Anche se il ministro Livia Turco, parlando del programma anti-pedofilia del Viminale , asserisce che l’intervento del Governo non è frutto dell’ondata emotiva legata ai tragici fatti di Imperia ed

Andria, ho la netta impressione che si voglia in tutta fretta “imbastire qualcosa” che possa calmare un tantino l’opinione pubblica in fermento…

Quando sento parlare dell’intenzione di introdurre nelle scuole dei poliziotti anti-pedofili allo scopo di educare i bambini a difendersi da questi laidi individui, non posso credere che si tratti di un intervento lungamente soppesato e meditato.

Che cosa rende un poliziotto idoneo a fare “l’educatore anti- pedofilia”?

Forse un corso di formazione specifico, imposto a dei poliziotti qualunque, dal loro diretto superiore? Non credo proprio.

Si dimentica innanzitutto un elemento fondamentale: il 70% degli abusi si verificano nell’ambito famigliare e parentale (dati Eurispes e Telefono Azzurro). Ora, che bambini e ragazzi non debbano “accettare caramelle dagli sconosciuti”, lo sanno già, così come lo sapevamo già noi genitori di oggi, quando avevamo l’età dei nostri figli, pertanto è assurdo fare del terrorismo psicologico sui bambini (è questo il rischio che si corre mettendo dei poliziotti in divisa a parlare nelle scuole), parlando loro del “lupo cattivo” che possono incontrare per strada.

C’è senz’altro bisogno di informare ed educare bambini e ragazzi, che formeranno la società di domani, ma questo non è un lavoro che si può improvvisare.

C’è bisogno, a mio parere, di psicologi esperti, cioè persone che una preparazione specifica ce l’hanno già, e non perché è stata loro imposta, ma perché hanno scelto di fare questo lavoro: assistere i minori in difficoltà, aiutare bambini e ragazzi abusati ad uscire dal tunnel di omertà, paura, vergogna e frustrazione a cui sono stati costretti, da adulti perversi.

Certo, è più facile per il Governo “formare” dei poliziotti che direttamente gli dipendono in quanto statali, ma se si vuole fare qualcosa di concreto, è giunto il momento che tutti si muovano: regioni, province e comuni, ognuno per sua competenza. E il governo potrebbe, per esempio destinare dei fondi alle regioni, affinché queste possano finanziare associazioni che si battono già da parecchio tempo, per una informazione capillare rivolta anche a genitori ed insegnanti. Non occorre “creare dal nulla”, a volte è sufficiente coordinare forze già esistenti sul piano nazionale. Si sente molto parlare di Telefono Azzurro, ma quanti conoscono Telefono Arcobaleno (che nulla ha a che vedere con la missione umanitaria in Kossovo), il cui fondatore, Don Fortunato di Noto, dal 1996 si batte in prima linea contro la pedofilia, mettendo a repentaglio la sua stessa vita, per strappare bambini innocenti dalle grinfie del mostro?

Ecco, io mi immagino così l’informazione ideale: degli psicologi specializzati in abusi sessuali su minori, che conoscendo tutte le sfaccettature del problema pedofilia, siano in grado di parlare ai ragazzi senza spaventarli; esperti che nel corso di alcune lezioni e coadiuvati da insegnanti opportunamente preparati anch’essi, possano aiutarli ad individuare situazioni a rischio in cui già si trovano o potrebbero venire a trovarsi, sia nell’ambito famigliare che extrafamigliare.

Dovrebbero altresì, fornire ai ragazzi dei recapiti telefonici di “pronto intervento psicologico”, cioè di associazioni o centri in grado di aiutarli in caso di abusi sessuali subiti.

Se è vero che, dalle denunce vengono svolti 1000 processi all’anno per abusi e maltrattamenti sui minori(il 35% di questi ha meno di 3 anni) in Italia, si può calcolare che in media 2 bambini al giorno subiscono violenza, quanti i casi che non si conoscono? Forse in questo modo, si può dare una opportunità in più a tutti quei bambini e ragazzi che altrimenti non avrebbero il coraggio di “uscire dall’ombra”, e di mettere gli altri nella condizione di saper individuare situazioni e persone pericolose.

I poliziotti? Che facciano i poliziotti! Che vigilino su bambini e ragazzi nei luoghi da loro frequentati (ben vengano i poliziotti di quartiere!), che diventino persone amiche a cui far riferimento.

Per proteggere i nostri bambini, si può fare anche di più.

Ci sono in città moltissimi parco-giochi. Tutti espongono orari e regolamenti, tra cui il divieto di accesso ai ragazzi di età superiore ai 12 anni e agli adulti, semprechè non accompagnino un bambino di età inferiore.

Dei vari parchi cittadini da me frequentati con i miei figli (non tutti, ovviamente), solo uno ha un custode che si preoccupa di far rispettare questo regolamento. E’ il custode del parco-giochi vicino alla stazione, il quale quasi sempre sta vicino al cancello di ingresso e non esita ad allontanare adulti soli, che si apprestano a varcare il cancello del parco.

Talvolta chiude un occhio, quando un gruppetto di vecchiette viene a cercare un po’ di frescura, ma ha piazzato una panchina in una zona ombreggiata dell’ingresso, così da tenere sotto controllo la situazione, mentre scambia una parola con loro.

In alcuni parchi cittadini, purtroppo, il custode si limita ad aprire e chiudere il cancello, poi sparisce per i fatti suoi, così i bambini devono essere accompagnati e “guardati a vista” dai genitori, perché chiunque può entrare e uscire.

Che i custodi facciano i custodi, e ognuno, secondo le sue competenze e possibilità si rimbocchi le maniche, perché per combattere la pedofilia, c’è bisogno di tutti!

 

 

Un’amica di S.O.S. Infanzia