Repubblica 9/12/2004

Esteri
 
Rapporto dellŽagenzia Onu: la malnutrizione minaccia anche le risorse economiche dei paesi poveri 
 
Fame, muore un bimbo ogni 6 secondi 
 
La Fao: aiuti insufficienti, oltre 800 milioni di persone a rischio 
 
Il vicedirettore de Haen: "Progressi troppo lenti, possiamo fare molto meglio" 
Si allontana lŽobiettivo delle Nazioni Unite, di dimezzare gli affamati entro il 2015 
 
GIAMPAOLO CADALANU 

ROMA - La fame, ancora. Nel millennio della modernità, nel pianeta dellŽeconomia globalizzata, milioni di esseri umani muoiono ancora per malnutrizione, e altri milioni invece muoiono di troppa sazietà. Le tv non passano più immagini dei bambini col ventre gonfio, ma forse è solo disattenzione: nei paesi poveri, assicura la Fao, le malattie legate alla carenza di un corretto nutrimento continuano a uccidere i figli dellŽuomo, uno ogni sei secondi. Almeno venti milioni di bambini nascono con un peso insufficiente, e cinque milioni non arrivano alla maturità: un massacro che si ripete e che lascia frutti avvelenati.
Nel rapporto 2004 "La situazione mondiale dellŽinsicurezza alimentare", lŽOrganizzazione per lŽagricoltura e lŽalimentazione delle Nazioni Unite si è preoccupata di calcolare che cosa cŽè dopo la morte, nei paesi della fame. E la risposta è sconvolgente: cŽè più povertà. Risorse smarrite per strada, produttività distrutta: la tragedia lascia in eredità unŽeconomia disastrata. La cura delle malattie legate al cibo insufficiente costa qualcosa come 30 miliardi di dollari lŽanno: in altre parole, la lotta alla fame impegna cinque volte più risorse delle emergenze Aids, Tbc e malaria. Ma i costi indiretti sono inestimabili: centinaia di miliardi di dollari. Serve un impegno immediato: un investimento, dice la Fao, e non una donazione, perché un dollaro impegnato contro la fame rende da 5 a 20 volte il suo valore.
Il rapporto traccia un panorama pieno di oscurità, ma con qualche punto di luce. Persino lŽAfrica subsahariana, da sempre il centro delle maggiori difficoltà, permette qualche ottimismo: Angola, Benin, Ciad, Congo, Gabon, Ghana, Guinea, Lesotho, Malawi, Mauritania, Mozambico, Namibia, Nigeria sono nella lista dei paesi "virtuosi", quelli che sono stati capaci di ridurre di un quarto la quota di affamati. E con loro ci sono altre nazioni asiatiche e latino-americane. CŽè anche la Cina, che ha fatto un balzo in avanti nella prima metà degli anni Novanta, per poi rallentare.
Proprio lŽesempio cinese serve a sottolineare che i problemi alimentari lasciano tracce indelebili anche nelle generazioni meno sfortunate. LŽeccesso di grassi, zuccheri e carboidrati tipico dei paesi ricchi si diffonde anche nelle classi "affluenti" dei paesi in transizione. Così, mentre i cinesi delle campagne faticano a trovare un piatto di riso, quelli delle città si consolano delle privazioni dellŽinfanzia con unŽalimentazione squilibrata, che li porta a combattere con la bilancia e - peggio - con il diabete e le malattie cardio-vascolari.
Nel complesso, il bilancio resta preoccupante. LŽobiettivo di dimezzare il numero degli affamati entro il 2015, proposto dalla Fao, è lontano. «Il progresso in questa lotta è troppo lento», dice Hartiwg de Haen, «possiamo fare molto meglio». Alla presentazione del rapporto non mancano voci critiche. Qualcuno chiede: cosa fa la Fao? Altri suggeriscono: basta rapporti, ci vogliono interventi. Kostas Stamoulis, responsabile del settore Agricoltura, si stringe nelle spalle: «Noi facciamo studi, realizziamo progetti, coordiniamo interventi. Ma non abbiamo la bacchetta magica».
E i finanziamenti? AllŽultimo vertice Fao, con il direttore Diouf e Berlusconi, si era diffuso un allarme nuovo. Nei paesi più poveri, sostengono gli studiosi, cresce il rischio di un facile reclutamento fra le masse affamate da parte delle reti terroristiche. Chiediamo: ma i paesi protagonisti della "guerra al terrorismo" hanno destinato parte del loro impegno alla lotta contro la povertà? Si parla di ritocchi dei budget, di aiuti nuovi della Banca mondiale... poi la valutazione complessiva filtra nelle parole di due ricercatori: «Dalla fine della Guerra fredda ad oggi, lŽimpegno dei paesi donatori è sempre in calo».