Dal Mattino di Napoli del 18/09/2002
INTERVISTA ALLA PSICOTERAPEUTA GIANNA SCHELOTTO
«Il trauma del parto può diventare psicosi»
SANTA DI SALVO
Lei, che ha scritto di «piccoli crimini» in nome dell’affetto, si dichiara sconvolta di fronte a un crimine grande, immenso. Ancora una volta una madre
ha ucciso il suo
bambino, con un gesto così plateale e disperato da lasciarci senza più parole per dirlo, figurarsi per capire. Ma pure bisogna tentare, perchè questa Giuliana, 27 anni, potrebbe essere una delle pazienti di Gianna Schelotto, psicologa e psicoterapeuta che di madri in crisi dopo la gravidanza ne ha conosciute tante.
«Spesso si dimentica che il parto è un trauma enorme. E che la cosiddetta depressione post-parto può diventare una vera e propria psicosi. Nelle donne più fragili, o che hanno situazioni familiari complesse, o che vedono nell’essere che nasce una colpa o un ostacolo, può avvenire un profondo sconvolgimento psicologico».
Tanto da portare all’omicidio?
«Evidentemente sì. Non è un caso che in molte neomamme persistano fantasie terrorizzanti nei confronti del figlio, cosa che procura loro attacchi di ansia e di panico. Strano ma vero, una delle più comuni è proprio quella di ”buttare il bambino dalla finestra”. Le nuove madri sono atterrite dal pensiero di poter fare del male a quella piccola creatura, è l’idea stessa di potenza del genitore e di dipendenza totale di un essere così minuto ad angosciarle. Del resto, la natura ha provveduto apposta a proteggere i cuccioli dagli impulsi aggressivi degli adulti rendendoli particolarmente seduttivi. È una barriera innalzata a loro difesa».
Ma talvolta non funziona, perchè?
«Perchè la follia abita il mondo, e soprattutto quella vera spesso è quieta, esplode all’improvviso».
Dobbiamo dunque rinunciare a interrogarci, a capire?
«Certo che no. Il contesto sociale può aiutare nell’analisi. Viviamo tempi carichi di inquietudine e gli effetti di queste ansie quotidiane sono devastanti nelle persone più deboli».
Purtroppo, di madri che ammazzano i figli c’è ormai una vasta casistica.
«Certo, è facile dire che la donna che si suicida e uccide anche i figli non vuol lasciare più traccia di sè. Che un’altra lo ha fatto per vendicarsi del partner. Ma categorizzare è pericoloso. Le tragedie dei singoli restano tali. Tanto che ogni volta torniamo a stupirci perchè ”era imprevedibile”. Questi drammi nascono da processi così profondi da non offrire segnali comprensibili, oppure da darne di così labili da non poter essere interpretati».
L’unica strada, dunque, è districare il groviglio caso per caso?
«Io sono convinta di sì. Mi turba molto la solitudine nella quale queste donne portano a compimento il loro dramma. Spesso non è colpa dei genitori o dei compagni, sono loro stesse che rifiutano qualsiasi aiuto, che non sanno confidarsi. Consumano la tragedia nell’orrore di sè».
Per non arrendersi all’impotenza, possiamo capire meglio alcuni segnali preoccupanti?
«Sono sempre i soliti, comuni a tutti i depressi. Ma non tutti i depressi, per fortuna, ammazzano i figli. Poi, attenti agli elenchi dettagliati: il meccanismo potrebbe risultare persecutorio. Quand’è che abbiamo il dovere di dare l’allarme? Difficile rispondere. È questa la ferita narcisistica che non riusciamo a sanare: vorremmo prevedere tutto, ma non è possibile».
Inevitabili le accuse al nucleo familiare in crisi.
«Personalmente, credo che si abbia un atteggiamento troppo severo nei confronti delle famiglie e dei genitori. Chiediamo loro cose difficilissime e subito puntiamo il dito appena i figli si comportano male. Il risultato è devastante, specie per le donne. Che devono essere buone madri, buone mogli, perfette manager, senza che mai si tenga conto di quanta fatica costi tutto ciò. Così le coppie sono sempre più spaventate dall’idea di sbagliare, navigano nell’incertezza e finiscono per fare una montagna di errori. In questa spirale perversa, vi sembra strano che scattino meccanismi di rifiuto dei ruoli legati alla paternità e alla maternità?».