Introduzione
di
Cristina Roccia
Noi
esseri umani siamo le più complesse e contorte creature viventi.
Possiamo
amare, proteggere, istruire ed arricchire, ma ugualmente
degradiamo,
umiliamo, asserviamo, odiamo, distruggiamo e uccidiamo.
Un
uomo può tenere teneramente in braccio il suo neonato e un attimo
dopo
picchiare selvaggiamente la moglie, può essere un rispettabile uomo
d’affari
ed in famiglia un perverso sadico e distruttivo. Ancora oggi non
riusciamo
a comprendere perché siamo la specie più crudele e spietata che
sia
mai comparsa sulla faccia della terra, e innumerevoli sono gli studiosi
che
nei secoli hanno cercato di dare una spiegazione alla violenza umana
producendo
decine di migliaia di libri in tutto il mondo. Solo recentemente
l’attenzione
dei ricercatori si è posta in modo rigoroso sulle conseguenze
che
la violenza produce su coloro che la subiscono, attenzione sviluppatasi
alla
fine degli anni settanta negli Stati Uniti a seguito dell’enorme numero
di
ex soldati gravemente sofferenti al termine della guerra del Vietnam,
particolarmente
spietata e traumatica per coloro che, con ruoli differenti,
l’hanno
vissuta. Nel tentativo di aiutare le vittime di guerra, dei campi di
concentramento,
dei disastri naturali (troppo spesso provocati dall’uomo),
si
è incominciato a capire quanto sia emotivamente vulnerabile la nostra
specie,
quanto gli esseri umani siano indispensabili gli uni agli altri, e quali
devastanti,
ed a volte irrimediabili, danni vengano arrecati all’individuo
che
viene esposto a gravi violenze.
Un
contributo determinate allo studio del trauma e delle origini della
violenza
è stato portato dalla psicologia delle relazioni oggettuali (Horner),
dalla
teoria dell’attaccamento di Bowlby e dalla psicologia del Sé di
Kohut,
sintetizzate e rielaborate da Felicity De Zulueta nel suo
straordinario
lavoro su queste tematiche (1999), in cui evidenzia
l’importanza
delle relazioni interpersonali, in particolare di quelle precoci,
nel
determinare il modo in cui percepiamo noi stessi e ci relazioniamo con.gli
altri, e individua l’origine di molti comportamenti violenti nella perdita
precoce
di relazioni di attaccamento significative, nella deprivazione
affettiva,
in maltrattamenti subiti durante l’infanzia. De Zulueta afferma
che
la violenza può essere considerata come il risultato del fallimento
dell’accudimento,
definendolo il prodotto di “un attaccamento andato a
male”.
L’esperienza clinica del Centro Studi Hänsel e Gretel con vittime di
gravi
maltrattamenti, con famiglie violente e con adulti pedofili, conferma
pienamente
questa interpretazione.
Milioni
di bambini nel mondo sono vittime o testimoni di violenze,
anche
estremamente gravi, che si verificano in famiglia, nella scuola (negli
Stati
Uniti è diventato ormai quasi normale che i ragazzini si rechino a
scuola
armati), nella comunità in genere. Ma che cosa si intende per
“violenza”?
Nel definire un comportamento come “violento” non
possiamo
prescindere dal dare un significato ad una forma di
comportamento
interpersonale, ed anche se questa valutazione potrebbe
sembrare
completamente oggettiva, in realtà non lo è affatto. Il modo con
cui
un individuo percepisce il mondo e dà significato a ciò che accade
attorno
a lui è fortemente collegato al senso di sé, alla cultura in cui viene
allevato,
ai valori di riferimento della società in cui vive. Ancora oggi,
nonostante
gli enormi progressi che la nostra società ha fatto rispetto al
riconoscimento
dei bisogni dei bambini e degli adolescenti, il
maltrattamento
nei confronti dei soggetti in età evolutiva rimane in gran
parte
non riconosciuto, sottovalutato nella sua diffusione e nelle sue
conseguenze.
Una società funziona in modo direttamente proporzionale
alle
pratiche di accudimento e di educazione dei propri bambini. Se i
bambini
sono ignorati, male istruiti e non sono protetti dalla violenza, si
svilupperanno
adulti che creano una società reattiva, non creativa e
soprattutto
violenta. Tutte le società raccolgono ciò che hanno seminato,
ed
i semi sono proprio i bambini. Oggi, benché siano ormai innumerevoli
ed
inequivocabili le ricerche che dimostrano che tanto è maggiore la
traumatizzazione
di un individuo tanto più elevato è il rischio che quel
soggetto
sviluppi comportamenti violenti, la società continua a non
investire
quasi alcuna risorsa per cercare delle risposte adeguate al
fenomeno
del maltrattamento all’infanzia, in particolare per prevenirlo ma,
quando
il maltrattamento è già stato messo in essere, per curarne i danni
affinchè
il ciclo della violenza non si perpetui. La comunità continua a
dare
risposte semplicistiche e del tutto inadeguate al maltrattamento
all’infanzia,
forse anche perché ancora non si è compreso fino in fondo il
rapporto
indelebile fra le esperienze iniziali della vita di un individuo e la.sua salute
mentale una volta diventato adulto, la sua capacità di controllare
la
propria aggressività, la sua disponibilità a cooperare con il prossimo.
Quando
il mondo si trova davanti all’orrore di alcuni crimini contro
l’infanzia
particolarmente efferati, quali per esempio quelli commessi da
pedofili
assassini, si sollevano campagne stampa allarmistiche tese a
trovare
soluzioni immediate, e come sempre semplicistiche. Quando per
esempio
nell’estate 2000 un gruppo di ragazzi poco più che adolescenti ad
Andria
ha tentato di violentare e poi ha bruciato viva una bambina di otto
anni
“per il piacere di vederla soffrire, di guardarla negli occhi mentre
bruciava”
(dichiarazioni, riportate sui giornali, di uno dei ragazzi che ha
confessato
l’omicidio), l’Italia intera rimase sconvolta, scioccata da tanta
violenza
gratuita. Si parlò in modo concitato di nuove campagne di
prevenzione
contro la pedofilia, di pena di morte, della pubblicazione sui
giornali
delle liste dei nomi delle persone condannate per pedofilia (cosa
poi
prontamente fatta con esiti ovviamente infausti), si chiese vendetta
oltre
che giustizia. Ciò che ciascuno di noi prova di fronte a tanto orrore è
prima
di tutto incredulità, sconcerto: se un uomo da solo potremmo
definirlo
“pazzo”, “maniaco”, con paroloni che ci rassicurano perché
relegano
l’altro nella categoria del mostruoso e quindi come “altro da noi”,
come
potremmo riuscire a fare altrettanto se gli assassini sono cinque, tutti
apparentemente
normali ragazzini di provincia? E come possiamo inserire
nella
rassicurante categoria della “pazzia” le migliaia di persone che in
Bosnia
hanno ucciso e violentato donne e bambini, o i turisti sessuali che
non
esitano a violentare e seviziare bambine anche piccolissime solo
perché
si trovano in un paese straniero dove tutto è permesso purché si
paghi,
o i visitatori di quei siti internet che propongono fotografie e film in
cui
bambini e adolescenti (e non in fotomontaggio ma chiaramente veri,
come
troppe volte le indagini di Polizia hanno accertato) vengono non solo
abusati
ma persino seviziati, uccisi, tagliati a pezzi, bruciati, sacrificati a
Satana?
Di fronte a tutto ciò troppe volte restiamo privi di spiegazioni,
impotenti,
in balia dell’orrore e dello sconcerto, emozioni che ben presto
verranno
relegate nell’oblio collettivo in attesa che un nuovo mostro si
faccia
largo sulle prime pagine dei giornali.
I
problemi collegati alla violenza sono complessi, ma possono essere
trovate
delle soluzioni. La scelta delle soluzioni giuste spetta a noi. Se,
come
società, continuiamo ad ignorare ciò che la biologia, la medicina, la
psicologia,
la psichiatria e tante altre scienze ci hanno ormai dimostrato
rispetto
alle origini della violenza, il potenziale dell’umanità rimarrà
irrealizzato
e la violenza continuerà ad essere, purtroppo, così tragicamente
diffusa.
I genitori, gli educatori, i professionisti che a vario titolo si.prendono cura
dei bambini, i politici, hanno il potere di prendere decisioni
che
aumenteranno o faranno diminuire la violenza nelle vite dei nostri
bambini.
Le loro decisioni faranno diminuire od aumentare la violenza
nella
nostra società, aumentando o diminuendo il numero di adulti sadici,
violenti,
perversi che ogni giorno devastano la nostra comunità.
Questo
libro ha come scopo principale quello di sensibilizzare la
comunità
adulta al tema del maltrattamento all’infanzia, con particolare
riferimento
al tema dell’abuso sessuale che è una forma di violenza
particolarmente
diffusa, anche se ancora troppo poco conosciuta, e
particolarmente
grave rispetto ai danni che produce in chi la subisce.
La
prima parte del libro propone al lettore una riflessione
sull’impensabilità
dell’abuso sessuale e della violenza ai danni dei
minori,
ancora oggi troppo poco riconosciuto
sia nella sua diffusione che
nelle
sue conseguenze sulle vittime e, di conseguenza, sull’intera società,
che
si trova a dover convivere con individui violenti e perversi. Claudio
Foti
analizza le motivazioni che impediscono agli adulti di vedere fino in
fondo
la diffusione e i danni del maltrattamento contro l’infanzia, e quindi
di
cogliere gli indicatori di disagio e abuso nel minore. Ettore Perrella
propone
un’interessante riflessione sulle resistenze della psicanalisi ad
occuparsi
dell’abuso sessuale, sia rispetto alla cura delle vittime, che a
quella
del soggetto che commette l’abuso.
Il
tema dell’impensabilità della violenza ai danni dei bambini viene
ripreso
anche nella seconda parte del volume, per esempio nell’articolo
sugli
abusi di tipo ritualistico. “In qualunque modo questa guerra finisca
la
guerra contro di voi l’abbiamo vinta noi”,
scrive Primo Levi riportando
quanto
i nazisti dicevano agli ebrei durante la seconda guerra mondiale.
“Nessuno
di voi rimarrà per portare testimonianza, ma se anche qualcuno
scampasse,
il mondo non gli crederebbe. Forse ci saranno sospetti,
discussioni,
ricerche di storici, ma non ci saranno certezze, perché noi
distruggeremo
le prove insieme a voi. E quando anche qualche prova
dovesse
rimanere, e qualcuno di voi sopravvivere, la gente dirà che i fatti
che
voi raccontate sono troppo mostruosi per essere creduti: dirà che sono
esagerazioni
della propaganda alleata, e crederà a noi, che negheremo
tutto,
e non a voi. La storia dei Lager, saremo noi a dettarla” (P.
Levi,
1986).
Primo Levi dà voce con questo suo brano non solo ai sentimenti di
tanti
ebrei vittime dei nazisti, ma a quelli dei tanti bambini vittime di
violenze
così efferate e cr udeli, apparentemente senza scopo alcuno se non
il
sadismo di coloro che le compiono, da risultare incredibili ed
impensabili.
Chi avrebbe potuto ritenere veritiero il racconto di cinque
ragazzini
che violentano e bruciano viva una bambina solo per divertirsi,.se non fosse
stato trovato il cadavere della vittima? Troppo spesso la
violenza
contro i bambini non lascia prove evidenti o inequivocabili sul
corpo
di chi la subisce, ed in particolare rispetto agli abusi ritualistici
l’assenza
di prove certe ha sempre permesso che il dubbio relegasse nel
silenzio
crimini efferati a cui la società preferisce non pensare.
Attraverso
l’analisi di un caso Claudio Foti propone una riflessione
sulle
premesse mentali necessarie alla costruzione di un efficace processo
di
intervento a protezione del bambino,
processo dove errori e strategie
contraddittorie
e confuse sono il prodotto di un’ottica adultocentrica. Laura
De
Rui, partendo da un osservatorio giuridico, si sofferma sull’intervento
penale
nei casi di abuso sessuale in danno ai minori. Laura De Rui parte
dall’amara
riflessione che l’ingresso nelle aule di giustizia (e nelle stanze
delle
forze dell’ordine) fa perdere ai bambini lo “status di persona”: “Il
procedimento
penale viene condotto sul presupposto, che ne influenza
l’intero
corso, della inaffidabilità di queste piccole parti offese e della
falsità
delle loro affermazioni. Le bambine non vengono credute per
principio”.
Perché le istituzioni collezionano così tante “occasioni
mancate”,
come le chiama significativamente De Rui, durante gli
interventi
che vedono come protagonisti i bambini maltrattati? Perché sia
l’intervento
a protezione dei minori che il processo penale vengono
condotti
con tempi e modalità adultocentriche che risultano esse stesse
portatrici
di violenza e, comunque, troppo spesso non riparatrici dei danni
prodotti
dall’adulto maltrattante? Perché le leggi, che pure esistono, sul
diritto
all’assistenza psicologica del minore durante il processo penale (art.
609
decies c.p.p.) o sul diritto ad avere un “curatore speciale” che si occupi
di
tutelare i suoi interessi, vengono costantemente disattese senza che sia
stata
neppure prevista una norma che sanzioni il giudice che “dimentica”
di
applicarle?
L’ipotesi
da cui parte questo libro è che ciò avvenga per due ragioni: in
primo
luogo per resistenze di ordine psicologico ed emotivo, resistenze che
sono
determinanti nel rifiutare di vedere fino in fondo il dramma dei
bambini
maltrattati. Tali resistenze sono state ampiamente analizzate in
tutte
le pubblicazioni che nell’ultimo decennio il Centro Studi Hänsel e
Gretel
ha prodotto
1
e
alle quali si rinvia il lettore, oltre che approfondite
1
Su questo tema confronta i volumi del
Centro Studi Hänsel e Gretel: C. Roccia, C. Foti (a
cura
di), L’abuso sessuale sui minori, Unicopli, Milano, 1994; C. Foti, C.
Bosetto, A.
Maltese
(a cura di), Il maltrattamento invisibile. Scuola, famiglia, istituzioni,
Angeli,
Milano,
2000; C. Foti, C. Bosetto (a cura di), Giochiamo ad ascoltare, Angeli,
Milano,
2000;
C. Foti (a cura di), Chi educa chi? Sofferenza minorile e relazione
educativa,
Unicopli,
Milano, 1992. Confronta inoltre i Quaderni del Centro Studi Hänsel e Gretel e.negli
articoli di Claudio Foti e Daniela Bruno in questo libro. È possibile
però
che il disimpegno delle istituzioni in genere, e degli operatori in
particolare,
nei confronti della sofferenza minorile possa dipendere in parte
anche
dall’ignoranza: ignoranza rispetto ai bisogni dei bambini, su che
cosa
sia il maltrattamento e l’abuso sessuale, ignoranza rispetto alle
conseguenze
che i traumi infantili hanno nello sviluppo dell’individuo.
Anche
se il detto “Non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire” può
essere
ben applicato al tema del maltrattamento all’infanzia, questo
volume
si rivolge tuttavia alla parte razionale del lettore, a tutti coloro che
cercano
di non essere sordi nei confronti della sofferenza minorile, nella
speranza
che una maggior comprensione di che cosa sia il maltrattamento
all’infanzia
e di quali devastanti conseguenze esso possa avere se non
adeguatamente
affrontato sia in termini di prevenzione che di cura, possa
rendere
più sensibili i genitori, gli insegnanti, i giudici, gli psicologi, gli
educatori
e tutti coloro che entrano in contatto con questo problema.
La
seconda parte del volume è dedicata alla diagnosi ed alla cura
dell’abuso
sessuale e dei disturbi post-traumatici in genere.
L’articolo
di
Roccia sugli abusi ritualistici, quello di Roccia e Vassalli sulla cura di
pazienti
con diagnosi di Disturbo Dissociativo dell’Identità (una volta
definito
Disturbo di Personalità Multipla) e di Gianni Guasto sulla sulle
difficoltà
che le vittime di abuso sessuale incontrano nella narrazione delle
violenze,
propongono un’interessante riflessione sul fenomeno del trauma.
Viene
posta una particolare attenzione all’analisi dei meccanismi di difesa
che
i soggetti esposti ai traumi mettono in atto per fronteggiare la loro
sofferenza
psichica, facendo riferimento ai numerosi studi che negli ultimi
venti
anni sono stati svolti nel mondo su questa tematica. Il tema della
dissociazione
come conseguenza di esperienze traumatiche, e delle difese
di
tipo dissociativo utilizzate durante la violenza, sono approfonditi in
modo
specifico. Negli ultimi vent’anni, studiando i reduci del Vietnam o
dei
campi di concentramento, i sopravvissuti ai gravi disastri causati
dell’Associazione
Rompere il Silenzio: Il dramma dell’abuso sessuale sui minori; Educare
alla
sessualità; Cultura dell’infanzia, cultura della tolleranza, cultura della
pace; Il
cambiamento
dell’adulto; L’adultocentrismo.
Confronta infine i seguenti articoli: C. Foti,
L’impatto
di un assassinio: dalla rimozione della sofferenza infantile alla proiezione
della
colpa
(e ritorno), Minorigiustizia, n. 2, 1997, Angeli, Milano; C. Foti,
L’affidamento
famigliare,
i bisogni del bambino e la risposta dell’empatia, Minorigiustizia, n.2,
1996; C.
Foti,
C. Roccia, Da Civitavecchia… all’inconscio. Gli atteggiamenti mentali degli
adulti,
Minorigiustizia,
n. 1, 1994, Angeli, Milano; C. Foti, La valutazione psicologica
dell’attendibilità
del minore presunta vittima di abuso sessuale, Minorigiustizia, n. 2,
1998,
Angeli,
Milano; C. Foti, Etica e Infanzia, Bambino incompiuto, n. 3, 1988..dall’uomo
e le vittime di abusi sessuali, gli psicologi e gli psichiatri hanno
“scoperto”
i danni dell’esposizione a traumi gravi e ripetuti nel tempo,
inserendo
la diagnosi di “Disturbo post traumatico da Stress” nel DSM III,
diagnosi
che viene formulata in modo specifico proprio nei casi in cui il
soggetto
si sia trovato a vivere traumi di particolare gravità.
In
realtà già nel 1889 Pierre Janet si era occupato delle reazioni post
traumatiche,
descrivendo la dissociazione come principale meccanismo di
difesa
utilizzato durante il trauma. Janet affermò che le persone
traumatizzate
sono “fissate” al trauma, incapaci di integrare le memorie
traumatiche,
e descrisse quella che oggi viene chiamata “memoria
procedurale”
in cui le informazioni sono immagazzinate sotto forma di
sensazioni,
emozioni, stati d’animo, non accessibili direttamente alla
memoria.
Janet osservò inoltre che i pazienti traumatizzati sembravano
reagire
ai ricordi del trauma con risposte di emergenza che erano state
sollecitate
durante la minaccia originale, ma che non avevano niente a che
fare
con l’evento presente. Egli notò che le vittime, fissate al trauma, erano
incapaci
di imparare dall’esperienza in quanto tutte le loro energie
venivano
utilizzate per mantenere le loro emozioni sotto controllo, a
scapito
del prestare attenzione alle esigenze correnti (B. van der Kolk,
1994).
Janet descriveva in realtà il Disturbo Post Traumatico da Stress, ma
ci
volle quasi un secolo prima che la comunità scientifica riconoscesse
come
una vera e propria patologia psichiatrica tale disturbo, attribuendogli
un
nome e dandogli diritto di cittadinanza fra le “vere” patologie. Tale
riconoscimento
non fu privo di significato, perché voleva dire riconoscere
il
potere altamente distruttivo della violenza, e stabilire delle relazioni di
causa-effetto
fra l’esposizione alla violenza e la sofferenza mentale, con
conseguente
psicopatologia, che in seguito a ciò si sviluppa nell’individuo.
Con
un’impostazione completamente diversa da Janet, alcune
importanti
scoperte sulle conseguenze dell’esposizione cronica alla
violenza
vennero fatte da psicologi comportamentisti quali Pavlov,
Skinner,
Seligman a partire dagli anni quaranta e cinquanta. I
comportamentisti
attraverso le sperimentazioni sugli animali hanno
scoperto
che l’esposizione ripetuta a stimoli fortemente negativi (per es.
scariche
elettriche) produceva nelle vittime reazioni così dette
“condizionate”
che potevano poi diventare indipendenti dallo stimolo e
produrre
nell’animale gravi conseguenze sia fisiche che psichiche. Gli
studi
di Seligman alla fine degli anni sessanta hanno permesso di scoprire
che
gli animali esposti a scariche elettriche senza poter avere via di fuga, o
senza
poter prevedere quando la scarica elettrica si sarebbe verificata,
avevano
in conseguenza di ciò una serie di problematiche fisiche e.psichiche molto
gravi: le cavie sviluppavano quella che è stata definita
come
“impotenza appresa”, una assoluta incapacità a difendersi anche in
tutte
quelle situazioni di pericolo dalle quali avrebbero potuto scappare,
ansia
cronica, depressione grave, ulcere allo stomaco ed in alcuni casi
anche
alcune forme di tumore che portavano alla morte dell’animale
(Darley,
Glucksberg, Kinchla, 1993). Le reazioni più gravi si verificavano
nei
soggetti che erano costretti a vivere in situazioni di continuo allarme,
per
esempio le cavie alle quali venivano somministrate delle scosse
elettriche
senza preavviso, mentre meno grave era la patologia degli
animali
che vedevano preannunciata la scarica elettrica da un qualche
suono
che consentiva loro di poter vivere in relativa calma in tutti gli altri
momenti
della giornata.
Sono
molti i bambini e gli adolescenti che vengono esposti per anni a
forme
croniche di violenza dalle quali non hanno via di fuga, e nei
maltrattamenti
fisici o negli abusi sessuali intrafamiliari gli assalti fisici e
sessuali
avvengono molto spesso senza alcun preavviso, senza che la
vittima
possa prevederli o mettere in atto strategie per evitarli o per
difendersi.
All’interno della famiglia maltrattante la violenza è molto
spesso
cronica, imprevedibile, senza una logica o una relazione di causa e
effetto
con il comportamento della vittima (per esempio il bambino non
viene
picchiato perché si è comportato male, ma perché la madre in quel
momento
è particolarmente stressata). Questi bambini devono imparare a
crescere
e sopravvivere malgrado il senso dominante di minaccia, devono
adattarsi
a questa atmosfera di timore costante. Recentemente alcuni studi
effettuati
su un elevato numero di vittime di abusi sessuali e su bambini
esposti
ripetutamente a forme di violenza, hanno permesso di scoprire che
lo
sforzo dell’individuo di adattarsi a queste situazioni di continuo terrore e
violenza
può alterare lo sviluppo del cervello del bambino con
conseguente
cambiamento del suo funzionamento fisiologico, cognitivo e
conoscitivo.
In soggetti affetti dal Disturbo post traumatico da stress, adulti
e
bambini, sono state rilevate alterazioni croniche del funzionamento
cardio
vascolare, patologia che produce a sua volta delle alterazioni nel
cervello
e nell’organismo: alterazioni del battito cardiaco, attivazione
cronica
ed anormale del sistema nervoso simpatico, alterazioni di alcune
aree
del cervello collegate alla memoria (per es. l’ippocampo), una
diminuzione
della serotonina (che sembra sia collegata all’aggressività e alla
capacità
di controllo degli impulsi etc. (B.
van der Kolk, 1994; B.D. Perry,
1995,
1997, 1999).
Le
vittime di gravi maltrattamenti nella maggior parte dei casi
sviluppano
problematiche psichiatriche, psicologiche e psicosomatiche.assai gravi, anche
nei casi in cui durante l’esposizione al trauma il soggetto
sia
stato in grado di mettere in atto meccanismi di difesa che gli hanno
permesso
di far fronte alla violenza. Molti di questi soggetti svilupperanno
il
Disturbo post traumatico da stress, con le drammatiche conseguenze che
questa
patologia porta in termini di incapacità di lavorare, di apprendere
dall’esperienza,
di instaurare relazioni affettive significative. Un numero
elevato
di soggetti svilupperà comportamenti delinquenziali e antisociali,
come
ormai una vastissima letteratura ha inequivocabilmente dimostrato,
altri
ancora diverranno portatori di malattie psicosomatiche gravi, a volte
anche
invalidanti o mortali (per es. disturbi alimentari che sembrano
altamente
correlati agli abusi sessuali in età precoce). Infine un numero
non
indifferente di soggetti esposti alla violenza cronica durante l’infanzia
(non
necessariamente di tipo sessuale) svilupperà da adulto una qualche
forma
di perversione che in alcuni casi può portare l’individuo a
commettere
abusi nei confronti dei bambini.
Come
osserva Ettore Perrella nel suo articolo in questo libro, la
perversione
da sempre è stata una patologia misconosciuta anche dagli
psicoterapeuti
più famosi. La storia della psicanalisi e della psicoterapia ha
ignorato
il problema della cura del soggetto perverso, e tuttora la comunità
scientifica
non sembra in alcun modo interessarsi seriamente alla cura di
questo
genere di persone ma solo alla loro punizione, o al loro
allontanamento
dalla società per proteggere i bambini dalle loro azioni. Ma
la
soluzione di fronte al padre che abusa della figlia, al ragazzo che brucia
viva
una bambina “per poter guardare il terrore nei suoi occhi”, o alla
madre
che usa in modo perverso il proprio figlio, non può essere trovata
nel
carcere, né con progetti semplicistici e sbrigativi (per esempio
insegnando
ai bambini a difendersi dai pedofili, o allontanando i bambini
abusati
dalle famiglie abusanti). Il pedofilo diventa tale perché è stato un
bambino
non amato, non rispettato, certamente esposto a violenza cronica
(sessuale
o non sessuale questo ha poca importanza). La violenza genera
violenza,
affermano alcuni importanti psicologi e psichiatri che hanno
studiato
il fenomeno sia dal punto di vista sociologico e antropologico che
da
quello clinico (Alice Miller, 1989; Felicity de Zulueta, 1999; Estela
Welldon,
1995).
Un
bambino che non è stato amato non può saper amare da adulto.
Se
la vera risposta all’abuso all’infanzia risiede nella prevenzione
(oggetto
della terza parte di questo volume), intesa come cambiamento
della
cultura adultocentrica e come modificazione del comportamento
degli
adulti nei confronti dell’infanzia (a partire dalle scelte politiche ed
istituzionali),
non va sottovalutato il ruolo determinante della risposta.sociale all’emergere
del maltrattamento. Non tutti coloro che vengono
maltrattati
da piccoli diventano adulti violenti. Perché? È questo un tema
sviluppato
in diversi articoli del volume. La risposta a questa domanda non
è
certo indifferente per limitare i danni sociali dell’abuso all’infanzia. È
stato
infatti dimostrato che le conseguenze di una violenza sulla vittima in
termini
di psicopatologia sono collegate a fattori personali della vittima
stessa,
alla gravità e durata del trauma, alla presenza o meno di antecedenti
traumi.
Su questi fattori nessun operatore ha potere di incidere per limitare
i
danni della violenza. La ricerca ha però anche dimostrato che esiste un
altro
fattore importante, anzi assolutamente determinante, a cui sono
collegate
conseguenze più o meno gravi dell’esposizione a un trauma, è
cioè
la reazione sociale nei confronti della vittima (van der Kolk, 1994; De
Zulueta,
1999; Malacrea, 1998). La Dichiarazione di Consenso in tema di
abuso
sessuale all’infanzia elaborata dal CISMAI
2
nel
1999 afferma a
proposito
delle conseguenze dell’abuso sessuale: “L’intensità e la qualità
degli
esiti dannosi derivano dal bilancio tra le caratteristiche dell’evento
(precocità,
frequenza, durata, gravità degli atti sessuali, relazione con
l’abusante)
e fattori di protezione (risorse individuali della vittima, del suo
ambiente
familiare, interventi attivati nell’ambito psico-sociale, sanitario,
giudiziario).
Conseguentemente, il danno è tanto maggiore quanto più: il
fenomeno
resta nascosto o non viene riconosciuto; non viene attivata
protezione
nel contesto primario e nel contesto sociale; l’esperienza resta
non
verbalizzata e non elaborata; viene mantenuta la relazione di
dipendenza
della vittima con chi nega l’abuso”.
È
evidente che come operatori minorili, ma anche come genitori,
possiamo
avere un ruolo estremamente importante per limitare i danni di
violenze
ormai compiute sulle quali, ahimè, la società non ha potuto avere
alcun
potere di controllo. L’essere protetti, ascoltati, compresi, aiutati, il
vedere
riconosciuto il proprio ruolo di vittima, l’accoglienza in un luogo
sicuro
ed empatico, sono fattori che incidono profondamente sulle
conseguenze
che un trauma avrà su un individuo. L’analisi del caso di
Sara,
una ragazza gravemente maltrattata per tutta l’infanzia e
l’adolescenza
e trattata in psicoterapia (articolo di Roccia e Vassalli nella
seconda
parte di questo libro), così come i bambini vittime di abusi
ritualistici
descritti in un articolo di questo volume, vogliono essere un
2
Coordinamento italiano dei servizi contro
il maltrattamento e l’abuso all’infanzia, con
sede
presso il CBM di Milano, è un’associazione che riunisce le principali
associazioni
pubbliche
e private che in Italia si occupano di abuso all’infanzia. Per la
dichiarazione di
consenso
cfr. Minorigiustizia, n. 7/1997, Angeli, Milano, oppure Maltrattamento
e abuso
all’infanzia,
n. 2,1/1999..esempio di come la patologia
non sia un destino già segnato per tutti
coloro
che hanno avuto la sfortuna di essere esposti a gravi traumi.
Non
sempre la terapia del soggetto traumatizzato può essere fatta a
seguito
di una “libera scelta” del paziente. Per soggetti traumatizzati
possiamo
intendere anche i genitori maltrattanti, i pedofili, i padri
incestuosi
(persone che se non avessero attraversato nella loro infanzia il
dramma
della violenza non avrebbero messo in essere comportamenti
violenti
da adulti) e, perché no, anche le tante donne che come Sara si
avviano
verso la devianza sociale. Si tratta di soggetti fortemente sofferenti
che
utilizzano la perversione o la violenza per mantenere un Sé coeso a
scapito
della sofferenza altrui. Su questi aspetti interessante è la riflessione
proposta
da Perrella.
Non
possiamo continuare ad ignorare che ogni volta che
permettiamo
ad una vittima di abusi e maltrattamenti, qualunque sia
la
sua età, di restare sola con il suo dolore o, peggio ancora, di
continuare
a subire violenza, non chiudiamo gli occhi soltanto sulla
sua
sofferenza ma anche sul danno, troppo spesso molto grave, che
quell’individuo
potrà arrecare alla società intera.
Noi tutti, qualunque
sia
il nostro ruolo e la nostra professione, possiamo contribuire a limitare o
aumentare
i danni delle violenze commesse ai danni dei bambini.
Un
ruolo particolare riveste lo psicologo e lo psichiatra, ai quali in
modo
particolare il libro si rivolge, incaricati della diagnosi e della cura del
soggetto
vittima di maltrattamenti. Lo psicoterapeuta ha una grande
responsabilità,
anche se in casi tanto complessi (adulto perverso, bambino
o
adolescente abusato) nessun psicologo o psichiatra può avere la
presunzione
di lavorare da solo (Malacrea, Vassalli, 1990; Malacrea,
1998).
La terapia di soggetti coinvolti in abusi sessuali richiede la
collaborazione
di più soggetti (insegnanti, polizia, assistenti sociali,
magistratura
etc.), da attivare a seconda dei casi e con modalità da pensare
di
volta in volta, ed è una sfida ancora aperta per tutti coloro che davvero
hanno
il coraggio di condividere con i propri pazienti il dolore di
riattraversare
eventi tanto devastanti. In quest’ottica va letto l’articolo di
Roger
Solomon sull’EMDR, un nuovo tipo di psicoterapia per la cura dei
disturbi
post traumatici (anche se può essere applicata in molti altri
contesti).
L’EMDR rappresenta una sfida per tutti quegli psicoterapeuti
che
hanno l’umiltà di riconoscere che di fronte a problematiche tanto
complesse
molto abbiamo ancora da imparare.
La
terza parte del libro affronta il fondamentale tema della
prevenzione
e dell’intervento nei casi di abuso.
Per una più esauriente.trattazione di questi argomenti rimando alle
pubblicazioni del Centro Studi
Hänsel
e Gretel e dell’Associazione Rompere il Silenzio.
In
questa sezione ho scelto di presentare due interventi, di Daniela
Bruno
e di Nadia Bolognini, che riguardano due fondamentali nodi della
strategia
e della metodologia elaborata dal Centro Studi Hänsel e Gretel: la
formazione
degli operatori che si occupano a vario titolo di abuso;
l’educazione
alla sessualità e all’affettività come strategia preventiva
primaria
in tema di abuso sessuale.
La
riflessione di Daniela Bruno dimostra che lo sviluppo delle capacità
di
ascolto, di attenzione e risposta ai bisogni del minore abusato, da parte
del
genitore, dell’operatore, del professionista, del giudice, richiede
necessariamente
una sufficiente capacità di coinvolgimento di tutti gli
aspetti
della soggettività: in altri termini una capacità di attivazione di
quella
dimensione emotiva, relazionale, infantile, che costituisce, assieme
a
quella razionale, la soggettività in senso globale dell’adulto.
Più
precisamente la crescita delle capacità di ascolto e protezione, nei
confronti
di un minore abusato, presuppongono:
·
la capacità di pensare, rispettare e
elaborare i propri sentimenti e la
propria
vita emotiva;
·
la consapevolezza delle problematiche
relazionali e “gruppali” che
attraversano
la mente individuale;
·
un rapporto sufficientemente positivo, più
o meno approfondito ed
elaborato,
con le radici vitali della propria storia e della propria infanzia.
Senza
questi aspetti di sensibilità, di comprensione e di identificazione
con
le dimensioni emotive, relazionali ed infantili della propria consolidata
soggettività
di adulto non è possibile alcuna crescita delle capacità di
ascolto,
di comprensione e di identificazione con la sofferenza o il disagio
del
minore, e dunque non è possibile alcuna opera di prevenzione.
L’adultocentrismo
manifestato da tanti adulti nei confronti dei problemi
dei
minori, specie se collegati a temi “tabuizzati” quale la sessualità, ha
radici
nell’incapacità dei “grandi” a porsi in contatto con parti
problematiche
della propria infanzia, che spesso vengono negate in una
logica
di rigida autodifesa dell’equilibrio raggiunto.
Un
operatore adeguatamente formato potrà invece, come
nell’esperienza
raccontata nell’articolo di Nadia Bolognini,
suscitare nei minori un coinvolgimento e una autentica apertura e
disponibilità al dialogo.
La
scuola (come del resto tutte le altri istituzioni minorili) ha, nei
confronti
dei minori, una grande responsabilità. Già Freud diceva: «Mi
sembra
incontestabile che la scuola per molti aspetti rimanga al disotto del.proprio
compito, che è quello di offrire un sostituto alla famiglia e di
suscitare
l’interesse per la vita».
Nell’esperienza
riportata da Bolognini vediamo come i ragazzi hanno
espresso
interesse e coinvolgimento quando si è dato spazio alla loro vita
emotiva
e hanno potuto collegare la dimensione cognitiva con gli aspetti
emotivi
e relazionali della loro esperienza di vita.
In questo contesto la
“lezione”
non proviene tanto “dall’esperto”, quanto dallo scambio delle
esperienze
e dall’autentico e vitale confronto tra i ragazzi. Riteniamo che
solo
in questo contesto e con questa metodologia si possa svolgere una
efficace
opera di prevenzione.
Il
terzo intervento, di Laura De Rui, chiarisce come il processo penale
nei
confronti di un presunto abusante sia necessario e utile. Necessario
perché
è l’unico modo possibile per fermare gli abusi, ma soprattutto utile
perché
può “rimettere ordine nei ruoli dei protagonisti di queste tragedie: il
colpevole
o i colpevoli e le vittime, con tutto quel che ne consegue a
livello
di ritrovata fiducia nel mondo dei grandi, di ricostruzione dei
rapporti
distrutti dall’abuso e di spinta verso il superamento del trauma. In
egual
misura è necessario per dare al responsabile la possibilità di un aiuto
a
ricostruire la propria vita”.
Ma
la riflessione di Laura De Rui ci presenta anche un panorama che
spesso
è in contrasto con i fondamentali interessi del minore: De Rui ci
racconta
la sua esperienza fatta di “eventi processuali nella maggior parte
dei
casi del tutto inadeguati rispetto alle esigenze dei bambini”. Il risultato
dell’applicazione
rigida di principi adultocentrici all’interno dei
procedimenti
penali, è che ancor oggi i processi per violenza sessuale,
soprattutto
per i bambini, restano spesso esperienze traumatizzanti e
negative.
La
proposta di prevenzione, di intervento, di “cura”, che in questo libro
presentiamo,
si muove nella prospettiva, tutt’altro che scontata e di
difficile
attuazione, di una sempre maggiore aderenza “all’interesse del
bambino”.
L’aiuto fondamentale in questo processo di cambiamento
proviene
da una teoria e una pratica capaci di avvicinarsi in modo vivo ed
autentico
all’ascolto della soggettività dei bambini e degli adulti che hanno
a
cuore l’infanzia.
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