5
Introduzione
di
Claudio Foti, Claudio Bosetto, Anna Maltese
1.
Senso di colpa, responsabilizzazione e cambiamento
«L’esperienza
del senso di colpa prepara la perdita dell’onnipotenza, sia persecutoria
che
depressiva. Essa lavora a favore dell’accesso al reale...»1
Ogni
insegnante, dopo qualche anno di esperienza, ha avuto modo di en-trare
in
rapporto con tantissime situazioni di allievi, che hanno mostrato ma-lessere.
Inevitabilmente
gli insegnanti sensibili portano con sé, assieme agli
anni
di carriera che hanno sulle spalle, un fardello di insuccessi e di sensi di
colpa.
Questi vissuti spiacevoli sono associati al ricordo di alunni sofferenti,
alla
sensazione o alla consapevolezza di avere incontrato alunni mal tratta-ti,
nel
senso di bambini, preadolescenti e adolescenti mal seguiti o anche, in
qualche
misura, maltrattati in senso stretto, trattati male sul piano emotivo
e
sul piano relazionale. Partiamo da una testimonianza di uno di noi curatori
(Anna
Maltese): “Di tanto in tanto, camminando per le strade del paesino
dove
insegno, incontro Michela, una ragazza che parecchi anni fa è stata
mia
allieva: lei mi saluta sempre affettuosamente e scambiamo due chiac-chiere,
ma
per me questi brevi dialoghi sono sempre momenti di malessere.
Ciò
che mi torna tutte le volte alla memoria è la sua storia di bambina sola e
maltrattata
da una madre alcolizzata. Ciò che mi tormenta è il ricordo della
mia
incapacità a schierarmi fino in fondo dalla sua parte, a sostenerla nel
denunciare
la sua situazione ai servizi sociali e ad allontanarsi dalla famiglia.
Certo,
di giustificazioni al mio operato posso trovarne a iosa, e alcune
non
prive di fondamento. Ma non serve, non basta: Michela resta una spina
nel
mio cuore, una spina che non voglio estrarre perché resti vivo in me il
ricordo
di tutta la fatica per avvicinarmi alla sua sofferenza, per compren-dere
i
miei meccanismi difensivi, per orientarmi nelle complesse dinamiche
1
F. Fornari, Genitalità e cultura,
Feltrinelli, Milano, 1975, p. 208..6
istituzionali.
e perché possa, questo ricordo, aiutarmi ad affrontare in modo
più
efficace la sofferenza di altri bambini.”
Nessun
adulto impegnato in una relazione educativa può evitare di con-frontarsi
con
dei sensi di colpa, più o meno realistici, legati ai propri atteg-giamenti
e
ai propri comportamenti con i bambini e gli adolescenti a lui vici-ni.
E’
importante ovviamente che tali sensi di colpa non scaturiscano dal
confronto
con standard idealistici di perfezione morale, culturale, psicologi-ca
e
non abbiano di conseguenza un contenuto persecutorio ed un effetto
controproducente.
Nell’elaborazione
teorica e nell’intervento operativo che il Centro Studi
Hänsel
e Gretel, sin dalla sua costituzione 2 ,
ha condotto nella scuola e nelle
altre
istituzioni minorili abbiamo insistito spesso sul concetto di responsabi-lizzazione.
Abbiamo
evitato di assumere nei confronti degli insegnanti, de-gli
educatori,
più in generale nei confronti dei professionisti dell’infanzia, sia
un
atteggiamento di superiorità culturale e morale in quanto esperti (con
conseguente
svalutazione e colpevolizzazione controproducente dell’attività
degli
operatori), sia una posizione di minimizzazione delle responsabilità dei
soggetti
impegnati nelle varie istituzioni (con conseguente tendenza a privi-legiare
la
solidarietà fra operatori adulti e l’assoluzione reciproca delle ri-spettive
colpe,
a scapito dell’attenzione ai bisogni dell’infanzia).
Occorre
precisare che ci può essere un senso di colpa dell’adulto nei
confronti
del bambino che può essere maturativo: un senso di colpa costrut-tivo
che
ci fornisce indicazioni sulla realtà, che ci consente di crescere, di
assumerci
le responsabilità delle nostre azioni. Quando riconosciamo di aver
sbagliato,
la sofferenza che ci deriva è l’espressione di una colpa depressi-va.
Questa
sofferenza presenta qualcosa di positivo: ci è utile per compren-dere
meglio
i nostri limiti, le caratteristiche della realtà, per apprendere
dall’esperienza
ad evitare quello stesso errore in futuro.
Il
maltrattamento nei confronti dei bambini, sia che venga agito fuori che
dentro
la scuola, deve continuare a restare invisibile ed impensabile an-che
per
proteggerci dal senso di colpa e dal lavoro di elaborazione che ine-vitabilmente
richiede
la trasformazione del senso di colpa in atteggiamento
di
riparazione.
In
un intervento contenuto in questo libro (“Tanto per cominciare:
ri-conosciamo
il
nostro maltrattamento”) uno di noi
curatori (Claudio Bo-setto)
tenta
di riflettere sul proprio sofferto insuccesso come insegnante e
come
educatore a riguardo della vicenda di un alunno, Antonio, di cui viene
delineato
il percorso di vita dalla turbolenza scolastica all’esito
adolescenziale
ed autodistruttivo della tossicodipendenza.
2
C. Foti (a cura di), Dov’è andata la
strega che mangia i bambini?, Centro Studi Hänsel e
Gretel,
Moncalieri, 1989..7
ziale
ed autodistruttivo della tossicodipendenza.
Appare
chiaro il fallimento di una pedagogia e di una psicologia, funzio-nali
all’autoconservazione
dell’istituzione e al rinforzo dei meccanismi di-fensivi
nei
confronti della sofferenza dei soggetti più deboli e più destruttu-rati.
Emerge
inoltre il senso di colpa dell’insegnante: un senso di colpa co-struttivo
e
maturativo, da cui può scaturire un nuovo fermento di impegno,
una
speranza di cambiamento.
Moltissimi
insegnanti e dirigenti scolastici, posti di fronte a casi di mal-trattamento
palese
arretrano sgomenti: troppo pesante è la prospettiva di
dover
mentalizzare il dolore di un bambino sottoposto ad un qualunque tipo
di
abuso, troppo impegnativa è la prospettiva di tollerare i sentimenti di
ina-deguatezza
e
di colpa con cui si deve convivere mentre si tenta di interveni-re
a
proteggere quel bambino. Così l’insegnante avverte più acutamente il
suo
isolamento e la mancanza di una preparazione specifica per affrontare
siffatte
situazioni complesse e conflittuali, sente la difficoltà di costruire una
rete
di interventi intorno al bambino maltrattato, è sopraffatto dalle necessità
di
una classe spesso numerosa, di un programma da svolgere e arriva per-tanto
a
negare difensivamente l’evidenza del problema e a convincersi che
tale
problema non sarebbe così grave o, se lo è, che non sarebbe oppo rtu-no
o
possibile affrontarlo.
Evidentemente
non si supera la tentazione degli insegnanti e dei dirigenti
scolastici
di gettare la spugna assumendo una posizione di colpevolizza-zione
persecutoria
nei loro confronti. Occorre invece un
intervento consi-stente
e
stabile di sostegno responsabilizzante e di sollecitazione nei con-fronti
delle
loro competenze emotive e relazionali (concetto su cui inten-diamo
più
oltre ritornare). Queste competenze non sono certo assenti tra gli
insegnanti,
ma sono tuttora legate alla sensibilità e all’iniziativa personale e
non
costituiscono l’oggetto di una formazione sistematica e continuativa in
relazione
ai casi di disagio e di maltrattamento che pullulano tra gli alunni.
Che
esistano in una larga area di insegnanti risorse di sensibilità emotiva,
di
capacità empatica e relazionale è dimostrato da esperienze di gruppo co-me
quelle
a cui Filippo Furioso fa riferimento nel suo intervento “Scuola,
pedagogia,
bisogni e trauma”: gli insegnanti si
dimostrano capaci di indi-viduare
con
precisione e concretezza (traendole dalla propria esperienza)
risposte
efficaci ai bisogni dei loro alunni di sostegno e di valorizzazione, nel
momento
in cui sono invitati - in un contesto formativo, basato sui principi
dell’intelligenza
emotiva - a riflettere sui propri atteggiamenti quotidiani in
grado
di prendersi cura del disagio degli alunni.
Nel
piccolo gruppo gli insegnanti scoprono che il disagio degli alunni di-minuisce,
quando
"...l'ascolto volentieri e dimostro interesse al suo raccon-to";
"...parlo
molto con coloro che sembrano tristi nel corso della giornata";.8
"...chiedo
‘Come va?’"; "...parlo con i bambini anche di una cosa
spiacevo-le";
"...gratifico
colui che solitamente ha molte difficoltà"; "...gli faccio capi-re
che
non è solo"; "...sorrido nel parlare"; "...gioco con
loro"; "...mi abbas-so
fisicamente
alla loro altezza"; "...mi complimento e lodo un bambino
sin-ceramente";
"...accetto
di scombinare la mia programmazione dal momento
che
c'è un problema"; "...gli do fiducia e lo incoraggio";
"...incontro i suoi
occhi";
"...scherzo con loro"; "...giustifico l'errore";
"...racconto delle storie",
ecc.
Evidentemente
queste straordinarie intuizioni nella maggior parte degli
insegnanti
sono per lo più empiriche, non si collegano ad una cultura e ad
una
formazione capace di orientamento efficace, non sono oggetto perma-nente
di
verifica e di supervisione e pertanto non risultano di per sé suffi-cienti
a
produrre un metodo di lavoro coerente e rigoroso.
L’insegnante
ha bisogno di essere accompagnato nella decodifica e
nell’elaborazione
innanzitutto del proprio disagio per poter essere in grado di
affrontare
quello dei suoi allievi: deve essere aiutato a distinguere: a) il di-sagio
che
deriva dalla propria storia personale e che rischia di essere scari-cato
nella
relazione educativa e nell’attività didattica; b) il disagio che
appartiene
alla vicenda esistenziale familiare del bambino e che viene da
questi
immesso nella relazione interpersonale con l’insegnante stesso; c) il
disagio
che nasce invece dai problemi e dalle carenze dell’organizzazione
istituzionale
della scuola (cfr. l’intervento di Claudio Foti “La protezione
dei
bambini dalla violenza e dalla rapina”).
D’altra
parte come insospettabili e spesso inconsapevoli risultano le ri-sorse
comunicative,
affettive e riparative degli insegnanti, altrettanto inso-spettabili
e
spesso inconsapevoli possono risultare le componenti di maltrat-tamento
invisibile,
di cui gli insegnanti in prima persona sono capaci (cfr. gli
interventi
già citati di Bosetto e Furioso). In questo libro vengono presi in
considerazione
due aspetti del rapporto tra scuola e maltrattamento: quello
che
la scuola mette in atto non percependo il maltrattamento intrafamiliare
o
colludendo con la famiglia maltrattante e quello intrascolastico. Soffer-miamoci
innanzitutto
sul primo aspetto prima di affrontare più oltre il secon-do.
2.
Il rispetto dei sentimenti dell’adulto e del bambino
«Se
i genitori hanno dovuto imparare molto presto nella loro vita a ignorare i
propri
sentimenti,
a non prenderli sul serio, anzi a disprezzarli o deriderli, allora verrà loro a
manca-re
la
sensibilità necessaria per orientarsi nel rapporto con i figli. In sua
sostituzione essi cer-.9
cheranno
di applicare, come protesi, i princìpi educativi » 3
.
Molti
autori di questo libro (fra i quali in particolare Elena Fontana nel
suo
intervento “Essere disposti a ascoltare: la scuola e la rilevazione
del
maltrattamento e dell’abuso”)
partono dalla premessa che la scuola
“è
il primo luogo d’incontro dei disagi dei minori”, “è un servizio
essenziale
nella
prevenzione e nella rilevazione del maltrattamento”. In effetti, dove se
non
a scuola possiamo sperare di individuare i segnali di disagio di un bam-bino
maltrattato?
Nessuna istituzione sociale esterna alla famiglia consente
di
osservare in modo così approfondito la condizione globale del bambino
(la
capacità di linguaggio, di apprendimento, di socializzazione, di adattamen-to
alla
realtà, di crescita fisica e mentale) in una dimensione vuoi sincroni-ca
(cioè
focalizzata ad approfondire la conoscenza del momento temporale
specifico
vissuto dal bambino), vuoi diacronica (cioè attenta a cogliere
l’evoluzione
positiva o negativa del bambino attraverso il confronto tra os-servazioni
appartenenti
a fasi temporali diverse).
A
scuola ogni bambino per un arco temporale ampio nella singola gior-nata
e
per più anni si confronta con molti altri suoi coetanei e con adulti e-stranei
alle
dinamiche della sua famiglia: a scuola per diverse ragioni un
bambino
può sentire l’opportunità di rivelare la sua situazione di sofferenza.
Nel
comportamento scolastico di un bambino, nelle sue dinamiche socia-li,
nelle
sue tattiche e strategie relazionali; nei gesti, nei movimenti, nelle po-sture
del
suo corpo; nelle sue produzioni grafiche, nelle figure, nei tratti, nei
colori
dei suoi disegni; nelle narrazioni verbali di sé e del suo mondo, nelle
prestazioni,
spesso oscillanti, della sua intelligenza cognitiva, nelle espres-sioni
variegate
dei suoi sentimenti si potrebbe decifrare e leggere da parte
di
un occhio benevolo e competente un intreccio simbolico attraverso il
quale
il soggetto bambino “più autenticamente si racconta”, intreccio di cui
parla
in questo libro Donatella Levi nel suo intervento “Mille modi per dir-lo:
il
disagio del bambino nella scuola”.
Ecco
dunque la contraddizione che, attraverso le loro riflessioni, gli auto-ri
di
questo libro via via mettono a fuoco: la scuola è il luogo istituzionale
ot-timale
per
prevenire o interrompere la violenza intrafamiliare, ma gli ope-ratori
scolastici
il più delle volte disattendono il compito di farsi tramite e in-terpreti
dei
messaggi di sofferenza dei bambini. La scuola, istituzione pre-posta
alla
trasmissione sociale della cultura, non può non avere interesse al
compito
di prevenzione della violenza: infatti il bambino, se non viene aiutato
a
sottrarsi al peso del maltrattamento, non può procedere
nell’apprendimento
e non può pertanto soddisfare le finalità istituzionali della
3
A. Miller, La persecuzione del bambino,
Boringhieri, Torino, 1987, p.96..10
scuola.
Tali finalità non possono che risultare antitetiche alla violenza, che
rappresenta,
in quanto tale, il trionfo dell’impulso sulla capacità di pensare,
la
sopraffazione delle operazioni mentali distruttive su quelle costruttive,
l’opposizione
più radicale allo scambio simbolico su cui si fonda la cultura.
Di
fronte all’evidenza di comportamenti sintomatici, incontrollabili,
ag-gressivi,
distruttivi
di alcuni bambini (lo spiega Adriana Pavese nel suo in-tervento
“I
rapporti tra scuola e famiglia: considerazioni alla luce del
pensiero
di Alice Miller”) l’insegnante,
incapace di progettare una strate-gia
adeguata,
collude non di rado con la famiglia maltrattante, chiedendo ad
essa
di applicare quei metodi punitivi che la scuola non può adottare; così
facendo
la scuola rinforza l’immagine negativa di sé che il bambino maltrat-tato
va
via via costruendosi, impedendogli definitivamente di prendere co-scienza
del
nesso esistente tra la propria pena, la propria rabbia, la propria
irrequietezza,
la propria confusione, il proprio pessimo rendimento scolastico
e
l’abuso (psicologico, fisico o sessuale che sia) che viene compiuto dalla
propria
famiglia. La consapevolezza di questo nesso risulta liberatoria e te-rapeutica
per
il bambino, mentre l’assenza di questa consapevolezza lo con-danna
ad
un dolore incomprensibile destinato invece ad approfondirsi e a
provocare
conseguenze sempre più negative in termini di disagio mentale e
comportamentale
4 ).
Adriana
Pavese si chiede come la scuola riesca a fermare o piuttosto a
confermare
quello che definisce “il processo produttivo di un bambino infe-lice”.
Il
bambino maltrattato porta a scuola la sua sofferenza in tanti modi:
è
un bambino incapace di amare e rispettare gli altri. Chi non ha potuto ri-cevere
nell’esistenza
risposte empatiche e benevole, ma soltanto il loro con-trario,
non
può conoscere e vivere l’amore e il rispetto e a nulla valgono i
tentativi
ideologici e volontaristici dell’istituzione scuola tesi ad indicare il ri-spetto
degli
altri “come un oggetto di
apprendimento e come un atteggia-mento
da
imporre attraverso regole di comportamento”.
Se
l’educatore vuole insegnare il rispetto degli altri ad un bambino, non
può
realizzare questo obiettivo attraverso prediche moraleggianti: ne deve
dare
piuttosto concreta testimonianza nel proprio modo di essere e di com-portarsi.
Se
l’insegnante fa finta di niente e collude di fronte ad una violen-za
che
si consuma appena al di là del suo sguardo (come è appunto per
l’insegnante
la violenza che subisce in famiglia il proprio alunno maltratta-to),
il
rispetto degli altri diventa un valore ideologico falso e vuoto, un
doppio
messaggio, accompagnato com’è dal
comportamento reale
dell’insegnante
di insensibilità nei confronti della sofferenza
4
Cfr. C. Foti, “Per una critica
dell’adultocentrismo”, in Rompere il silenzio, n. 1-2 maggio,
Rompere
il Silenzio, Moncalieri, 1998..11
Peggio:
diventa un modello paradossale e distruttivo, quando l’inse-gnante
di
fronte ai comportamenti di protesta del bambino infelice, di fronte
alla
sua tensione, alla sua incapacità di comunicare e di apprendere
“l'inse-gnante,
più
spesso di quanto non si creda, chiede l'aiuto della famiglia per
correggerlo”.
Una famiglia che è proprio all’origine della sofferenza del
bambino
e che sarà quindi pronta a schierarsi a fianco dell’insegnante
nell’intento
dichiarato e sbandierato di eliminare il comportamento sintoma-tico
ed
indesiderabile del bambino, senza ovviamente modificarne le cause
che
lo determinano e senza mettere in discussione le proprie responsabilità
Il
“processo produttivo del bambino infelice”, dunque, non viene interrot-to
bensì
potenziato in tutti quei casi in cui gli insegnanti finiscono nei fa tti
per
praticare una pedagogia della rimozione e della negazione della soffe-renza.
La
tematizzazione educativa del valore del rispetto degli altri non
può
che partire da una considerazione rispettosa da parte dell’adulto dei
sentimenti
di rabbia, dolore, paura del bambino carenziato o maltrattato. Ed
inoltre
da una considerazione rispettosa e da un’elaborazione attenta da
parte
dell’educatore dei propri sentimenti spiacevoli di preoccupazione, al-larme,
impotenza
nei confronti del bambino sofferente e, ancora, dei propri
sentimenti
conflittuali di pena, inquietudine, rabbia, idealizzazione nei con-fronti
dei
suoi genitori.
La
riflessione critica di Alice Miller nei confronti dell’educazione rap-presenta
un
quadro fondamentale di riferimento: la psicoterapeuta zurighese
non
afferma che qualsiasi modello di relazione interpersonale fra l’adulto e
il
bambino è violento, ma che lo diventa nella misura in cui rifiuta l’impegno
a
comprendere e a rispettare la vita emotiva, quella propria e quella altrui,
nella
misura in cui va alla ricerca di tecniche e di strumenti pedagogici
al di
fuori
di un dialogo con l’infanzia intesa come dimensione non solo esterna,
ma
anche interna al soggetto
Alice
Miller pensa ad un modello di relazione interpersonale fra l’adulto
e
il bambino, fondato sul rispetto dei sentimenti del bambino e sull’ascolto
della
propria storia infantile da parte dell’adulto, piuttosto che su ricette
e-ducative
rigide
e su prescrizioni funzionali ai bisogni dell’educatore. Affi-darsi
a
principi, regole, tecniche, strumenti pedagogici, per quanto validi,
non
può sostituire l’impegno a sviluppare la capacità di empatia e di vicinan-za
emotiva
nei confronti del bambino.
In
assenza di una sensibilità emotiva nei confronti del dolore rimosso del-la
propria
infanzia e del dolore attuale dei bambini con cui si entra in rela-zione
principi,
regole, tecniche, strumenti pedagogici
finiscono per diven-tare
“protesi
educative”, prolungamenti artificiosi ed inautentici che tentano
invano
di sostituirsi all’handicap di ascolto e di disponibilità affettiva ed
emo-tiva
dell’adulto..12
La
citazione in epigrafe di Alice Miller può essere benissimo riferita al
mondo
della scuola. Potremmo così affermare: se gli insegnanti hanno d o-vuto
imparare
molto presto nella loro vita a ignorare i propri sentimenti, a
non
prenderli sul serio, anzi a disprezzarli o a deriderli, allora verrà loro a
mancare
la sensibilità necessaria per orientarsi nel rapporto con gli alunni.
In
sua sostituzione essi cercheranno di applicare, come protesi, i princìpi
educativi,
che certo non scarseggiano all’interno dei corsi di aggiornamen-to
e
di formazione istituzionali.
La
anti-pedagogia di Alice Miller è a ben vedere una pedagogia fondata
su
un’applicazione radicale e coraggiosa dei principi dell’intelligenza
emo-tiva
5
alla relazione con il bambino e alla
relazione con la propria infanzia
rimossa.
Peraltro
nell’ascolto dei propri sentimenti e nella confidenza con la pro-pria
vita
emotiva l’educatore empatico può anche trovare l’energia e la
chiarezza
per farsi rispettare e per restituire al bambino l’indispensabile
quadro
delle regole e dei limiti, un quadro che non rappresenta più il para-vento
dietro
cui l’adulto impone le proprie regole e i limiti dei propri biso-gni
narcisistici
e strumentali, ma che costituisce il principio di realtà che il
bambino
deve acquisire per modulare le proprie fantasie onnipotenti e per
crescere
in modo armonico..
Nell’ascolto
di sé l’educatore empatico può registrare gli effetti emotivi
spiacevoli
che certe richieste del bambino “imperiose, urgenti, onnipotenti”
producono
in lui e può “mostrarsi contrariato”6 e
contrapporsi in modo fer-mo
e
costruttivo a quelle richieste (cfr. in questo testo l’articolo 9 della
“Dichiarazione
dei principi e degli impegni degli insegnanti e dei di-rigenti
scolastici
di fronte al disagio e al maltrattamento degli allie-vi”).
3.
Lo sviluppo delle competenze emotive e relazionali
«Se
parlo le lingue degli uomini e anche quelle degli angeli, ma non ho amore, sono
un
metallo
che rimbomba, uno strumento che suona a vento. Se ho il dono di essere profeta e
di
conoscere
tutti i misteri, se possiedo tutta la scienza, (...) ma non ho amore, io non
sono
niente»7
. (San Paolo)
5
Cfr. D. Goleman, L’intelligenza emotiva,
Rizzoli, Milano, 1996 e J. Gottmann,
L’intelligenza
emotiva per un figlio, Rizzoli, Milano,
1997.
6
R. Siani, Psicologia del Sé,
Boringhieri, Torino, 1992, pp.74-75.
7
S. Paolo, “Prima lettera ai Corinzi”,
13, 1-2, in La Bibbia in lingua corrente, Elle dici Leu-mann,
p.
268..13
Sappiamo
che il maltrattamento all’infanzia è una questione impegnativa
da
affrontare con cautela, accortezza e consapevolezza della complessità.
Tuttavia
qui vogliamo sottolineare un’affermazione molto semplice e netta:
per
garantire una prevenzione del disagio e della sofferenza degli allievi è
fondamentale
attivare la sensibilità emotiva e la capacità di ascolto degli in-segnanti.
L’acquisizione
di conoscenze teoriche in materia psicologica o pedago-gica
può
essere certamente molto utile, ma non può risolvere il problema di
fornire
risposte di sostegno e di aiuto a quell’infinità di bambini che espri-mono
a
scuola i segni reiterati ed evidenti del loro malessere, evidenti ov-viamente
per
chi risulta emotivamente disponibile a percepirli e non ha gli
occhi,
le orecchie e la mente condizionate da interferenze annebbianti e pa-ralizzanti.
E’
lo sviluppo delle competenze emotive e relazionali degli in-segnanti
e
dei dirigenti scolastici l’obiettivo prioritario su cui concentrare gli
sforzi
(cfr. in questo testo gli articoli 6, 7 e 8 della “Dichiarazione dei
principi
e degli impegni degli insegnanti e dei dirigenti scolastici di
fronte
al disagio e al maltrattamento degli allievi”).
Altrimenti
l’“educazione
alla salute”, la “prevenzione del disagio”, la “funzione educa-tiva
e
sociale” della scuola finiscono inevitabilmente per esaurirsi in
un’ideologia
retorica e vuota, destinata a coprire il reale funzionamento di
un’istituzione,
a ben vedere adultocentrica, che scotomizza e mistifica
l’esistenza
quotidiana dei suoi piccoli utenti. Infatti l’educazione, a cui ven-gono
quotidianamente
sottoposti i bambini e la vita sociale reale degli allievi
continuano
spesso ad essere attraversate da una violenza e da una trascu-ratezza
che
si sottraggono al sapere sociale, allo scambio dialogico,
all’intervento
trasformativo degli adulti, che tendono a guardare altrove e ad
occuparsi
di altro.
La
concettualizzazione della differenza tra competenze emotive e rela-zionali
da
un lato e competenze tecniche e culturali dall’altro è di grande
importanza
non solo per gli insegnanti, ma per tutti gli operatori delle istitu-zioni
minorili
e per tutti i professionisti dell’infanzia, al fine di costruire una
cultura
dell’attenzione e dell’ascolto ai bisogni dei soggetti in età evolutiva.
Un’istituzione
che s’ostina, come purtroppo capita alla scuola italiana, a
privilegiare,
anche nei più recenti processi di riforma, lo sviluppo delle com-petenze
tecniche
e culturali nella formazione, nell’aggiornamento, nei criteri
di
selezione e promozione del personale, si preclude nei fatti la possibilità di
dare
una risposta adeguata ai bisogni più profondi dei suoi piccoli, che risul-tano
essere
bisogni emotivi e relazionali, prima ancora che bisogni di ap-prendimento
cognitivo.
Anche
la trasmissione agli insegnanti e agli educatori di informazioni re-lative
al
processo d’intervento istituzionale a protezione del minore può ri-.14
sultare
certo molto utile, ma tutt’altro che decisiva, se risulta scissa da un
processo
di crescita emotiva e relazionale degli insegnanti e dei dirigenti
scolastici.
Senza questa crescita le informazioni acquisite non possono es-sere
utilizzate
e le risposte di comprensione e di aiuto nei confronti dei mi-nori
a
disagio o maltrattati continuano ad essere tardive e carenti. Solo lo
sviluppo
della capacità d’identificazione dell’educatore con la sofferenza
dell’infanzia
possono consentire il superamento delle difese e delle resisten-ze
psichiche
che abitualmente si oppongono alla costruzione di risposte a-deguate
al
malessere degli allievi.
Nel
bagaglio ideologico dell’insegnante italiano non mancano i valori cul-turali
ed
etici del dialogo, del rispetto e della promozione del bambino in
quanto
persona. Ciò che risulta carente e problematica è la traduzione dei
principi
generali nel coinvolgimento diretto e quotidiano con gli alunni.
Emerge
una distanza tra un Ideale dell’Io dell’insegnante molto eleva-to
e
aspetti di inadeguatezza soggettiva e professionale difficilmente
ac-cettabili
e
riconoscibili, tra l’ideologia e la prassi, tra la disponibilità
dell’insegnante
sul piano dei principi e il suo atteggiamento difensivo ed an-sioso
di
fronte alla concretizzazione e alla soggettivazione dei problemi
emotivi
e relazionali nel quotidiano. Questo dato viene sottolineato con chia-rezza
dalla
riflessione critica, compiuta in questo libro da Anna Maltese e
da
Chiara Lucantoni, su una ricerca condotta sulla base di interviste appro-fondite
con
un gruppo di insegnanti sul tema della rappresentazione sociale
del
maltrattamento all’infanzia (cfr. “Insegnanti e rappresentazione so-ciale
del
maltrattamento”).
L’insegnante
“aperto” e “sensibile” che sa riflettere sulla condizione
dell’infanzia
e sa definire il concetto di ascolto è quello stesso che non ha
occhi
per le forme di maltrattamento che si manifestano all’interno della
sua
classe, è quello stesso che si difende massicciamente dalla concreta
assunzione
di una responsabilità educativa, sociale ed etica di fronte ad un
allievo
sofferente.
Dunque
la sensibilizzazione e la formazione degli insegnanti sulle temati-che
dell’ascolto
e della prevenzione del disagio non deve porsi come finalità
principale
quella della trasmissione di informazioni psicologiche, sociologi-che
o
giuridiche o di principi culturali od etici esposti nella loro astrattezza,
bensì
quella della maturazione di una consapevolezza emotiva e relazi onale
degli
insegnanti e dei dirigenti scolastici. Ovviamente una tale maturazione
non
può non sollecitare negli operatori scolastici il desiderio di acquisire
nuove
e indispensabili conoscenze per poter meglio rispondere al malessere
degli
allievi: per es. conoscenze relative agli indicatori del maltrattamento e
dell’abuso
o relative ai rapporti con il Servizio sociale o all’obbligo della
se-gnalazione
all’autorità
giudiziaria. In quest’ottica pubblichiamo in questo li-.15
bro
gli interventi di Annamaria Campanini (“Ruolo dell’assistente sociale
e
prevenzione del maltrattamento”) e
Cesare Castellani (“La segnala-zione
al
Tribunale per i minorenni: quando farla e perché”)
che forni-scono
un
contributo d’informa-zione sul rapporto tra la scuola e le istituzioni
socio-giudiziarie.
Un’attenta
elencazione sia degli impegni emotivi e relazionali, sia delle
conoscenze
e delle capacità sociali necessarie alla prevenzione del disagio e
del
maltrattamento degli allievi è contenuta nell’intervento di Maria Anto-nietta
Pinto
“Centralità delle emozioni e prevenzione del maltrattamen-to”.
Viene
sottolineata la determinante presenza dei sentimenti in tutti i
processi
educativi e didattici dell’insegnante e in tutte le prestazioni e gli
apprendimenti
degli allievi: solo riconoscendo la centralità della vita emotiva
si
può favorire un’esperienza scolastica “dove i bambini possano frequenta-re
volentieri,
con piacere, la scuola e trovare comprensione e conforto, se di
questo
hanno bisogno, per le loro sofferenze” e dove in prospettiva “ogni
bambino
possa sentirsi orgoglioso della propria unicità e accettato, amato e
stimato
per quello che è e non solo per quello che rende”.
Le
tre importanti funzioni che la scuola può svolgere nella risposta al
maltrattamento
(rilevazione, segnalazione, testimonianza) sono analizza-te
da
Stefano Cirillo nel suo intervento in questo libro (“Caratteristiche
della
famiglia abusante e contesto scolastico”).
Tutte e tre le funzioni
richiedono
agli insegnanti e ai dirigenti scolastici un livello sufficientemente
alto
di competenze emotive e relazionali. La funzione di testimonianza è la
funzione
più delicata, perché richiede una disponibilità consistente al conte-nimento
della
sofferenza e una capacità di infondere speranza.
Alice
Miller ha elaborato il concetto di “testimone soccorrevole”, inteso
come
colui che si rende esplicitamente disponibile a prendere le parti del
bambino
che ha subito violenza attraverso l’ascolto, la comprensione ed il
sostegno.
La presenza di un adulto testimone soccorrevole può, per questa
autrice,
segnare il futuro destino del bambino maltrattato: nei casi limite da
lei
illustrati, la presenza o l’assenza di un adulto capace di vicinanza emoti-va
e
di ascolto empatico nei confronti della sofferenza del bambino maltrat-tato
può
contribuire a farlo diventare un dittatore spietato come Hitler o, al
contrario,
un artista che con le sue opere arricchisce l’umanità.8
Occorre
peraltro tenere presente, ricorda Cirillo, che “il crinale tra te-stimonianza
e
istigazione può essere sottile”. E’ possibile comunque impa-rare
ad
individuare e tenere sempre presente quel crinale, evitando da un
lato
di valicarlo con atteggiamenti suggestivi e induttivi e sviluppando
dall’altro
quella vicinanza emotiva che permette al bambino maltrattato di
8
Cfr. A. Miller, La persecuzione del
bambino, Boringhieri, Torino, 1997..16
confidarsi,
di precisare la narrazione della violenza subita, di trovare confor-to,
speranza
realistica di ottenere giustizia e riparazione.
La
testimonianza di un adulto disponibile diventa allora un impegno che
può
riuscire a contrastare in un bambino maltrattato la solitudine, il disprez-zo
di
sé, la perdita di fiducia nel mondo adulto, la disperazione, che possono
pesare
dentro la mente di un allievo vittima di abuso o di maltrattamento.
Ci
sono insegnanti che sono riusciti e riescono a svolgere questa funzio-ne
di
testimone soccorrevole, senza dimenticare il proprio ruolo professio-nale
ed
istituzionale di docenti e senza sconfinare in un atteggiamento onni-potente
di
pretesa di svolgere una funzione salvifica nella vita del ragazzo.
Ci
sono insegnanti che sono riusciti e riescono ad ascoltare il bambino
sof-ferente,
a
metterlo a proprio agio nel dialogo, a raccogliere comunicazioni
delicate
e sconvolgenti dei loro allievi, non respingendo in modo difensivo il
bisogno
di parlare e la richiesta di aiuto dell’allievo e assumendo un ruolo di
confidente
che nessun altro avrebbe potuto svolgere, senza per questo
sconfinare
nel campo dell’attività professionale specifica dello psicologo e
senza
peraltro trascurare l’attivazione di altri interventi istituzionali e di altre
figure
professionali nell’interesse dell’allievo sofferente (cfr. l’articolo 16
della
già citata “Dichiarazione dei principi e degli impegni degli inse-gnanti
e
dei dirigenti scolastici di fronte al disagio e al maltrattamento
degli
allievi”).
L’insegnante
testimone soccorrevole non cede dunque ai vissuti di im-potenza
dell’alunno
maltrattato, né assume atteggiamenti di onnipotenza
salvifica
che semplificano i problemi da affrontare e negano la necessità di
procedere
attraverso passaggi meditati e attraverso l’attivazione di più in-terventi
e
di più figure professionali.
4.
Il maltrattamento invisibile, il maltrattamento impensabi-le
«Certe
schegge erano grandi press’a poco come grani di sabbia e, volando attorno al
va-sto
mondo
andarono a finire negli occhi degli uomini; lì si posarono, e allora gli uomini
vid e-ro
tutto
a rovescio. (...)
A
certi uomini un pezzetto di specchio arrivò addirittura in cuore; e allora,
cosa spaven-tosa,
il
cuore diventò come un grumo di ghiaccio!» (Hans Christian Andersen) 9
9
H.C. Andersen, La regina delle nevi,
cit. in F. Borgogno, L’illusione di osservare, Giap-picchelli,
Torino,
1978, XX..17
Il
maltrattamento all’infanzia risulta invisibile, in quanto è impensabile.
Noi
possiamo percepire solo le forme che in qualche misura abbiamo già in
mente.
Il maltrattamento all’infanzia è un fenomeno che tende ad essere
evacuato
dalla mente per diverse ragioni. Essendo troppo doloroso da
pensare,
il fenomeno risulta troppo difficile da percepire.
Se
il maltrattamento non può essere neppure mentalizzato in via ipoteti-ca,
non
può ovviamente essere riscontrato nella realtà. L’ipotesi del
maltrat-tamento
si
espone ovviamente alla sua verifica oppure alla sua falsificazio-ne.
L’impossibilità
invece di formulare una tale ipotesi comporterà inevita-bilmente
una
negazione aprioristica del maltrattamento.
Per
es. fin tanto che mancava alla scienza e alla pratica medica la cate-goria
clinica
della sindrome del bambino battuto il maltrattamento fisico non
poteva
essere diagnosticato. La medicina e la pediatria hanno dovuto atten-dere
le
analisi di Kempe del 1962 per poter pervenire alla pensabilità
dell’ipotesi
dolorosa e sconcertante, in base alla quale gli stessi genitori pos-sono
diventare
capaci di violentare fisicamente i loro figli anche neonati.
Negli
Stati Uniti era stata perfino individuata una sindrome di ipersensibilità
alle
contusioni su ossa ancora immature, per spiegare i gravi traumatismi fi-sici
presentati
da bambini molto piccoli, che arrivavano in Pronto Soccorso,
senza
dover ipotizzare la violenza dei genitori.
Di
fronte all’intensità dei sentimenti negativi e spiacevoli connessi alle
si-tuazioni
di
maltrattamento e di abuso, si può attivare massicciamente negli
operatori
psico-sociali, negli educatori, nei medici e nei giudici il ricorso a
meccanismi
difensivi che proteggono la mente dall’impatto con la sofferen-za:
meccanismi
di rimozione, negazione, scissione, distacco emotivo,
razionalizzazione
e idealizzazione.10
Ciò
che porta la comunità adulta e la stessa comunità scientifica a sot-trarsi
alla
responsabilità di percepire in modo pieno e responsabile il feno-meno
del
maltrattamento e dell’abuso all’infanzia è in particolare la difficol-tà
a
mentalizzare la penosa ed intollerabile situazione di impotenza delle
piccole
vittime, la loro radicale perdita di controllo sulla violenza che si è
abbattuta
su di loro, la loro drastica perdita di capacità di comprensione e di
significazione
delle ragioni del trauma subìto. 11
10
Cfr. C. Roccia, C. Foti, “‘Occhio non
vede, cuore non duole’. Operatori minorili e mecca-nismi
di
difesa nella gestione dei casi di abuso sessuale”, in C. Roccia, C. Foti (a
cura di),
L’abuso
sessuale sui minori. Educazione sessuale, prevenzione e trattamento,
Unicopli, Mi-lano,
1994.
11
Cfr. F. de Zulueta, Dal dolore alla
violenza, Cortina, Milano, 1999..18
Altrove
12 uno
di noi curatori ha analizzato i quattro ordini di ragioni
per
cui la violenza all’infanzia può risultare tendenzialmente impensabile da
parte
degli operatori e dei professionisti che lavorano nelle istituzioni minori-li:
a)
l’esigenza di difendersi dal dolore e dall’impotenza vissute dalle vitti-me;
b)
l’evitamento della confusione connaturata al maltrattamento e
all’abuso;
c) il bisogno di mantenere il ricorso all’idealizzazione della fami-glia
e
dei genitori; d) l’ansia associata all’inevitabità del conflitto che segue
ad
una responsabile rilevazione del maltrattamento.
Se
prendiamo in considerazione quelle situazioni nelle quali il bambino
maltrattato
ha continuato, magari per anni, ad andare a scuola e a mostrare
pesanti
indicatori di malessere senza che nessuno fosse in grado di prestar-gli
attenzione
e di avviare conseguentemente un intervento di ascolto e di
aiuto,
ci rendiamo conto come il maltrattamento sia risultato invisibile per i
suoi
insegnanti in quanto si poneva come impensabile. Pensiamo al caso di
Silvestro
Delle Cave, di cui si sono occupati i mass media nel 1997 13
: prima
di
essere assassinato da un gruppo di pedofili, il bambino per mesi aveva
e-videnziato
a
scuola vari segnali di disagio, tra cui marcati comportamenti
adultizzati
e una frequenza scolastica più che discontinua. Pensiamo ad al-cuni
altri
casi che abbiamo seguito direttamente, nei quali la scoperta delle
violenze
ai danni dei bambini è avvenuta a seguito di varie circostanze veri-ficatesi
al
di fuori del contesto scolastico: con il “senno di poi” s’è scoperto
che
le piccole vittime avevano lanciato varie e reiterate richieste di Sos ai
loro
insegnanti senza che i loro messaggi venissero raccolti.
In
questi casi ciò che ha impedito sul piano emotivo agli insegnanti di
percepire
ed elaborare i segnali del malessere dei bambini, registrandoli con
congruo
allarme e con il necessario coinvolgimento, sono stati appunto i
quattro
ostacoli sopra descritti alla pensabilità del maltrattamento.
Ri-conoscere
quei
segnali come meritevoli di attenzione e preoccupazione a-vrebbe
significato:
a) coinvolgersi in sentimenti di dolore e di impotenza
nell’identificazione
con il bambino, in quanto possibile vittima di violenza; b)
affrontare
la confusione e il disorientamento nel dover pensare alla realtà
dell’allievo
con schemi così lontani da quelli abitualmente usati per inqu a-drare
le
situazioni personali e familiari dei bambini; c) mettere in discussio-ne
l’idealizzazione
delle figure genitoriali degli allievi, conosciute magari
come
rassicuranti e perbene; d) esporsi alla prospettiva ansiogena dei con-flitti
che
si aprono nel momento in cui l’insegnante non fa più finta di non
12
Cfr. C. Foti, “Pregiudizio e valutazione
dell’abuso sessuale in danno dei minori”, in Mino-rigiustizia,
in
corso di pubblicazione).
13
Cfr. C. Foti, “L’impatto di un
assassinio dalla rimozione della sofferenza infantile alla
proiezione
della colpa (e ritorno)”, in Minori giustizia, n. 2, 1997..19
vedere
e sceglie di segnalare il caso al servizio sociale o all’autorità
giudi-ziaria.
I
bambini maltrattati sono bambini trattati male innanzitutto dai
proces-si
mentali
con cui gli adulti pensano a loro. I bambini maltrattati in famiglia
sono
bambini rappresentati in modo distorto dalle figure che dovrebbero a-vere
la
responsabilità del loro accudimento. I bambini maltrattati in famiglia
diventano
bambini invisibili, nella misura in cui la loro condizione di diffi-coltà
e
di malessere non è percepita o è percepita in modo inadeguato o di-storto
dagli
insegnanti. I bambini invisibili sono i bambini oggetto di violen-ze,
di
trascuratezze, di strumentalizzazioni, la cui situazione personale non è
talvolta
neppure ipotizzata, neppure pensabile dagli operatori della scuola.
Ciò
che risulta invisibile e impensabile in questi allievi è dunque
la ra-dice
del
loro disagio che sta, nel caso del maltrattamento intrafamiliare, nel-le
relazioni
con le figure genitoriali. Nel caso invece del maltrattamento in-trascolastico
l’origine
del malessere che interferisce con l’equilibrio psico-fisico
del
bambino e costituisce oltretutto problema per l’apprendi-mento,
sta
nelle stesse modalità di tipo violento e manipolatorio con cui l’insegnante
imposta
la sua attività e regola la vita scolastica. Ciò che spesso risulta in-visibile
e
impensabile anche da parte degli adulti più sensibili che operano
nella
scuola sono le cause ambientali e relazionali della sofferenza degli a-lunni,
cause
che rinviano alle responsabilità di altri adulti fuori o dentro la
scuola.
Lo
stesso tema scuola e maltrattamento è anch’esso invisibile e im-pensabile.
Non
a caso nel nostro paese, dove si sprecano iniziative cultura-li
dedicate
al mondo della scuola, l’unico convegno nazionale che ci risulti si
sia
svolto in Italia è stato quello intitolato “Bambini invisibili.
Maltratta-mento
all’infanzia
e scuola”, organizzato a Torino nel novembre 1996 dal
Centro
Studi Hänsel e Gretel (da cui provengono alcuni interventi di questo
libro).
Nonostante la realtà del maltrattamento pesi massicciamente e quoti-dianamente
sulla
disponibilità umana e sul carico professionale degli inse-gnanti,
il
problema significativamente risulta ampiamente trascurato dalla ri-flessione
culturale
e pedagogica dell’istituzione scuola.
5.
Il maltrattamento più impensabile: il maltrattamento in-trascolastico
«Le
vie dell’inferno sono lastricate di buone intenzioni.» (proverbio italiano)
In
molti interventi di questo libro si sottolineano le tendenze adultocentri-.20
che
della scuola, che si esprimono nella svalutazione della soggettività del
bambino
e nel disprezzo della sua vita emotiva. (cfr. fra l’altro gli articoli 1,
2
e 3 della “Dichiarazione dei principi e degli impegni degli insegnanti
e
dei dirigenti scolastici di fronte al disagio e al maltrattamento degli
allievi”).
In
effetti le ideologie, le prassi, le regole, le modalità di lavoro e verifica
del
personale nella scuola tendono a privilegiare i bisogni e gli interessi più
immediati
degli adulti piuttosto che i bisogni più profondi di comunicazione,
di
relazione e di benessere dei più piccoli utenti.
Il
bambino che nell’infanzia ha sofferto in vari modi e a vari livelli per
l’insensibilità
dimostrata nei confronti delle sue emozioni e dei suoi bisogni
dalle
persone per lui più significative (genitori, educatori, insegnanti, ecc.) è
sopravvissuto
dimenticandosi via via della propria sofferenza e respingendo
sempre
più il ricordo penoso di ciò che è mancato. . Una volta divenuto a-dulto,
e
magari anche insegnante, “finalmente” può identificarsi con un ruo-lo
forte
e può tendere a riprodurre l’atteggiamento di insensibilità nei con-fronti
della
vita emotiva degli alunni: quell’atteggiamento che un tempo ha
subito
ed interiorizzato. L’adulto, in sostanza, perdendo le radici vitali della
propria
infanzia, non ha più gli strumenti necessari per empatizzare e com-prendere
coloro
che stanno invece vivendo proprio quella fase della vita.
Nello
spazio e nel tempo scolastico, dove ci sarebbe necessità e modo di
ascoltare
i bambini, gli adulti tendono a parlare sempre. Nell’istituzione che
dovrebbe
promuovere la crescita dell’infanzia prevale una logica di autotu-tela
adultocentrica
dell’organizzazione. Nel luogo che dovrebbe funzionare
come
un asilo, come un luogo protetto dalle incursioni del maltrattamento e
della
strumentalizzazione (cfr. in questo libro l’intervento di Claudio Foti
“La
protezione dei bambini dalla violenza e dalla rapina”),
la violenza
può
farsi strada e il rifugio può trasformarsi in lager.
Esiste
un maltrattamento intrascolastico diffuso, che non deve essere
sottovalutato
nei suoi effetti dannosi e che può appartenere in maggiore o
minore
misura a tutti gli insegnanti, anche ai più aperti e ai più sensibili. Esi-ste
poi
una seconda forma, più strutturale e più nociva, di maltrattamento
intrascolastico,
compiuto da quegli insegnanti che possono essere definiti
maltrattanti
per l’intensità e la sistematicità
dei propri comportamenti di-struttivi
nei
confronti degli alunni, a seconda dei casi, sul piano fisico, sul
piano
sessuale, sul piano della grave trascuratezza ed infine sul piano psico-logico.
Entrambe
le forme della violenza intrascolastica devono essere og-getto
di
un impegno collettivo di mentalizzazione e di responsabilizzazione:
solo
così potranno diventare meno invisibili e meno incontrastate di quan-to
purtroppo
siano oggi.
Il
maltrattamento intrascolastico di tipo psicologico è la forma più estesa.21
e
difficile da riconoscere. Il tema mette fortemente in discussione sia gli
in-segnanti
che
i dirigenti scolastici e suscita non a caso fortissime resistenze,
superiori
sicuramente a quelle, già consistenti, che si incontrano
nell’affrontare
la tematica del maltrattamento intra-familiare.
Il
fenomeno del maltrattamento psicologico operato dagli insegnanti de-ve
essere
approfondito considerando per lo meno quattro livelli:
a) il
piano delle “buone intenzioni” pedagogiche e delle razionalizza-zioni
educative,
che accompagnano sempre gli atteggiamenti di sadismo
psicologico
da parte degli insegnanti (per es. il desiderio di cambiare e “cor-reggere”
l’allievo,
di pungolarlo e di farlo rendere al meglio, di trasmettergli
il
senso del limite e delle regole, di educarlo alle difficoltà, di far sì che
nel
gruppo
classe tutti siano uguali e ugualmente trattati, ecc...);
b) il
piano delle operazioni mentali per es.
(la rappresentazione mentale
inadeguata
e distorta dei bisogni e difficoltà del bambino, la prospettazione
di
compiti e obiettivi di apprendimento sproporzionati per eccesso o per di-fetto
alle
risorse e alle capacità del bambino; la proiezione di parti negative
del
Sé dell’insegnante, ecc...
c) il
piano dei comportamenti e degli atteggiamenti (insultare,
squalifi-care,
umiliare,
dividere i bambini tra “buoni” e cattivi; deridere e favorire lo
scherno
tra compagni; far finta che un bambino non esista, terrorizzare con
scoppi
di collera o minacce, mobilitare la famiglia in senso repressivo
ecc...)
d) il
piano degli strumenti (le punizioni, i
contenuti del discorso, il tono di
voce,
il giudizio, la correzione dei lavori, la scheda di valutazione, il colloquio
con
i genitori ecc.).
Nel
libro vengono prese in considerazione due realtà problematiche,
drammaticamente
significative, di maltrattamento intrascolastico riguardanti
due
piccoli paesi del Piemonte.
In
primo luogo viene analizzata una vicenda di violenza sadica e prolun-gata
da
parte della direttrice di un asilo, una vicenda che si è conclusa con
una
condanna penale della direttrice a sei mesi di reclusione (cfr. in questo
libro
l’intervento di Emilia Rossi e Antonina Scolaro dal titolo “Procedi-mento
penale
per ‘Maltrattamento verso fanciulli’ contro suor R., in-segnante
religiosa
di scuola materna”). L’intervento
di Claudio Foti
(cfr.
“L’asilo lager di S. Giorgio Canavese: come è potuto succedere?
Violenza
istituzionale all’infanzia e adultocentrismo)
sviluppa una ri-flessione
su
come e perché è potuto accadere che all’interno di una istitu-zione
preposta
al sostegno del processo evolutivo dei bambini una educatri-ce
si
sia trasformata in un’aguzzina e soprattutto come un’intera comunità
dalle
famiglie alla scuola, dai religiosi ai medici abbiano potuto assumere un.22
atteggiamento
d’insensibilità e di negazione nei confronti dei segnali evidenti
e
prolungati della sofferenza dei bambini.
In
secondo luogo Claudio Foti ricostruisce un’iniziativa di sensibilizzazio-ne
portata
avanti sul tema del maltrattamento in una realtà di paese (cfr. il
testo
“Quando la scuola può essere violenta. Il maltrattamento rimosso
in
un piccolo paese (come ce ne sono tanti)”.
Nel corso di questa inizia-tiva
di
sensibilizzazione emerge che nella situazione scolastica locale circo-lano
atteggiamenti
di violenza da parte degli insegnanti, di irresponsabilità da
parte
del dirigente scolastico e di omertà da parte delle famiglie. Questi
at-teggiamenti
si
erano già manifestati in forme eclatanti in una vicenda molto
grave
accaduta nello stesso paese oltre dieci anni fa quando si era scoperto
che
per anni un insegnante pedofilo e violento, avvalendosi di vaste collu-sioni
istituzionali,
familiari e sociali, aveva imposto metodi terroristici ai
bambini:
una vicenda, non elaborata, evacuata dalla consapevolezza del pa-ese
e
pertanto destinata ad incombere e a produrre una “coazione a ripete-re”.
Nelle
due situazioni compaiono nei bambini situazioni sintomatologiche
da
maltrattamento intrascolastico di diversa entità e consistenza, ma co-munque
analoghe:
manifestazioni insistenti di angoscia associate alla pro-spettiva
di
andare a scuola e alla figura dell’insegnante, somatizzazioni del
disagio,
incubi, rifiuto dell’apprendimento, pezzi di cibo nascosti e sottratti
alla
mensa scolastica, ecc...
Compare
in forme sconvolgenti in entrambe le situazioni la collusione
delle
famiglie con l’autorità sadica
dell’insegnante, che gode agli occhi dei
genitori
di un’immagine socialmente e narcisisticamente forte: un’immagine
che
può venire utilizzata dall’insegnante stesso come una licenza di
maltrat-tare.
Per
anni, nelle vicende più gravi di maltrattamento intrascolastico de-scritte
nel
libro, i bambini sono tornati a casa dopo aver subito violenze ine-narrabili
e
hanno manifestato quotidianamente ai genitori le tracce vive e
sofferte
delle ferite soprattutto mentali, quotidianamente riportate in ambito
scolastico,
senza che i loro disagi e le loro lamentele abbiano potuto essere
prese
in seria considerazione dalle famiglie.
Ben
al di là delle vicende circoscritte che sono documentate in questo li-bro
occorre
affermare che l’insegnante a tutt’oggi nel nostro paese dispone
di
un potere di manipolazione psicologica e di una capacità potenziale di
maltrattamento
che egli di fatto può agire, nella maggior parte dei casi, in
maniera
sostanzialmente indisturbata, a meno che non sia trattenuto dalle
componenti
sane e responsabili della propria mente. Il potere di controllo e
di
inibizione rappresentato dalle famiglie da un lato e dai dirigenti scolastici
dall’altro
in alcune situazioni sta aumentando, ma rimane generalmente
scarso
o assente..23
In
questo libro nell’intervento “Il maltrattamento da parte degli
inse-gnanti
e
i diritti dei bambini” Claudio Foti,
Marisa De Angeli, Enrica Pa-storino
analizzano,
sul piano istituzionale psicologico, istituzionale e giuridico,
le
solidarietà e le garanzie di cui possono avvalersi gli insegnanti maltrattanti
e,
a fronte di questo dato, la drammatica carenza di garanzie e di diritti per
il
rispetto dell'integrità mentale e del benessere relazionale dell'allievo.
Nel
rapporto tra scuola e famiglia va sottolineato il rischio di
un’alleanza
adultocentrica tra genitori insensibili e insegnanti maltrattanti.
La
logica dei genitori può essere la seguente: “Meglio non ascoltare la
sof-ferenza
dei
figli, se questa mette in discussione l’autorità dell’insegnante.
Meglio
non ascoltare i segnali di malessere dei figli se questi sollecitano a
formulare
l’ipotesi impensabile che gli insegnanti possano essere violenti
ed
inadeguati.” Esiste d’altra parte il rischio simmetrico: e cioè quello di
un’alleanza
adultocentrica tra insegnanti insensibili e genitori maltrattanti.
La
logica degli insegnanti può diventare la seguente: “Meglio non ascoltare
la
sofferenza degli allievi, se questa mette in discussione l’autorità del
geni-tore.
Meglio
non ascoltare i segnali di malessere degli allievi se questi solle-citano
a
formulare l’ipotesi impensabile che i genitori possano essere vio-lenti
ed
inadeguati.”
Di
fronte agli atteggiamenti adultocentrici che circolano nell’istitu-zione
scuola,
di fronte alle gravi carenze di risposta ai fenomeni del maltrattamen-to
intrascolastico
e del maltrattamento intrafamiliare degli allievi, di fronte
alla
scarsa diffusione di pratiche di ascolto e di prevenzione del malessere,
l’Associazione
Rompere il Silenzio propone come base di discussione e de-finizione
di
linee guida operative per una battaglia dalla parte dei bambini la
Dichiarazione
dei principi e degli impegni degli insegnanti e dei diri-genti
scolastici
di fronte al disagio e al maltrattamento degli allievi.
Si
tratta solo di un inizio. Un punto di partenza per una battaglia culturale
che
sarà sicuramente lunga e ardua, perché richiede un atteggiamento psi-cologico,
culturale
ed etico, impegnativo.
Ci
auguriamo in conclusione che questa Dichiarazione e questo stesso
libro
possano contribuire a sviluppare tutti gli anticorpi necessari per supe-rare
ed
eliminare il rischio, oggi drammaticamente presente, che la scuola
possa
risultare collusiva con la violenza all’infanzia o addirittura essa stessa
scuola di violenza.