta
quotidianamente
con alcune ripercussioni di tale realtà nel modo di es-sere
e
di fare dell'allievo in classe; l'insegnante si muove con inevitabile dif-ficoltà
ed
imbarazzo nell'interagire con questa realtà, temendo d'interferire o
di
entrare in conflitto con le competenze educative dei genitori e non riu-scendo
sempre
a costruire una collaborazione adeguata con la famiglia,
vuoi
per una propria responsabilità, vuoi perché prevalgono da parte della
famiglia
atteggiamenti di delega o di chiusura difensiva.
In
secondo luogo l'interazione con l’allievo e la valutazione della sua
personalità
risultano particolarmente complesse, in quanto la professionalità
dell'insegnante
è chiamata in causa nelle sue componenti soggettive ed e-motive:
l'allievo
entra in relazione con il docente con atteggiamenti e com-portamenti
che
non coinvolgono soltanto le componenti razionali dell'educa-tore,
bensì
soprattutto le sue componenti affettive 4
. Il bambino e il ra-gazzo
possono
interagire nell'ambito scolastico con l'insegnante, confer-mandolo
o
disconfermandolo nelle sue capacità professionali o personali;
ubbidendogli
o disubbidendogli; provocando, aggredendo, ferendo il docente
stesso
o piuttosto gratificandolo, seducendolo o affezionandosi a lui, oppure,
ancora,
con numerosissimi altri possibili atteggiamenti.
Il
docente stesso è portatore a sua volta di motivazioni e di bisogni legati
alla
soggettività e all'emotività: egli svolge la propria attività lavorativa non
solo
per ricevere un riscontro economico, ma anche per raggiungere una
migliore
definizione e coesione del Sé, cercando di ottenere attraverso il la-voro
un
riconoscimento del proprio valore nel proprio comportamento di
ruolo
e di persona. Ovviamente l'insegnante è un soggetto umano con i suoi
conflitti
e con le sue debolezze: a seconda dei casi può avere maggiore o
3
Cfr. M. Riva, L'abuso educativo,
Unicopli, Milano,1993.
4
Cfr. Salzemberger-Wittenberg, Henry-Polacco
Osborne, L'esperienza emotiva nei pro-cessi
di
insegnamento e apprendimento, Liguori,
Napoli, 1987..35
minore
equilibrio psichico, capacità di ascolto, di contenimento o di rispetto
dei
bambini; a seconda dei casi può essere portatore di particolari bisogni o
di
particolari fragilità (per es. può sentirsi particolarmente in difficoltà di
fronte
alle richieste affettive oppure quando si sente attaccato od ingannato
oppure
quando deve riconoscere i propri errori o i propri limiti oppure anco-ra
quando
viene messo dagli allievi nella condizione di poter essere giudica-to
negativamente
dalle famiglie, dai colleghi o dall'autorità scolastica...)
Una
parte consistente degli operatori della scuola affronta la propria at-tività
non
già con un atteggiamento tecnicistico e soggettivamente arido,
bensì
spendendo - consapevolmente o inconsapevolmente - almeno una
parte
(e spesso una parte significativa) delle proprie risorse affettive ed
umane.
L'insegnante è chiamato a fare i conti con comportamenti che pos-sono
risultare
molto pesanti e ad entrare in situazioni relazionali molto coin-volgenti
che
lo mettono in tensione e in discussione e che possono fargli
sperimentare
spesso vissuti di rabbia, inquietudine, impotenza, sofferenza,
angoscia,
incertezza, colpa, ecc. Tutto questo risulta particolarmente impe-gnativo
e
stressante in misura direttamente proporzionale da un lato al disa-gio
e
alla sofferenza di cui sono portatori i singoli allievi e dall’altro alla
mancanza
di una formazione capace di sostenerlo nel compito di mentaliz-zare
le
emozioni circolanti nel contesto della classe e di ricorrere a metodo-logie
capaci
di favorire il benessere socio-affettivo nella vita scolastica 5
.
Il
problema della risposta al disagio e al maltrattamento degli allievi,
benché
pesi massicciamente e quotidianamente sulla disponibilità umana e
sul
carico professionale degli insegnanti, risulta paradossalmente rimosso
dalla
riflessione culturale e pedagogica dell'istituzione scuola. Non si tratta
di
reagire a questa rimozione attribuendo al mondo della scuola un aggiunti-vo
onere
di tipo psicologico o sociale che verrebbe ad aggiungersi ai compiti
già
onerosi e differenziati assegnati agli insegnanti. Si tratta piuttosto di
chiarire
come la percezione e la gestione dall'ambito scolastico del proble-ma
del
maltrattamento si collochino nel cuore dell'impegno educativo in
ambito
scolastico, rappresentando uno dei più forti ed irriducibili ostacoli al
compito
didattico, relazionale e formativo dell'insegnante e uno dei fattori
più
logoranti che attentano alla professionalità e alla soggettività
dell'inse-gnante,
producendo
sensi di inadeguatezza, disagio, stress, burn out.
Inoltre
in questo contesto si registra una tendenza molto diffusa e poco
elaborata
a controreagire, in forme più o meno gravi, alle problematiche e
alle
provocazioni degli allievi, con atteggiamenti difensivi sbagliati e contro-
5
Cfr. D. Francescato et al., Star bene
insieme a scuola. Strategie per un'educazione
socioaffettiva
dalla materna alla media inferiore,
Nuova Italia Scientifica, Roma,
1988..36
producenti,
che nei casi più gravi, possono addirittura configurare un vero e
proprio
maltrattamento intrascolastico. Tale maltrattamento può assumere
le
forme più varie: dalla negazione massiccia della sofferenza e delle diffi-coltà
dell’allievo
a forme di impulsività violenta, dalla seduttività se ssuale più
o
meno agita alla crudeltà mentale e alla squalifica nei confronti della
sog-gettività
dell’allievo
6 .
3.
Per evitare lo stress e l’impotenza dell’insegnante: for-mazione
e
collaborazione con altri operatori
L'impegno
del docente nella relazione interpersonale con gli allievi risul-ta,
come
s’è visto, molto oneroso dal punto di vista del dispendio soggettivo
di
energie. In genere il docente, anche quando si dimostra disponibile dal
punto
di vista umano, affronta l’impegno relazionale affidandosi per lo più a
risorse
personali senza disporre di adeguati strumenti di sostegno o di
verifica,
non possedendo peraltro una preparazione specifica (che in gene-re
né
la scuola, né il tirocinio, né il cosiddetto aggiornamento gli hanno
ade-guatamente
fornito).
Il
docente deve essere coinvolto in un progetto di valorizzazione, di so-stegno
e
di formazione in grado di aiutarlo a comprendere meglio il rap-porto
tra
la propria soggettività e la propria professionalità e
di con-seguenza
a
conoscere meglio l'interazione con l'allievo e la stessa soggetti-vità
di
quest'ultimo. L’insegnante deve essere preparato ad entrare in con-tatto
con
le componenti soggettive ed emotive emergenti nell’attività didatti-ca
ed
educativa; deve essere attrezzato a riconoscere e ad elaborare i pro-blemi,
i
conflitti, le ansie, le incertezze associate alla relazione interpersona-le
con
gli allievi. Solo in questa maniera le difficoltà emotive e relazionali
non
saranno più soltanto un peso, un ostacolo, una fonte di logoramento, ma
diventeranno
materiale di esperienza da utilizzare per crescere come inse-gnante
e
come persona. L'impegno formativo con gli insegnanti deve esse-re
pertanto
quello di aiutare gli insegnanti, affinché siano in grado di aiu-tare
i
bambini e i ragazzi. Soltanto
imparando ad accettare e ad ascoltare
le
proprie difficoltà e i propri bisogni gli insegnanti saranno in grado di
impa-rare
ad
accettare e ascoltare le difficoltà degli allievi, come premessa
indispensabile
per un intervento costruttivo ed efficace sui problemi dei
bambini
e dei ragazzi.
6
Cfr. A.M. Mariani, L'alunno vulnerabile.
Pedagogia del maltrattamento psicolo-gico,
Unicopli,
Milano, 1993; sul tema del maltrattamento intrascolastico cfr. inoltre: C.
Foti,
C. Bosetto, A. Maltese, op. cit..37
Riconoscere
un bambino che soffre per una pesante situazione familiare
e
non riesce più a studiare; aiutare una ragazzina che rifiuta la crescita e
assume
atteggiamenti regressivi responsabilizzando la famiglia; non far finta
di
niente quando una bambina presenta comportamenti che possono risulta-re
indicatori
di abuso: per realizzare questi compiti educativi l’insegnante
deve
ovviamente superare una riduttiva interpretazione del proprio ruolo
i-stituzionale
come
mero trasmettitore di conoscenze. Se evita di difendersi
dalla
percezione del problema, egli viene coinvolto nelle situazioni come
persona
e come docente e talvolta finisce addirittura per portarsi a casa il
carico
emotivo dell'alunno in difficoltà.
Non
è opportuno che il docente affronti da solo situazioni di questo ge-nere:
fra
l’altro egli rischia di assumersi compiti impossibili, di impe-gnarsi
in
una relazione d'aiuto per poi ritrarsene quando questa si ri-vela
troppo
conflittuale e stressante. Non ha
senso che un insegnante si
ponga
l'obiettivo di aiutare un proprio allievo in difficoltà, se egli stesso non
accetta
di chiedere aiuto, per assumersi in modo efficace e realistico le
proprie
responsabilità e per crescere da un punto di vista professionale ed
umano.
Non
è certo compito di un insegnante fare il terapeuta o l'assistente so-ciale
del
proprio allievo, anche se rientra certamente nelle sue funzioni
professionali
riconoscere (e non già lasciar cadere) i segnali di disa-gio
dei
minori che emergono in ambito
scolastico per chiedere l’intervento
e
la collaborazione, a seconda delle situazioni, della famiglia, dei servizi
so-cio-
sanitari,
del Tribunale per i minorenni, del privato sociale etc.
Del
resto l’insegnante, lasciato solo e non aiutato, finisce spesso per sot-trarsi
alle
proprie responsabilità educative di fronte alle situazioni difficili,
in-terpretando
in
senso assai ristretto le proprie competenze: "Il mio compito è
portare
avanti il programma!" In realtà ciò che si produce in questi casi nel-la
soggettività
dell'insegnante è una strategia di risparmio di energie
mentali
e di evitamento del conflitto: scattano
meccanismi di difesa dal
contatto
con la sofferenza 7 ,
emerge la paura di un eccessivo coinvolgimen-to,
il
timore di mettere in moto processi istituzionali che non si conoscono,
l'ansia
di esporsi e la scarsa fiducia nell'efficacia di un intervento coordinato
di
sostegno o di protezione nei confronti del minore.
Per
evitare l’impotenza e la frustrazione dell’insegnante di fronte al di-sagio
e
al maltrattamento degli allievi occorre pertanto: da un lato un pro-getto
di
sviluppo delle sue competenze emotive e relazionali, dall’altro la
7
Cfr. C. Roccia, C. Foti, Occhio non
vede, cuore non duole. Operatori minorili e
meccanismi
di difesa degli operatori nella gestione dei casi di abuso sessuale ,
in
C.
Roccia, C. Foti (a cura di), L’abuso sessuale sui minori, Unicopli,
Milano, 1992..38
crescita
dell’integrazione delle istituzioni e delle agenzie sociali attorno al
minore
in difficoltà. All’interno di tale integrazione la scuola può svolgere il
proprio
ruolo specifico ed insostituibile.
4.
La scuola come luogo privilegiato di prevenzione
La
scuola costituisce un osservatorio privilegiato della condizione del
bambino
e del ragazzo: è l'unica istituzione da cui passano tutti i bambini e
nella
quale vi rimangono per parecchie ore al giorno e per diversi anni. La
scuola
e gli insegnanti possono conoscere i minori nella loro quotidianità cioè
nei
loro comportamenti più differenziati, più immediati ed autentici. La
scuola
è il luogo dove bambini e ragazzi sviluppano una rete di interazioni, di
comunicazione,
di gioco, d'impegno, di rapporto con le persone, con i valori,
con
le regole. In questo contesto possono nettamente emergere ed essere
osservate
negli allievi le diversità individuali, le difficoltà, le sofferenze.
La
scuola può infine osservare in modo “diacronico” la problematica del
minore
registrandone le evoluzioni nel tempo in positivo e in negativo. L'in-segnante
può
percepire in modo abbastanza immediato le conseguenze di
un
fatto o di evento traumatico sul comportamento e sull'atteggiamento sco-lastico
di
un allievo, imparando via via, con un'adeguata preparazione, a
classificare
e a riconoscere tali conseguenze come espressione probabile di
una
determinata situazione di difficoltà.
Se
gli insegnanti venissero adeguatamente formati ed aiutati, la scuola
potrebbe
diventare capace di interpretare quei segnali di disagio che gli al-lievi
evidenziano
e che di fatto possono funzionare come campanelli d'al-larme
fatti
suonare per tempo prima che la
situazione di sofferenza di-venti
così
grave da complicare terribilmente l'intervento di aiuto nei co n-fronti
del
minore. Per es. prima che la violenza di un genitore si possa ac-canire
su
un bambino, mandandolo al Pronto soccorso con le costole rotte,
l'insegnante
di questo bambino può notare in quest’ultimo sia la presenza di
piccoli
lividi sospetti, sia un atteggiamento di consistente irrequietezza ed
aggressività;
prima che esploda una grave crisi psichica nell'adolescenza
l'insegnante
ha la possibilità di percepire nell'atteggiamento del ragazzo ver-so
la
scuola precisi indicatori di disgregazione del soggetto in evoluzione e
tentare
di fare qualcosa, segnalando per es. il problema ai genitori con la
necessaria
preoccupazione.
L'intervento
da parte della scuola sui temi del disagio e della protezione
del
minore non può restare affidato alla sensibilità o alla buona volontà di
al-cuni
insegnanti.
La competenza relazionale richiede infatti un lavoro forma-.39
tivo
specifico, una verifica sul piano sociale, culturale e scientifico. In as-senza
di
un tale impegno gli atteggiamenti del corpo docente nei confronti
delle
tematiche del disagio continueranno a rimanere troppo differenziati,
caratterizzati
da improvvisazione e superficialità, condizionati ampiamente
da
meccanismi difensivi di rimozione, di negazione, di razionalizzazione, di
distacco
emotivo e di proiezione, in altri termini con un atteggiamento di in-sensibilità,
di
deresponsabilizzazione e di delega.
Inoltre,
come s’è visto, l'intervento sui problemi del disagio e della prote-zione
del
minore è troppo impegnativo per essere affidato all'iniziativa del
singolo
al di fuori di un contesto collettivo di formazione da parte di esperti,
di
discussione e di messa in discussione da parte di tutti gli operatori della
scuola.
Se l'insegnante pretende di agire da solo di fronte ad una situazione
intensamente
problematica di un minore senza quel confronto e quel soste-gno
che
risultano necessari all'impegno di aiuto che si è assunto, egli rischia
di
andare incontro ad oscillazioni fra slanci di onnipotenza e reazioni di
delusione,
d'impotenza e d'indifferenza nei confronti dello stesso mi-nore.
La
scuola deve saper trovare un proprio ruolo specifico nella prevenzio-ne
primaria,
secondaria e terziaria del disagio minorile 8
non certo in una lo-gica
di
autosufficienza, bensì con un atteggiamento di collaborazione con
tutte
le altre istituzioni sociali per l'infanzia, attivando da un lato gli interventi
necessari
nelle situazioni a rischio ed elaborando, d'altro lato proprie strate-gie
di
sostegno al minore in difficoltà. Gli insegnanti devono venire a collo-carsi
con
la loro specificità all'interno di una rete di operatori delle varie
agenzie
sociali ed educative, capace di svolgere in modo differenziato e nel
contempo
coordinato compiti di aiuto e di protezione del minore in difficoltà.
5.
Comprendere l'emozione per favorire la cognizione
Gli
effetti positivi di una crescita delle competenze emotive e relazionali
degli
insegnanti e della capacità della scuola di svolgere una funzione di
prevenzione
del disagio e del maltrattamento non si limiterebbero ad una
maggiore
possibilità di aiutare alcuni singoli allievi, ma si farebbero sentire a
diversi
livelli all’interno della vita scolastica: nella bonificazione del clima
re-lazionale
delle
classi, nell’arricchimento della motivazione degli insegnanti
8
Cfr. A. Pavese, La scuola: un luogo
privilegiato per l'attuazione di esperienze di
prevenzione
primaria e secondaria dell'abuso all'infanzia,
in Abuso all'infanzia.
Dalla
prevenzione primaria alla prevenzione terziaria: strategie di intervento,
Centro
Studi Hänsel e Gretel, Torino, 1994..40
all’impegno
professionale, nel miglioramento dei processi di apprendimento,
nella
riduzione del fenomeno della dispersione scolastica... Aumentare la
sensibilità
della scuola nei confronti del disagio e della sofferenza che pos-sono
essere
presenti in forme diffuse e difformi nei bambini e nei ragazzi 9
è
un
obiettivo decisamente coerente con la finalità istituzionale della
trasmis-sione
delle
conoscenze culturali e della crescita educativa e sociale delle
giovani
generazioni.
Molti
insegnanti si trovano obbligati a constatare che il proprio allievo
"avrebbe
le capacità, ma ha qualche cosa che gli impedisce di usarle: è
troppo
agitato ... è aggressivo ... oppure è molto chiuso ... insicuro". Una
volta
accertata nell'allievo l'esistenza di un problema emotivo di qualche ti-po,
l'insegnante
può dichiarare difensivamente che quel problema non lo ri-guarda,
dato
che "il compito dell'insegnante è quello d'insegnare", rinuncian-do
a
chiedersi in che misura quel problema si determini in un contesto sco-lastico
o
in famiglia o in un diverso contesto relazionale, rinunciando a veri-ficare
in
che misura egli possa far qualcosa per interagire con la sofferenza
del
suo allievo.
L'affermazione
"il compito dell'insegnante è quello d'insegnare" può es-sere
validissima
in astratto, ma spesso può risultare una razionalizzazione
difensiva
con la finalità di respingere il contatto con la problematica emotiva
e
relazionale posta dall'allievo: proprio il compito di insegnare infatti non
e-sclude,
ma
presuppone l’impegno a comprendere e a contrastare, per quan-to
possibile,
quelle interferenze emotive sui processi di apprendimen-to,
che
rappresentano un evidente ostacolo alla crescita culturale ed educa-tiva
di
un bambino o di un ragazzo.
La
ricerca psicologica, psicoanalitica e pedagogica più seria ha dimo-strato
in
modo incontrovertibile i legami profondi, soprattutto nell'età evoluti-va,
fra
sviluppo emotivo e sviluppo cognitivo, fra affettività e desiderio di
apprendere
10 . Un
minore lasciato solo in una situazione di grave disa-gio,
privo
di sostegni di condivisione e di aiuto nella famiglia e nella
scuola,
non impara o impara male. Per riuscire
a dare una risposta effi-cace
al
tanto discusso problema della dispersione scolastica, occorre un in-tervento
che
sappia incidere oltre che sugli aspetti sociali e culturali della
condizione
minorile, anche e soprattutto sulla qualità dell'interazione inse-gnante-
allievo.
Di
certo non sono sufficienti iniziative che si rivolgano esclusivamente
9
C. Foti, Sofferenza minorile e relazione
educativa, introduzione a Chi educa chi?,
Unicopli,
Milano, 1992.
10
M. Pontecorvo, Gli aspetti emotivi
dell'apprendimento, in M. Pontecorvo, Cono-scere
a
scuola, Il Mulino, Bologna, 1988..41
alla
dimensione razionale e cognitiva dell'allievo, senza tenere conto della
sua
dimensione relazionale ed affettiva: un bambino che soffre, alle prese
con
una forma di disagio che non riesce a comunicare o vittima di una
qualche
forma di violenza, non sarà mai in grado di utilizzare pienamente i-niziative
esclusivamente
finalizzate alla stimolazione delle sue funzioni co-gnitive.
6.
Dare ascolto e dare voce ai bambini in difficoltà
Ogni
giorno decine di migliaia di bambini e di ragazzi inviano attra-verso
i
loro comportamenti ed atteggiamenti in ambito scolastico al-trettanti
messaggi
relativi al proprio disagio e alla propria sofferenza:
nella
maggior parte dei casi gli insegnanti non sono nelle condizioni mentali,
relazionali,
culturali ed istituzionali per poter cogliere e decodificate queste
numerosissime,
più o meno implicite, richieste di comprensione e di aiuto.
Tali
richieste finiscono così in prevalenza per risultare come tanti messaggi
del
naufrago, affidati ad una bottiglia buttata in mezzo al mare e destinati a
non
essere mai letti e raccolti da nessuno.
I
bambini invisibili non sono i bambini che gli insegnanti non possono
in
alcun modo vedere, ma quelli che in genere non sono visti. Ciò che risulta
invisibile
in questi allievi è dunque la radice
del loro disagio che sta nelle
relazioni
familiari o nelle relazioni interpersonali (in ambito sociale o scola-stico)
che
li condizionano, ostacolando l'apprendimento, alterando la socia-lizzazione,
bloccando
la crescita.
I
bambini invisibili sono gli allievi la cui condizione di difficoltà e di
ma-lessere
non
è percepita o è percepita in modo inadeguato o distorto dagli in-segnanti;
bambini
oggetto di violenze, di trascuratezze, di strumentalizzazio-ni,
la
cui situazione personale non è talvolta neppure ipotizzata dagli opera-tori
della
scuola. Gli allievi invisibili diventano spesso bambini desapare-cidos,
bambini
scomparsi: scompaiono prima dalla mente degli insegnanti,
poi
dal mondo della scuola e dalle istituzioni educative. Talvolta invece essi
procedono
nel cammino scolastico con un adattamento inautentico e pro-blematico
che
rimuove o comunque segnala la presenza conflittuale di un
pezzo
fondamentale della loro realtà mentale ed esistenziale.
Occorre
tenere presente quanto può essere complicato, spesso
impossibile,
per un minore prendere l’iniziativa di chiedere aiuto ad adulti
che
non conosce, che svolgono ruoli professionali che egli avverte come
lontani
e talvolta minacciosi (psicologo, assistente sociale, poliziotto, vigile,
giudice
minorile...). Egli ha bisogno innanzitutto di fidarsi e di confidarsi con
figure
(come l’insegnante) che egli incontra quotidianamente, con figure.42
(come
l’insegnante) che egli incontra quotidianamente, con figure sufficien-temente
verificate
e stimate, vicine sul piano emotivo, capaci di stimolare
nel
bambino la comunicazione di eventuali problematiche fonte di sofferen-za
e
conflitto.
In
assenza di questo atteggiamento di disponibilità per il bambino risulta
molto
difficile aprirsi e comunicare le difficoltà che gli pesano. Il bambino
ha
carenti capacità di espressione e di negoziazione sociale: per lui stesso in
molti
casi non è facile capire e riconoscere la propria sofferenza come me-ritevole
di
essere manifestata, né è facile verbalizzare le situazioni
spiacevoli
che egli vive senza la presenza vicina ed incoraggiante di
una
figura adulta empatica.
Per
di più il bambino può essere condizionato da fattori che diminuiscono
ulteriormente
i suoi strumenti per decifrare e descrivere quello che gli suc-cede.
Pensiamo
ai casi di minori con ritardo mentale o handicap psico-fisico;
a
quelli che subiscono violenza da parte di genitori comunque idealiz-zati;
ai
bambini vittime di situazioni, più pesanti di un macigno, come
l’abbandono,
l’incesto, l’abuso fisico o sessuale; ai minori che subiscono
quella
forma di maltrattamento, la violenza psicologica, che risulta assai dif-ficile
da
riconoscere sia per l’adulto che l’agisce sia per il minore che la pa-tisce.
Pensiamo
ai minori che hanno perso la stima e la fiducia nelle capaci-tà
di
ascolto e di comprensione degli adulti; agli allievi che vivono in famiglia
una
situazione di conflittualità fra i genitori avvertita come indicibile; ai
bambini
che si sentono disperatamente soli, perché attraversano un momen-to
difficile
legato ad una malattia, ad un lutto, ad una situazione familiare
problematica;
agli adolescenti con un'immagine di sé negativa che si è fatta
largo
nella loro mente o agli adolescenti con forti crisi di identità.
L’insegnante
può assumere con questi minori un ruolo importante,
in
molti casi determinante, senza per
questo giungere a negare i limiti del-la
propria
competenza professionale e pretendere di assumere sulle proprie
spalle
l'intero carico del problema: egli può risultare per l’allievo un adulto
“con
cui si può parlare”, in quanto vissuto come disponibile all’ascolto 11
e
“capace
di capire”. L’insegnante può diventare un “testimone consapevo-le”
della
sofferenza minorile, cioè un adulto che aiuta il minore a superare il
suo
disorientamento, a non sentirsi più solo con la propria disperazione sen-za
nome,
un adulto che gli dà fiducia e sostegno, che lo avvia, se necessario,
a
richiedere l’aiuto di altre figure, senza per questo scaricarlo.
11
Cfr. C. Foti, C. Roccia, M. Rostagno (a
cura di), C'era un bambino che non e-ra
ascoltato...
L'ascolto nell'educazione, nella cura e nella tutela del minore,
Centro Studi Hänsel e
Gretel, Torino, 1992.
29
Parte
prima
Premesse
teoriche e culturali.30.31
Aiutare
gli insegnanti per aiutare gli allievi
di
Claudio Foti
1.
Bisogni, competenze, responsabilità degli insegnanti di
fronte
al maltrattamento degli allievi
Nella
riflessione successiva alla tragica vicenda dell’assassinio del pic-colo
Silvestro
Delle Cave è stato evidenziato il mancato ruolo di prevenzio-ne
dell’abuso
sessuale da parte della scuola. È stato riportato che gli inse-gnanti
di
Silvestro hanno affermato di non aver percepito nel loro allievo,
nei
mesi precedenti l’omicidio, cambiamenti significativi o forme di partico-lare
disagio:
in realtà è più probabile che non abbiano saputo accorgersi di
quei
segnali che ogni bambino vittima di gravi forme di maltrattamento ten-de
a
manifestare sul piano delle comunicazioni verbali, ludiche, sintomatiche
e
del comportamento scolastico. Sembra per es. che Silvestro si assentasse
ripetutamente
da scuola e assumesse fra l’altro marcati atteggiamenti pale-semente
adultizzati,
che avrebbero potuto facilmente destare
nell’osservatore
fortissime preoccupazioni. I segnali che un bambino vit-tima
di
abuso manifesta nel suo ambiente sono inevitabilmente rilevan-ti
e
reiterati e pertanto possono risultare inesistenti soltanto per un
educatore
che non è emotivamente e culturalmente attrezzato a deco-dificarli.
Ovviamente
non si tratta di mettere sul banco degli imputati gli
insegnanti
del piccolo Silvestro, ma di approfondire una riflessione sulle
complesse
e diffuse responsabilità sottese ai crimini ai danni dell’infanzia
che
vanno al di là delle ovvie e principali responsabilità degli autori di tali
cri-mini.
Nella
vicenda specifica che ha portato all’assassinio del bambino di
Cicciano
abbiamo altrove analizzato le carenze della famiglia e della
scuola,
che rinviano a loro volta al mancato intervento istituzionale di
chiarificazione
e sostegno nei confronti di genitori ed insegnanti e,
ad
un
altro livello, alle responsabilità collettive legate alla rimozione
culturale
e sociale dell’abuso sessuale in danno dei minori 1
..32
ciale
dell’abuso sessuale in danno dei minori 1
.
Nel
sottolineare l’impegno e la responsabilità della scuola nella preven-zione
del
maltrattamento all’infanzia occorre trovare il modo di sollecitare il
coinvolgimento
soggettivo degli insegnanti sul problema, di stimolare il loro
interesse
e di favorire il loro arricchimento sul piano professionale ed uma-no.
Se
è vero che in molte situazioni si possono determinare vere e proprie
collusioni
di fatto tra gli autori della violenza ai danni di alcuni bambini e la
mancanza
di competenza e di responsabilità degli educatori e degli operatori
scolastici
a contatto con quei bambini, è anche vero che non si otterrà, nella
scuola,
alcuna crescita di consapevolezza e di impegno sui temi della vio-lenza
all’infanzia,
assumendo una posizione di colpevolizzazione nei con-fronti
degli
insegnanti e di scarsa identificazione nei confronti dei loro pro-blemi
e
delle loro difficoltà.
Occorre
piuttosto prendere avvio dal riconoscimento e dalla valo-rizzazione
dei
bisogni dei docenti: il bisogno di
essere riconosciuti ed
apprezzati
da parte della comunità sociale per i compiti di educazione e di
prevenzione
a loro assegnati, il bisogno di essere aiutati ad affrontare il pe-so
delle
complesse problematiche psicologiche ed esistenziali degli allievi; il
bisogno
di essere considerati e sostenuti dai servizi socio-sanitari di fronte
ai
casi più impegnativi; il bisogno di ricevere una formazione viva ed effica-ce,
capace
di sviluppare le competenze emotive e relazionali, indispensabili
per
individuare e trattare nella scuola le manifestazioni del disagio e del
maltrattamento
dei soggetti in età evolutiva, ecc. I bisogni degli insegnanti
vengono
così a convergere con il bisogno degli allievi di trovare nella scu o-la
figure
adulte sufficientemente attente, disponibili e preparate sul piano del
comportamento
di ruolo e del comportamento di persona.
Il
discorso prioritario sui bisogni degli insegnanti porta necessariamente
a
specificare e ad approfondire l’attribuzione delle loro competenze. Solo su
un’ampia
considerazione dei bisogni degli insegnanti (e degli allievi) e su
una
nuova definizione delle competenze degli operatori della scuola, può es-sere
fondata
l’attribuzione a questi operatori di precise responsabilità nella
comprensione
e nell’intervento sul disagio e sul maltrattamento degli allie-vi
2
.
1
Cfr. C. Foti, “L’impatto di un
assassinio: dalla rimozione della sofferenza infantile alla
proiezione
della colpa (e ritorno)”, Minorigiustizia, Angeli, Milano, 1997, n. 2.
2
Questa è la linea culturale sottesa alla
“Dichiarazione dei principi e degli impegni sul ruolo
degli
insegnanti e dei dirigenti scolastici di fronte al maltrattamento dei bambini e
dei ragaz-zi”,
promossa
dall’Associazione Rompere il Silenzio; cfr. C. Foti, C. Bosetto, A. Maltese (a
cura
di), Il maltrattamento invisibile. Scuola, famiglia, istituzioni, Angeli,
Milano,
2000..33
Per
quanto riguarda le competenze indispensabili per affrontare nella
scuola
i compiti di prevenzione dell’abuso e di altre forme di sofferenza dei
minori,
derivanti da relazioni educative distorte, elenchiamo i seguenti aspet-ti:
la
competenza all’ascolto empatico e al dialogo; la disponibilità ad
identi-ficarsi
con
il bambino portatore di disagio e a prendere coscienza dei mec-canismi
difensivi,
che portano a chiudere gli occhi o a raffreddare il cuore
nei
confronti del bambino maltrattato; la capacità di stimolare negli allievi la
messa
in parola e la discussione dei sentimenti circolanti nella relazione e-ducativa
e
nel gruppo classe; la capacità di decodifica dei segnali di soffe-renza
e
di maltrattamento; l’assertività educativa, l’autorevolezza e la coe-renza
nella
trasmissione di regole; la disponibilità al confronto e alla messa
in
discussione delle proprie difficoltà emotive e relazionali con gli allievi
all’interno
di contesti collaborativi, ecc...
Va
chiarito, a questo riguardo, un punto fondamentale della proposta
formativa
rivolta dal Centro Studi Hänsel e Gretel agli insegnanti e a tutti gli
operatori
e i professionisti delle istituzioni educative, sociali, sanitarie, giudi-ziarie
a
contatto con minori: la formazione all’ascolto e alla relazione
inter-personale
-
indispensabile nella prevenzione del disagio e dell’abuso dei mi-nori
-
non coincide assolutamente con la formazione specifica, relativa alle
conoscenze
professionali e tecniche richieste dai diversi ruoli e non può es-sere
genericamente
affidata al senso “civico o morale” dell’individuo.
All’insegnante,
oltre alle competenze culturali e didattiche, occorrono
competenze
emotive e relazionali, cioè quelle
competenze che risultano
sempre
indispensabili per affrontare quella dimensione emotiva e relaziona-le
che
interseca quotidianamente l’attività scolastica e la trasmissione delle
conoscenze
da un soggetto ad altri soggetti.
2.
L’impegno relazionale dell’insegnante
Un
aspetto fondamentale della professionalità dell'insegnante consiste
nell'impegno
a strutturare una buona relazione interpersonale con gli al-lievi
per
stabilire un canale di comunicazione utile all'apprendimento, per
valutare
le potenzialità e le caratteristiche della personalità del bambino, per
tentare
d'individuare eventuali problemi o difficoltà di quest'ultimo che pos-sono
incidere
nei suoi processi di socializzazione, di maturazione e di cresci-ta
culturale.
L'insegnante
si trova di fronte a soggetti con tratti personologici e psico-logici
complessi,
non facilmente definibili, provenienti da situazioni socio-culturali
e
da storie familiari assai diverse fra loro, rispetto alle quali l'utilizzo.34
di
schemi stereotipati si rivela del tutto inutile e controproducente: ogni
al-lievo
è
portatore di una problematica personale originale con la quale occor-re
entrare
in relazione. La valutazione della personalità dell’allievo non è un
compito
facile in primo luogo perché ci si trova di fronte a comportamenti
ed
atteggiamenti nell'ambito scolastico che solo in parte possono essere
comprensibili
a partire da quanto accade nel contesto scolastico stesso, de-rivando
per
molti aspetti da una rete di relazioni e da un groviglio di
esperienze,
non di rado conflittuali o addirittura traumatiche 3
, groviglio che
ha
coinvolto e coinvolge il minore al di fuori della scuola e che il minore
stesso
porta con sé venendo in classe.
L’insegnante
non conosce a pieno la realtà esistenziale e psicologica che
ha
condizionato e condiziona l'allievo all'esterno della scuola, anche se im-patta
quotidianamente
con alcune ripercussioni di tale realtà nel modo di es-sere
e
di fare dell'allievo in classe; l'insegnante si muove con inevitabile dif-ficoltà
ed
imbarazzo nell'interagire con questa realtà, temendo d'interferire o
di
entrare in conflitto con le competenze educative dei genitori e non riu-scendo
sempre
a costruire una collaborazione adeguata con la famiglia,
vuoi
per una propria responsabilità, vuoi perché prevalgono da parte della
famiglia
atteggiamenti di delega o di chiusura difensiva.
In
secondo luogo l'interazione con l’allievo e la valutazione della sua
personalità
risultano particolarmente complesse, in quanto la professionalità
dell'insegnante
è chiamata in causa nelle sue componenti soggettive ed e-motive:
l'allievo
entra in relazione con il docente con atteggiamenti e com-portamenti
che
non coinvolgono soltanto le componenti razionali dell'educa-tore,
bensì
soprattutto le sue componenti affettive 4
. Il bambino e il ra-gazzo
possono
interagire nell'ambito scolastico con l'insegnante, confer-mandolo
o
disconfermandolo nelle sue capacità professionali o personali;
ubbidendogli
o disubbidendogli; provocando, aggredendo, ferendo il docente
stesso
o piuttosto gratificandolo, seducendolo o affezionandosi a lui, oppure,
ancora,
con numerosissimi altri possibili atteggiamenti.
Il
docente stesso è portatore a sua volta di motivazioni e di bisogni legati
alla
soggettività e all'emotività: egli svolge la propria attività lavorativa non
solo
per ricevere un riscontro economico, ma anche per raggiungere una
migliore
definizione e coesione del Sé, cercando di ottenere attraverso il la-voro
un
riconoscimento del proprio valore nel proprio comportamento di
ruolo
e di persona. Ovviamente l'insegnante è un soggetto umano con i suoi
conflitti
e con le sue debolezze: a seconda dei casi può avere maggiore o
3
Cfr. M. Riva, L'abuso educativo,
Unicopli, Milano,1993.
4
Cfr. Salzemberger-Wittenberg, Henry-Polacco
Osborne, L'esperienza emotiva nei pro-cessi
di
insegnamento e apprendimento, Liguori,
Napoli, 1987..35
minore
equilibrio psichico, capacità di ascolto, di contenimento o di rispetto
dei
bambini; a seconda dei casi può essere portatore di particolari bisogni o
di
particolari fragilità (per es. può sentirsi particolarmente in difficoltà di
fronte
alle richieste affettive oppure quando si sente attaccato od ingannato
oppure
quando deve riconoscere i propri errori o i propri limiti oppure anco-ra
quando
viene messo dagli allievi nella condizione di poter essere giudica-to
negativamente
dalle famiglie, dai colleghi o dall'autorità scolastica...)
Una
parte consistente degli operatori della scuola affronta la propria at-tività
non
già con un atteggiamento tecnicistico e soggettivamente arido,
bensì
spendendo - consapevolmente o inconsapevolmente - almeno una
parte
(e spesso una parte significativa) delle proprie risorse affettive ed
umane.
L'insegnante è chiamato a fare i conti con comportamenti che pos-sono
risultare
molto pesanti e ad entrare in situazioni relazionali molto coin-volgenti
che
lo mettono in tensione e in discussione e che possono fargli
sperimentare
spesso vissuti di rabbia, inquietudine, impotenza, sofferenza,
angoscia,
incertezza, colpa, ecc. Tutto questo risulta particolarmente impe-gnativo
e
stressante in misura direttamente proporzionale da un lato al disa-gio
e
alla sofferenza di cui sono portatori i singoli allievi e dall’altro alla
mancanza
di una formazione capace di sostenerlo nel compito di mentaliz-zare
le
emozioni circolanti nel contesto della classe e di ricorrere a metodo-logie
capaci
di favorire il benessere socio-affettivo nella vita scolastica 5
.
Il
problema della risposta al disagio e al maltrattamento degli allievi,
benché
pesi massicciamente e quotidianamente sulla disponibilità umana e
sul
carico professionale degli insegnanti, risulta paradossalmente rimosso
dalla
riflessione culturale e pedagogica dell'istituzione scuola. Non si tratta
di
reagire a questa rimozione attribuendo al mondo della scuola un aggiunti-vo
onere
di tipo psicologico o sociale che verrebbe ad aggiungersi ai compiti
già
onerosi e differenziati assegnati agli insegnanti. Si tratta piuttosto di
chiarire
come la percezione e la gestione dall'ambito scolastico del proble-ma
del
maltrattamento si collochino nel cuore dell'impegno educativo in
ambito
scolastico, rappresentando uno dei più forti ed irriducibili ostacoli al
compito
didattico, relazionale e formativo dell'insegnante e uno dei fattori
più
logoranti che attentano alla professionalità e alla soggettività
dell'inse-gnante,
producendo
sensi di inadeguatezza, disagio, stress, burn out.
Inoltre
in questo contesto si registra una tendenza molto diffusa e poco
elaborata
a controreagire, in forme più o meno gravi, alle problematiche e
alle
provocazioni degli allievi, con atteggiamenti difensivi sbagliati e contro-
5
Cfr. D. Francescato et al., Star bene
insieme a scuola. Strategie per un'educazione
socioaffettiva
dalla materna alla media inferiore,
Nuova Italia Scientifica, Roma,
1988..36
producenti,
che nei casi più gravi, possono addirittura configurare un vero e
proprio
maltrattamento intrascolastico. Tale maltrattamento può assumere
le
forme più varie: dalla negazione massiccia della sofferenza e delle diffi-coltà
dell’allievo
a forme di impulsività violenta, dalla seduttività se ssuale più
o
meno agita alla crudeltà mentale e alla squalifica nei confronti della
sog-gettività
dell’allievo
6 .
3.
Per evitare lo stress e l’impotenza dell’insegnante: for-mazione
e
collaborazione con altri operatori
L'impegno
del docente nella relazione interpersonale con gli allievi risul-ta,
come
s’è visto, molto oneroso dal punto di vista del dispendio soggettivo
di
energie. In genere il docente, anche quando si dimostra disponibile dal
punto
di vista umano, affronta l’impegno relazionale affidandosi per lo più a
risorse
personali senza disporre di adeguati strumenti di sostegno o di
verifica,
non possedendo peraltro una preparazione specifica (che in gene-re
né
la scuola, né il tirocinio, né il cosiddetto aggiornamento gli hanno
ade-guatamente
fornito).
Il
docente deve essere coinvolto in un progetto di valorizzazione, di so-stegno
e
di formazione in grado di aiutarlo a comprendere meglio il rap-porto
tra
la propria soggettività e la propria professionalità e
di con-seguenza
a
conoscere meglio l'interazione con l'allievo e la stessa soggetti-vità
di
quest'ultimo. L’insegnante deve essere preparato ad entrare in con-tatto
con
le componenti soggettive ed emotive emergenti nell’attività didatti-ca
ed
educativa; deve essere attrezzato a riconoscere e ad elaborare i pro-blemi,
i
conflitti, le ansie, le incertezze associate alla relazione interpersona-le
con
gli allievi. Solo in questa maniera le difficoltà emotive e relazionali
non
saranno più soltanto un peso, un ostacolo, una fonte di logoramento, ma
diventeranno
materiale di esperienza da utilizzare per crescere come inse-gnante
e
come persona. L'impegno formativo con gli insegnanti deve esse-re
pertanto
quello di aiutare gli insegnanti, affinché siano in grado di aiu-tare
i
bambini e i ragazzi. Soltanto
imparando ad accettare e ad ascoltare
le
proprie difficoltà e i propri bisogni gli insegnanti saranno in grado di
impa-rare
ad
accettare e ascoltare le difficoltà degli allievi, come premessa
indispensabile
per un intervento costruttivo ed efficace sui problemi dei
bambini
e dei ragazzi.
6
Cfr. A.M. Mariani, L'alunno vulnerabile.
Pedagogia del maltrattamento psicolo-gico,
Unicopli,
Milano, 1993; sul tema del maltrattamento intrascolastico cfr. inoltre: C.
Foti,
C. Bosetto, A. Maltese, op. cit..37
Riconoscere
un bambino che soffre per una pesante situazione familiare
e
non riesce più a studiare; aiutare una ragazzina che rifiuta la crescita e
assume
atteggiamenti regressivi responsabilizzando la famiglia; non far finta
di
niente quando una bambina presenta comportamenti che possono risulta-re
indicatori
di abuso: per realizzare questi compiti educativi l’insegnante
deve
ovviamente superare una riduttiva interpretazione del proprio ruolo
i-stituzionale
come
mero trasmettitore di conoscenze. Se evita di difendersi
dalla
percezione del problema, egli viene coinvolto nelle situazioni come
persona
e come docente e talvolta finisce addirittura per portarsi a casa il
carico
emotivo dell'alunno in difficoltà.
Non
è opportuno che il docente affronti da solo situazioni di questo ge-nere:
fra
l’altro egli rischia di assumersi compiti impossibili, di impe-gnarsi
in
una relazione d'aiuto per poi ritrarsene quando questa si ri-vela
troppo
conflittuale e stressante. Non ha
senso che un insegnante si
ponga
l'obiettivo di aiutare un proprio allievo in difficoltà, se egli stesso non
accetta
di chiedere aiuto, per assumersi in modo efficace e realistico le
proprie
responsabilità e per crescere da un punto di vista professionale ed
umano.
Non
è certo compito di un insegnante fare il terapeuta o l'assistente so-ciale
del
proprio allievo, anche se rientra certamente nelle sue funzioni
professionali
riconoscere (e non già lasciar cadere) i segnali di disa-gio
dei
minori che emergono in ambito
scolastico per chiedere l’intervento
e
la collaborazione, a seconda delle situazioni, della famiglia, dei servizi
so-cio-
sanitari,
del Tribunale per i minorenni, del privato sociale etc.
Del
resto l’insegnante, lasciato solo e non aiutato, finisce spesso per sot-trarsi
alle
proprie responsabilità educative di fronte alle situazioni difficili,
in-terpretando
in
senso assai ristretto le proprie competenze: "Il mio compito è
portare
avanti il programma!" In realtà ciò che si produce in questi casi nel-la
soggettività
dell'insegnante è una strategia di risparmio di energie
mentali
e di evitamento del conflitto: scattano
meccanismi di difesa dal
contatto
con la sofferenza 7 ,
emerge la paura di un eccessivo coinvolgimen-to,
il
timore di mettere in moto processi istituzionali che non si conoscono,
l'ansia
di esporsi e la scarsa fiducia nell'efficacia di un intervento coordinato
di
sostegno o di protezione nei confronti del minore.
Per
evitare l’impotenza e la frustrazione dell’insegnante di fronte al di-sagio
e
al maltrattamento degli allievi occorre pertanto: da un lato un pro-getto
di
sviluppo delle sue competenze emotive e relazionali, dall’altro la
7
Cfr. C. Roccia, C. Foti, Occhio non
vede, cuore non duole. Operatori minorili e
meccanismi
di difesa degli operatori nella gestione dei casi di abuso sessuale ,
in
C.
Roccia, C. Foti (a cura di), L’abuso sessuale sui minori, Unicopli,
Milano, 1992..38
crescita
dell’integrazione delle istituzioni e delle agenzie sociali attorno al
minore
in difficoltà. All’interno di tale integrazione la scuola può svolgere il
proprio
ruolo specifico ed insostituibile.
4.
La scuola come luogo privilegiato di prevenzione
La
scuola costituisce un osservatorio privilegiato della condizione del
bambino
e del ragazzo: è l'unica istituzione da cui passano tutti i bambini e
nella
quale vi rimangono per parecchie ore al giorno e per diversi anni. La
scuola
e gli insegnanti possono conoscere i minori nella loro quotidianità cioè
nei
loro comportamenti più differenziati, più immediati ed autentici. La
scuola
è il luogo dove bambini e ragazzi sviluppano una rete di interazioni, di
comunicazione,
di gioco, d'impegno, di rapporto con le persone, con i valori,
con
le regole. In questo contesto possono nettamente emergere ed essere
osservate
negli allievi le diversità individuali, le difficoltà, le sofferenze.
La
scuola può infine osservare in modo “diacronico” la problematica del
minore
registrandone le evoluzioni nel tempo in positivo e in negativo. L'in-segnante
può
percepire in modo abbastanza immediato le conseguenze di
un
fatto o di evento traumatico sul comportamento e sull'atteggiamento sco-lastico
di
un allievo, imparando via via, con un'adeguata preparazione, a
classificare
e a riconoscere tali conseguenze come espressione probabile di
una
determinata situazione di difficoltà.
Se
gli insegnanti venissero adeguatamente formati ed aiutati, la scuola
potrebbe
diventare capace di interpretare quei segnali di disagio che gli al-lievi
evidenziano
e che di fatto possono funzionare come campanelli d'al-larme
fatti
suonare per tempo prima che la
situazione di sofferenza di-venti
così
grave da complicare terribilmente l'intervento di aiuto nei co n-fronti
del
minore. Per es. prima che la violenza di un genitore si possa ac-canire
su
un bambino, mandandolo al Pronto soccorso con le costole rotte,
l'insegnante
di questo bambino può notare in quest’ultimo sia la presenza di
piccoli
lividi sospetti, sia un atteggiamento di consistente irrequietezza ed
aggressività;
prima che esploda una grave crisi psichica nell'adolescenza
l'insegnante
ha la possibilità di percepire nell'atteggiamento del ragazzo ver-so
la
scuola precisi indicatori di disgregazione del soggetto in evoluzione e
tentare
di fare qualcosa, segnalando per es. il problema ai genitori con la
necessaria
preoccupazione.
L'intervento
da parte della scuola sui temi del disagio e della protezione
del
minore non può restare affidato alla sensibilità o alla buona volontà di
al-cuni
insegnanti.
La competenza relazionale richiede infatti un lavoro forma-.39
tivo
specifico, una verifica sul piano sociale, culturale e scientifico. In as-senza
di
un tale impegno gli atteggiamenti del corpo docente nei confronti
delle
tematiche del disagio continueranno a rimanere troppo differenziati,
caratterizzati
da improvvisazione e superficialità, condizionati ampiamente
da
meccanismi difensivi di rimozione, di negazione, di razionalizzazione, di
distacco
emotivo e di proiezione, in altri termini con un atteggiamento di in-sensibilità,
di
deresponsabilizzazione e di delega.
Inoltre,
come s’è visto, l'intervento sui problemi del disagio e della prote-zione
del
minore è troppo impegnativo per essere affidato all'iniziativa del
singolo
al di fuori di un contesto collettivo di formazione da parte di esperti,
di
discussione e di messa in discussione da parte di tutti gli operatori della
scuola.
Se l'insegnante pretende di agire da solo di fronte ad una situazione
intensamente
problematica di un minore senza quel confronto e quel soste-gno
che
risultano necessari all'impegno di aiuto che si è assunto, egli rischia
di
andare incontro ad oscillazioni fra slanci di onnipotenza e reazioni di
delusione,
d'impotenza e d'indifferenza nei confronti dello stesso mi-nore.
La
scuola deve saper trovare un proprio ruolo specifico nella prevenzio-ne
primaria,
secondaria e terziaria del disagio minorile 8
non certo in una lo-gica
di
autosufficienza, bensì con un atteggiamento di collaborazione con
tutte
le altre istituzioni sociali per l'infanzia, attivando da un lato gli interventi
necessari
nelle situazioni a rischio ed elaborando, d'altro lato proprie strate-gie
di
sostegno al minore in difficoltà. Gli insegnanti devono venire a collo-carsi
con
la loro specificità all'interno di una rete di operatori delle varie
agenzie
sociali ed educative, capace di svolgere in modo differenziato e nel
contempo
coordinato compiti di aiuto e di protezione del minore in difficoltà.
5.
Comprendere l'emozione per favorire la cognizione
Gli
effetti positivi di una crescita delle competenze emotive e relazionali
degli
insegnanti e della capacità della scuola di svolgere una funzione di
prevenzione
del disagio e del maltrattamento non si limiterebbero ad una
maggiore
possibilità di aiutare alcuni singoli allievi, ma si farebbero sentire a
diversi
livelli all’interno della vita scolastica: nella bonificazione del clima
re-lazionale
delle
classi, nell’arricchimento della motivazione degli insegnanti
8
Cfr. A. Pavese, La scuola: un luogo
privilegiato per l'attuazione di esperienze di
prevenzione
primaria e secondaria dell'abuso all'infanzia,
in Abuso all'infanzia.
Dalla
prevenzione primaria alla prevenzione terziaria: strategie di intervento,
Centro
Studi Hänsel e Gretel, Torino, 1994..40
all’impegno
professionale, nel miglioramento dei processi di apprendimento,
nella
riduzione del fenomeno della dispersione scolastica... Aumentare la
sensibilità
della scuola nei confronti del disagio e della sofferenza che pos-sono
essere
presenti in forme diffuse e difformi nei bambini e nei ragazzi 9
è
un
obiettivo decisamente coerente con la finalità istituzionale della
trasmis-sione
delle
conoscenze culturali e della crescita educativa e sociale delle
giovani
generazioni.
Molti
insegnanti si trovano obbligati a constatare che il proprio allievo
"avrebbe
le capacità, ma ha qualche cosa che gli impedisce di usarle: è
troppo
agitato ... è aggressivo ... oppure è molto chiuso ... insicuro". Una
volta
accertata nell'allievo l'esistenza di un problema emotivo di qualche ti-po,
l'insegnante
può dichiarare difensivamente che quel problema non lo ri-guarda,
dato
che "il compito dell'insegnante è quello d'insegnare", rinuncian-do
a
chiedersi in che misura quel problema si determini in un contesto sco-lastico
o
in famiglia o in un diverso contesto relazionale, rinunciando a veri-ficare
in
che misura egli possa far qualcosa per interagire con la sofferenza
del
suo allievo.
L'affermazione
"il compito dell'insegnante è quello d'insegnare" può es-sere
validissima
in astratto, ma spesso può risultare una razionalizzazione
difensiva
con la finalità di respingere il contatto con la problematica emotiva
e
relazionale posta dall'allievo: proprio il compito di insegnare infatti non
e-sclude,
ma
presuppone l’impegno a comprendere e a contrastare, per quan-to
possibile,
quelle interferenze emotive sui processi di apprendimen-to,
che
rappresentano un evidente ostacolo alla crescita culturale ed educa-tiva
di
un bambino o di un ragazzo.
La
ricerca psicologica, psicoanalitica e pedagogica più seria ha dimo-strato
in
modo incontrovertibile i legami profondi, soprattutto nell'età evoluti-va,
fra
sviluppo emotivo e sviluppo cognitivo, fra affettività e desiderio di
apprendere
10 . Un
minore lasciato solo in una situazione di grave disa-gio,
privo
di sostegni di condivisione e di aiuto nella famiglia e nella
scuola,
non impara o impara male. Per riuscire
a dare una risposta effi-cace
al
tanto discusso problema della dispersione scolastica, occorre un in-tervento
che
sappia incidere oltre che sugli aspetti sociali e culturali della
condizione
minorile, anche e soprattutto sulla qualità dell'interazione inse-gnante-
allievo.
Di
certo non sono sufficienti iniziative che si rivolgano esclusivamente
9
C. Foti, Sofferenza minorile e relazione
educativa, introduzione a Chi educa chi?,
Unicopli,
Milano, 1992.
10
M. Pontecorvo, Gli aspetti emotivi
dell'apprendimento, in M. Pontecorvo, Cono-scere
a
scuola, Il Mulino, Bologna, 1988..41
alla
dimensione razionale e cognitiva dell'allievo, senza tenere conto della
sua
dimensione relazionale ed affettiva: un bambino che soffre, alle prese
con
una forma di disagio che non riesce a comunicare o vittima di una
qualche
forma di violenza, non sarà mai in grado di utilizzare pienamente i-niziative
esclusivamente
finalizzate alla stimolazione delle sue funzioni co-gnitive.
6.
Dare ascolto e dare voce ai bambini in difficoltà
Ogni
giorno decine di migliaia di bambini e di ragazzi inviano attra-verso
i
loro comportamenti ed atteggiamenti in ambito scolastico al-trettanti
messaggi
relativi al proprio disagio e alla propria sofferenza:
nella
maggior parte dei casi gli insegnanti non sono nelle condizioni mentali,
relazionali,
culturali ed istituzionali per poter cogliere e decodificate queste
numerosissime,
più o meno implicite, richieste di comprensione e di aiuto.
Tali
richieste finiscono così in prevalenza per risultare come tanti messaggi
del
naufrago, affidati ad una bottiglia buttata in mezzo al mare e destinati a
non
essere mai letti e raccolti da nessuno.
I
bambini invisibili non sono i bambini che gli insegnanti non possono
in
alcun modo vedere, ma quelli che in genere non sono visti. Ciò che risulta
invisibile
in questi allievi è dunque la radice
del loro disagio che sta nelle
relazioni
familiari o nelle relazioni interpersonali (in ambito sociale o scola-stico)
che
li condizionano, ostacolando l'apprendimento, alterando la socia-lizzazione,
bloccando
la crescita.
I
bambini invisibili sono gli allievi la cui condizione di difficoltà e di
ma-lessere
non
è percepita o è percepita in modo inadeguato o distorto dagli in-segnanti;
bambini
oggetto di violenze, di trascuratezze, di strumentalizzazio-ni,
la
cui situazione personale non è talvolta neppure ipotizzata dagli opera-tori
della
scuola. Gli allievi invisibili diventano spesso bambini desapare-cidos,
bambini
scomparsi: scompaiono prima dalla mente degli insegnanti,
poi
dal mondo della scuola e dalle istituzioni educative. Talvolta invece essi
procedono
nel cammino scolastico con un adattamento inautentico e pro-blematico
che
rimuove o comunque segnala la presenza conflittuale di un
pezzo
fondamentale della loro realtà mentale ed esistenziale.
Occorre
tenere presente quanto può essere complicato, spesso
impossibile,
per un minore prendere l’iniziativa di chiedere aiuto ad adulti
che
non conosce, che svolgono ruoli professionali che egli avverte come
lontani
e talvolta minacciosi (psicologo, assistente sociale, poliziotto, vigile,
giudice
minorile...). Egli ha bisogno innanzitutto di fidarsi e di confidarsi con
figure
(come l’insegnante) che egli incontra quotidianamente, con figure.42
(come
l’insegnante) che egli incontra quotidianamente, con figure sufficien-temente
verificate
e stimate, vicine sul piano emotivo, capaci di stimolare
nel
bambino la comunicazione di eventuali problematiche fonte di sofferen-za
e
conflitto.
In
assenza di questo atteggiamento di disponibilità per il bambino risulta
molto
difficile aprirsi e comunicare le difficoltà che gli pesano. Il bambino
ha
carenti capacità di espressione e di negoziazione sociale: per lui stesso in
molti
casi non è facile capire e riconoscere la propria sofferenza come me-ritevole
di
essere manifestata, né è facile verbalizzare le situazioni
spiacevoli
che egli vive senza la presenza vicina ed incoraggiante di
una
figura adulta empatica.
Per
di più il bambino può essere condizionato da fattori che diminuiscono
ulteriormente
i suoi strumenti per decifrare e descrivere quello che gli suc-cede.
Pensiamo
ai casi di minori con ritardo mentale o handicap psico-fisico;
a
quelli che subiscono violenza da parte di genitori comunque idealiz-zati;
ai
bambini vittime di situazioni, più pesanti di un macigno, come
l’abbandono,
l’incesto, l’abuso fisico o sessuale; ai minori che subiscono
quella
forma di maltrattamento, la violenza psicologica, che risulta assai dif-ficile
da
riconoscere sia per l’adulto che l’agisce sia per il minore che la pa-tisce.
Pensiamo
ai minori che hanno perso la stima e la fiducia nelle capaci-tà
di
ascolto e di comprensione degli adulti; agli allievi che vivono in famiglia
una
situazione di conflittualità fra i genitori avvertita come indicibile; ai
bambini
che si sentono disperatamente soli, perché attraversano un momen-to
difficile
legato ad una malattia, ad un lutto, ad una situazione familiare
problematica;
agli adolescenti con un'immagine di sé negativa che si è fatta
largo
nella loro mente o agli adolescenti con forti crisi di identità.
L’insegnante
può assumere con questi minori un ruolo importante,
in
molti casi determinante, senza per
questo giungere a negare i limiti del-la
propria
competenza professionale e pretendere di assumere sulle proprie
spalle
l'intero carico del problema: egli può risultare per l’allievo un adulto
“con
cui si può parlare”, in quanto vissuto come disponibile all’ascolto 11
e
“capace
di capire”. L’insegnante può diventare un “testimone consapevo-le”
della
sofferenza minorile, cioè un adulto che aiuta il minore a superare il
suo
disorientamento, a non sentirsi più solo con la propria disperazione sen-za
nome,
un adulto che gli dà fiducia e sostegno, che lo avvia, se necessario,
a
richiedere l’aiuto di altre figure, senza per questo scaricarlo.
11
Cfr. C. Foti, C. Roccia, M. Rostagno (a
cura di), C'era un bambino che non e-ra
ascoltato...
L'ascolto nell'educazione, nella cura e nella tutela del minore,
Centro Studi Hänsel e Gretel, Torino, 1992.