1
Percepire,
pensare ed ascoltare il
maltrattamento
1
di
Claudio Foti
1.
Quando gli indicatori non bastano mai
La
vicenda del piccolo Lorenzo è esemplare e non certo isolata: è stato
per
un lungo periodo il giocattolo erotico del padre e dell’amico del padre in
un
ambiente familiare socialmente e moralmente perbene. A soli tre anni,
come
tanti bambini abusati sessualmente, evidenzia in mille modi le stigmate
del
suo disturbo post-traumatico in un quadro di personalità disarmonico,
dove
i suoi bisogni vitali di amare, di comunicare, di crescere si alternano ad
aree
segnate dal conflitto e dalla sofferenza. La psicodiagnosi, condotta –
dopo
l’allontanamento del padre - da una psicologa del servizio socio-sanitario,
ha
evidenziato come nel gioco spontaneo Lorenzo tenda a rimet-tere
in
scena all’infinito il trauma sessuale subito e ad esprimere il proprio
vissuto
di angoscia e di terrore di fronte alla rappresentazione del proprio
abusante,
percepito esplicitamente e massicciamente come figura persecu-toria,
minacciosa
e sadica. Per mesi le notti del piccolo sono agitate e i suoi
risvegli
sono attraversati da vissuti allucinatori che lo portano a rivivere la
presenza
incombente del padre. Di giorno ogni figura che ricorda quella
dell’abusante,
ogni situazione che assomiglia a quella dell’abuso, ogni pen-siero
o
nesso associativo che lo riporta al trauma lo fa ripiombare in un in-tenso
stato
di tensione e paura o, in qualche caso, di reattività fisiologica con
blocco
delle feci. Il comportamento di Lorenzo mostra evidenti segni di re-gressione
con
attaccamento ansioso alla madre. Quest’ultima non ha per-cepito
l’abuso
per parecchio tempo e quando è stata costretta ad accorger-
1
Una versione di questo scritto è stata
pubblicata in Turino R., Gaeta A., Gogliani F., Bo-scarolo
R.,
Aburrà A., (a cura di), Il bambino tradito. Carenze gravi, il
maltrattamen-to
e
abuso su minori, Carocci, Roma, 2000. Il libro raccoglie gli atti di un corso di
forma-zione
di
base, organizzato dall’Ufficio formazione della Divisione servizi
socio-assistenziali
del
Comune di Torino per gli operatori sociali e per gli educatori della Città di
Torino..2
sene,
da un lato ha assunto coerentemente le difese del figlio, dall’altro, per
difendersi
dai sensi di colpa, ha stentato a credere fino in fondo alla vitti-mizzazione
del
bambino, nonostante tutti i dati che le vengono portati.
In
Lorenzo sono evidenti i vissuti post-traumatici di abbandono, di
tradimento,
di stigmatizzazione, di sessualizzazione.
Soprattutto questi
ultimi
sono numerosi e consistenti. Per circa un anno fuori e dentro casa ha
attuato
un’attività masturbatoria, compulsiva, ed in genere molto
prolungata.
Ha compiuto diversi e marcati tentativi di erotizzare le relazio-ni
interpersonali
più coinvolgenti. Con il suo linguaggio scarno, ma essenzia-le
e
coerente, ha rivelato più volte a familiari e ad operatori attraver-so
il
gioco e attraverso l’esplicita verbalizzazione le azioni di violen-za
fisica
e sessuale subita. E’ stato chiaro e
determinato anche con i pe-riti
nominati
dal Tribunale ordinario.
Eppure
Lorenzo rischia di non essere ascoltato e creduto. E’ troppo pic-colo
per
essere preso sul serio dai grandi e la sua testimonianza si presta a
priori
ad essere disprezzata. Si scatenano enormi resistenze, emotive e
cognitive
al riconoscimento dell’abuso di un bambino piccolo,
che in
genere
è una realtà troppo inquietante per essere mentalizzata. Siccome il
segnale
che ha suscitato le maggiori preoccupazioni dei familiari di parte
materna
di Lorenzo è stato l’intensa e coattiva masturbazione del bambino,
periti
di parte, difensori dell’abusante e periti di ufficio si coalizzano di fatto
nel
sostenere con dotte disquisizioni pseudoscientifiche che l’abuso non è
dimostrabile,
perché l’attività masturbatoria è un indicatore aspecifico di a-buso
(Cfr.
Malacrea M., Seassaro U., 1999). Dimenticando che nel caso di
Lorenzo
sono stati individuati decine e decine di indicatori, percepiti e rac-colti
in
diversi ambiti temporali ed istituzionali, che nel loro insieme inquie-tante
fanno
ipotizzare un altissimo livello di compatibilità tra il quadro com-plessivo
della
personalità, dei comportamenti, degli atteggiamenti emotivi,
dei
giochi, dei sintomi, delle parole di Lorenzo e l’abuso sessuale subito.
Dimenticando
che nessuna diagnostica medica pretenderebbe di individuare
un
disturbo o un problema organico, assumendo isolatamente un singolo sin-tomo
o
indicatore, sganciandolo dall’analisi clinica del suo insieme.
Scrivono
i due psicologi consulenti tecnici del Tribunale nella loro rela-zione
al
termine della loro indagine: “La sintomatologia del minore è sicu-ramente
compatibile
con il disturbo post-traumatico da stress. Il problema è
costituito
dal fatto che, come in letteratura documentato, con un minore di
questa
età l’ipotesi di abuso non può essere dedotta solo dai racconti del
minore
mentre i sintomi presi di per sé non sono dirimenti rispetto all’ipotesi
dell’abuso”.
Dunque, poveri bambini piccoli! L’essere abusati può rappre-sentare
per
loro una prospettiva senza speranza. I loro racconti a priori non
possono
essere presi sul serio e i loro sintomi, per quanto gravi e carichi di.3
sofferenza,
risultano a priori muti! Mentre ricerche di vario tipo dimostrano
che
bambini anche molto piccoli sono oggetto frequente di abusi sessuali, in
quanto
la sproporzione fisica e psichica tra l’adulto e il bambino eccita e nel
contempo
rassicura il pedofilo, la teoria proposta dai periti tende di fatto ad
affermare
l’indimostrabilità di qualsiasi abuso ai danni dei più piccoli,
a
meno che la violenza sessuale non venga confessata dall’autore o a meno
che
non si trovino riscontri oggettivi, peraltro così rari nelle vicende di
abuso
e pedofilia.
Non
c’è peggior sordo di chi non vuol sentire. Ci sono bambini che par-lano,
che
svelano in modo attivo e credibile la violenza di cui sono vittime,
ma
non vengono ascoltati, con tanti pretesti: perché sono troppo piccoli,
come
nel caso di Lorenzo, perché sono soggetti portatori di qualche handi-cap
(magari
prodotto proprio da quell’azione prolungata di violenza che la
vittima
tenta invano di denunciare, senza essere creduta), oppure perché,
pur
essendo bambini non più piccoli e non certo incompetenti, si afferma
che
sono stati suggestionati da qualcuno. In realtà non vengono presi sul se-rio
perché
rivelano una violenza impensabile, compiuta da adulti troppo
forti
e insospettabili, sostenuti da operatori,
periti e giudici, insensibili
alle
ragioni delle vittime ed incompetenti dal punto di vista cultura-le
ed
emotivo.
2.
Segnali non ascoltati, bambini muti
Se
il bambino parla, è possibile , anche se non è certo garantita, come si
è
visto nel caso di Lorenzo, una risposta di ascolto e di protezione. Ma se il
bambino
non parla l’analisi degli indicatori del suo malessere finisce per non
essere
approfondita e non decolla il processo d’intervento a tutela o a so-stegno
del
bambino.
Ci
sono tanti bambini, vittime di violenza, che non parlano, perché non
sono
messi nelle condizioni emotive e relazionali per mettere in parola il
maltrattamento
subito. Ci sono tanti bambini che emettono per anni o per
decenni
segnali di sofferenza, che finiscono per cadere nel vuoto come i
messaggi
che il naufrago affida alla bottiglia, gettata in mare per segnalare
una
richiesta di aiuto e destinata a restare inascoltata, perché nessuno
rac-coglierà
la
bottiglia e nessuno leggerà il messaggio in essa contenuto. Ci so-no
tanti
bambini che evidenziano segni di disagio e di maltrattamento sul
piano
ludico, espressivo, sintomatico. Questi indicatori vengono percepiti da
qualche
adulto, ma, ciò nonostante, rimangono ad un livello di scarsa e-spressività,
perché
nessuno riesce ad avvicinarsi in modo adeguatamente.4
benevolo
e protettivo alla situazione di questi bambini, aiutandoli ad aver fi-ducia
e
a rivelare in maniera esplicita la violenza. In queste situazioni i se-gnali
rimangono
deboli ed ambigui, il bambino non riesce a mettere in parola
le
ragioni del proprio disagio, a fornire informazioni chiare sul maltrattamen-to
e
sull’abuso, di cui è vittima. La ragnatela dei segreti, dei silenzi e delle
negazioni
che pesa sul bambino finisce per avere la meglio.
In
ogni modo se gli indicatori non sono utilizzati e i bambini stessi riman-gono
muti,
se i segnali della violenza, espressi in forme passive (o spesso
anche
in forme attive) dai bambini non sono correttamente ascoltati ed in-terpretati,
la
ragione non sta soltanto, né principalmente nel deficit di co-noscenza
da
parte degli operatori delle liste di indicatori delle varie forme
di
violenza che un minore può subire. La causa della difficoltà sociale ed
i-stituzionale
a
dare ascolto, senso e valore alle comunicazioni, talvolta addi-rittura
esplicite,
di disagio e di maltrattamento dei bambini, sta soprattutto
nelle
carenze mentali e soggettive degli adulti chiamati ad ascoltare, nel de-ficit
di
sensibilità, di competenza emotiva e relazionale degli
operato-ri.
Il
problema dunque non è solo, né soprattutto quello di studiare e diffon-dere
la
conoscenza degli elenchi dettagliati di indicatori di malessere che
possono
comparire nei soggetti in età evolutiva e che possono rinviare a di-verse
manifestazioni
di disagio e di maltrattamento. È importante certo stu-diare
il
tasso di significatività degli indicatori, la loro percentuale di ricorren-za
nei
casi normali e nelle differenziate forme di disagio o di violenza ai
danni
dei minori. Ma la questione più importante da affrontare è come im-parare
e
come insegnare a non voltarsi dall’altra parte di fronte agli indica-tori
della
sofferenza, a leggerli dentro la relazione interpersonale con i
soggetti
coinvolti, ad avvicinarsi ai nostri interlocutori piccoli e grandi con un
atteggiamento
empatico per favorire una maggiore
comunicatività e chia-rezza
degli
indicatori impliciti e soprattutto degli indicatori espliciti, cioè ver-bali.
Occorre
certamente sviluppare una riflessione culturale sugli indicatori
di
disagio, di maltrattamento e di abuso, occorre fornire sul piano della
pre-venzione,
dell’informazione
e della formazione strumenti di conoscenza su
questi
indicatori, sul loro valore e sui limiti specifici di tali indicatori, ma cre-do
che
sia fondamentale e prioritario occuparsi delle premesse mentali e
soggettive
indispensabili agli operatori per
decifrare ed elaborare gli indica-tori.
Vorrei
sottolineare tre di queste premesse che descriverò più approfon-ditamente
in
seguito: a) la capacità di avvicinamento con la parola alla
sofferenza
del bambino per assumere una disponibilità all’ascolto e al dialo-go;
b)
la capacità di contatto con la vita emotiva per comprendere ed
elaborare
i sentimenti propri ed altrui che possono circolare nella relazione.5
con
il bambino in difficoltà e con gli adulti attorno a lui; c) la capacità di
formulare,
tenere a mente e sottoporre a falsificazione o verifica
l’ipotesi
inquietante del maltrattamento ai
danni del bambino.
La
formazione relativa agli indicatori non deve pertanto restare sul pia-no,
per
quanto utile e necessario, della trasmissione di informazioni, bensì
deve
accompagnarsi ad interventi sullo sviluppo delle competenze emotive
e
relazionali degli operatori che devono
imparare a percepire ed elaborare
quegli
indicatori.
Solo
a questa condizione è possibile:
a)
evitare che i contenuti informativi sugli indicatori restino inutilizzati a
causa
dell’insensibilità emotiva o dell’incompetenza relazionale;
b)
contrastare i rischi di un atteggiamento schematico, vuoi difensivo vuoi
allarmistico
tendente a leggere gli indicatori come significanti univoci al di
fuori
di un impegno all’ascolto e alla relazione.
L’esperienza
dell’intervento sociale e psicologico a protezione del mino-re
e
la letteratura scientifica sull’argomento iscrivono senza dubbio la que-stione
degli
indicatori nel registro della complessità. Vale la pena riportare
al
riguardo una riflessione di Cirillo e Cipolloni (1994, pp. 149-150): “Un
singolo
indicatore sarà sempre ambiguo, in
quanto può rimandare a una
serie
di fattori causali differenti dalla trascuratezza e dal maltrattamento. È
solo
l’inserire il singolo indicatore all’interno di un quadro complessivo che
può
permettere di arrivare ad una diagnosi convincente. Per far questo soli-tamente
non
basta un singolo operatore, ma è necessaria una diagnosi con-giunta,
in
cui più tecnici (per esempio, medico scolastico, pediatra di base,
assistente
sanitaria, insegnante, direttore didattico, assistente sociale, psico-logo,
neuropsichiatra
infantile, educatore, volontario, psichiatra curante del
genitore...)
mettano insieme gli elementi di osservazione in possesso di cia-scuno
per
arrivare a formulare un’ipotesi sufficientemente certa di maltrat-tamento
o
trascuratezza, oppure per escluderla. Si veda il caso
dell’inadempienza
scolastica, indicatore estremamente frequente, e forse
per
questo non sufficientemente indagato. Preso isolatamente, questo indi-catore
non
ci dice nulla sulla natura del quadro sottostante. Solo un’indagine
accurata
può metterlo in relazione ad altri segnali che possono illuminare la
situazione
globale in cui va inserito. Ad esempio la risposta dei genitori,
convocati
per discutere del segnale raccolto, potrà metterci in contatto con
adulti
estremamente preoccupati per una fobia scolare del figlio (magari as-sociata
con
sintomi psicosomatici come il vomito) o con altri che tendono a
minimizzare
l’entità del dato, o a giustificarlo con motivazioni pretestuose. In
quest’ultima
evenienza, una più approfondita osservazione dello stato di sa-lute
(quanto
alla crescita staturo-ponderale, alla cura dei denti, della vista
ecc.)
e di igiene del bambino potrà far emergere altri indizi che depongono.6
per
una grave trascuratezza, in cui l’inadempienza scolastica si inserisce. In
altri
casi ancora, potremo appurare attraverso il contatto con gli operatori
dei
servizi specialistici per adulti una condizione di tossicodipendenza o di
alcolismo
della madre, che non si sveglia la mattina per preparare il bambi-no
in
tempo per la scuola o che addirittura richiede a lui le cure per sé, op-pure
un’altra
patologia del genitore, ad esempio di tipo fobico, per cui
l’adulto
pretende la compagnia del figlio per non restare solo in casa. Infine,
la
scoperta di concomitanti indicatori tipici di abuso sessuale potrà farci
scoprire
che la bambina è trattenuta a casa da scuola dal padre o da un al-tro
familiare
che abusa di lei.”
In
conclusione non esistono indicatori che ci tolgono la responsabilità di
sviluppare,
a partire dal nostro ruolo istituzionale specifico,
l’impegno
ad approfondire la situazione,
assumendo atteggiamenti emo-tivi,
relazionali
e professionali adeguati ed integrando in rete le informazioni
acquisite.
Non esistono indicatori che ci possano esimere dal nostro dove-roso
impegno
a costruire un’osservazione partecipe, attenta e prolunga-ta,
capace
di cogliere la globalità del comportamento e dell’atteggiamento
del
minore nel suo contesto. Spesso gli indicatori fisici e comportamentali
non
possono che essere muti, ma tocca agli adulti, agli operatori delle diver-se
istituzioni
il compito di favorire nella soggettività del minore
l’emergenza
dell’indicatore più significativo e meno ambiguo,
l’attivazione
del mezzo simbolico e comunicativo più efficace: la parola.
Attraverso
la parola il bambino può contribuire in modo determinante a fare
chiarezza
sulla propria vicenda e sulla propria situazione, può fornire agli
operatori
gli strumenti per sollecitare e ricevere risposte efficaci di prote-zione
e
sostegno, può avviare un percorso per emanciparsi sul piano della
realtà
esterna e sul piano della realtà interna dalla propria condizione di vit-tima
passiva
ed impotente.
3.
Un mal di testa da comprendere: il caso di Eric
L’analisi
del caso di Eric può essere utile per approfondire la riflessione
sulle
premesse mentali e soggettive indispensabili alla percezione e
all’elaborazione
degli indicatori della sofferenza del bambino; più in genera-le,
può
essere utile alla riflessione sulle premesse mentali alla costruzione di
un
efficace processo di intervento a protezione del bambino. Eric è un
bambino
di otto anni, vittima di un abuso sessuale compiuto da un pedofilo e
vittima
di una famiglia gravemente trascurante, se non collusiva. Lo svilup-.7
po
e l’esito dell’intervento di protezione risultano efficaci.2
“Eric
è un bambino di otto anni che frequenta la III classe elemen-tare.
Il
papà Salvatore, di 38 anni, è operaio; la mamma, Rosa, di 32
anni,
svolge lavori stagionali presso un azienda conserviera. Fa parte
del
nucleo familiare anche la sorellina Stefania, che ha 5 anni e fre-quenta
la
scuola materna parrocchiale. La madre si è rivolta al servi-zio
di
Neuro-psichiatria Infantile su invio degli insegnanti della scuo-la
elementare
perché Eric presentava un ritardo del linguaggio e dif-ficoltà
di
apprendimento .Il servizio di N.P.I ha diagnosticato un di-sturbo
evolutivo
specifico misto (del linguaggio e delle capacità scola-stiche)
in
un quadro complessivo di grave deprivazione culturale, che
ha
progressivamente depauperato il potenziale cognitivo dal bambino,
pur
escludendo un originario disturbo dell’intelligenza. Eric è descrit-to
come
un bambino che presenta difficoltà nella concentrazione e nel
seguire
la regole del gruppo classe. Il minore è stato pertanto certifi-cato
e
inserito all’interno di un programma che prevede cicli di trat-tamento
logopedico.
All’inizio
della III classe, Eric ha avuto un calo significativo del
rendimento,
con aumento delle sue difficoltà di concentrazione e con
manifestazioni
ingiustificate di aggressività e di chiusura ed esplicita-zione
di
frequenti mal di testa. Nel corso delle sedute con la logopedi-sta
appare
estremamente in difficoltà e sofferente: con la matita si
colpisce
il petto, procurandosi piccole lesioni, lamenta dolori di pan-cia
e
mal di testa, è reticente nel rispondere alle domande della logo-pedista
che
gli chiede come trascorre il tempo quando rimane a casa
da
scuola. Preoccupata, la logopedista porta in équipe la situazione.
In
quella sede viene valutata la necessità di approfondire ulteriormen-te
l’origine
del malessere del bambino e quindi il responsabile del
Servizio
(NPI), esponendo gli elementi emersi dalla verifica presso la
scuola,
propone ai genitori che Eric sia sottoposto ad un accertamen-to
sanitario
per i suoi mal di testa (EEG) e che, qualora non vi siano
esiti
significativi il bambino possa effettuare alcune sedute con la psi-cologa
a
scopo diagnostico. I genitori minimizzano i problemi del
bambino
attribuendo la responsabilità del suo disagio ad una scarsa
sensibilità
delle insegnanti ma poi, di fronte ai dati di realtà presentati
dalla
NPI, dichiarano di aderire alla proposta. Di fatto poi non ricon-tattano
il
servizio e le insegnanti nel segnalare nuovamente un aumen-
2
Per presentare il caso utilizzo un
resoconto che è stato presentato in un seminario di for-mazione
per
operatori psico-sociali organizzato dalla Fondazione Minguzzi di Reggio Emilia
nel
1999..8
to
del disagio del bambino riferiscono che Eric ha raccontato che non
è
stato dal dottore a fare gli esami per il mal di testa. Il pediatra del
bambino,
previo contatto con il servizio di NPI, convince la famiglia
ad
effettuare l’EEG e di fronte all’esito negativo, invia nuovamente il
minore
al servizio di NPI.
Seppure
con notevole resistenza la madre accetta di accompagnare
Eric
alle sedute con la psicologa, ma rimane dinanzi alla porta in evi-dente
atteggiamento
di controllo della situazione. In seduta col bam-bino
la
psicologa informa Eric che ha parlato con la logopedista e le
sue
insegnanti, che pensa che a casa succedano cose che lo preoccu-pano
e
che per questo lui sia così sofferente, e che se lui riuscirà a
parlarne
potrà stare meglio e lei potrà aiutare i suoi genitori a capire,
ed
eventualmente a cambiare nei suoi confronti. Il bambino in modo
confuso
ed incongruo, balbettando, dice che la mamma gli fa mangia-re
il
gelato che a lui non piace, poi si corregge e dice che il gelato gli
piace,
sono altre cose che non gradisce, ma non vuole spiegare di più
e
parlando, nasconde il viso nel maglione. È in evidente difficoltà ed
estremamente
ansioso; dice che ha mal di testa, poi apre la porta aldi-là
della
quale lo aspetta la madre e la saluta in modo concitato e pla-teale.
Conclude
il colloquio chiedendo quando potrà tornare.
Dopo
una serie di sedute, nel corso delle quali emergono vissuti di
paura,
la psicologa affronta il tema della protezione del bambino. E-ric,
dapprima
molto reticente, si lascia “scappare” che il papà e la
mamma
qualche sera lo portano a trovare un signore anziano che si
chiama
Luigi e che qualche volta, quando la mamma ha male alla te-sta,
lo
lasciano là a dormire; aggiunge che quel signore gli compra
dei
giochi e che quando è là si lava da solo (“cosa credevi?! “). Ma
poi
aggiunge che lui non ci vuole andare. La psicologa dice al bam-bino
che
forse i suoi genitori non hanno capito perché a lui non piace
andare
a dormire da quel signore e che forse se lei potesse spiegar-glielo
bene,
potrebbero capire. Il bambino angosciato racconta allora
che
Luigi gli fa dei “dispetti” sotto le coperte. Inoltre riferisce che
qualche
volta c’è anche un altro signore, amico di Luigi, che abita a...
e
si chiama Giuseppe e che a lui non piace, che guarda, mentre loro
stanno
nel letto. Quando la psicologa gli chiede che cosa intende per
“dispetti”
comincia e pungersi il petto con una matita, poi a fatica ed
in
modo stentato, riferisce che Luigi gli tocca il suo pisellino e vuole a
sua
volta che anche lui lo tocchi, ma a lui fa schifo e non lo fa; ag-giunge
piangendo
che l’ha detto alla sua mamma, ma che lei non gli
ha
creduto. Aggiunge particolari che contestualizzano la situazione,
fornendo
elementi sul luogo e sul tempo in cui si sono svolti i fatti. La.9
sofferenza
del bambino appare congrua al racconto.
Il
Servizio di NPI attiva in giornata il Servizio Sociale con il quale
esamina
come procedere nell’intervento di protezione del bambino;
viene
deciso di informare immediatamente la Procura della Repubbli-ca
presso
il Tribunale per i Minorenni e la Procura presso il Tribuna-le
Ordinario,
attraverso i rispettivi Sostituti Procuratori di turno, al
fine
di garantire un’adeguata protezione del bambino e nel contempo
al
fine di non inquinare l’intervento del percorso penale. Viene preso
in
esame, in accordo con il Tribunale per i Minorenni, la necessità di
tutelare
anche la sorellina minore, tenuto conto che dai racconti di
Eric
i genitori sono apparsi non sufficientemente protettivi, nonostan-te
il
disagio e le dichiarazioni del figlio.”
4.
I tempi del bambino e i tempi dell’adulto
Da
questo resoconto possiamo farci un’idea di una gestione sostanzial-mente
valida
e risolutiva dell’intervento di protezione di Eric da parte della
“rete”
degli operatori coinvolti. Dalla mia esperienza di formatore e di su-pervisore
posso
affermare che si tratta di una gestione complessivamente
ottimale.
Sappiamo infatti che ci sono tanti, tantissimi Eric, la cui vicenda di
maltrattamento
e di abuso rimane sommersa e non viene affatto rilevata ed
interrotta
con tanta efficacia come nel caso in questione. Ci sono tanti, tan-tissimi
Eric
che vengono di fatto abbandonati nell’inferno della loro condi-zione
di
vittime o nel limbo di una realtà familiare, dove l’intervento di
prote-zione,
pur
avviato, stenta a risolversi con una capacità effettiva di ascolto
del
malessere del bambino e con una tutela coerente della sua persona.
Rimane
peraltro l’impressione che il resoconto sia stato elaborato, certa-mente
con
attenzione e scrupolo, ma evidenziando in qualche misura gli a-spetti
positivi
e riusciti dell’intervento, e mettendo in ombra gli aspetti pro-blematici
e
carenti. Tra questi ultimi merita attenzione il problema del raf-fronto
tra
i tempi dell’adulto e i tempi del bambino. Di fronte al dramma del
maltrattamento
all’infanzia spesso l’adulto s’attarda, rimanendo trattenuto
dai
suoi scrupoli, dalle sue preoccupazioni istituzionali, dalla sua insensibilità,
dal
suo opportunismo, mentre il bambino nei tempi precipitanti della violenza
che
subisce perde rapidamente la propria integrità fisica e mentale e nel
contempo
la fiducia in una possibilità di ascolto e di aiuto da parte
dell’adulto.
Quando
inizia la violenza ai danni di Eric? A giudicare dagli indicatori
che
vengono rilevati a scuola sembrerebbe che il malessere del bambino si.10
manifesti
in forme acute all’inizio dell’anno scolastico: “All’inizio della III
classe
Eric ha avuto un calo significativo del rendimento, con aumen-to
delle
sue difficoltà di concentrazione e con manifestazioni ingiusti-ficate
di
aggressività e di chiusura, ed esplicitazione di frequenti mal
di
testa.” Ma si può escludere del
tutto l’ipotesi che l’abuso sessuale sia in
realtà
iniziato in un periodo precedente? Stante la gravissima inadeguatezza
della
famiglia di Eric (sembra addirittura probabile una loro collusione con
gli
autori della violenza), è comunque certo che il bambino abbia iniziato a
manifestare
il proprio disagio ben prima della III elementare. Con quali in-dicatori?
Con
quali capacità o incapacità degli insegnanti e degli operatori di
percepirli?
Chi ha elaborato il resoconto sul caso potrebbe aver messo in ri-salto
i
problemi e i sintomi che si sono manifestati in Eric all’inizio della III
elementare
per autorassicurarsi sull’ipotesi che la violenza ai danni del
bambino
potrebbe essere cominciata nel momento in cui gli operatori si so-no
accorti
del suo disagio. Il resoconto inoltre non chiarisce i tempi dello
sviluppo
del processo d’intervento. Quanti mesi passano prima che Eric
venga
sottratto alla situazione di abuso che, nel suo caso, si sviluppa in un
contesto
sia familiare che extrafamiliare? In vicende del genere si può veri-ficare
spesso
un graduale e lento processo di escalation dell’intervento
istituzionale:
si passa da sollecitazioni generiche a sollecitazioni più pres-santi
nei
confronti dei genitori, da interventi prevalentemente di aiuto a in-terventi
prevalentemente
di verifica e controllo, da una diagnosi che mette
in
evidenza i problemi cognitivi del bambino ad una diagnosi che percepisce
la
dimensione più affettiva e profonda del suo disagio, ecc...
Sappiamo
dall’esperienza che in simili casi possono trascorrere pa-recchi
mesi,
e talvolta addirittura degli anni prima
che vengano compiu-ti
tutti
gli opportuni scatti di preoccupazione e i conseguenti salti di efficacia
del
processo d’intervento, e prima che si assumano decisioni adeguate per
la
tutela del bambino. Ovviamente tanto più i ritardi sono consistenti, tanto
più
comportano un aumento degli effetti dannosi del maltrattamento, e
una
conseguente grave compromissione dell’evoluzione e della personalità
della
piccola vittima.
Il
caso di Eric consente di verificare una modalità piuttosto consueta di
approccio
in ambito scolastico al bambino maltrattato. Inizialmente il disagio
del
bambino viene percepito negli aspetti più fenomenici, più superficiali: il
problema
di Eric viene interpretato come problema cognitivo e soprattutto
linguistico.
In un secondo momento viene ipotizzato un disturbo organico,
per
spiegare le comunicazioni di Eric attinenti al mal di testa. Dall’ipotesi di
un
malessere fisico si passa poi all’ipotesi di un malessere psicologico in
senso
generico e solo all’ultimo, nel contesto dei colloqui con la psicologa,
emerge
l’ipotesi più sconvolgente: quella delle radici ambientali della soffe-.11
renza
di Eric. L’ipotesi che i problemi del bambino possano essere fatti
risalire
a relazioni maltrattanti da parte di adulti e ad una sua mancata
protezione
risulta la più impegnativa e conflittuale per gli operatori, e
pertanto
viene presa in considerazione per ultima, dopo che sono state
escluse
le precedenti. Forse l’emergenza di un esito positivo
all’elettroencefalogramma
avrebbe paradossalmente semplificato la situa-zione
e
delimitato il problema di Eric, risparmiando agli adulti l’incertezza e
l’angoscia
di fare i conti con la realtà penosa e sfuggente, difficile da
tollerare
e da ricostruire mentalmente, del maltrattamento e
della tra-scuratezza
ai
danni del bambino.
Se
il disagio del bambino può restare confinato ad una dimensione lingui-stica
o
cognitiva, o comunque ad una dimensione fisica, gli operatori posso-no
proteggere
la propria mente dalla percezione del dolore, dell’impotenza e
della
confusione conseguenti alla violenza sessuale e all’abbandono familia-re,
possono
risparmiarsi la fatica dell’impegno di condivisione emotiva ri-chiesto
da
un soggetto traumatizzato, possono infine evitare di mettere in
discussione
e di conflittualizzare i rapporti tra adulti.
5.
Il dialogo, l’intelligenza emotiva, la capacità di ipotizzare
il
maltrattamento
Vediamo
ora di soffermarci sugli aspetti positivi dell’intervento istituzio-nale
nel
caso di Eric, mettendo in rilievo tre passaggi fondamentali ed e-semplari
che
realizzano le tre premesse elencate nel primo paragrafo.
5.1.
La capacità di avvicinamento con la parola alla soffe-renza
del
bambino, assumendo una disponibilità
all’ascolto
e al dialogo
La
logopedista avvia inizialmente un intervento attivando con il bambino
le
proprie competenze professionali specifiche. Ma essendo un’operatrice
che
non ha grani di sabbia negli occhi e ghiaccio nel cuore, che è dotata in
altri
termini di sensibilità, si accorge che le sue competenze tecniche non
sono
assolutamente sufficienti a rispondere al disagio del bambino, che il
problema
non è prevalentemente linguistico, che c’è qualcos’altro. È la
si-tuazione
in
cui si può trovare un insegnante che affronta con strumenti di-dattici
e
pedagogici, senza alcun successo, i problemi di apprendimento di
un
allievo portatore di un grave disagio familiare (Goleman, 1996). È la si-.12
tuazione
in cui si può trovare un operatore sociale che si rende conto che le
risorse
assistenziali che ha attivato a favore di un minore, per quanto consi-stenti,
non
incidono in modo significativo nell’alleviare la sua intensa soffe-renza.
La
logopedista percepisce l’impasse del proprio intervento e attiva a
questo
punto competenze emotive e relazionali piuttosto che competenze
tecnico-professionali: con un atteggiamento coerente ed empatico e con
l’uso
della parola esprime un interessamento nei confronti di Eric.
La
domanda che rivolge al bambino (“Come trascorri il tempo quando
rimani
a casa?”), è tutt’altro che banale o scontata, perché esprime la sua
disponibilità
ad avvicinarsi non solo ai problemi del linguaggio di Eric, ma più
in
generale alla sua esistenza. Non sempre gli adulti hanno il coraggio di fa-re
ad
un bambino sofferente domande impegnative di questo genere. Il ri-schio
di
simili domande infatti è grande: è il rischio di ottenere delle rispo-ste!
Risposte
cariche di dolore e di angoscia che colui che ha formulato
l’interrogativo
dovrà contenere nella propria mente e dovrà tentare di appro-fondire
in
un sofferto dialogo (con il bambino, con se stesso e magari con
gli
altri operatori), prima di porsi il problema delle “cose da fare”.
La
logopedista osserva il bambino nella sua globalità e non solo per il
frammento
(la funzione linguistica) che è associata alla sua competenza
professionale
specifica, e s’accorge fino in fondo di quanto Eric sia “e-stremamente
in
difficoltà e sofferente, con la matita si colpisce il petto,
procurandosi
piccole lesioni, lamenta dolori di pancia e mal di testa”.
Avvicinandosi
ad Eric con un atteggiamento di attenzione e con una curiosi-tà
che
sembra non risultare intrusiva, bensì rispettosa e partecipe, la logo-pedista
ricava
elementi di osservazione e dati emotivi significativi. Questo
aspetto
consente una riflessione sulla seconda premessa soggettiva indi-spensabile
per
poter percepire ed elaborare gli indicatori di maltrattamento.
5.2.
La capacità di contatto con la vita emotiva per com-prendere
ed
elaborare i sentimenti propri ed altrui che
possono
circolare nella relazione con il bambino in diffi-coltà
e
con gli adulti attorno a lui 3
La
logopedista riesce a registrare in modo adeguato la preoccupazione
3
Sul tema del rapporto tra competenze
tecnico-professionali e le competenze emotive
e
relazionali, cfr. la “Dichiarazione
dei principi e degli impegni degli insegnanti e dei diri-genti
scolastici
di fronte al disagio e al maltrattamento degli allievi”, in C. Foti, C.
Bosetto,
A.
Maltese, Il maltrattamento invisibile. Scuola, famiglia, istituzioni, Angeli,
Mila-no,
2000..13
che
il comportamento di Eric induce. L’operatrice ha fatto delle domande al
bambino,
sente che questi è reticente, l’ha osservato con sufficiente impe-gno
emotivo
e ha percepito dati che stimolano in lei il sentimento della pre-occupazione.
Un
sentimento che risulta molto importante per inquadrare la
situazione
e per presentarla all’équipe: “Preoccupata, la logopedista por-ta
in
équipe la situazione.” È a seguito
del suo intervento in équipe che
viene
deciso un intervento più incisivo per andare fino in fondo nella cono-scenza
delle
problematiche di Eric. La preoccupazione della logopedista
non
è stata un fattore di disturbo nell’acquisizione e nella trasmissione delle
informazioni,
ma al contrario un fattore che ha favorito in lei e nell’équipe la
comprensione
dei dati della realtà.
Non
possono certo intervenire efficacemente nell’azione di tutela dei
bambini
gli operatori dell’area sociale, sanitaria, educativa e giudiziaria che
non
hanno sensibilità emotiva, gli operatori che non hanno capacità di
preoc-cuparsi
e
di provare dolore o altri sentimenti per le persone con cui entrano
in
contatto, gli operatori che di fronte alla sofferenza dei bambini ricorrono
senza
alcuna consapevolezza ai meccanismi difensivi di rimozione, di di-stacco
emotivo,
di negazione, di razionalizzazione, ecc…(C. Roccia, C. Foti,
1994).
È necessario imparare ad ascoltare l’altro, apprendendo nel con-tempo
ad
ascoltare, avvertire e decodificare le emozioni che risuonano den-tro
di
sé: saper riconoscere ed elaborare i sentimenti positivi o negativi
che
ci vengono trasmessi attraverso la relazione interpersonale dai
bambini
e dagli adulti coinvolti nelle vicende di maltrattamento e di
abuso.
Ovviamente si tratta di imparare a
differenziare quelli che possono
essere
i vissuti emotivi che derivano dalle nostre vicende personali, dai sen-timenti
che
ci vengono indotti dalle comunicazioni dei nostri utenti e dei mi-nori
di
cui ci occupiamo sul piano professionale. È importante per esempio
poter
riconoscere se la preoccupazione che ci ritroviamo dentro dopo una
serie
di incontri con un bambino derivi da una nostra tendenza a reagire a
certi
stimoli con ipersensibilità o con un eccesso di ansia, oppure sia una
traduzione
emotiva adeguata dei messaggi verbali ed extraverbali ascoltati
da
quel bambino (come in effetti capita alla logopedista che incontra Eric e
che
si sente preoccupata per lui). È fondamentale, per fare un altro esem-pio,
capire
se la rabbia che ci ritroviamo dentro dopo un colloquio con un
genitore
sia la conseguenza di nostre personali vicissitudini, infantili o attuali,
che
rischiano di sovrapporsi alla nostra attività professionale oppure, al
con-trario,
se
sia la registrazione emotiva corretta di atteggiamenti di onnipoten-za,
di
arroganza, di manipolazione di quel genitore..14
5.3.
La capacità di formulare, tenere a mente e sottoporre a
falsificazione
o verifica l’ipotesi del maltrattamento ai
danni
del bambino
In
base al resoconto del caso di Eric, la psicologa che incontra il bambi-no
compie
una mossa decisiva che sembra sbloccare le resistenze di Eric a
parlare:
“Dopo una serie di sedute, nel corso delle quali emergono vis-suti
di
paura, la psicologa affronta il tema della protezione dei bam-bini.
Eric,
dapprima molto reticente, si lascia “scappare” che il papà e
la
mamma, qualche sera lo portano a trovare un signore anziano che
si
chiama Luigi…” La psicologa per esempio può aver parlato al bambino
in
questi termini: “I bambini molte volte hanno bisogno di protezione e non
sempre
i grandi riescono a proteggerli…”. Ma perché la psicologa decide di
introdurre
questo tema? Evidentemente perché nella sua mente è comparsa
l’ipotesi
che Eric possa aver bisogno di essere protetto da un maltrattamen-to.
Senza
la capacità di ipotizzare la violenza ai danni di un bambino da par-te
dell’operatore,
non c’è la possibilità di farla emergere, anche qualora fos-se
massicciamente
presente. Eric non avrebbe iniziato il suo processo di ri-velazione,
e
avrebbe pertanto continuato a subire violenza sessuale, se la
psicologa
avesse assunto un atteggiamento clinico “neutrale” e distaccato
nei
suoi confronti, senza attivarsi in un impegno di esplorazione empati-ca
della
sua situazione. È stato proprio questo impegno che ha portato la
psicologa
a formulare e ad esplicitare in forme opportune l’ipotesi che Eric
potesse
avere bisogno di protezione. Un maltrattamento può essere
massiccio,
ma se non ci sono gli occhi e una mente disposti a rico-noscerlo
il
maltrattamento si perpetua privo di esistenza sociale e
di
controllo sociale, rimanendo avvolto nel silenzio e
nell’invisibilità.
Se il maltrattamento non può essere neppure mentalizzato
in
via ipotetica, non può in alcun modo essere riscontrato nella realtà. La
capacità
di ipotizzare non va confusa con l’atteggiamento suggestivo né con
l’atteggiamento
‘verificazionista’ che mira a cercare in ogni modo nella re-altà
gli
elementi che tendono a dimostrare l’ipotesi assunta: in relazione al
disagio
di un bambino l’ipotesi del maltrattamento deve essere presente ac-canto
ad
altre differenti ipotesi che devono circolare nel campo mentale
dell’operatore
per un periodo adeguato, in attesa di elementi reali sia di ve-rifica
che
di falsificazione..15
6.
L’impensabilità del maltrattamento ai danni dell’in-fanzia
La
violenza all’infanzia è tendenzialmente impensabile.
“Se inten-diamo
per
atrocità - ha affermato Alessandro Vassalli (1995, pag. 17) -
un’azione
traumatica volontaria, che produce volontariamente un danno ad
un
essere umano ad opera di un altro essere umano, la risposta normale è
quella
di fare scomparire l’atrocità stessa dalla coscienza”. Pensare in mo-do
adeguato
il maltrattamento implica sempre la tolleranza di un dispiacere
e
il superamento di una resistenza psichica: la mente infatti tende ad eva-cuare
la
percezione di tutte le forme di abuso ai minori, le quali presentano
sempre
aspetti di atrocità, anche quando si accompagnano nell’abusante
all’esibizione
di sentimenti affettuosi e gentili e alla negazione della consa-pevolezza
e
della responsabilità. Tutti gli operatori che, in campo sociale,
sanitario,
psicologico o giudiziario hanno seriamente approfondito la cono-scenza
e
l’intervento sul problema della violenza sessuale in danno dei mi-nori,
hanno
fatto esperienza diretta, all’inizio del loro impatto con i casi, con
la
dimensione dell’impensabilità, considerando per esempio inimmaginabili
certe
modalità perverse ed atroci di svolgimento del maltrattamento e
dell’abuso
sessuale ai minori, modalità che in seguito, nella prosecuzione del
loro
impegno professionale sul campo, hanno dovuto, loro malgrado, impa-rare
ad
ipotizzare come realistiche.
L’ipotesi
del maltrattamento si espone ovviamente alla sua verifica op-pure
alla
sua falsificazione. L’impossibilità invece di formulare una tale ipo-tesi
comporterà
inevitabilmente una negazione aprioristica del maltrattamen-to.
Fin
tanto che mancava alla scienza e alla pratica medica la categoria
clinica
della Sindrome del bambino battuto il maltrattamento fisico non po-teva
essere
diagnosticato. La medicina e la pediatria hanno dovuto attende-re
gli
scritti di Silverman e di Kempe degli anni ‘50 e ‘60 per poter perveni-re
alla
pensabilità dell’ipotesi dolorosa e sconcertante, in base alla quale
gli
stessi
genitori possono diventare capaci di violentare fisicamente i loro figli
anche
neonati. Negli Stati Uniti qualche medico aveva perfino definito una
“Sindrome
di ipersensibilità alle contusioni” su ossa ancora immature per
spiegare
i gravi traumatismi fisici presentati da bambini molto piccoli che
arrivavano
in Pronto Soccorso, senza dover ipotizzare la violenza dei geni-tori.
Fin
tanto che mancava l’ipotesi del maltrattamento, venivano sì rileva-te
nel
neonato battuto le ossa fratturate, ma la causa non poteva essere in-dividuata
nell’impulsività
e nel sadismo dei genitori, bensì in una debolezza
organica
del bambino.
Nel
corso di una lunghissima notte di ignoranza e di irresponsabilità la
comunità
adulta e la stessa comunità scientifica hanno respinto la mentaliz-.16
zazione
del fenomeno della violenza ai danni dei bambini. Ciò che porta la
comunità
adulta e la stessa comunità scientifica a sottrarsi alla responsabilità
di
percepire in modo pieno e responsabile il fenomeno del maltrattamento e
dell’abuso
all’infanzia è in particolare la difficoltà a mentalizzare la penosa
ed
intollerabile situazione di impotenza delle piccole vittime, la loro radicale
perdita
di controllo sulla violenza che si è abbattuta su di loro, la loro drasti-ca
perdita
di capacità di comprensione e di significazione delle ragioni del
trauma
subito (De Zulueta, 1999). Essendo l’abuso sessuale, e a maggior
ragione
l’abuso psicologico ai danni dell’infanzia, fenomeni ancora più
“invi-sibili”
di
quanto non appaia l’abuso fisico, in quanto lasciano tracce meno
evidenti
e riconoscibili, ci troviamo tuttora di fronte ad acute difese e resi-stenze
nei
confronti del loro riconoscimento come fenomeni socialmente si-gnificativi.
La
crescita sociale e culturale di consapevolezza del fenomeno
del
maltrattamento all’infanzia procede attraverso diverse fasi temporali e
attraverso
il superamento di successivi sbarramenti di resistenza: possiamo
dire
che abbiamo socialmente raggiunto un certo livello di consapevolezza,
anche
se non pienamente soddisfacente, sul fenomeno della violenza fisica;
stiamo
affrontando le resistenze legate alla rimozione e alla negazione del
fenomeno
dell’abuso sessuale; evidentemente ci vorrà ancora parecchio
tempo
prima che la comunità adulta sia in grado di prendere coscienza e di
responsabilizzarsi
in modo adeguato sul fenomeno della violenza psicologi-ca,
ancor
più diffuso, ancor più caratterizzato dall’inconsapevolezza vuoi
dell’abusante
che dell’abusato, ancor più destinato a suscitare processi di
resistenza.
Il
maltrattamento all’infanzia risulta invisibile, in quanto è impensabile.
Noi
possiamo percepire solo le forme che in qualche misura sono già pre-senti
nel
nostro apparato psichico. Il maltrattamento all’infanzia è un feno-meno
che
tende ad essere evacuato dalla mente per diverse ragioni. Es-sendo
troppo
doloroso da pensare, il fenomeno risulta troppo difficile da
percepire.
Ci sono quattro ordini di ragioni per cui la violenza
all’infanzia,
ed in particolare l’abuso sessuale, può risultare in qualche misu-ra
impensabile
da parte della comunità adulta e da parte degli stessi esperti
chiamati
all’accertamento psicologico dell’attendibilità del minore: tali ragio-ni
hanno
a che fare con: a) l’impatto con il dolore; b) l’impatto con la
confusione;
c) il bisogno di mantenere il ricorso all’idealizzazione; d)
l’ansia
del conflitto. Proverò ad illustrare queste ragioni, facendo riferi-mento
all’abuso
sessuale, benché questa analisi potrebbe essere estesa a
tutte
le forme del maltrattamento.
6.1.
L’impatto con la sofferenza e l’impotenza.17
Chi
si avvicina alle situazioni di abuso sessuale ai minori è obbligato ad
entrare
in contatto con la sofferenza, con l’impotenza e con i processi
emotivi
di disgregazione del Sé sia della
piccola vittima, sia dei soggetti
del
nucleo familiare dove si svolge l’abuso: il contatto con questi sentimenti
penosi
paralizza la pensabilità. Inoltre nell’identificazione con la vittima può
essere
riattivato in qualche misura un dolore specifico associato alle situa-zioni
personali
di sofferenza che qualsiasi adulto e qualsiasi professionista
ha
vissuto nel corso della propria infanzia e nella propria adolescenza, in
forme
più o meno gravi: situazioni di mancanza di rispetto della propria ses-sualità
e
dei propri bisogni emotivi. Risulta pertanto automatico
nell’osservatore,
per difendersi dal dolore, mobilitare potenti angosce con-trotrasferali
e
attivare meccanismi difensivi che possono portare al discono-scimento
mentale
dell’abuso.
6.2.
La confusione
La
pensabilità è messa a dura prova dalla confusione. E l’abuso
ses-suale
è
un territorio dove le confusioni inevitabilmente si generano e si ac-cumulano:
confusione
nella coppia abusante-abusato tra i ruoli generaziona-li,
tra
la vittima e l’aggressore, tra l’innocente e il colpevole, tra il linguaggio
della
tenerezza del bambino e il linguaggio della passione dell’adulto (Fe-renczi,
1932);
confusione tra il ruolo passivo e il ruolo attivo, tra l’amore e
l’odio,
tra il bene e il male, tra la realtà e la fantasia nella vittima stessa; tra
il
piacere e il senso di colpa, tra l’eccitazione e l’impossibilità
psicofisica di
gestirla
da parte del bambino; confusione tra il passato di vittima e il
presente
di aggressore sessuale nell’adulto, tra la comprensione e la
condanna
nei suoi confronti, tra la gentilezza seduttiva e la
strumentalizzazione
brutale da parte dell’autore dell’abuso, etc (C. Roccia,
1999).
6.3.
Rinunciare al bisogno di idealizzazione
Mentalizzare
l’abuso sessuale in danno dei minori comporta inevitabil-mente
una
qualche profonda rinuncia al bisogno di idealizzare la realtà. Il
mondo
degli adulti, le figure dei genitori, il funzionamento della famiglia ap-paiono
attraversati
da correnti di odio e di strumentalizzazione e caratteriz-zati
pertanto
da tratti molto diversi da quelli ottimali, desiderati e rassicuranti
per
tutti: tratti di benevolenza, di disponibilità, di protezione verso
l’infanzia.
La
presa d’atto delle potenzialità violente e perverse che possono comparire
nelle
figure genitoriali può in qualche misura disturbare non solo il bisogno di.18
mantenere
una visione il più possibile ideale e positiva del genere umano e
della
realtà sociale, ma anche lo stesso bisogno di conservare un’immagine
totalmente
ideale della propria infanzia, della propria storia familiare e della
propria
realtà interna (Miller, 1987). Allontanare dalla percezione e dal pen-siero
l’abuso
sessuale ai danni di un bambino può indubbiamente servire a
difendere
il ricorso all’idealizzazione come meccanismo difensivo con cui
affrontare
la realtà.
6.4.
Incontrare il conflitto
Far
rientrare fino in fondo l’abuso nel campo della pensabilità spinge il
soggetto
a decisioni e a comportamenti destinati ad andare incontro alla
prospettiva
ansiogena del conflitto: come ha
affermato René Girard
(1980),
laddove le differenze sono gravemente abolite come nell’incesto e
nell’abuso
sessuale in danno dei minori, si può determinare una spirale di
violenza
capace di contagiare tutti coloro che vi si avvicinano. L’adulto
che
pensa e prende sul serio fino in fondo una rivelazione di abuso sessuale
da
parte di un bambino viene ad essere coinvolto in un’identificazione
molto
rischiosa con la piccola vittima:
anche lui può andare incontro a
reazioni
di aggressione e minaccia da parte di quella fetta del mondo adulto
con
la quale si porrà in conflitto per il fatto stesso di non aver lasciato le
comunicazioni
del bambino in un’area di silenzio e di incredibilità. Come il
bambino,
per il fatto stesso di mettere in parola l’abuso rompendo il muro di
ricatto
e di omertà che l’accompagnava, l’operatore si espone a risposte di
colpevolizzazione,
di incredulità, di ritorsione punitiva da parte dell’autore
della
violenza, così il perito che valuta dopo attento esame come attendibile
il
minore potrà andare incontro anch’egli (anche se in genere in misura più
ridotta)
a reazioni ostili e a pesanti accuse, spesso del tutto aprioristiche, di
eccesso
di zelo o di ignoranza, in misura direttamente proporzionale alla ca-pacità
di
risposta sociale e giudiziaria degli adulti coinvolti. L’ansia del con-flitto
si
contrappone frontalmente alla pensabilità dell’abuso.
7.
Non aver paura di parlare ai bambini
Durante
un corso di formazione per operatori da me tenuto sulle tema-tiche
del
maltrattamento e dell’abuso ci sono stati resoconti interessanti e
vivi
da parte di alcuni gruppi di assistenti sociali. Il lavoro di piccolo gruppo,.19
previsto
all’interno del suddetto corso, ha visto fra l’altro l’utilizzo di
meto-dologie
esperienziali
basate sui principi dell’intelligenza emotiva (C. Foti, C.
Bosetto,
2000). Questo aspetto tecnico e nel contempo relazionale, costitu-tivo
dello
stile formativo che è stato proposto nel corso, ha contribuito a sol-lecitare
nelle
assistenti sociali risorse creative di attivazione emotiva e pro-fessionale.
Un
gruppo di assistenti sociali per rappresentare e riportare in
assemblea
generale il percorso formativo compiuto ha scelto di drammatiz-zare
una
scenetta nella quale diverse figure di operatori e di professionisti si
palleggiano
il peso e la responsabilità di comunicare al bambino la notizia
che
sarà allontanato dalla propria famiglia e sarà inserito in comunità. “Il
giudice:
‘Non tocca a me, non sono mica un operatore dei Servizi’.
L’insegnante:
‘Non è certo compito mio, mi occupo della sua presenza
a
scuola e non certo della sua vita sociale. L’educatore: ‘Noi non co-nosciamo
il
bambino; sono gli operatori che già lo conoscono che de-vono
parlargli’.
Lo psicologo: ‘Dovrei uscire dal setting per andare a
parlare
al bambino. Non posso farlo’”. Al
termine della scenetta è
l’operatrice
sociale che accetta di sobbarcarsi il compito, da tutti rifiutato, di
affrontare
in un colloquio con il minore il tema del suo allontanamento: “Se
non
c’è nessuno che lo vuol fare, sarò io che parlerò al bambino”.
Si
è trattato di una rappresentazione
sociodrammatica molto realistica
della
difficoltà consistente (diffusa tra gli operatori minorili e più in
ge-nerale
tra
gli adulti in genere) ad avvicinarsi
con la parola alle situazioni
sofferte
e problematiche che possono vivere i soggetti in età evolutiva. Pur-troppo
la
realtà supera in peggio la sceneggiatura di fantasia proposta dal
gruppo
delle assistenti sociali. Molto esteso è l’isolamento comunicativo che
circonda
i bambini e molto gravi (e negate) sono le carenze dialogiche degli
operatori
minorili e dei professionisti dell’infanzia. Spesso i bambini, soprat-tutto
quelli
maggiormente sofferenti e maltrattati, sono derubati per lunghi
periodi
di informazioni preziose concernenti la propria esistenza, sono depri-vati
della
possibilità di confrontarsi con adulti disposti benevolmente a ragio-nare
sui
dati di realtà fondamentali della propria vita. Esiste una particolare
difficoltà
degli operatori e dei professionisti dell’infanzia ad avvicinarsi con il
dialogo
ai bambini vittime di violenza, di trascuratezza e di abbandono per
affrontare
con loro le situazioni e le problematiche più sofferte e conflittuali,
che
spesso risultano le più immediate e le più importanti.
Rosy,
una bambina di quattro anni e mezzo, di madre italiana e di padre
egiziano,
aveva subito a quattro anni e mezzo un abuso sessuale da parte
del
padre. La bambina dopo la rivelazione viene allontanata dalla famiglia
per
essere collocata in una comunità. A differenza di quanto avviene nella
rappresentazione
sociodrammatica prodotta dal gruppo di assistenti sociali,
nella
gestione di questo caso l’assistente sociale non ha il coraggio di prepa-.20
rare
con un discorso chiaro e concreto la bambina all’allontanamento e
all’inserimento
in comunità. Anche dopo tale inserimento nessun operatore
parla
con Rosy, nessuno illustra chiaramente ed empaticamente alla bambi-na
la
situazione che si è determinata con la sua rivelazione. Nessuno le for-nisce
informazioni
adeguate su cosa sta accadendo nella sua vita e su cosa
potrà
accadere. Nessuno le spiega, nessuno accoglie ed elabora le sue pau-re,
nessuno
la rassicura. A Rosy vengono dette cose generiche, assurde o
addirittura
false: “Tuo padre ha dovuto tornare in Egitto per un po’ di
tempo.
Tua madre non ti può tenere perché deve lavorare e ha da fa-re.”
Le
vie della violenza ai danni dell’infanzia passano anche attraverso la
fuga
dal dialogo e dalla comunicazione, attraverso la negazione della capa-cità
dei
bambini di elaborare molti dati essenziali della realtà e della vita,
at-traverso
la
sottrazione e la manipolazione della verità che li riguarda, attra-verso
il
disprezzo del bisogno fondamentale che i bambini hanno di
acquisire
e di elaborare le informazioni sui punti fondamentali della
propria
esistenza.
Quando
una psicologa del Centro Studi Hänsel e Gretel, che ha avuto
l’incarico
di perito dal Tribunale per la valutazione dell’attendibilità della mi-nore,
ha
incontrato Rosy in comunità dopo circa un anno e mezzo dal suo
inserimento,
s’è trovata di fronte ad una bambina molto confusa, spaventa-ta.
Rosy
credeva di essere stata abbandonata dai genitori perché aveva
parlato
delle “cose brutte” che succedevano in famiglia e temeva di
raccontare
nuovamente l’accaduto nel timore che anche gli educatori
potessero
abbandonarla: non a caso da un anno e mezzo non ne aveva più
parlato
con nessuno. Non è stato semplice per la psicologa riuscire a
rassicurare
la bambina e metterla a proprio agio affinché fosse nuovamente
in
grado di raccontare la sua dolorosa vicenda. Un impegno fondamentale
della
psicologa è stato quello di rompere il cordone di silenzio che
circondava
la bambina sulla sua stessa vicenda, fornendole alcune
informazioni
essenziali e rendendosi disponibile ad accogliere quel dolore e
quell’incertezza
che inevitabilmente sono sollecitati in un bambino da una
comunicazione
veritiera e da un atteggiamento franco e realistico
dell’adulto.
Quel dolore e quell’incertezza possono comunque essere
elaborati
all’interno del dialogo con l’adulto, mentre invece l’accantona-mento
dei
problemi e delle situazioni drammatiche che pesano sull’esi-stenza
del
bambino lo lasciano da solo con sentimenti di dolore e di
confusione
molto più nocivi perché vengono rimossi o scissi, e quindi non
possono
assolutamente essere affrontati e superati psichicamente.
Perché
facciamo fatica a parlare con i bambini deprivati, abbandonati,
violentati?
Perché ci difendiamo in ogni modo dalla possibilità di aprire con
loro
un dialogo schietto e rispettoso sulle problematiche più dolenti che li.21
coinvolgono?
Perché, conseguentemente, facciamo fatica ad aiutarli ad e-sprimere
le
loro ansie e le loro difficoltà emotive e a comunicare le situazio-ni
di
maltrattamento che hanno vissuto e vivono? Affrontare con la parola
autentica
e con il pensiero riflessivo tematiche dolorose riguardanti la vita
dei
bambini deprivati, abbandonati, violentati significa essere disponibili a
presentificare
nella nostra mente le situazioni di debolezza e di infermità che
spesso
precedono, si accompagnano e seguono all’esperienza traumatica.
Dialogare
con un bambino vittima di violenza o abuso significa essere di-sponibili
ad
entrare in contatto con sentimenti molto penosi e mentalmente
indigesti.
Significa far entrare nella propria mente una quota della pena e
dell’impotenza
che vive una piccola creatura traumatizzata. Tutto questo ri-chiede
molta
disponibilità e molta forza.
Felicity
De Zulueta ha dimostrato che il trauma rappresenta per la vitti-ma,
a
maggior ragione se piccola, una grave frustrazione a quel bisogno di
controllo
sulla realtà esterna che costituisce un bisogno fondamentale
dell’essere
umano. “Come sottolinea Janoff-Bulman, l’idea di essere invul-nerabili
(‘Non
può capitare proprio a me!’), l’idea che il mondo abbia signi-ficato
(‘Ha
senso’) e, per molti, che si valga come persone, che si sia ri-spettabili,
sono
i tre presupposti inconsci che utilizziamo per affrontare la vi-ta
di
tutti i giorni. La ‘sindrome da stress’ descritta dal disturbo
post-traumatico
da
stress, può in gran parte essere collegata al crollo degli as-sunti
di
base delle vittime su se stesse e sul proprio mondo” (F. De Zulueta,
1999,
pag. 218, 219).
Il
trauma dunque viene a distruggere nel bambino tre elementi fonda-mentali
della
sua evoluzione mentale:
a)
quel senso di invulnerabilità/inviolabilità del Sé che, quando non
sconfina
in forme derealistiche, costituisce un vissuto basilare di fiducia e di
sicurezza
nel proprio futuro;
b)
la possibilità di dare un senso positivo alla propria esperienza e alla
propria
esistenza;
c)
l’autostima come consapevolezza di un valore costitutivo apparte-nente
al
Sé.
Di
fronte all’impatto di accadimenti violenti che intrudono nel proprio
sviluppo
fisico, minacciando di bloccarlo e di distorcerlo, di fronte
all’irruzione
strumentale nella propria vita di comportamenti di abuso e di
maltrattamento,
il bambino traumatizzato perde in modo drammatico il con-trollo
sulla
realtà del mondo esterno e del mondo adulto in particolare e
smarrisce
la percezione rassicurante della propria inviolabilità e del proprio
valore
in quanto persona. Il bambino maltrattato o abusato non ha neppure
davanti
a sé la possibilità di riprendere un qualche controllo sulla realtà e-sterna,
attraverso
una qualche donazione di senso nei confronti di.22
un’esperienza
traumatica strutturalmente insensata. Non a caso molte pic-cole
vittime
di maltrattamento e di abuso pongono spesso ad interlocutori
adulti
che hanno dato prova di capacità di ascolto e di sostegno una doman-da
inquietante
e struggente: “Perché proprio a me?”. Cercano in altri
termini
di dare un senso ad un’esperienza di violenza che a ben vedere non
si
presta ad alcuna spiegazione e che non può presentare alcun significato
positivo.
L’unica risposta a questa domanda, che la piccola vittima tende ad
individuare
per tentare di dare un senso a quanto le è capitato nel tentativo
di
padroneggiare in qualche maniera l’accaduto, è quella dell’attribuzione a
sé
di una colpa. Meglio sentirsi colpevoli che impotenti! Per il bambino è
meglio
tentare di dare un significato al maltrattamento, sentendo di averlo in
qualche
modo provocato e “meritato”, piuttosto che prendere atto, con una
consapevolezza
che risulterebbe per certi versi sconvolgente, della propria
assoluta
inermità e fragilità in un mondo
dove gli adulti sono capaci di
perversione
e di follia, sottraendosi a ben vedere a qualsiasi rassicurante i-dealizzazione.
Ma
perseverare nell’onnipotenza e nella confusività della colpa, conti-nuare
a
rimuovere e negare il ricordo della propria sofferenza e della pro-pria
impotenza,
insistere nella giustificazione e nella protezione di figure a-dulte
violente
e strumentali, non rappresentano certo una soluzione adegua-ta
per
il bambino maltrattato. Non esistono per lui alternative salutari ed ef-ficaci
alla
necessità di pensare e di riattraversare, in un contesto dialogico,
l’esperienza
traumatica con una parola sofferta, condivisa e capace di inte-grare
tutti
i pezzi, anche quelli più difficili e spiacevoli, della propria storia e
della
propria mente.
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