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Percepire, pensare ed ascoltare il

maltrattamento

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di Claudio Foti

1. Quando gli indicatori non bastano mai

La vicenda del piccolo Lorenzo è esemplare e non certo isolata: è stato

per un lungo periodo il giocattolo erotico del padre e dell’amico del padre in

un ambiente familiare socialmente e moralmente perbene. A soli tre anni,

come tanti bambini abusati sessualmente, evidenzia in mille modi le stigmate

del suo disturbo post-traumatico in un quadro di personalità disarmonico,

dove i suoi bisogni vitali di amare, di comunicare, di crescere si alternano ad

aree segnate dal conflitto e dalla sofferenza. La psicodiagnosi, condotta –

dopo l’allontanamento del padre - da una psicologa del servizio socio-sanitario,

ha evidenziato come nel gioco spontaneo Lorenzo tenda a rimet-tere

in scena all’infinito il trauma sessuale subito e ad esprimere il proprio

vissuto di angoscia e di terrore di fronte alla rappresentazione del proprio

abusante, percepito esplicitamente e massicciamente come figura persecu-toria,

minacciosa e sadica. Per mesi le notti del piccolo sono agitate e i suoi

risvegli sono attraversati da vissuti allucinatori che lo portano a rivivere la

presenza incombente del padre. Di giorno ogni figura che ricorda quella

dell’abusante, ogni situazione che assomiglia a quella dell’abuso, ogni pen-siero

o nesso associativo che lo riporta al trauma lo fa ripiombare in un in-tenso

stato di tensione e paura o, in qualche caso, di reattività fisiologica con

blocco delle feci. Il comportamento di Lorenzo mostra evidenti segni di re-gressione

con attaccamento ansioso alla madre. Quest’ultima non ha per-cepito

l’abuso per parecchio tempo e quando è stata costretta ad accorger-

1 Una versione di questo scritto è stata pubblicata in Turino R., Gaeta A., Gogliani F., Bo-scarolo

R., Aburrà A., (a cura di), Il bambino tradito. Carenze gravi, il maltrattamen-to

e abuso su minori, Carocci, Roma, 2000. Il libro raccoglie gli atti di un corso di forma-zione

di base, organizzato dall’Ufficio formazione della Divisione servizi socio-assistenziali

del Comune di Torino per gli operatori sociali e per gli educatori della Città di Torino..2

sene, da un lato ha assunto coerentemente le difese del figlio, dall’altro, per

difendersi dai sensi di colpa, ha stentato a credere fino in fondo alla vitti-mizzazione

del bambino, nonostante tutti i dati che le vengono portati.

In Lorenzo sono evidenti i vissuti post-traumatici di abbandono, di

tradimento, di stigmatizzazione, di sessualizzazione. Soprattutto questi

ultimi sono numerosi e consistenti. Per circa un anno fuori e dentro casa ha

attuato un’attività masturbatoria, compulsiva, ed in genere molto

prolungata. Ha compiuto diversi e marcati tentativi di erotizzare le relazio-ni

interpersonali più coinvolgenti. Con il suo linguaggio scarno, ma essenzia-le

e coerente, ha rivelato più volte a familiari e ad operatori attraver-so

il gioco e attraverso l’esplicita verbalizzazione le azioni di violen-za

fisica e sessuale subita. E’ stato chiaro e determinato anche con i pe-riti

nominati dal Tribunale ordinario.

Eppure Lorenzo rischia di non essere ascoltato e creduto. E’ troppo pic-colo

per essere preso sul serio dai grandi e la sua testimonianza si presta a

priori ad essere disprezzata. Si scatenano enormi resistenze, emotive e

cognitive al riconoscimento dell’abuso di un bambino piccolo, che in

genere è una realtà troppo inquietante per essere mentalizzata. Siccome il

segnale che ha suscitato le maggiori preoccupazioni dei familiari di parte

materna di Lorenzo è stato l’intensa e coattiva masturbazione del bambino,

periti di parte, difensori dell’abusante e periti di ufficio si coalizzano di fatto

nel sostenere con dotte disquisizioni pseudoscientifiche che l’abuso non è

dimostrabile, perché l’attività masturbatoria è un indicatore aspecifico di a-buso

(Cfr. Malacrea M., Seassaro U., 1999). Dimenticando che nel caso di

Lorenzo sono stati individuati decine e decine di indicatori, percepiti e rac-colti

in diversi ambiti temporali ed istituzionali, che nel loro insieme inquie-tante

fanno ipotizzare un altissimo livello di compatibilità tra il quadro com-plessivo

della personalità, dei comportamenti, degli atteggiamenti emotivi,

dei giochi, dei sintomi, delle parole di Lorenzo e l’abuso sessuale subito.

Dimenticando che nessuna diagnostica medica pretenderebbe di individuare

un disturbo o un problema organico, assumendo isolatamente un singolo sin-tomo

o indicatore, sganciandolo dall’analisi clinica del suo insieme.

Scrivono i due psicologi consulenti tecnici del Tribunale nella loro rela-zione

al termine della loro indagine: “La sintomatologia del minore è sicu-ramente

compatibile con il disturbo post-traumatico da stress. Il problema è

costituito dal fatto che, come in letteratura documentato, con un minore di

questa età l’ipotesi di abuso non può essere dedotta solo dai racconti del

minore mentre i sintomi presi di per sé non sono dirimenti rispetto all’ipotesi

dell’abuso”. Dunque, poveri bambini piccoli! L’essere abusati può rappre-sentare

per loro una prospettiva senza speranza. I loro racconti a priori non

possono essere presi sul serio e i loro sintomi, per quanto gravi e carichi di.3

sofferenza, risultano a priori muti! Mentre ricerche di vario tipo dimostrano

che bambini anche molto piccoli sono oggetto frequente di abusi sessuali, in

quanto la sproporzione fisica e psichica tra l’adulto e il bambino eccita e nel

contempo rassicura il pedofilo, la teoria proposta dai periti tende di fatto ad

affermare l’indimostrabilità di qualsiasi abuso ai danni dei più piccoli,

a meno che la violenza sessuale non venga confessata dall’autore o a meno

che non si trovino riscontri oggettivi, peraltro così rari nelle vicende di

abuso e pedofilia.

Non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire. Ci sono bambini che par-lano,

che svelano in modo attivo e credibile la violenza di cui sono vittime,

ma non vengono ascoltati, con tanti pretesti: perché sono troppo piccoli,

come nel caso di Lorenzo, perché sono soggetti portatori di qualche handi-cap

(magari prodotto proprio da quell’azione prolungata di violenza che la

vittima tenta invano di denunciare, senza essere creduta), oppure perché,

pur essendo bambini non più piccoli e non certo incompetenti, si afferma

che sono stati suggestionati da qualcuno. In realtà non vengono presi sul se-rio

perché rivelano una violenza impensabile, compiuta da adulti troppo

forti e insospettabili, sostenuti da operatori, periti e giudici, insensibili

alle ragioni delle vittime ed incompetenti dal punto di vista cultura-le

ed emotivo.

2. Segnali non ascoltati, bambini muti

Se il bambino parla, è possibile , anche se non è certo garantita, come si

è visto nel caso di Lorenzo, una risposta di ascolto e di protezione. Ma se il

bambino non parla l’analisi degli indicatori del suo malessere finisce per non

essere approfondita e non decolla il processo d’intervento a tutela o a so-stegno

del bambino.

Ci sono tanti bambini, vittime di violenza, che non parlano, perché non

sono messi nelle condizioni emotive e relazionali per mettere in parola il

maltrattamento subito. Ci sono tanti bambini che emettono per anni o per

decenni segnali di sofferenza, che finiscono per cadere nel vuoto come i

messaggi che il naufrago affida alla bottiglia, gettata in mare per segnalare

una richiesta di aiuto e destinata a restare inascoltata, perché nessuno rac-coglierà

la bottiglia e nessuno leggerà il messaggio in essa contenuto. Ci so-no

tanti bambini che evidenziano segni di disagio e di maltrattamento sul

piano ludico, espressivo, sintomatico. Questi indicatori vengono percepiti da

qualche adulto, ma, ciò nonostante, rimangono ad un livello di scarsa e-spressività,

perché nessuno riesce ad avvicinarsi in modo adeguatamente.4

benevolo e protettivo alla situazione di questi bambini, aiutandoli ad aver fi-ducia

e a rivelare in maniera esplicita la violenza. In queste situazioni i se-gnali

rimangono deboli ed ambigui, il bambino non riesce a mettere in parola

le ragioni del proprio disagio, a fornire informazioni chiare sul maltrattamen-to

e sull’abuso, di cui è vittima. La ragnatela dei segreti, dei silenzi e delle

negazioni che pesa sul bambino finisce per avere la meglio.

In ogni modo se gli indicatori non sono utilizzati e i bambini stessi riman-gono

muti, se i segnali della violenza, espressi in forme passive (o spesso

anche in forme attive) dai bambini non sono correttamente ascoltati ed in-terpretati,

la ragione non sta soltanto, né principalmente nel deficit di co-noscenza

da parte degli operatori delle liste di indicatori delle varie forme

di violenza che un minore può subire. La causa della difficoltà sociale ed i-stituzionale

a dare ascolto, senso e valore alle comunicazioni, talvolta addi-rittura

esplicite, di disagio e di maltrattamento dei bambini, sta soprattutto

nelle carenze mentali e soggettive degli adulti chiamati ad ascoltare, nel de-ficit

di sensibilità, di competenza emotiva e relazionale degli operato-ri.

Il problema dunque non è solo, né soprattutto quello di studiare e diffon-dere

la conoscenza degli elenchi dettagliati di indicatori di malessere che

possono comparire nei soggetti in età evolutiva e che possono rinviare a di-verse

manifestazioni di disagio e di maltrattamento. È importante certo stu-diare

il tasso di significatività degli indicatori, la loro percentuale di ricorren-za

nei casi normali e nelle differenziate forme di disagio o di violenza ai

danni dei minori. Ma la questione più importante da affrontare è come im-parare

e come insegnare a non voltarsi dall’altra parte di fronte agli indica-tori

della sofferenza, a leggerli dentro la relazione interpersonale con i

soggetti coinvolti, ad avvicinarsi ai nostri interlocutori piccoli e grandi con un

atteggiamento empatico per favorire una maggiore comunicatività e chia-rezza

degli indicatori impliciti e soprattutto degli indicatori espliciti, cioè ver-bali.

Occorre certamente sviluppare una riflessione culturale sugli indicatori

di disagio, di maltrattamento e di abuso, occorre fornire sul piano della pre-venzione,

dell’informazione e della formazione strumenti di conoscenza su

questi indicatori, sul loro valore e sui limiti specifici di tali indicatori, ma cre-do

che sia fondamentale e prioritario occuparsi delle premesse mentali e

soggettive indispensabili agli operatori per decifrare ed elaborare gli indica-tori.

Vorrei sottolineare tre di queste premesse che descriverò più approfon-ditamente

in seguito: a) la capacità di avvicinamento con la parola alla

sofferenza del bambino per assumere una disponibilità all’ascolto e al dialo-go;

b) la capacità di contatto con la vita emotiva per comprendere ed

elaborare i sentimenti propri ed altrui che possono circolare nella relazione.5

con il bambino in difficoltà e con gli adulti attorno a lui; c) la capacità di

formulare, tenere a mente e sottoporre a falsificazione o verifica

l’ipotesi inquietante del maltrattamento ai danni del bambino.

La formazione relativa agli indicatori non deve pertanto restare sul pia-no,

per quanto utile e necessario, della trasmissione di informazioni, bensì

deve accompagnarsi ad interventi sullo sviluppo delle competenze emotive

e relazionali degli operatori che devono imparare a percepire ed elaborare

quegli indicatori.

Solo a questa condizione è possibile:

a) evitare che i contenuti informativi sugli indicatori restino inutilizzati a

causa dell’insensibilità emotiva o dell’incompetenza relazionale;

b) contrastare i rischi di un atteggiamento schematico, vuoi difensivo vuoi

allarmistico tendente a leggere gli indicatori come significanti univoci al di

fuori di un impegno all’ascolto e alla relazione.

L’esperienza dell’intervento sociale e psicologico a protezione del mino-re

e la letteratura scientifica sull’argomento iscrivono senza dubbio la que-stione

degli indicatori nel registro della complessità. Vale la pena riportare

al riguardo una riflessione di Cirillo e Cipolloni (1994, pp. 149-150): “Un

singolo indicatore sarà sempre ambiguo, in quanto può rimandare a una

serie di fattori causali differenti dalla trascuratezza e dal maltrattamento. È

solo l’inserire il singolo indicatore all’interno di un quadro complessivo che

può permettere di arrivare ad una diagnosi convincente. Per far questo soli-tamente

non basta un singolo operatore, ma è necessaria una diagnosi con-giunta,

in cui più tecnici (per esempio, medico scolastico, pediatra di base,

assistente sanitaria, insegnante, direttore didattico, assistente sociale, psico-logo,

neuropsichiatra infantile, educatore, volontario, psichiatra curante del

genitore...) mettano insieme gli elementi di osservazione in possesso di cia-scuno

per arrivare a formulare un’ipotesi sufficientemente certa di maltrat-tamento

o trascuratezza, oppure per escluderla. Si veda il caso

dell’inadempienza scolastica, indicatore estremamente frequente, e forse

per questo non sufficientemente indagato. Preso isolatamente, questo indi-catore

non ci dice nulla sulla natura del quadro sottostante. Solo un’indagine

accurata può metterlo in relazione ad altri segnali che possono illuminare la

situazione globale in cui va inserito. Ad esempio la risposta dei genitori,

convocati per discutere del segnale raccolto, potrà metterci in contatto con

adulti estremamente preoccupati per una fobia scolare del figlio (magari as-sociata

con sintomi psicosomatici come il vomito) o con altri che tendono a

minimizzare l’entità del dato, o a giustificarlo con motivazioni pretestuose. In

quest’ultima evenienza, una più approfondita osservazione dello stato di sa-lute

(quanto alla crescita staturo-ponderale, alla cura dei denti, della vista

ecc.) e di igiene del bambino potrà far emergere altri indizi che depongono.6

per una grave trascuratezza, in cui l’inadempienza scolastica si inserisce. In

altri casi ancora, potremo appurare attraverso il contatto con gli operatori

dei servizi specialistici per adulti una condizione di tossicodipendenza o di

alcolismo della madre, che non si sveglia la mattina per preparare il bambi-no

in tempo per la scuola o che addirittura richiede a lui le cure per sé, op-pure

un’altra patologia del genitore, ad esempio di tipo fobico, per cui

l’adulto pretende la compagnia del figlio per non restare solo in casa. Infine,

la scoperta di concomitanti indicatori tipici di abuso sessuale potrà farci

scoprire che la bambina è trattenuta a casa da scuola dal padre o da un al-tro

familiare che abusa di lei.”

In conclusione non esistono indicatori che ci tolgono la responsabilità di

sviluppare, a partire dal nostro ruolo istituzionale specifico,

l’impegno ad approfondire la situazione, assumendo atteggiamenti emo-tivi,

relazionali e professionali adeguati ed integrando in rete le informazioni

acquisite. Non esistono indicatori che ci possano esimere dal nostro dove-roso

impegno a costruire un’osservazione partecipe, attenta e prolunga-ta,

capace di cogliere la globalità del comportamento e dell’atteggiamento

del minore nel suo contesto. Spesso gli indicatori fisici e comportamentali

non possono che essere muti, ma tocca agli adulti, agli operatori delle diver-se

istituzioni il compito di favorire nella soggettività del minore

l’emergenza dell’indicatore più significativo e meno ambiguo,

l’attivazione del mezzo simbolico e comunicativo più efficace: la parola.

Attraverso la parola il bambino può contribuire in modo determinante a fare

chiarezza sulla propria vicenda e sulla propria situazione, può fornire agli

operatori gli strumenti per sollecitare e ricevere risposte efficaci di prote-zione

e sostegno, può avviare un percorso per emanciparsi sul piano della

realtà esterna e sul piano della realtà interna dalla propria condizione di vit-tima

passiva ed impotente.

3. Un mal di testa da comprendere: il caso di Eric

L’analisi del caso di Eric può essere utile per approfondire la riflessione

sulle premesse mentali e soggettive indispensabili alla percezione e

all’elaborazione degli indicatori della sofferenza del bambino; più in genera-le,

può essere utile alla riflessione sulle premesse mentali alla costruzione di

un efficace processo di intervento a protezione del bambino. Eric è un

bambino di otto anni, vittima di un abuso sessuale compiuto da un pedofilo e

vittima di una famiglia gravemente trascurante, se non collusiva. Lo svilup-.7

po e l’esito dell’intervento di protezione risultano efficaci.2

“Eric è un bambino di otto anni che frequenta la III classe elemen-tare.

Il papà Salvatore, di 38 anni, è operaio; la mamma, Rosa, di 32

anni, svolge lavori stagionali presso un azienda conserviera. Fa parte

del nucleo familiare anche la sorellina Stefania, che ha 5 anni e fre-quenta

la scuola materna parrocchiale. La madre si è rivolta al servi-zio

di Neuro-psichiatria Infantile su invio degli insegnanti della scuo-la

elementare perché Eric presentava un ritardo del linguaggio e dif-ficoltà

di apprendimento .Il servizio di N.P.I ha diagnosticato un di-sturbo

evolutivo specifico misto (del linguaggio e delle capacità scola-stiche)

in un quadro complessivo di grave deprivazione culturale, che

ha progressivamente depauperato il potenziale cognitivo dal bambino,

pur escludendo un originario disturbo dell’intelligenza. Eric è descrit-to

come un bambino che presenta difficoltà nella concentrazione e nel

seguire la regole del gruppo classe. Il minore è stato pertanto certifi-cato

e inserito all’interno di un programma che prevede cicli di trat-tamento

logopedico.

All’inizio della III classe, Eric ha avuto un calo significativo del

rendimento, con aumento delle sue difficoltà di concentrazione e con

manifestazioni ingiustificate di aggressività e di chiusura ed esplicita-zione

di frequenti mal di testa. Nel corso delle sedute con la logopedi-sta

appare estremamente in difficoltà e sofferente: con la matita si

colpisce il petto, procurandosi piccole lesioni, lamenta dolori di pan-cia

e mal di testa, è reticente nel rispondere alle domande della logo-pedista

che gli chiede come trascorre il tempo quando rimane a casa

da scuola. Preoccupata, la logopedista porta in équipe la situazione.

In quella sede viene valutata la necessità di approfondire ulteriormen-te

l’origine del malessere del bambino e quindi il responsabile del

Servizio (NPI), esponendo gli elementi emersi dalla verifica presso la

scuola, propone ai genitori che Eric sia sottoposto ad un accertamen-to

sanitario per i suoi mal di testa (EEG) e che, qualora non vi siano

esiti significativi il bambino possa effettuare alcune sedute con la psi-cologa

a scopo diagnostico. I genitori minimizzano i problemi del

bambino attribuendo la responsabilità del suo disagio ad una scarsa

sensibilità delle insegnanti ma poi, di fronte ai dati di realtà presentati

dalla NPI, dichiarano di aderire alla proposta. Di fatto poi non ricon-tattano

il servizio e le insegnanti nel segnalare nuovamente un aumen-

2 Per presentare il caso utilizzo un resoconto che è stato presentato in un seminario di for-mazione

per operatori psico-sociali organizzato dalla Fondazione Minguzzi di Reggio Emilia

nel 1999..8

to del disagio del bambino riferiscono che Eric ha raccontato che non

è stato dal dottore a fare gli esami per il mal di testa. Il pediatra del

bambino, previo contatto con il servizio di NPI, convince la famiglia

ad effettuare l’EEG e di fronte all’esito negativo, invia nuovamente il

minore al servizio di NPI.

Seppure con notevole resistenza la madre accetta di accompagnare

Eric alle sedute con la psicologa, ma rimane dinanzi alla porta in evi-dente

atteggiamento di controllo della situazione. In seduta col bam-bino

la psicologa informa Eric che ha parlato con la logopedista e le

sue insegnanti, che pensa che a casa succedano cose che lo preoccu-pano

e che per questo lui sia così sofferente, e che se lui riuscirà a

parlarne potrà stare meglio e lei potrà aiutare i suoi genitori a capire,

ed eventualmente a cambiare nei suoi confronti. Il bambino in modo

confuso ed incongruo, balbettando, dice che la mamma gli fa mangia-re

il gelato che a lui non piace, poi si corregge e dice che il gelato gli

piace, sono altre cose che non gradisce, ma non vuole spiegare di più

e parlando, nasconde il viso nel maglione. È in evidente difficoltà ed

estremamente ansioso; dice che ha mal di testa, poi apre la porta aldi-là

della quale lo aspetta la madre e la saluta in modo concitato e pla-teale.

Conclude il colloquio chiedendo quando potrà tornare.

Dopo una serie di sedute, nel corso delle quali emergono vissuti di

paura, la psicologa affronta il tema della protezione del bambino. E-ric,

dapprima molto reticente, si lascia “scappare” che il papà e la

mamma qualche sera lo portano a trovare un signore anziano che si

chiama Luigi e che qualche volta, quando la mamma ha male alla te-sta,

lo lasciano là a dormire; aggiunge che quel signore gli compra

dei giochi e che quando è là si lava da solo (“cosa credevi?! “). Ma

poi aggiunge che lui non ci vuole andare. La psicologa dice al bam-bino

che forse i suoi genitori non hanno capito perché a lui non piace

andare a dormire da quel signore e che forse se lei potesse spiegar-glielo

bene, potrebbero capire. Il bambino angosciato racconta allora

che Luigi gli fa dei “dispetti” sotto le coperte. Inoltre riferisce che

qualche volta c’è anche un altro signore, amico di Luigi, che abita a...

e si chiama Giuseppe e che a lui non piace, che guarda, mentre loro

stanno nel letto. Quando la psicologa gli chiede che cosa intende per

“dispetti” comincia e pungersi il petto con una matita, poi a fatica ed

in modo stentato, riferisce che Luigi gli tocca il suo pisellino e vuole a

sua volta che anche lui lo tocchi, ma a lui fa schifo e non lo fa; ag-giunge

piangendo che l’ha detto alla sua mamma, ma che lei non gli

ha creduto. Aggiunge particolari che contestualizzano la situazione,

fornendo elementi sul luogo e sul tempo in cui si sono svolti i fatti. La.9

sofferenza del bambino appare congrua al racconto.

Il Servizio di NPI attiva in giornata il Servizio Sociale con il quale

esamina come procedere nell’intervento di protezione del bambino;

viene deciso di informare immediatamente la Procura della Repubbli-ca

presso il Tribunale per i Minorenni e la Procura presso il Tribuna-le

Ordinario, attraverso i rispettivi Sostituti Procuratori di turno, al

fine di garantire un’adeguata protezione del bambino e nel contempo

al fine di non inquinare l’intervento del percorso penale. Viene preso

in esame, in accordo con il Tribunale per i Minorenni, la necessità di

tutelare anche la sorellina minore, tenuto conto che dai racconti di

Eric i genitori sono apparsi non sufficientemente protettivi, nonostan-te

il disagio e le dichiarazioni del figlio.”

4. I tempi del bambino e i tempi dell’adulto

Da questo resoconto possiamo farci un’idea di una gestione sostanzial-mente

valida e risolutiva dell’intervento di protezione di Eric da parte della

“rete” degli operatori coinvolti. Dalla mia esperienza di formatore e di su-pervisore

posso affermare che si tratta di una gestione complessivamente

ottimale. Sappiamo infatti che ci sono tanti, tantissimi Eric, la cui vicenda di

maltrattamento e di abuso rimane sommersa e non viene affatto rilevata ed

interrotta con tanta efficacia come nel caso in questione. Ci sono tanti, tan-tissimi

Eric che vengono di fatto abbandonati nell’inferno della loro condi-zione

di vittime o nel limbo di una realtà familiare, dove l’intervento di prote-zione,

pur avviato, stenta a risolversi con una capacità effettiva di ascolto

del malessere del bambino e con una tutela coerente della sua persona.

Rimane peraltro l’impressione che il resoconto sia stato elaborato, certa-mente

con attenzione e scrupolo, ma evidenziando in qualche misura gli a-spetti

positivi e riusciti dell’intervento, e mettendo in ombra gli aspetti pro-blematici

e carenti. Tra questi ultimi merita attenzione il problema del raf-fronto

tra i tempi dell’adulto e i tempi del bambino. Di fronte al dramma del

maltrattamento all’infanzia spesso l’adulto s’attarda, rimanendo trattenuto

dai suoi scrupoli, dalle sue preoccupazioni istituzionali, dalla sua insensibilità,

dal suo opportunismo, mentre il bambino nei tempi precipitanti della violenza

che subisce perde rapidamente la propria integrità fisica e mentale e nel

contempo la fiducia in una possibilità di ascolto e di aiuto da parte

dell’adulto.

Quando inizia la violenza ai danni di Eric? A giudicare dagli indicatori

che vengono rilevati a scuola sembrerebbe che il malessere del bambino si.10

manifesti in forme acute all’inizio dell’anno scolastico: “All’inizio della III

classe Eric ha avuto un calo significativo del rendimento, con aumen-to

delle sue difficoltà di concentrazione e con manifestazioni ingiusti-ficate

di aggressività e di chiusura, ed esplicitazione di frequenti mal

di testa.” Ma si può escludere del tutto l’ipotesi che l’abuso sessuale sia in

realtà iniziato in un periodo precedente? Stante la gravissima inadeguatezza

della famiglia di Eric (sembra addirittura probabile una loro collusione con

gli autori della violenza), è comunque certo che il bambino abbia iniziato a

manifestare il proprio disagio ben prima della III elementare. Con quali in-dicatori?

Con quali capacità o incapacità degli insegnanti e degli operatori di

percepirli? Chi ha elaborato il resoconto sul caso potrebbe aver messo in ri-salto

i problemi e i sintomi che si sono manifestati in Eric all’inizio della III

elementare per autorassicurarsi sull’ipotesi che la violenza ai danni del

bambino potrebbe essere cominciata nel momento in cui gli operatori si so-no

accorti del suo disagio. Il resoconto inoltre non chiarisce i tempi dello

sviluppo del processo d’intervento. Quanti mesi passano prima che Eric

venga sottratto alla situazione di abuso che, nel suo caso, si sviluppa in un

contesto sia familiare che extrafamiliare? In vicende del genere si può veri-ficare

spesso un graduale e lento processo di escalation dell’intervento

istituzionale: si passa da sollecitazioni generiche a sollecitazioni più pres-santi

nei confronti dei genitori, da interventi prevalentemente di aiuto a in-terventi

prevalentemente di verifica e controllo, da una diagnosi che mette

in evidenza i problemi cognitivi del bambino ad una diagnosi che percepisce

la dimensione più affettiva e profonda del suo disagio, ecc...

Sappiamo dall’esperienza che in simili casi possono trascorrere pa-recchi

mesi, e talvolta addirittura degli anni prima che vengano compiu-ti

tutti gli opportuni scatti di preoccupazione e i conseguenti salti di efficacia

del processo d’intervento, e prima che si assumano decisioni adeguate per

la tutela del bambino. Ovviamente tanto più i ritardi sono consistenti, tanto

più comportano un aumento degli effetti dannosi del maltrattamento, e

una conseguente grave compromissione dell’evoluzione e della personalità

della piccola vittima.

Il caso di Eric consente di verificare una modalità piuttosto consueta di

approccio in ambito scolastico al bambino maltrattato. Inizialmente il disagio

del bambino viene percepito negli aspetti più fenomenici, più superficiali: il

problema di Eric viene interpretato come problema cognitivo e soprattutto

linguistico. In un secondo momento viene ipotizzato un disturbo organico,

per spiegare le comunicazioni di Eric attinenti al mal di testa. Dall’ipotesi di

un malessere fisico si passa poi all’ipotesi di un malessere psicologico in

senso generico e solo all’ultimo, nel contesto dei colloqui con la psicologa,

emerge l’ipotesi più sconvolgente: quella delle radici ambientali della soffe-.11

renza di Eric. L’ipotesi che i problemi del bambino possano essere fatti

risalire a relazioni maltrattanti da parte di adulti e ad una sua mancata

protezione risulta la più impegnativa e conflittuale per gli operatori, e

pertanto viene presa in considerazione per ultima, dopo che sono state

escluse le precedenti. Forse l’emergenza di un esito positivo

all’elettroencefalogramma avrebbe paradossalmente semplificato la situa-zione

e delimitato il problema di Eric, risparmiando agli adulti l’incertezza e

l’angoscia di fare i conti con la realtà penosa e sfuggente, difficile da

tollerare e da ricostruire mentalmente, del maltrattamento e della tra-scuratezza

ai danni del bambino.

Se il disagio del bambino può restare confinato ad una dimensione lingui-stica

o cognitiva, o comunque ad una dimensione fisica, gli operatori posso-no

proteggere la propria mente dalla percezione del dolore, dell’impotenza e

della confusione conseguenti alla violenza sessuale e all’abbandono familia-re,

possono risparmiarsi la fatica dell’impegno di condivisione emotiva ri-chiesto

da un soggetto traumatizzato, possono infine evitare di mettere in

discussione e di conflittualizzare i rapporti tra adulti.

5. Il dialogo, l’intelligenza emotiva, la capacità di ipotizzare

il maltrattamento

Vediamo ora di soffermarci sugli aspetti positivi dell’intervento istituzio-nale

nel caso di Eric, mettendo in rilievo tre passaggi fondamentali ed e-semplari

che realizzano le tre premesse elencate nel primo paragrafo.

5.1. La capacità di avvicinamento con la parola alla soffe-renza

del bambino, assumendo una disponibilità

all’ascolto e al dialogo

La logopedista avvia inizialmente un intervento attivando con il bambino

le proprie competenze professionali specifiche. Ma essendo un’operatrice

che non ha grani di sabbia negli occhi e ghiaccio nel cuore, che è dotata in

altri termini di sensibilità, si accorge che le sue competenze tecniche non

sono assolutamente sufficienti a rispondere al disagio del bambino, che il

problema non è prevalentemente linguistico, che c’è qualcos’altro. È la si-tuazione

in cui si può trovare un insegnante che affronta con strumenti di-dattici

e pedagogici, senza alcun successo, i problemi di apprendimento di

un allievo portatore di un grave disagio familiare (Goleman, 1996). È la si-.12

tuazione in cui si può trovare un operatore sociale che si rende conto che le

risorse assistenziali che ha attivato a favore di un minore, per quanto consi-stenti,

non incidono in modo significativo nell’alleviare la sua intensa soffe-renza.

La logopedista percepisce l’impasse del proprio intervento e attiva a

questo punto competenze emotive e relazionali piuttosto che competenze

tecnico-professionali: con un atteggiamento coerente ed empatico e con

l’uso della parola esprime un interessamento nei confronti di Eric.

La domanda che rivolge al bambino (“Come trascorri il tempo quando

rimani a casa?”), è tutt’altro che banale o scontata, perché esprime la sua

disponibilità ad avvicinarsi non solo ai problemi del linguaggio di Eric, ma più

in generale alla sua esistenza. Non sempre gli adulti hanno il coraggio di fa-re

ad un bambino sofferente domande impegnative di questo genere. Il ri-schio

di simili domande infatti è grande: è il rischio di ottenere delle rispo-ste!

Risposte cariche di dolore e di angoscia che colui che ha formulato

l’interrogativo dovrà contenere nella propria mente e dovrà tentare di appro-fondire

in un sofferto dialogo (con il bambino, con se stesso e magari con

gli altri operatori), prima di porsi il problema delle “cose da fare”.

La logopedista osserva il bambino nella sua globalità e non solo per il

frammento (la funzione linguistica) che è associata alla sua competenza

professionale specifica, e s’accorge fino in fondo di quanto Eric sia “e-stremamente

in difficoltà e sofferente, con la matita si colpisce il petto,

procurandosi piccole lesioni, lamenta dolori di pancia e mal di testa”.

Avvicinandosi ad Eric con un atteggiamento di attenzione e con una curiosi-tà

che sembra non risultare intrusiva, bensì rispettosa e partecipe, la logo-pedista

ricava elementi di osservazione e dati emotivi significativi. Questo

aspetto consente una riflessione sulla seconda premessa soggettiva indi-spensabile

per poter percepire ed elaborare gli indicatori di maltrattamento.

5.2. La capacità di contatto con la vita emotiva per com-prendere

ed elaborare i sentimenti propri ed altrui che

possono circolare nella relazione con il bambino in diffi-coltà

e con gli adulti attorno a lui 3

La logopedista riesce a registrare in modo adeguato la preoccupazione

3 Sul tema del rapporto tra competenze tecnico-professionali e le competenze emotive

e relazionali, cfr. la “Dichiarazione dei principi e degli impegni degli insegnanti e dei diri-genti

scolastici di fronte al disagio e al maltrattamento degli allievi”, in C. Foti, C. Bosetto,

A. Maltese, Il maltrattamento invisibile. Scuola, famiglia, istituzioni, Angeli, Mila-no,

2000..13

che il comportamento di Eric induce. L’operatrice ha fatto delle domande al

bambino, sente che questi è reticente, l’ha osservato con sufficiente impe-gno

emotivo e ha percepito dati che stimolano in lei il sentimento della pre-occupazione.

Un sentimento che risulta molto importante per inquadrare la

situazione e per presentarla all’équipe: “Preoccupata, la logopedista por-ta

in équipe la situazione.” È a seguito del suo intervento in équipe che

viene deciso un intervento più incisivo per andare fino in fondo nella cono-scenza

delle problematiche di Eric. La preoccupazione della logopedista

non è stata un fattore di disturbo nell’acquisizione e nella trasmissione delle

informazioni, ma al contrario un fattore che ha favorito in lei e nell’équipe la

comprensione dei dati della realtà.

Non possono certo intervenire efficacemente nell’azione di tutela dei

bambini gli operatori dell’area sociale, sanitaria, educativa e giudiziaria che

non hanno sensibilità emotiva, gli operatori che non hanno capacità di preoc-cuparsi

e di provare dolore o altri sentimenti per le persone con cui entrano

in contatto, gli operatori che di fronte alla sofferenza dei bambini ricorrono

senza alcuna consapevolezza ai meccanismi difensivi di rimozione, di di-stacco

emotivo, di negazione, di razionalizzazione, ecc…(C. Roccia, C. Foti,

1994). È necessario imparare ad ascoltare l’altro, apprendendo nel con-tempo

ad ascoltare, avvertire e decodificare le emozioni che risuonano den-tro

di sé: saper riconoscere ed elaborare i sentimenti positivi o negativi

che ci vengono trasmessi attraverso la relazione interpersonale dai

bambini e dagli adulti coinvolti nelle vicende di maltrattamento e di

abuso. Ovviamente si tratta di imparare a differenziare quelli che possono

essere i vissuti emotivi che derivano dalle nostre vicende personali, dai sen-timenti

che ci vengono indotti dalle comunicazioni dei nostri utenti e dei mi-nori

di cui ci occupiamo sul piano professionale. È importante per esempio

poter riconoscere se la preoccupazione che ci ritroviamo dentro dopo una

serie di incontri con un bambino derivi da una nostra tendenza a reagire a

certi stimoli con ipersensibilità o con un eccesso di ansia, oppure sia una

traduzione emotiva adeguata dei messaggi verbali ed extraverbali ascoltati

da quel bambino (come in effetti capita alla logopedista che incontra Eric e

che si sente preoccupata per lui). È fondamentale, per fare un altro esem-pio,

capire se la rabbia che ci ritroviamo dentro dopo un colloquio con un

genitore sia la conseguenza di nostre personali vicissitudini, infantili o attuali,

che rischiano di sovrapporsi alla nostra attività professionale oppure, al con-trario,

se sia la registrazione emotiva corretta di atteggiamenti di onnipoten-za,

di arroganza, di manipolazione di quel genitore..14

5.3. La capacità di formulare, tenere a mente e sottoporre a

falsificazione o verifica l’ipotesi del maltrattamento ai

danni del bambino

In base al resoconto del caso di Eric, la psicologa che incontra il bambi-no

compie una mossa decisiva che sembra sbloccare le resistenze di Eric a

parlare: “Dopo una serie di sedute, nel corso delle quali emergono vis-suti

di paura, la psicologa affronta il tema della protezione dei bam-bini.

Eric, dapprima molto reticente, si lascia “scappare” che il papà e

la mamma, qualche sera lo portano a trovare un signore anziano che

si chiama Luigi…” La psicologa per esempio può aver parlato al bambino

in questi termini: “I bambini molte volte hanno bisogno di protezione e non

sempre i grandi riescono a proteggerli…”. Ma perché la psicologa decide di

introdurre questo tema? Evidentemente perché nella sua mente è comparsa

l’ipotesi che Eric possa aver bisogno di essere protetto da un maltrattamen-to.

Senza la capacità di ipotizzare la violenza ai danni di un bambino da par-te

dell’operatore, non c’è la possibilità di farla emergere, anche qualora fos-se

massicciamente presente. Eric non avrebbe iniziato il suo processo di ri-velazione,

e avrebbe pertanto continuato a subire violenza sessuale, se la

psicologa avesse assunto un atteggiamento clinico “neutrale” e distaccato

nei suoi confronti, senza attivarsi in un impegno di esplorazione empati-ca

della sua situazione. È stato proprio questo impegno che ha portato la

psicologa a formulare e ad esplicitare in forme opportune l’ipotesi che Eric

potesse avere bisogno di protezione. Un maltrattamento può essere

massiccio, ma se non ci sono gli occhi e una mente disposti a rico-noscerlo

il maltrattamento si perpetua privo di esistenza sociale e

di controllo sociale, rimanendo avvolto nel silenzio e

nell’invisibilità. Se il maltrattamento non può essere neppure mentalizzato

in via ipotetica, non può in alcun modo essere riscontrato nella realtà. La

capacità di ipotizzare non va confusa con l’atteggiamento suggestivo né con

l’atteggiamento ‘verificazionista’ che mira a cercare in ogni modo nella re-altà

gli elementi che tendono a dimostrare l’ipotesi assunta: in relazione al

disagio di un bambino l’ipotesi del maltrattamento deve essere presente ac-canto

ad altre differenti ipotesi che devono circolare nel campo mentale

dell’operatore per un periodo adeguato, in attesa di elementi reali sia di ve-rifica

che di falsificazione..15

6. L’impensabilità del maltrattamento ai danni dell’in-fanzia

La violenza all’infanzia è tendenzialmente impensabile. “Se inten-diamo

per atrocità - ha affermato Alessandro Vassalli (1995, pag. 17) -

un’azione traumatica volontaria, che produce volontariamente un danno ad

un essere umano ad opera di un altro essere umano, la risposta normale è

quella di fare scomparire l’atrocità stessa dalla coscienza”. Pensare in mo-do

adeguato il maltrattamento implica sempre la tolleranza di un dispiacere

e il superamento di una resistenza psichica: la mente infatti tende ad eva-cuare

la percezione di tutte le forme di abuso ai minori, le quali presentano

sempre aspetti di atrocità, anche quando si accompagnano nell’abusante

all’esibizione di sentimenti affettuosi e gentili e alla negazione della consa-pevolezza

e della responsabilità. Tutti gli operatori che, in campo sociale,

sanitario, psicologico o giudiziario hanno seriamente approfondito la cono-scenza

e l’intervento sul problema della violenza sessuale in danno dei mi-nori,

hanno fatto esperienza diretta, all’inizio del loro impatto con i casi, con

la dimensione dell’impensabilità, considerando per esempio inimmaginabili

certe modalità perverse ed atroci di svolgimento del maltrattamento e

dell’abuso sessuale ai minori, modalità che in seguito, nella prosecuzione del

loro impegno professionale sul campo, hanno dovuto, loro malgrado, impa-rare

ad ipotizzare come realistiche.

L’ipotesi del maltrattamento si espone ovviamente alla sua verifica op-pure

alla sua falsificazione. L’impossibilità invece di formulare una tale ipo-tesi

comporterà inevitabilmente una negazione aprioristica del maltrattamen-to.

Fin tanto che mancava alla scienza e alla pratica medica la categoria

clinica della Sindrome del bambino battuto il maltrattamento fisico non po-teva

essere diagnosticato. La medicina e la pediatria hanno dovuto attende-re

gli scritti di Silverman e di Kempe degli anni ‘50 e ‘60 per poter perveni-re

alla pensabilità dell’ipotesi dolorosa e sconcertante, in base alla quale gli

stessi genitori possono diventare capaci di violentare fisicamente i loro figli

anche neonati. Negli Stati Uniti qualche medico aveva perfino definito una

“Sindrome di ipersensibilità alle contusioni” su ossa ancora immature per

spiegare i gravi traumatismi fisici presentati da bambini molto piccoli che

arrivavano in Pronto Soccorso, senza dover ipotizzare la violenza dei geni-tori.

Fin tanto che mancava l’ipotesi del maltrattamento, venivano sì rileva-te

nel neonato battuto le ossa fratturate, ma la causa non poteva essere in-dividuata

nell’impulsività e nel sadismo dei genitori, bensì in una debolezza

organica del bambino.

Nel corso di una lunghissima notte di ignoranza e di irresponsabilità la

comunità adulta e la stessa comunità scientifica hanno respinto la mentaliz-.16

zazione del fenomeno della violenza ai danni dei bambini. Ciò che porta la

comunità adulta e la stessa comunità scientifica a sottrarsi alla responsabilità

di percepire in modo pieno e responsabile il fenomeno del maltrattamento e

dell’abuso all’infanzia è in particolare la difficoltà a mentalizzare la penosa

ed intollerabile situazione di impotenza delle piccole vittime, la loro radicale

perdita di controllo sulla violenza che si è abbattuta su di loro, la loro drasti-ca

perdita di capacità di comprensione e di significazione delle ragioni del

trauma subito (De Zulueta, 1999). Essendo l’abuso sessuale, e a maggior

ragione l’abuso psicologico ai danni dell’infanzia, fenomeni ancora più “invi-sibili”

di quanto non appaia l’abuso fisico, in quanto lasciano tracce meno

evidenti e riconoscibili, ci troviamo tuttora di fronte ad acute difese e resi-stenze

nei confronti del loro riconoscimento come fenomeni socialmente si-gnificativi.

La crescita sociale e culturale di consapevolezza del fenomeno

del maltrattamento all’infanzia procede attraverso diverse fasi temporali e

attraverso il superamento di successivi sbarramenti di resistenza: possiamo

dire che abbiamo socialmente raggiunto un certo livello di consapevolezza,

anche se non pienamente soddisfacente, sul fenomeno della violenza fisica;

stiamo affrontando le resistenze legate alla rimozione e alla negazione del

fenomeno dell’abuso sessuale; evidentemente ci vorrà ancora parecchio

tempo prima che la comunità adulta sia in grado di prendere coscienza e di

responsabilizzarsi in modo adeguato sul fenomeno della violenza psicologi-ca,

ancor più diffuso, ancor più caratterizzato dall’inconsapevolezza vuoi

dell’abusante che dell’abusato, ancor più destinato a suscitare processi di

resistenza.

Il maltrattamento all’infanzia risulta invisibile, in quanto è impensabile.

Noi possiamo percepire solo le forme che in qualche misura sono già pre-senti

nel nostro apparato psichico. Il maltrattamento all’infanzia è un feno-meno

che tende ad essere evacuato dalla mente per diverse ragioni. Es-sendo

troppo doloroso da pensare, il fenomeno risulta troppo difficile da

percepire. Ci sono quattro ordini di ragioni per cui la violenza

all’infanzia, ed in particolare l’abuso sessuale, può risultare in qualche misu-ra

impensabile da parte della comunità adulta e da parte degli stessi esperti

chiamati all’accertamento psicologico dell’attendibilità del minore: tali ragio-ni

hanno a che fare con: a) l’impatto con il dolore; b) l’impatto con la

confusione; c) il bisogno di mantenere il ricorso all’idealizzazione; d)

l’ansia del conflitto. Proverò ad illustrare queste ragioni, facendo riferi-mento

all’abuso sessuale, benché questa analisi potrebbe essere estesa a

tutte le forme del maltrattamento.

6.1. L’impatto con la sofferenza e l’impotenza.17

Chi si avvicina alle situazioni di abuso sessuale ai minori è obbligato ad

entrare in contatto con la sofferenza, con l’impotenza e con i processi

emotivi di disgregazione del Sé sia della piccola vittima, sia dei soggetti

del nucleo familiare dove si svolge l’abuso: il contatto con questi sentimenti

penosi paralizza la pensabilità. Inoltre nell’identificazione con la vittima può

essere riattivato in qualche misura un dolore specifico associato alle situa-zioni

personali di sofferenza che qualsiasi adulto e qualsiasi professionista

ha vissuto nel corso della propria infanzia e nella propria adolescenza, in

forme più o meno gravi: situazioni di mancanza di rispetto della propria ses-sualità

e dei propri bisogni emotivi. Risulta pertanto automatico

nell’osservatore, per difendersi dal dolore, mobilitare potenti angosce con-trotrasferali

e attivare meccanismi difensivi che possono portare al discono-scimento

mentale dell’abuso.

6.2. La confusione

La pensabilità è messa a dura prova dalla confusione. E l’abuso ses-suale

è un territorio dove le confusioni inevitabilmente si generano e si ac-cumulano:

confusione nella coppia abusante-abusato tra i ruoli generaziona-li,

tra la vittima e l’aggressore, tra l’innocente e il colpevole, tra il linguaggio

della tenerezza del bambino e il linguaggio della passione dell’adulto (Fe-renczi,

1932); confusione tra il ruolo passivo e il ruolo attivo, tra l’amore e

l’odio, tra il bene e il male, tra la realtà e la fantasia nella vittima stessa; tra

il piacere e il senso di colpa, tra l’eccitazione e l’impossibilità psicofisica di

gestirla da parte del bambino; confusione tra il passato di vittima e il

presente di aggressore sessuale nell’adulto, tra la comprensione e la

condanna nei suoi confronti, tra la gentilezza seduttiva e la

strumentalizzazione brutale da parte dell’autore dell’abuso, etc (C. Roccia,

1999).

6.3. Rinunciare al bisogno di idealizzazione

Mentalizzare l’abuso sessuale in danno dei minori comporta inevitabil-mente

una qualche profonda rinuncia al bisogno di idealizzare la realtà. Il

mondo degli adulti, le figure dei genitori, il funzionamento della famiglia ap-paiono

attraversati da correnti di odio e di strumentalizzazione e caratteriz-zati

pertanto da tratti molto diversi da quelli ottimali, desiderati e rassicuranti

per tutti: tratti di benevolenza, di disponibilità, di protezione verso l’infanzia.

La presa d’atto delle potenzialità violente e perverse che possono comparire

nelle figure genitoriali può in qualche misura disturbare non solo il bisogno di.18

mantenere una visione il più possibile ideale e positiva del genere umano e

della realtà sociale, ma anche lo stesso bisogno di conservare un’immagine

totalmente ideale della propria infanzia, della propria storia familiare e della

propria realtà interna (Miller, 1987). Allontanare dalla percezione e dal pen-siero

l’abuso sessuale ai danni di un bambino può indubbiamente servire a

difendere il ricorso all’idealizzazione come meccanismo difensivo con cui

affrontare la realtà.

6.4. Incontrare il conflitto

Far rientrare fino in fondo l’abuso nel campo della pensabilità spinge il

soggetto a decisioni e a comportamenti destinati ad andare incontro alla

prospettiva ansiogena del conflitto: come ha affermato René Girard

(1980), laddove le differenze sono gravemente abolite come nell’incesto e

nell’abuso sessuale in danno dei minori, si può determinare una spirale di

violenza capace di contagiare tutti coloro che vi si avvicinano. L’adulto

che pensa e prende sul serio fino in fondo una rivelazione di abuso sessuale

da parte di un bambino viene ad essere coinvolto in un’identificazione

molto rischiosa con la piccola vittima: anche lui può andare incontro a

reazioni di aggressione e minaccia da parte di quella fetta del mondo adulto

con la quale si porrà in conflitto per il fatto stesso di non aver lasciato le

comunicazioni del bambino in un’area di silenzio e di incredibilità. Come il

bambino, per il fatto stesso di mettere in parola l’abuso rompendo il muro di

ricatto e di omertà che l’accompagnava, l’operatore si espone a risposte di

colpevolizzazione, di incredulità, di ritorsione punitiva da parte dell’autore

della violenza, così il perito che valuta dopo attento esame come attendibile

il minore potrà andare incontro anch’egli (anche se in genere in misura più

ridotta) a reazioni ostili e a pesanti accuse, spesso del tutto aprioristiche, di

eccesso di zelo o di ignoranza, in misura direttamente proporzionale alla ca-pacità

di risposta sociale e giudiziaria degli adulti coinvolti. L’ansia del con-flitto

si contrappone frontalmente alla pensabilità dell’abuso.

7. Non aver paura di parlare ai bambini

Durante un corso di formazione per operatori da me tenuto sulle tema-tiche

del maltrattamento e dell’abuso ci sono stati resoconti interessanti e

vivi da parte di alcuni gruppi di assistenti sociali. Il lavoro di piccolo gruppo,.19

previsto all’interno del suddetto corso, ha visto fra l’altro l’utilizzo di meto-dologie

esperienziali basate sui principi dell’intelligenza emotiva (C. Foti, C.

Bosetto, 2000). Questo aspetto tecnico e nel contempo relazionale, costitu-tivo

dello stile formativo che è stato proposto nel corso, ha contribuito a sol-lecitare

nelle assistenti sociali risorse creative di attivazione emotiva e pro-fessionale.

Un gruppo di assistenti sociali per rappresentare e riportare in

assemblea generale il percorso formativo compiuto ha scelto di drammatiz-zare

una scenetta nella quale diverse figure di operatori e di professionisti si

palleggiano il peso e la responsabilità di comunicare al bambino la notizia

che sarà allontanato dalla propria famiglia e sarà inserito in comunità. “Il

giudice: ‘Non tocca a me, non sono mica un operatore dei Servizi’.

L’insegnante: ‘Non è certo compito mio, mi occupo della sua presenza

a scuola e non certo della sua vita sociale. L’educatore: ‘Noi non co-nosciamo

il bambino; sono gli operatori che già lo conoscono che de-vono

parlargli’. Lo psicologo: ‘Dovrei uscire dal setting per andare a

parlare al bambino. Non posso farlo’”. Al termine della scenetta è

l’operatrice sociale che accetta di sobbarcarsi il compito, da tutti rifiutato, di

affrontare in un colloquio con il minore il tema del suo allontanamento: “Se

non c’è nessuno che lo vuol fare, sarò io che parlerò al bambino”.

Si è trattato di una rappresentazione sociodrammatica molto realistica

della difficoltà consistente (diffusa tra gli operatori minorili e più in ge-nerale

tra gli adulti in genere) ad avvicinarsi con la parola alle situazioni

sofferte e problematiche che possono vivere i soggetti in età evolutiva. Pur-troppo

la realtà supera in peggio la sceneggiatura di fantasia proposta dal

gruppo delle assistenti sociali. Molto esteso è l’isolamento comunicativo che

circonda i bambini e molto gravi (e negate) sono le carenze dialogiche degli

operatori minorili e dei professionisti dell’infanzia. Spesso i bambini, soprat-tutto

quelli maggiormente sofferenti e maltrattati, sono derubati per lunghi

periodi di informazioni preziose concernenti la propria esistenza, sono depri-vati

della possibilità di confrontarsi con adulti disposti benevolmente a ragio-nare

sui dati di realtà fondamentali della propria vita. Esiste una particolare

difficoltà degli operatori e dei professionisti dell’infanzia ad avvicinarsi con il

dialogo ai bambini vittime di violenza, di trascuratezza e di abbandono per

affrontare con loro le situazioni e le problematiche più sofferte e conflittuali,

che spesso risultano le più immediate e le più importanti.

Rosy, una bambina di quattro anni e mezzo, di madre italiana e di padre

egiziano, aveva subito a quattro anni e mezzo un abuso sessuale da parte

del padre. La bambina dopo la rivelazione viene allontanata dalla famiglia

per essere collocata in una comunità. A differenza di quanto avviene nella

rappresentazione sociodrammatica prodotta dal gruppo di assistenti sociali,

nella gestione di questo caso l’assistente sociale non ha il coraggio di prepa-.20

rare con un discorso chiaro e concreto la bambina all’allontanamento e

all’inserimento in comunità. Anche dopo tale inserimento nessun operatore

parla con Rosy, nessuno illustra chiaramente ed empaticamente alla bambi-na

la situazione che si è determinata con la sua rivelazione. Nessuno le for-nisce

informazioni adeguate su cosa sta accadendo nella sua vita e su cosa

potrà accadere. Nessuno le spiega, nessuno accoglie ed elabora le sue pau-re,

nessuno la rassicura. A Rosy vengono dette cose generiche, assurde o

addirittura false: “Tuo padre ha dovuto tornare in Egitto per un po’ di

tempo. Tua madre non ti può tenere perché deve lavorare e ha da fa-re.”

Le vie della violenza ai danni dell’infanzia passano anche attraverso la

fuga dal dialogo e dalla comunicazione, attraverso la negazione della capa-cità

dei bambini di elaborare molti dati essenziali della realtà e della vita, at-traverso

la sottrazione e la manipolazione della verità che li riguarda, attra-verso

il disprezzo del bisogno fondamentale che i bambini hanno di

acquisire e di elaborare le informazioni sui punti fondamentali della

propria esistenza.

Quando una psicologa del Centro Studi Hänsel e Gretel, che ha avuto

l’incarico di perito dal Tribunale per la valutazione dell’attendibilità della mi-nore,

ha incontrato Rosy in comunità dopo circa un anno e mezzo dal suo

inserimento, s’è trovata di fronte ad una bambina molto confusa, spaventa-ta.

Rosy credeva di essere stata abbandonata dai genitori perché aveva

parlato delle “cose brutte” che succedevano in famiglia e temeva di

raccontare nuovamente l’accaduto nel timore che anche gli educatori

potessero abbandonarla: non a caso da un anno e mezzo non ne aveva più

parlato con nessuno. Non è stato semplice per la psicologa riuscire a

rassicurare la bambina e metterla a proprio agio affinché fosse nuovamente

in grado di raccontare la sua dolorosa vicenda. Un impegno fondamentale

della psicologa è stato quello di rompere il cordone di silenzio che

circondava la bambina sulla sua stessa vicenda, fornendole alcune

informazioni essenziali e rendendosi disponibile ad accogliere quel dolore e

quell’incertezza che inevitabilmente sono sollecitati in un bambino da una

comunicazione veritiera e da un atteggiamento franco e realistico

dell’adulto. Quel dolore e quell’incertezza possono comunque essere

elaborati all’interno del dialogo con l’adulto, mentre invece l’accantona-mento

dei problemi e delle situazioni drammatiche che pesano sull’esi-stenza

del bambino lo lasciano da solo con sentimenti di dolore e di

confusione molto più nocivi perché vengono rimossi o scissi, e quindi non

possono assolutamente essere affrontati e superati psichicamente.

Perché facciamo fatica a parlare con i bambini deprivati, abbandonati,

violentati? Perché ci difendiamo in ogni modo dalla possibilità di aprire con

loro un dialogo schietto e rispettoso sulle problematiche più dolenti che li.21

coinvolgono? Perché, conseguentemente, facciamo fatica ad aiutarli ad e-sprimere

le loro ansie e le loro difficoltà emotive e a comunicare le situazio-ni

di maltrattamento che hanno vissuto e vivono? Affrontare con la parola

autentica e con il pensiero riflessivo tematiche dolorose riguardanti la vita

dei bambini deprivati, abbandonati, violentati significa essere disponibili a

presentificare nella nostra mente le situazioni di debolezza e di infermità che

spesso precedono, si accompagnano e seguono all’esperienza traumatica.

Dialogare con un bambino vittima di violenza o abuso significa essere di-sponibili

ad entrare in contatto con sentimenti molto penosi e mentalmente

indigesti. Significa far entrare nella propria mente una quota della pena e

dell’impotenza che vive una piccola creatura traumatizzata. Tutto questo ri-chiede

molta disponibilità e molta forza.

Felicity De Zulueta ha dimostrato che il trauma rappresenta per la vitti-ma,

a maggior ragione se piccola, una grave frustrazione a quel bisogno di

controllo sulla realtà esterna che costituisce un bisogno fondamentale

dell’essere umano. “Come sottolinea Janoff-Bulman, l’idea di essere invul-nerabili

(‘Non può capitare proprio a me!’), l’idea che il mondo abbia signi-ficato

(‘Ha senso’) e, per molti, che si valga come persone, che si sia ri-spettabili,

sono i tre presupposti inconsci che utilizziamo per affrontare la vi-ta

di tutti i giorni. La ‘sindrome da stress’ descritta dal disturbo post-traumatico

da stress, può in gran parte essere collegata al crollo degli as-sunti

di base delle vittime su se stesse e sul proprio mondo” (F. De Zulueta,

1999, pag. 218, 219).

Il trauma dunque viene a distruggere nel bambino tre elementi fonda-mentali

della sua evoluzione mentale:

a) quel senso di invulnerabilità/inviolabilità del Sé che, quando non

sconfina in forme derealistiche, costituisce un vissuto basilare di fiducia e di

sicurezza nel proprio futuro;

b) la possibilità di dare un senso positivo alla propria esperienza e alla

propria esistenza;

c) l’autostima come consapevolezza di un valore costitutivo apparte-nente

al Sé.

Di fronte all’impatto di accadimenti violenti che intrudono nel proprio

sviluppo fisico, minacciando di bloccarlo e di distorcerlo, di fronte

all’irruzione strumentale nella propria vita di comportamenti di abuso e di

maltrattamento, il bambino traumatizzato perde in modo drammatico il con-trollo

sulla realtà del mondo esterno e del mondo adulto in particolare e

smarrisce la percezione rassicurante della propria inviolabilità e del proprio

valore in quanto persona. Il bambino maltrattato o abusato non ha neppure

davanti a sé la possibilità di riprendere un qualche controllo sulla realtà e-sterna,

attraverso una qualche donazione di senso nei confronti di.22

un’esperienza traumatica strutturalmente insensata. Non a caso molte pic-cole

vittime di maltrattamento e di abuso pongono spesso ad interlocutori

adulti che hanno dato prova di capacità di ascolto e di sostegno una doman-da

inquietante e struggente: “Perché proprio a me?”. Cercano in altri

termini di dare un senso ad un’esperienza di violenza che a ben vedere non

si presta ad alcuna spiegazione e che non può presentare alcun significato

positivo. L’unica risposta a questa domanda, che la piccola vittima tende ad

individuare per tentare di dare un senso a quanto le è capitato nel tentativo

di padroneggiare in qualche maniera l’accaduto, è quella dell’attribuzione a

sé di una colpa. Meglio sentirsi colpevoli che impotenti! Per il bambino è

meglio tentare di dare un significato al maltrattamento, sentendo di averlo in

qualche modo provocato e “meritato”, piuttosto che prendere atto, con una

consapevolezza che risulterebbe per certi versi sconvolgente, della propria

assoluta inermità e fragilità in un mondo dove gli adulti sono capaci di

perversione e di follia, sottraendosi a ben vedere a qualsiasi rassicurante i-dealizzazione.

Ma perseverare nell’onnipotenza e nella confusività della colpa, conti-nuare

a rimuovere e negare il ricordo della propria sofferenza e della pro-pria

impotenza, insistere nella giustificazione e nella protezione di figure a-dulte

violente e strumentali, non rappresentano certo una soluzione adegua-ta

per il bambino maltrattato. Non esistono per lui alternative salutari ed ef-ficaci

alla necessità di pensare e di riattraversare, in un contesto dialogico,

l’esperienza traumatica con una parola sofferta, condivisa e capace di inte-grare

tutti i pezzi, anche quelli più difficili e spiacevoli, della propria storia e

della propria mente.

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